CAPITOLO 27: Un Campione per il Gigante di Mountoor

«Perché quella donna è slegata?» esclamò Nicon irrompendo nella radura davanti alla tenda di Rivier e puntando l’indice sulla prigioniera.
«Calmati Arcon, c’è una spiegazione» provò a riassicurarlo il mago.
«La spiegazione è che abbiamo un accordo, io e te; quella donna è mia prigioniera» ribatté il cavaliere.
Gli errori di Limbo si erano nel frattempo intensificati. Porzioni di pareti della tenda scomparivano e riapparivano ad intermittenza. Dagli accampamenti Arcon si alzavano urla improvvise, come se qualcuno si fosse addormentato e per poco non fosse annegato nel Telaio di Limbo, divenuto un oceano di tenebra. Addormentarsi poteva a questo punto rivelarsi alquanto pericoloso. Mancavano due margini alla notte e Rivier temeva che molti Arcon non sarebbe sopravvissuti fino al mattino. Dovevano fare qualcosa alla svelta, non potevano aspettare un altro giorno.
«Calmati Nicon, lei è qui per aiutarci» disse il mago, piantandosi davanti alla donna. «Consegnagli la spada, Davinia. Non possiamo attendere l’arrivo di Sawar… Sarà lui ad uccidere il Gigante…»
Nicon indietreggiò. «Che cosa dici, mago?»
«È l’unica salvezza» spiegò Rivier, indicando le pareti della tenda. «Garda, non c’è più tempo.» Poi si rivolse al cavaliere. «Davinia porta la spada che può uccidere il Gigante. Una volta sconfitto, potremo accedere al portale, tutti quanti, Elenty, Arcon, Arenty… tutti. Nessuna arma è in grado di scalfire quella creatura, a parte questa spada, forgiata dall’ultimo programmatore di Limbo per il più grande campione.»
«Non è così che deve essere, mago…» cercò di resistere Davinia. «Dobbiamo aspettare Sawar…»
«Non c’è più tempo. Dagli la spada!»
Poi la folgore esplose tra Nicon e Rivier, un lampo di luce azzurra che accecò per un attimo gli astanti. Mylo, Jade e Tzadik, che si trovavano più distanti accanto al vecchio Misar, si avvidero subito della presenza dell’uomo. Lo avevano visto solo in un’occasione, anche se la ragazza lo aveva sognato più volte, eppure lo riconobbero all’istante. Il volto scarno, privo di quel ghigno che usava terrorizzare le notti della giovane Keeper, era rivolto verso il suo acerrimo nemico, Nicon. Questa volta era stato lui a prenderlo di sorpresa.
«Eccomi, Arcon… Sono venuto a finirti, prima che questo stupido mondo finisca tutti noi…» disse Sawar, estraendo la sua spada. Nicon cercò di rialzarsi ma l’esplosione di luce azzurra lo aveva frastornato. Rimase in ginocchio, passandosi la mano sugli occhi.
«Sawar, non è necessario che tu faccia questo» disse Rivier.
L’Elenty corrotto lo ignorò, guardando oltre la sua figura ammantata di bianco. «Davinia, amore… perché sei scappata?» disse, rivolto alla donna, ma lei non rispose. Non c’era tempo per le risposte, il cavaliere Arcon si stava rialzando. Sawar si mosse come un felino e con un balzo si portò sopra la sua preda. Rivier provò a mettersi nel mezzo, ma il movimento dell’uomo era stato preciso e fulmineo.
«Questo è per il vile colpo alle spalle che mi ha quasi ucciso…» disse, portando un fendente mortale al ventre del suo nemico. Nicon non ebbe il tempo di rispondere a quell’attacco, sentì la lama fendere l’aria, il rumore del metallo contro la sua armatura, la penetrazione dentro il cuoio fino alla pelle, poi non sentì altro. Ma in quell’istante un urlo si alzò dall’accampamento. Era stato il giovane Tzadik, che riviveva il suo sogno più ricorrente, a ridosso della montagna sacra. Nel fianco del ragazzo si era aperta un’ampia e profonda ferita dalla quale fuoriuscivano fiotti di sangue scuro. Jade urlò, Misar afferrò il ragazzo prima che crollasse a terra. Milo invece provò con le mani a tappare quello squarcio apparso d’improvviso nel ventre dell’amico. Sentì sui palmi il calore delle sue viscere, e spinse come poté, in un disperato tentativo di rimettergliele dentro la pancia, ma la vita stava già abbandonando il corpo del ragazzo.
Tutti guardavano adesso in direzione del povero Tzadik sanguinante. Anche Sawar, accortosi di non aver provocato alcuna ferita al suo avversario, era rimasto immobile con la spada rivolta a terra. Nicon, che si era rimesso finalmente in piedi, corse verso il suo allievo, gli circondò le spalle con un braccio, lo sorresse chiedendosi che cosa avesse potuto innescare quella serie bizzarra di eventi. Sawar lo aveva colpito mortalmente, ma la ferita si era aperta nel corpo del giovane cavaliere.
«Era questo il richiamo…» disse con un filo di voce il ragazzo. «Il mio sogno…»
«Perché?» chiese Nicon, non riuscendo a contenere le lacrime per quel ragazzino che conosceva appena.
«Mio padre… diceva che esistono i segni…» rispose Tzadik, e nel mistero di quella frase chiuse gli occhi per non riaprirli mai più. Era stato un segno del destino o un altro degli errori di Limbo, si chiese Nicon, asciugandosi gli occhi con una mano. Adagiò il corpo del giovane sull’erba, poi si tolse il suo pojo e glielo calzò come veniva usato fare durante l’investitura di cavaliere della Gilda. «Ecco, adesso sei uno di noi, Tzadik…» sussurrò l’Arcon.
Un fulmine spezzò il cielo indaco di quel sesto margine del giorno, seguito dallo squasso del tuono il cui suono si distorse nel vento, trasformandosi in un lamento metallico. Altri lampi apparvero all’orizzonte, seguiti da altrettanti tuoni deformati, mentre dagli accampamenti si alzarono nuove grida. Il terreno assunse colorazioni vermiglie e un vento gelido, che sembrava provenire da tutte le direzioni, si alzò improvvisamente.
«Non c’è più tempo!» urlò Rivier, ma il vento cercò di strappargli via quelle parole. «Non c’è più tempo» ripeté, «sta cadendo a pezzi. Dobbiamo muoverci!»
Davinia si avvicinò a Sawar, ancora immobile e con la spada abbassata.
«Che sta succedendo?»
«Rivier ha ragione, amore, non abbiamo più molto tempo. Prendi questa spada» disse la maga, porgendo al suo uomo la nera lama.
«Che cos’è?» chiese lui, mentre il tuono esplodeva nel cielo.
«Con questa ucciderai il Guardiano» spiegò la donna.
«Perché mi chiedi questo?»
Lei cercò le parole giuste, ma non le trovò. Riuscì solamente a dire: «Perché ho ancora voglia di vivere…»
L’Elenty non disse altro. Estrasse dal fodero la spada che la donna teneva ancora legata alla schiena, poi diresse il suo sguardo verso Jade. La ragazza, ancora piangente accanto al corpo dell’amico Tzadik, sentì quei due occhi sul suo corpo come una lama affilata appoggiata sulla sua gola. Rivier notò quello sguardo ed intervenne; «Dagli l’oggetto, ragazza!»
Jade si portò la mano sul medaglione. Tutto per nulla, pensò, ricordando i dolorosi eventi che l’avevano condotta sino a lì; suo padre morente dentro la tenda nel deserto, il sacrificio di Yumo sulle pianure del vespro e la tragica morte del suo nuovo amico.
«Consegnagli l’oggetto e non avrai nulla da temere» ripeté il mago dalla veste bianca. Lei si alzò sulle gambe tremanti e mosse piccoli passi verso l’uomo che dominava i suoi incubi. Il vento le sferzava la faccia, asciugandole le lacrime. Si sganciò il medaglione che teneva legata al collo. Non lo aveva mai sentito così pesante come adesso. Guardò negli occhi dell’Elenty corrotto, temette di sprofondarci dentro, ma vide soltanto determinazione, non odio. Gli consegnò il medaglione e lui l’afferrò con la mano che teneva ancora libera. Non disse niente, le volse le spalle e s’incamminò verso la montagna, brandendo la spada nera e il medaglione che conteneva il suo doppione.
«Guardate laggiù!» disse qualcuno dietro di loro. Era stato Druge, che era rimasto insieme al gruppo di Khandir vicino all’entrata della tenda. Tutti voltarono lo sguardo nella direzione indicata dall’Arcon. Alla base della montagna sacra sfilava una colonna di cavalieri, un centinaio in totale. Non vi erano dubbi su chi fossero: Testimoni di Seidon.
«Che cosa stanno facendo?» si chiese Khandir.
«Temo che vogliano scalare la montagna…» rispose Rivier, «dobbiamo impedirglielo. Lassù li aspetta una morte certa.»
Tutti si mossero in direzione della montagna, a parte Misar, Mylo e Jade che rimasero accanto alle spoglie del giovane Tzadik. Sawar, raggiunta la base di quell’enorme cono di pietra, mormorò un sottile incantesimo che gli avrebbe permesso di volare fino all’entrata della caverna, molte braccia sopra di lui, ma un dolore lancinante lo fece indietreggiare.
«Non puoi usare la magia… Limbo non te lo permetterà» gli gridò Rivier, che stava sopraggiungendo insieme agli altri. Sawar attese che il dolore passasse, volse lo sguardo alla sua sinistra dove la colonna di cavalieri si faceva strada verso di lui. Rivier e Khandir, seguiti dagli altri Elenty ed Arcon, lo avevano nel frattempo raggiunto. «Stanno arrivando…» disse Khandir. A guidare la colonna, riconoscibile nella sua tunica bianca e rossa, vi era il primo ministro Tawares.
«Toglietevi di mezzo, eretici! Il grande giorno è arrivato, Seidon farà riemergere le antiche città…» disse il religioso, con un sguardo carico di fanatismo.
«Sei tu che devi tornare indietro, Arcon…» replicò Rivier, «se tu e i tuoi uomini tenete ancora alla vostra vita.»
«Ah, sei tu. Ti sei spacciato per un amico usando parole proibite, giocando con la mia mente… La tua sfacciataggine ti costerà cara. Abbiamo raccolto gli oggetti sacri» spiegò il religioso, mostrando il sacco rigonfio che teneva in mano. «Li porteremo dal Guardiano e lui li consegnerà a Seidon in persona, dopodiché il vecchio mondo risorgerà.» Poi, rivolgendosi ai cavalieri, ordinò: «Uomini, fermate quegli infedeli!»
Gli eventi si successero in rapida successione. Druge, Nicon e gli altri tre membri della Gilda, estrassero le armi e si frapposero tra i cavalieri e gli Elenty, ormai incapaci di utilizzare la magia a causa dell’instabilità di Limbo. La prima fila di testimoni si riversò al galoppo contro i quattro Arcon, le lame cozzarono, si alzarono delle grida, mentre i fulmini continuavano la loro danza nel cielo. Nel frattempo Sawar aveva incominciato ad arrampicarsi sulla liscia parete di roccia, cosa tutt’altro che facile. Tawares, ritiratosi nelle retrovie della guarnigione, ordinò ai suoi arcieri di mirare all’uomo sulla montagna. Un nugolo di frecce venne scagliato nel cielo lampeggiante, molte delle quali andarono a colpire la nuda roccia attorno a Sawar. Un paio si infransero sulla sua armatura, senza causare alcun danno, ma una raggiunse la sua gamba di striscio. L’Elenty ignorò il dolore e continuò a salire, mentre più sotto la battaglia infuriava. Lagoon disarcionò ed uccise tre Testimoni prima che la lancia di un cavaliere gli perforasse il fianco facendolo crollare al suolo sanguinante. Ad Ahmed non andò molto meglio; il suo cavallo venne abbattuto da un vile colpo di spada, e si ritrovò ad imprecare dal dolore quando si accorse che la sua gamba era rimasta sotto il corpo esangue della sua cavalcatura. Ravina, Nicon e Druge menavano colpi a ripetizione, ma sapevano che non sarebbe durata. Senza l’aiuto della magia, l’Elenty non sarebbe mai riuscito a raggiungere le caverne incolume.
Un nuovo nugolo di frecce venne lanciato nel cielo e questa volta due di queste raggiunsero il bersaglio; una s’infilzò nella coscia e l’altra nel fianco di Sawar. L’Elenty lasciò andare la presa, scivolò sulla nuda roccia per molte braccia, poi fortunatamente riuscì a trovare un appiglio, ma gli sarebbe ormai stato impossibile risalire.
«Khandir, dobbiamo tentare qualcosa…» dichiarò Rivier, rivolto all’amico.
«Che cosa vuoi dire?»
«Forse se uniamo le nostre forze siamo ancora in grado di richiamare la magia. Dobbiamo rallentare i Testimoni…»
«Lo sai quello può voler dire?»
«Si, lo so» ammise il mago dalla veste bianca. «Sei pronto?»
I due Elenty salmodiarono codici in bit e il crepitio si trasformò in scariche di elettricità. Nei volti dei due primigeni era possibile leggere il dolore causato dallo sfacelo di Limbo. Mila si avvicinò ai due maghi, unì la sua voce a quell’incantesimo e subito una fitta lancinante le perforò la testa. Anche Davinia partecipò a quel tormento, e poi si unirono anche gli altri due Elenty, Lizar e Gaya, e l’allievo di Khandir, un ragazzo di nome Atom. Insieme riuscirono a rimpadronirsi della struttura di Limbo ed a piegarla alla loro volontà. Il vento che soffiava da ogni parte venne canalizzato in un soffio gelido che i maghi spararono senza pietà addosso alle file dei Testimoni di Seidon. I cavalieri vennero letteralmente spazzati via, ma il vortice di ghiaccio trascinò con sé anche i cavalli di Nicon e Ravina, che combattevano fianco a fianco per respingere l’attacco. Solo Druge riuscì, aggrappandosi caparbiamente ad una roccia, ad uscire incolume da quella tempesta incantata.
La cerchia di maghi che avevano per l’ultima volta richiamato la magia su Limbo, crollò al suolo all’unisono. Druge corse verso Mila, la sua amata, le cercò il battito per capire se era ancora viva. La donna viveva ancora, ma la sua mente, come quella degli altri maghi, si era probabilmente perduta dentro la struttura corrotta di Limbo.
«Arcon, non c’è tempo per piangere…» urlò qualcuno sopra di lui. Druge si voltò e vide Sawar aggrappato alla montagna, sanguinante in più punti. «Tocca a te adesso!»
«Cosa?» urlò l’Arcon, che non riusciva a capire.
«Prendi la spada! È nel mio fodero…» spiegò l’Elenty, imprecando ancora per il dolore.
«Io?»
«Sei l’unico rimasto… Dovrai raggiungere le caverne e farla finita, una volta per tutte…»
Era allora questo il suo destino, si chiese il guerriero Arcon. Era questo il motivo per cui Ryo lo aveva salvato dal Draugur, diventando la sua copia? Tutto per arrivare a questo? Ma se Limbo era davvero un mondo creato dall’uomo, come poteva un uomo prevedere così tante variabili? Le domande si affollarono nella sua mente e lui le scacciò, come sapeva fare ogni volta che una nuova sfida gli si poneva davanti. Baciò la sua donna, riversa ancora al suolo, e iniziò ad arrampicarsi verso l’Elenty.
«È tua, adesso» disse Sawar, estraendo la spada nera e consegnandola all’Arcon.
«Ti porto giù» propose Druge, ma l’Elenty scosse la testa. «Non c’è tempo. Vai!»
Poi continuò l’arrampicata, verso le caverne del Gigante, verso il portale di Limbo, verso l’ultima battaglia.

Published in: on luglio 15, 2011 at 7:31 am  Comments (1)  
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CAPITOLO 23: Crepe nel Telaio di Limbo

Ritorna Limbo dopo quasi un anno di stop. Questo è l’inizio del terzo ed ultimo libro di questa avvincente avventura cyber-fantasy che, se tutto va bene, dovrebbe concludersi entro la fine di questa estate.

Nel primo libro abbiamo potuto seguire le vicende di un gruppo di Arcon alle prese con i Misteri e con il perfido Sawar, l’Elenty impazzito chiamato anche il delirante demolitore di Limbo. Jade, Mylo e Tzadik li avevamo lasciati sulle pianure del vespro insieme al mago Rivier, a Nicon, il cavaliere Arcon e al vecchio Misar, più due superstiti della Gilda. Il gruppo si era messo in viaggio per la montagna sacra.

Nel secondo libro invece abbiamo osservato più da vicino la composizione di Limbo, mondo virtuale in cui è conservata l’eredità dell’uomo, attraverso le vicende di Mila e Druge. Abbiamo conosciuto inoltre un altro lato del carattere di Davinia, la compagna di Sawar, incaricata dal Vampiro di Limbo di consegnare ad un campione la spada che potrà uccidere il Gigante di Mountoor, la creatura che fa la guardia al portale di Limbo. 

CAPITOLO 23: Crepe nel Telaio di Limbo

Tzadik mosse con un bastone le braci del bivacco per riattizzare il fuoco, vi avvicinò un paio di ceppi tagliati freschi che di lì a poco incominciarono a colare di resina e a sfrigolare, poi risistemò la pentola con lo stufato preparato da Misar che doveva ancora finire di cuocere. Soddisfatto della sua operazione, si riaccomodò a sedere accanto a Mylo e come lui continuò ad osservare il fuoco, rimuginando sui recenti trascorsi.
Era passata una decina di giorni dalla battaglia sulle pianure del vespro. Il mattino dopo Nicon e i suoi due uomini avevano richiamato alcuni dei cavalli della Gilda che, spaventati, erano fuggiti lontano dai combattimenti. Contavano così di dimezzare i tempi e di raggiungere la montagna sacra in meno di un mese, ma Rivier non si era dimostrato abbastanza soddisfatto, così aveva usato la magia per rafforzare le prestazioni dei cavalli e renderli praticamente instancabili. Poi avevano cavalcato per tutto il giorno successivo e buona parte della notte, uscendo dalla pianura e tagliando per una valle nascosta, una scorciatoia che l’Elenty sembrava conoscere bene e che nessuno altro aveva mai visto. Attraverso un basso canyon, avevano raggiunto la montagna dalla quale nasceva il fiume Serpe, oltre la quale si estendevano, fino a Mountoor, le Lande del Disordine. Rivier sperava di coprire la distanza che li separava dalla montagna sacra in meno di due settimane, un risultato che nessuno del gruppo avrebbe mai auspicato. Eppure era andata proprio così. Il giorno dopo, secondo i calcoli del primigenio, avrebbero avvistato la loro meta. Certo, il percorso non era stato dei più agevoli, ma potevano dirsi fortunati. Per un paio di giorni erano stati braccati da una piccola famiglia di troll delle sabbie che seguivano il loro odore. Nicon aveva proposto di affrontarli a viso aperto, prima che questi li attaccassero di sorpresa durante la notte, ma Rivier era stato risoluto e l’aveva convinto a proseguire. Un semplice incantesimo per cambiare la direzione del vento aveva risolto i loro problemi, mandando fuori strada i troll.
L’Elenty aveva fin da subito preso il comando della situazione, anche se Nicon preferiva non ammetterlo, ma gli eventi più recenti avevano cambiato le carte in tavola e il maestro di Tzadik sapeva che in alcune circostanze bisognava sapere mettere da parte l’orgoglio. Il ragazzo lo osservò mentre saliva a cavallo e, seguito dai suoi due uomini, si allontanava dall’accampamento per la rituale perlustrazione serale. Sarebbero tornati al termine del settimo margine per cenare insieme al resto della compagnia.
In quel momento Misar si avvicinò alla pentola e con un grosso cucchiaio si mise a girare lo stufato che aveva preparato. Lo assaggiò, si lamentò a bassa voce della sua insipidità, poi estrasse da un sacchettino di pelle che aveva in tasca una manciata di sale che vi spruzzò dentro. Girò di nuovo col cucchiaio e si allontanò soddisfatto verso la sua tenda.
«Credi davvero che domani raggiungeremo la montagna sacra?» chiese d’un tratto Tzadik, spezzando il silenzio imbarazzante tra i due ragazzi. Mylo alzò gli occhi dal fuoco ed annuì distrattamente.
«Se è il maestro a dirlo, io ci credo» rispose.
«E credi anche ai Misteri?» Il giovane mago avrebbe voluto rispondere prontamente “si”, ma qualcosa lo trattenne. Ci pensò sopra per un po’, poi sentì la necessità di dire esattamente ciò che pensava, e non ciò che reputava giusto dire.
«Lo sai che a volte non me ne importa più nulla… mi vergogno di questo, però è così.»
Tzadik ricambiò il suo sguardo con tutta la comprensione che aveva negli occhi. «Ti capisco…» disse, «…ma non credo che sia una cosa vile.»
«No?»
«Anche io mi sento così… Ho sognato per anni di diventare un cavaliere della gilda, di combattere accanto il leggendario Nicon, di cavalcare col vento in faccia ogni giorno verso una meta nuova. Beh, i miei desideri si sono avverati, eppure di notte, prima di chiudere gli occhi, i miei pensieri vanno sempre ai miei genitori, alla casa sulle montagne e alle mie due sorelline che so che non rivedrò più…»
Anche Mylo sentì di doversi confidare. «Io sono stato abbandonato… Rivier è la mia sola famiglia, ma dal giorno dell’eclisse non è più la stessa persona. C’è stato un tempo in cui non facevo che tormentarlo riguardo ai Misteri e lui si divertiva a girarci intorno, a parlarmi per enigmi. Mi mandava in bestia… Adesso capisco ciò che voleva dirmi, cioè che non li averi comunque mai capiti. Grazie tante, ne avrei fatto volentieri a meno!»
«Ma credi che quello che stiamo facendo servirà a qualcosa?» chiese Tzadik. Cercava nel nuovo amico un altro po’ di conforto. Non era sbagliato, lo facevano tutti e tre, anche la giovane Keeper. Da quando si erano incontrati si ritrovavano sempre la sera davanti al fuoco a parlare, ed insieme si davano coraggio, scacciando per un po’ le ombre della grande incognita che li attendeva.
«Rivier ha parlato di speranza… Quando gli uomini potenti come Rivier parlano di speranza, vuol dire che le cose sono messe molto peggio di quello che sembra…» e detto questo sorrise, un sorriso ironico ma contagioso. I due si misero a ridere e Jade, che passava loro vicino, chiese che cosa c’era di buffo.
«Niente, è solo la fine del mondo…» rispose Mylo, ridendo più forte. E la ragazza si unì a loro.

Il paesaggio cambiò. Una luna gialla e piena si accesa come una lanterna nel cielo e più sotto apparve anche la cometa Clessidra, sempre più vicina all’orizzonte. I tre cavalieri della gilda fecero ritorno, Rivier uscì dalla sua tenda e tutti presero posto attorno al fuoco. Misar servì lo stufato che tutti trovarono eccellente all’infuori del vecchio Arcon, che si ripromise di usare meno rosmarino la prossima volta. Alcuni, in silenzio, si chiesero se ci sarebbe stata una prossima volta.
Terminata la cena, la compagnia si preparò ad affrontare la notte. Ahmed si accomodò vicino al fuoco con una coperta sulle spalle per fare il primo turno di guardia; Lagoon gli avrebbe dato il cambio più tardi e a Nicon sarebbe toccato il terzo margine della notte, una pratica abituale. I ragazzi si erano offerti di partecipare ai turni notturni, ma gli uomini della gilda avevano prontamente rifiutato. In effetti le cavalcate erano estenuanti; Mylo e Tzadik arrivavano a sera con le gambe tremanti e le membra doloranti, ed erano più che felici di abbandonarsi a un buon sonno senza interruzioni.
«Domani ci aspetta un giorno importante» dichiarò Rivier, prima di prendere congedo. «Dormite e non pensate… è il miglior consiglio che mi sento di darvi.»
Ma nell’oscurità della tenda che Tzadik condivideva insieme ai membri restanti della gilda, l’apprendista cavaliere fece fatica a prendere sonno. Continuò per un bel po’ a rigirarsi nel suo giaciglio, cercando la posizione giusta, ma alla fine si arrese e rimase a fissare l’ombra di Amhed che il fuoco proiettava sulla parete della tenda. E improvvisamente l’ombra divenne più grande, e al ragazzo sembrò di caderci dentro. Era il sonno che finalmente veniva a ghermirlo o erano le tenebre che lo richiamavano all’oblio? Stava sognando? No, era sveglio, sentiva di essere sveglio, e teneva gli occhi spalancati alla disperata ricerca di una fonte di luce. Dov’era finito il fuoco da campo? Dov’era la luna, la cui luce giallastra rischiarava le chiome degli aceri e delle acacie della valle in cui si erano accampati? Provò a chiamare qualcuno ma si accorse che le sue corde vocali erano mute. Il panico gli fece accelerare il battito del cuore, ma non riusciva a sentirlo, come ogni altro suono, il rumore degli uccelli, il crepitio del fuoco. Gli era difficile anche respirare. Era come se qualcuno lo avesse gettato in un oceano di tenebra e lui vi stesse sprofondando. Era la fine, fu questo il suo ultimo pensiero, prima che un urlo lo riportasse indietro tra i vivi. Si ritrovò seduto nella tenda, accanto a lui Lagoon si era svegliato e lo guardava con occhi ricolmi di terrore. Anche Nicon era sveglio e visibilmente scosso.
«Che sta succedendo?» provò a chiedere il ragazzo, ma nessuno dei due seppe cosa rispondere.
Immediatamente la compagnia si riunì attorno al fuoco. L’urlo che Tzadik aveva udito era stato di Ahmed, colto anche lui dal medesimo senso di soffocamento. Tutti quanti erano stati afferrati da quell’inspiegabile onda di tenebra che li aveva strappati violentamene dai loro sogni. Il panico lasciò il posto alla curiosità. Nicon chiese all’amico che montava la guardia se si era avvicinato qualcuno o se aveva visto qualcosa, ma Ahmed scosse la testa incapace di spiegarsi quello strano fenomeno. Intanto Rivier se ne stava discostato dal resto del gruppo, con gli occhi chiusi e la testa abbassata. Mylo percepì il crepitio della magia come un suono soffuso, un ronzio leggermente fastidioso. Tutti si volsero verso l’Elenty in attesa di una spiegazione. Un minuto più tardi aprì gli occhi e a nessuno piacque l’espressione che gli si dipinse sul viso.
«La struttura di Limbo sta cedendo…» disse.
«Che significa?» lo incalzò subito Nicon. Il mago guardò il cavaliere con sgomento.
«Ho visitato il telaio attorno a questa valle, il substrato del mondo reale, per quanto reale possa essere… Il Telaio è una specie di regno onirico, ma solo con i giusti incantesimi è possibile viaggiarci liberamente. Ho visto delle crepe, dei vuoti che non dovrebbero esserci…»
«Che ha a che fare il mondo dei sogni con Limbo?» domandò Misar, abbracciando la ragazza Keeper con fare protettivo.
«Uno si poggia sull’altro, e viceversa. Sono due mondi in equilibrio… se uno dovesse sfaldarsi, anche l’altro verrebbe distrutto. Temo che la struttura del Telaio sia compromessa e quello a cui abbiamo assistito, la mancanza di luce, di suono, perfino di aria, sia una diretta conseguenza di questo fatto. Temo…» respirò a fondo il mago per trovare il coraggio di finire la frase. «Temo che l’eclisse abbia compromesso la struttura di Limbo e che il mondo stia per cadere a pezzi.»

Il giorno dopo ripresero la marcia, ma nessuno aveva voglia di parlare di quello che era accaduto durante la notte. Attraversarono la valle nella fredda luce di un mattino tinto di riflessi verdastri, un panorama che metteva i brividi, nonostante la temperatura fosse gradevole e il vento, che negli ultimi giorni aveva sferzato i volti della compagnia a cavallo, fosse finalmente calato. Rivier apriva la strada sul suo destriero, un esemplare corvino che montava a pelle. Dietro di lui venivano Mylo e Tzadik e ancora più dietro la ragazza e il vecchio Misar. Nicon e i suoi uomini chiudevano la fila, anche se regolarmente uno di loro si portava avanti in perlustrazione, oppure raggiungeva al galoppo un’altura per avere una visuale migliore dei dintorni. Ma ormai si erano lasciati alle spalle le Lande del Disordine e suoi pericoli. Il gruppo precedeva a un’andatura sostenuta, merito della magia che l’Elenty aveva usato sui cavalli. Lo scopo era quello di aggirare le colline e arrivare in serata ad avvistare la montagna sacra, che secondo i calcoli di Rivier non doveva trovarsi ormai molto lontano.
Fecero una breve sosta al termine del secondo margine, poi tirarono a diritto fino al settimo. Rivier abbandonò la pianura per tornare a salire. «Qui le colline son più basse,» spiegò. «Se riusciamo a oltrepassare quest’altura prima che scenda la notte, saremo in grado di avvistare la montagna. Poi ci accamperemo… voglio solo essere sicuro che siamo sulla giusta strada…»
Così continuarono per l’intero ultimo margine del giorno, ma la notte calò improvvisamente come un sipario mentre coprivano gli ultimi passi che li separavano dalla cima del colle. Non riuscirono a confermare le aspettative del mago, che si irritò visibilmente, e furono costretti a tornare sui loro passi per trovare un luogo riparato in cui montare le tende. Un boschetto di faggi fece al caso loro.
La luce della luna poteva bastare per organizzare il campo, anche se questa venne oscurata un paio di volte da qualcosa di indefinibile. «Era una nube, quella?» chiese Lagoon alzando la testa al cielo.
«No…» rispose seccamente Rivier. «Temo sia stato un altro errore di Limbo…» Nessuno ebbe voglia di replicare e tutti tornarono ai propri compiti. Consumarono una cena fredda con gli avanzi dei pasti passati e andarono a dormire, ma nessuno riuscì a chiudere occhio per un bel po’, per paura di rimanere soffocato dentro strani incubi.
La notte passò senza brutte sorprese, ma una pioggia sottile dentro un paesaggio brumoso dette loro il buongiorno. La visuale era limitata e per buona parte del giorno successivo non riuscirono ad accertarsi della presenza di Mountoor all’orizzonte. Solo al termine del quarto margine un vento nuovo si alzò per sgombrare le nebbie, e allora apparve in tutta la sua maestosa grandezza; la montagna sacra.
«Siamo arrivati…» sospirò Mylo con un mezzo sorriso.
«Non ancora…» lo corresse Rivier.
Poco dopo incontrarono i primi accampamenti degli Arcon che si erano riuniti per partecipare al grande evento. Molte comunità facevano festa, ringraziavano il grande Seidon, organizzavano banchetti. La strana euforia che aveva contagiato le comunità Arcon stonava visibilmente con la luce grigia del paesaggio. L’Elenty guidò la compagnia verso la base della montagna, che s’innalzava in maniera innaturale nel mezzo di un’immensa prateria. Mountoor era una specie di cono gigantesco fatto di roccia, privo di strade o mulattiere. La caverna dove dimorava il leggendario Gigante si apriva a metà della sua altezza, ma solo gli uccelli potevano raggiungere quel pertugio scuro nella roccia. La bruma si era alzata ed oscurava la visuale della parte superiore della montagna, ma alzando gli occhi Rivier poté individuare facilmente l’entrata della grotta.
«Possiamo accamparci qui…» dichiarò il mago, scendendo dal cavallo. I ragazzi e Misar obbedirono con aria assente, Nicon invece rimase in sella al suo destriero insieme ai suoi compagni. Il luogo scelto da Rivier era uno spiazzo di prateria relativamente sgombro a un migliaio di passi dalla roccia che incombeva su di loro. Erano nel mezzo a due accampamenti Arcon appartenenti a due comunità apparentemente gioviali e pacifiche, i Taruon, maestri vasai, e i Lambadi, che vestivano abiti sgargianti e amavano la musica.
«Voi restate con gli altri, io perlustrerò la zona…» disse il capo della gilda ai due uomini, poi rivolse all’Elenty uno sguardo d’intesa e si dileguò al galoppo.
«Dove va?» chiese Tzadik al mago.
«Ad assicurarsi che il suo nemico non sia già qui…» rispose Rivier. Poi iniziarono ad allestire il campo.

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Published in: on giugno 10, 2011 at 10:29 am  Comments (1)  
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CAPITOLO 11: La Battaglia

PREVIOUSLY ON LIMBO…

Jade degli Arceri Rossi è un Keeper, protettore degli oggetti sacri di Seidon. Insiema a Misar e il gigante Yumo, si reca presso la Gilda di Nicon, dove conosce il giovane Tzadik…

…nel frattempo il mago Rivier e il suo apprendista Mylo vengono catturati dai Testimoni di Seidon, fanatici religiosi pronti a muovere battaglia contro gli eretici della Gilda di Nicon. Una volta che i due prigionieri sono condotti al cospetto del primo ministro Tawares, vengono misteriosamente rilasciati…

…segretamente i due maghi fuggono dall’accampamento per andare ad avvertire Nicon dell’imminente battaglia. Una volta giunti presso la gilda irrompono nella tenda nella quale  Nicon e il gruppo di Jade discutono animatamente. Pochi istanti più tardi la ragazza viene colta da un malore…

…Jade è caduta in sonno magico propiziato da Sawar, che la cerca disperatamente manovrando la sua Torre Galleggiante e seminando distruzione in tutte le terre di Limbo. L’elenty Rivier, con l’aiuto della magia, riesce a riportare l’anima della Keeper nel suo corpo. Poi la gilda si mette in movimento, preparandosi alla battaglia contro i Testimoni.

CAPITOLO 11 – La battaglia

Si accese un’alba fredda, striata di viola, in un cielo in cui si rincorrevano strati sottili di nubi accompagnati da un vento gelido. Gli uomini di Nicon avevano già smontato l’accampamento. Si sarebbero divisi in tre gruppi, procedendo parallelamente verso le montagne. In caso di attacco, avrebbero cercato di evitare l’accerchiamento, puntando sulle loro qualità di cavalieri. Ma la magia poteva fare la differenza. Nicon si avvaleva di un’ampia conoscenza magica e sperava che l’Elenty potesse apportare il suo contributo. Insieme forse sarebbe riusciti a spaventare i Testimoni inducendoli ad un ritirata.
Rivier e Mylo restarono nel gruppo di Nicon, quello che procedeva centralmente. Cavalcavano vicino a Jade, ai suoi due compagni, e al giovane Tzadik. Tutti però facevano fatica a parlare. Gli occhi dei cavalieri erano puntati in avanti, alla ricerca del nemico.
«Li avremo di fronte alla fine del terzo margine» dichiarò Rivier. Aveva proiettato la sua vista verso l’orizzonte, calcolando lo spazio che separava le due armate. Alcuni cavalieri si girarono a guardare lo stregone, incerti se credere alle sue parole oppure no. Poco importava in fondo. Lo scontro era ormai inevitabile. I Testimoni di Seidon procedevano attraverso le pianure in formazione allargata, per evitare di venire aggirati dal loro obbiettivo. Ma adesso la gilda poteva avvalersi del fattore sorpresa, o per meglio dire, del fatto che i testimoni credevano di poter portare il primo attacco inaspettatamente, causando paura e scompiglio. Invece la sorpresa sarebbe stata solo loro, quando li avessero visti in formazione pronti allo scontro.
«Come ti senti?» Domandò Tzadik rivolgendosi alla ragazza Keeper.  Lei si voltò di scatto, cercando una risposta soddisfacente a quell’inaspettata domanda.
«Meglio…» riuscì a dire. La sua mente era distante. Pensava all’uomo dei suoi incubi; Sawar. Le sfuggì un sorriso, ma era forzato e tutti lo capirono, anche Mylo che cavalcava poco più dietro. Jade cercò con lo sguardo l’Elenty, sperando in una parola d’incoraggiamento. Il consiglio di un Elenty immortale era tutto ciò che le rimaneva. Ma Rivier non la notò, o fece finta di niente. Continuava a cavalcare scrutando l’orizzonte.
«Dovrei lasciarvi. Forse sarebbe meglio per tutti…» provò a dire. Ma la paura tradì la sua voce.
«Non lo pensare neanche» ribatté l’allievo della gilda, stupendosi dell’impeto con cui era intervenuto.
«Invece forse è la soluzione migliore. Potrei andare avanti, dai Testimoni. Loro forse potrebbero proteggermi dall’uomo che vuole il mio medaglione…»
«In questo modo riveleresti la nostra posizione e perderemo il fattore sorpresa.» Era stato Nicon a parlare, dalla prima fila dello schieramento. Nonostante la distanza era riuscito a sentire le parole della ragazza.
«Non dirò niente…»
«È troppo tardi ormai. E poi ti ritroveresti comunque dentro la battaglia, ma dalla loro parte. È davvero laggiù che vuoi stare?» La domanda di Nicon rimase sospesa. Jade non sapeva cosa rispondere. Quelle persone l’avevano aiutata, malgrado non fossero minimamente interessate al compito che perseguiva. Se si fosse attenuta alle regole di un Keeper, avrebbe dovuto lasciare immediatamente la gilda, anzi non avrebbe dovuto neanche cercarla. Ma adesso che era a conoscenza dei Misteri, le cose stavano diversamente. Non era più sicura di niente, e tutto ciò che riusciva a fare era lasciarsi andare al flusso degli eventi, come una zattera in preda alle correnti del fiume. Guardò il gigante Arenty, impassibile accanto a lei, e poi l’amico di suo padre, il vecchio Misar. Anche lui era confuso, ma le rivolse uno sguardo carico di amore. Sentì che quell’uomo era davvero speciale.
«Può darsi che Sawar si trasformi nella nostra salvezza. Chissà…» Era stato Rivier a parlare. Si, anche questa era una possibilità. Se la contingenza dei due eventi fosse avvenuta,  non era detto che la gilda si sarebbe ritrovata tra l’incudine e il martello. Per il ministro Tawares, Sawar era un nemico ancora più pericoloso di Nicon. In tal caso le parti dello scontro sarebbero state stravolte, e gli uomini della gilda potevano ritrovarsi a combattere a fianco dei religiosi.
«Non auguriamoci niente» ammonì Nicon. «Noi combatteremo solo per i nostri ideali, per ciò in cui crediamo. Chiunque alzerà la spada contro di noi sarà nostro nemico, e chi l’alzerà accanto a noi sarà nostro amico. Questo si vedrà.»
Nessuno disse altro. Solo il rumore degli zoccoli continuò ad accompagnare i sibili di un vento sempre più gelido. Sulle pianure del vespro, tre manipoli di cavalieri divergevano gradualmente verso il loro destino. La battaglia era vicina.
Tzadik cavalcava a testa alta, respirando l’aria fredda satura di un sapore che lo faceva sentire vivo. Non aveva paura, ed era strano, pensò. Quello sarebbe stato il suo primo vero scontro. Non gli aspettavano i lividi delle spade di legno, ma il freddo e letale filo del metallo sulla nuda pelle. Eppure sentiva che la sua vita si stava intrecciando con quella di altri; la ragazza, il vecchio Elenty, e naturalmente Nicon. Si avvicinavano gli eventi da lui sognati, i messaggi che lo avevano indotto ad abbandonare la sua famiglia e ad abbracciare il ruolo di cavaliere della gilda.
I corni suonarono molto prima della fine del terzo margine. Erano distanti, ma facilmente distinguibili nel vento che li trasportava. Gli esploratori dei testimoni avvertirono il reggimento. Nessuna sorpresa, dunque, pensò Nicon, né da una parte né dall’altra. Solo uno scontro aperto, schieramento contro schieramento, sulle pianure sconfinate del vespro. Ordinò agli uomini di muoversi al trotto. Adesso era importante intuire le mosse del nemico, ascoltare il cuore del guerriero e la mente del mago,  voci interiori che attraverso le stagioni ogni cavaliere della gilda aveva imparato a codificare. Potevano farcela, ma lo scopo non era quello di sbaragliare l’esercito nemico. L’essenziale era sopravvivere, per il bene di ogni Arcon e per il futuro di Limbo.
Nei riflessi rosati nei quali si perdeva l’orizzonte, apparvero i Testimoni di Seidon. Uno schieramento ordinato di lance e vessilli, una formazione allargata in semicerchio che poteva contare almeno un migliaio di elementi. Nicon si chiese se fossero solo quelli. Il rapporto era di dieci a uno, ma gli uomini della gilda avevano la magia dalla loro parte, e questo non era un vantaggio da poco. Le due falangi laterali dello schieramento di Nicon si erano perse nella distanza, ma l’accerchiamento poteva essere evitato solamente se i suoi uomini avessero agito con tempismo. Le armate stavano ancora studiandosi.
Un vessillo bianco svettò sopra gli altri, e un corno intimò ai Testimoni di fermarsi. Nicon rallentò l’avanzata ma non si fermò. Sentiva i cavalli dei suoi uomini scalpitare alle sue spalle, consci di ciò che li aspettava. Bisbigliò poche parole in lingua Bit, e la sua vista, amplificata dalla magia, riuscì a vedere chiaramente quello che stava succedendo nei pressi del vessillo appena issato. Un uomo afferrò un rotolo di pergamena dalle mani di un cavaliere più anziano, probabilmente lo stesso primo ministro Tawares. Poi il messaggero spronò il suo cavallo allontanandosi dal reggimento.  Si arrestò a una cinquantina di passi dal gruppo di Nicon, che nel frattempo si era fermato.
«Ho una consegna per il vostro capo» disse il messaggero, alzando la mano e mostrando la pergamena.
Nicon ordinò ad uno dei suoi uomini di andare a prendere l’ambasciata. Tutto si svolse nel silenzio rotto dai fischi del vento e dallo scalpiccio dei cavalli. Il messaggero e il cavaliere della gilda tornarono alle rispettive guarnigioni.
Nicon lesse il messaggio. Lo lesse a tutti quanti, perché non aveva segreti per i suoi uomini, e le decisioni che lui prendeva erano sempre condizionate dall’umore di tutto il gruppo. La gilda agiva come un’entità unica, la cui coscienza era la somma delle coscienze di tutti gli uomini.

“Anime perdute, uomini senza più fede, io mi rivolgo a voi come il pastore si rivolge alle sue pecore, che in preda alla follia si gettano in una corsa sfrenata verso le oscurità del bosco, dove le aspetta un branco di lupi affamati. Io sono il primo ministro dei testimoni che portano la parola del grande Seidon, e il mio nome è Tawares. Siete ancora in tempo per redimervi, per abbracciare la parola del sommo padre. Deponete le spade e allargate le vostre braccia in modo che noi possiamo abbracciarvi, e condurvi alla conoscenza. Altrimenti saremo costretti a fermarvi, e fermare così la diffusione delle vostre assurde dicerie, che corrompono le anime di ogni Arcon di Limbo. Alzate il vessillo bianco ed arrendetevi, perché l’unica altra vostra alternativa è la morte.”

Attese alcuni istanti prima di chiedere ai suoi uomini cosa avrebbe dovuto rispondere. Gli occhi gli caddero sul volto dell’Elenty, deformato da un bizzarro sorriso. C’era poco da ridere, pensò.
«Cosa rispondete, uomini?» chiese.
E i suoi uomini risposero con un grido di battaglia. I cavalli si mossero irrequieti, ma un attimo dopo vennero spronati al galoppo. Due urli identici si alzarono oltre le file dei Testimoni di Seidon. Le falangi li avevano superati e adesso si trovavano alle loro spalle. La battaglia ebbe inizio.
Gli incantesimi vennero lanciati, e subito incominciarono le allucinazioni. I Testimoni urlarono davanti alle apparizioni di creature deformi e abominevoli. Nicon sperava di infliggere subito un colpo vincente, per potersi ritirare verso le montagne ed attendere le conseguenze di una piccola vittoria. Forse Tawares li avrebbe lasciati stare per un po’. In fondo la sua idea non era mai stata quella di sbaragliare l’esercito nemico, ma di prendere tempo. I Testimoni erano Arcon come lui, ignari della verità su Limbo e accecati da stupide menzogne.
Le urla si mischiarono, quelle di orrore da una parte e quelle di grinta e determinazione da un’altra. Le tre falangi piombarono sulle linee dei religiosi con una forza distruttiva. Una buona parte dei Testimoni stava combattendo contro i propri incubi, suscitati dalla magia dei loro nemici. Chi riusciva a vedere oltre le creazioni spettrali, ingaggiò il corpo a corpo. In quella situazione l’equilibrio numerico era stato ripristinato, ma presto l’effetto delle visioni sarebbe terminato e i Testimoni avrebbero riconquistato il vantaggio.
Tzadik roteò la spada cercando l’elmo di un avversario. Una mossa azzardata che portò i suoi frutti. Il cavaliere venne disarcionato dal proprio cavallo, e crollò al suolo con un tonfo sordo. Più tardi il giovane avrebbe ricordato solo quell’evento nei minimi particolari. Il resto era una confusa accozzaglia di immagini di violenza ed assordanti cozzi di metalli.
Yumo fece quello per cui era nato e presto creò un vuoto attorno a Jade e al vecchio Misar. L’Arenty era privo di cavalcatura, ma superava in altezza la testa di qualsiasi cavaliere. Piantato saldamente sulle sue gambe, roteava l’ascia in micidiali fendenti. Caddero tre teste prima che i Testimoni si rendessero conto che non conveniva farglisi vicino.
Rivier si tenne defilato, con Mylo sempre accanto. Innalzò una protezione attorno a loro e attese. I Testimoni sembravano ignorare i due, o forse non riuscivano a vederli. Mylo si tenne vicino al maestro cercando di ricordare le parole che controllavano gli elementi. Scoprì presto che la battaglia e le esercitazioni erano due cose completamente diverse.
Nonostante la forza d’urto di quel primo impatto, le file dei Testimoni si ricomposero velocemente, e fu inevitabile l’accerchiamento. Nicon teneva impegnati tre cavalieri, ma riuscì a scorgere con la coda dell’occhio un paio di compagni cadere sotto i colpi dei nemici. Dovevano uscire da quella situazione, altrimenti non ci sarebbe stato scampo. Evocò uno strappo di luce che accecò temporaneamente i suoi contendenti. Ordinò di sfondare l’accerchiamento, ma il caos era pressoché totale. Fu in quel momento di scompiglio che Rivier spaccò la terra sotto i piedi dei cavalieri. Nessuno aveva mai assistito ad un portento simile. La terra smossa formò uno sbarramento. I cavalieri della gilda si mossero rapidi, salirono sul terrapieno e si prodigarono in una veloce ritirata. Poi ripresero formazione fuori dall’accerchiamento. I due schieramenti erano di nuovo faccia a faccia.
Lontano i corni strillarono nel vento delle praterie. Nicon si voltò e vide ciò aveva temuto di più. Una seconda armata, almeno cinquecento elementi, stava sopraggiungendo alle loro spalle. Era la fine. Dovevano fuggire, adesso, in qualsiasi modo. Dovevano spaccare le linee, oppure dividersi, perdersi nelle pianure. Forse si sarebbero riuniti un giorno. Forse la Gilda sarebbe tornata ad esistere, forse…
Era pronto a dare il segnale di ripiegamento ma qualcosa lo fece fermare. Il suono dei corni non era quello di una carica ma di una ritirata. E allora apparve, magnifica e terribile, un’isola galleggiante nel cielo rosato delle pianure, tutta a rocce e a guglie, nera come l’ebano, scintillante come la pirite. Sawar stava arrivando.
La battaglia s’interruppe. Gli uomini abbassarono le armi. Davanti a quella visione apocalittica nessuno riuscì a muoversi. I Testimoni videro i loro compagni cadere uno a uno, afferrati sadicamente da quelle creature di pietra che le leggende chiamavano Belve. In realtà Gargoyle oppure Golem sarebbero stati termini più appropriati, dato che Sawar era capace di animare ciò che era inanimato, e trasformare statue di roccia in micidiali macchine da guerra.
La ritirata dei Testimoni si stava trasformando in un’autentica carneficina.  Nicon ordinò di serrare le file, volgendo le spalle si loro contendenti. Lentamente anche i Testimoni presero posizione. Era avvenuto ciò che si era aspettato. Sawar era il nemico comune e lo avrebbero combattuto insieme; il diritto alla vita degli Arcon contro la follia dell’Elenty corrotto.
«Seguitemi!» disse Rivier rivolto ai due ragazzi che gli erano  vicino, l’apprendista Mylo e  il giovane Tzadik. I tre si diressero dietro le formazioni dei cavalieri. Incontrarono anche la ragazza Keeper e i suoi compagni, i quali si unirono a loro ed insieme uscirono dai manipoli. La torre si avvicinava velocemente. Ancora qualche istante e le belve avrebbero attaccato le prime file occupate dagli uomini di Nicon.
«Ho bisogno di tutto il tempo che riuscirete a darmi. Se vogliamo fermare quel pazzo, dovrò usare ogni stratagemma di mia conoscenza, ma avrò bisogno di concentrazione. Per questo vi ho portato qua…» Rivier era sceso da cavallo. Stava già componendo dei disegni con le mani, e il crepitio aleggiava nell’aria.
Jade spiegò all’Arenty cosa doveva fare, e il gigante si posizionò davanti al gruppo. Mylo e Tzadik si appostarono con i cavalli poco più dietro. Anche Misar e la ragazza erano pronti a combattere. L’evocazione dell’Elenty ebbe inizio, e il crepitio divenne un suono così sgradevole che ritornò sovente negli incubi di coloro che lo udirono.

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Published in: on gennaio 15, 2010 at 8:25 am  Comments (2)  
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CAPITOLO 10: Ritorno dall’abisso – Prepararsi alla battaglia

PREVIOUSLY ON LIMBO…

Jade degli Arceri Rossi è un Keeper, protettore degli oggetti sacri di Seidon. Insiema a Misar e il gigante Yumo, si reca presso la Gilda di Nicon, dove conosce il giovane Tzadik…

…nel frattempo il mago Rivier e il suo apprendista Mylo vengono catturati dai Testimoni di Seidon, fanatici religiosi pronti a muovere battaglia contro gli eretici della Gilda di Nicon. Una volta che i due prigionieri sono condotti al cospetto del primo ministro Tawares, vengono misteriosamente rilasciati…

…segretamente i due maghi fuggono dall’accampamento per andare ad avvertire Nicon dell’imminente battaglia. Una volta giunti presso la gilda irrompono nella tenda nella quale  Nicon e il gruppo di Jade discutono animatamente. Pochi istanti più tardi la ragazza viene colta da un malore…

…intanto la torre galleggiante di Sawar  avanza portando con se distruzione e morte. Lo stregone corrotto è ossessionato dalla ragazza e dal suo oggetto.

CAPITOLO 10: Ritorno dall’abisso – Prepararsi alla battaglia

Nella tenda che era stata del padre di Jade, il respiro della ragazza era lieve ma regolare. Misar le teneva la mano, mormorandole parole rassicuranti. Si augurava che se fosse riuscita ad agguantare anche una singola sillaba di quel turpiloquio, sarebbe stata capace di risalire dall’abisso in cui era sprofondata.  Yumo stava in piedi a due passi da loro. Non si muoveva e teneva l’ascia pronta. Nella tenda c’era anche Nicon, ma il gigante non gli permetteva di avvicinarsi. Stava per concludersi il quinto margine, e presto la notte improvvisa di Limbo sarebbe calata accendendo nel cielo la cometa. Il capo della gilda era combattuto. L’Elenty gli aveva parlato di un possibile attacco a sorpresa da parte dei Testimoni di Seidon. Lui avrebbe volentieri ignorato quel segnale, ma qualcosa gli diceva che il Primigenio non stava mentendo. D’altra parte però non potevano muoversi, se non volevano mettere in pericolo la ragazza, e per quanto a lui non interessasse il destino di un Keeper, rimaneva un uomo d’onore. L’ospitalità era sacra, e se fosse capitato qualcosa alla ragazza non se lo sarebbe mai perdonato.
Pensava a tutto ciò mentre osservava il gigante Arenty ed il vecchio, in ginocchio accanto al gracile corpo di Jade. Aveva offerto il suo aiuto, aveva provato ad attingere alle sue conoscenze magiche per riportare indietro la ragazza, ma non ci era riuscito. Qualcosa di oscuro e potente l’aveva colpita. In principio credeva fosse opera di quel Rivier, per questo motivo gli aveva intimato di allontanarsi dalla ragazza. Adesso invece credeva che dietro al sortilegio ci fosse qualcun altro, un nome che era ben conosciuto in tutta Limbo, ma che nessuno osava pronunciare.
«L’Elenty dice che forse potrebbe aiutarla» disse Nicon, rivolto al vecchio. Misar interruppe la litania e aprì gli occhi.
«Hai detto che non c’è da fidarsi di lui.»
«Beh, vorrei non essere costretto a fidarmi, ma se avesse ragione e i Testimoni ci sorprendessero davvero in queste pianure, non avremo scampo, né i miei uomini né tanto meno voi tre. »
Misar annuì, accarezzando la fronte della ragazza.
«Perché ce l’hai con lui?»
«Vecchio, non ho nulla contro di lui in particolare, ma ce l’ho con gli Elenty, e se tu avessi a cuore il destino di ogni Arcon come ne ho io, anche tu faresti fatica a fidarti di uno come lui.»
«Ancora i Misteri? E se ti sbagliassi?» La domanda di Misar rimase sospesa. Nicon gli regalò un sorriso amichevole, che nascondeva un pizzico di arroganza.
«Va bene, digli di venire» concluse il vecchio, tornando a guardare la ragazza.
Nicon uscì dalla tenda e si avviò verso il limitare dell’accampamento, oltre una duna ricoperta di sterpaglie rivolta verso le lontane montagne. Laggiù c’erano i due stranieri, e insieme a loro il giovane Tzadik. C’era qualcosa che lo affascinava in quel ragazzo. Gli ricordava la sua adolescenza. La curiosità, la caparbietà e la purezza, qualità essenziali per chi voleva conoscere i Misteri e difendere Limbo dall’ignoranza dei religiosi e dagl’infimi progetti dei Primigeni.
Decise che avrebbe assecondato la sua indiscrezione, ignorandolo di proposito, lasciando il guinzaglio il più lungo possibile.
«Se le tue non sono fandonie, non ci rimane molto tempo per organizzare una controffensiva» esordì Nicon, appressandosi ai tre. Si alzò un vento caldo che portava il profumo del mare infinito. Ma il mare distava molti giorni di marcia dalle pianure del vespro.
«Bene, finalmente possiamo muoverci…» borbottò Rivier sottovoce. Mylo soffocò un sorriso. L’Elenty s’incamminò speditamente verso la tenda di Jade. Non degnò Nicon neanche di uno sguardo. Il capo della gilda rimase immobile, scrutando l’orizzonte.
«Sono laggiù?» domandò.
Mylo si schiarì la voce.
«Si…» fu tutto quello che disse.
Tzadik, in attesa di una ramanzina, si tenne a qualche passo di distanza, ma Nicon continuò ad ignorarlo. Presto sarebbero giunte le tenebre, e di notte i Testimoni non avrebbero di sicuro attaccato la carovana. Manipolando la realtà, gli uomini di Nicon potevano vedere molto meglio al buio.
La battaglia, se ci sarebbe stata, li aspettava il giorno dopo.

Rivier si avvicinò alla ragazza protendendo entrambe le mani. L’Arenty non lo perdeva d’occhio. Misar si era spostato ed osservava la scena da un angolo della tenda.
L’Elenty appoggiò i palmi sul petto che si alzava ed abbassava dolcemente, ma evitò di toccare il medaglione legato al collo. Iniziò a deformare la realtà con parole sottili, muovendo impercettibilmente i polpastrelli. Era un lavoro alquanto delicato, comparabile ad un’operazione chirurgica. Recuperare l’entità e riportarla nel corpo senza danneggiarne la struttura. Un compito non facile ma fattibile. Eppure c’era qualcosa che ostacolava il ritorno.
«Misar, ho bisogno del tuo aiuto…» sussurrò l’Elenty rimanendo con le mani sopra il torace della ragazza. Il vecchio gli si fece accanto.
«Dimmi…» domandò.
«Devi fidarti di me. Dimentica per un momento le regole e le leggende. Non aver paura…» Rivier si fermò, per dare la possibilità al vecchio Arcon di comprendere bene quello che gli aveva appena chiesto. Poi riprese a parlare.
«Devi rimuovere il medaglione» disse.
Misar non nascose la meraviglia. Gli oggetti di famiglia erano sacri. Solamente gli ereditari potevano rimuoverli dai Keeper, e le leggende Arcon parlavano chiaro riguardo alle maledizioni che cadevano su coloro che si permettevano di fare una cosa del genere senza il consenso dello stesso Keeper. Adesso quell’Elenty, vera e propria leggenda vivente al suo cospetto, gli chiedeva di rimuovere l’oggetto da Jade.
«Arcon, se vuoi che lei si risvegli, fai quello che ti dico» incalzò Rivier. Erano le parole di cui Misar aveva bisogno. Avrebbe fatto qualsiasi cosa per quella ragazza che sentiva come sua figlia. Aveva promesso al suo amico Ethan che l’avrebbe protetta, e la paura di una maledizione non l’avrebbe certo fermato.
Avvicinò le dita alla catena del medaglione, aspettandosi di rimanere fulminato. Invece non successe niente. Fece passare l’oggetto oltre la testa della ragazza dormiente, e lo depose accanto, felice di liberarsene il più velocemente possibile.
Rivier tornò a blaterare in quella lingua complicata che era il Bit, l’idioma dei maghi. Trascorsero attimi che parvero a Misar interi cicli. La fronte dell’Elenty s’imperlò di sudore, ma alla fine un sorriso gli si disegnò sul volto. Disse «Ci siamo…», e un attimo dopo la ragazza riaprì gli occhi.
«Chi sei?» sussurrò. Poi la mano le andò di scatto al collo. Sbarrò gli occhi quando si accorse che il medaglione non era più lì, ma Misar fu svelto a rimetterglielo al collo. Il volto di Jade si rilassò, ma aspettava una risposta.
«Mi chiamo Rivier. Qualcuno ha estirpato la tua entità. Eri davvero lontana, ma sono riuscito a riportarti da noi…»
La ragazza cercò di tirarsi su, ma capì che non era una buona idea. Rimase supina e cercò con gli occhi i suoi due amici, che non si erano mai mossi dal suo cospetto.
«È vero, ero molto lontana. È stato lui…» la frase le morì in gola.
«Ancora quell’uomo?» domandò Misar, prendendole la mano.
«Sawar è il suo nome. Il Delirante Demolitore di Limbo.» Quelle poche parole, pronunciate a voce alta dall’Elenty, rimbombarono nella testa di Jade. Sawar era una leggenda, un brutta storia da raccontare ai bambini cattivi, un nome che metteva i brividi e che pochi avevano il coraggio di pronunciare.
«Ma come è possibile…» Misar non riuscì a terminare la frase.
«Cosa sapete di Sawar?» domandò Rivier, alzandosi in piedi. Jade lo guardò dal basso, leggenda tra le leggende, Elenty immortale, mago e divinità al tempo stesso. O forse solamente un uomo.
«Ho sempre creduto che fosse una favola, come quella degli orchi…»
«Sawar è tutt’altro che una favola. Egli è molto più reale di quello che immagini. Naviga Limbo su una Torre Galleggiante, distruggendo tutto quello che incontra. Anche lui è un Elenty come me, ma al pari dei suoi amici, Davinia la perfida ed Ekaron il matto, desidera solo una cosa: distruggere Limbo e tutti gli Arcon che lo abitano.» Poi la voce dell’immortale si affievolì. Tornò a guardare negli occhi la ragazza.
«Il tuo medaglione. Lui lo vuole, e farà tutto ciò che è in suo potere per averlo. Per interi cicli lo ha cercato in lungo e in largo, e adesso è riuscito finalmente a localizzarlo. Sarà qui presto, temo. Voleva rallentarti e ci è riuscito, ma se non ti avessi risvegliato per te non ci sarebbe stato scampo.»
«Perché io? Perché il medaglione?» La voce di Jade era strozzata da un senso di disperazione.
«Il medaglione contiene il doppione di Sawar, la sua entità duplicata. Crede che gli appartenga, ma non è così. Ma è inutile che provi a spiegarvi oltre. Sappiate soltanto che Sawar farà di tutto per averlo.»
«Ma come potrei fronteggiare un mostro come Sawar?» Non sembrava esserci una risposta a quella domanda. Rivier rimase in silenzio, osservando l’Arenty. Il gigante non sarebbe durato molto contro le belve al servizio dell’Elenty corrotto.
«È solo il medaglione che vuole. Dopotutto non vale un granché, se non credi alle leggende Arcon» affermò Rivier con leggerezza. Jade gli rivolse uno sguardo carico d’odio. Come poteva chiedergli una cosa simile? Abbandonare l’oggetto di famiglia era il gesto più disonorevole che si potesse compiere. Nessuna comunità l’avrebbe più accettata, tranne forse la Gilda di Nicon, per non parlare dei Testimoni che l’avrebbero accusata di alta eresia, e condannata al rogo. E poi, malgrado le cose che aveva sentito, lei credeva ancora nella sua missione.
«Non posso decidere per te, ragazza. Comprendo benissimo come ti senti, ma io ti ho solo detto come la penso. Spero di esservi stato d’aiuto. Se desiderate altre risposte, potete trovarmi nella mia tenda.» E dettò ciò Rivier uscì, nelle ombre del primo margine della notte.
Jade lo guardò allontanarsi, quasi incapace di pensare. In meno di un giorno l’intera sua percezione del mondo era cambiata, la lotta interiore per accettare il suo destino di Keeper si era trasformata nel disappunto di essere un inutile pedina di un gioco troppo grande. Verità, mezze verità, verità incomprese ed incomprensibili. Forse la notte avrebbe portato consiglio, almeno che l’uomo dei suoi incubi non l’avesse sorpresa nel sonno.

Rivier si recò da Nicon. Questa volta l’Arcon lo ricevette senza mostrare reticenza. Sentiva che qualcosa di brutto stava per succedere. A suggerirglielo erano i suoi sensi di mago, e di loro si era sempre fidato.
«Come sta la ragazza?» domandò secco il capo della gilda.
«Adesso bene, ma le cose potrebbero mettersi ancora peggio di come sono.»
«Cosa vuoi dire?»
«Lo stregone che ha giocato con la sua anima sta venendo qua. Vuole il medaglione che ha al collo, l’oggetto sacro…»
Nicon scrutò le espressioni indefinibili dell’immorale. Cercava un appiglio per rifiutare quello che aveva appena intuito.
«Sawar…» sussurrò l’Arcon.
«Proprio lui» annuì Rivier.
Trovarsi tra l’incudine e il martello era una situazione che lasciava solo una possibilità. Bisognava trasformare quella terribile contingenza in un’arma a proprio favore. Nicon riunì i suoi uomini davanti al fuoco. Rivelò loro ciò che sarebbe successo il giorno dopo, la morsa letale nella quale si trovavano. Disse di dormire un buon sonno, perché poteva essere l’ultimo. Non servivano vere e proprie strategie, perché nessuno poteva davvero prevedere cosa sarebbe successo. Ma Nicon parlò molto quella sera, e tutti lo ascoltarono, anche la ragazza e il vecchio, con l’Arenty muto che non li perdeva d’occhio. Rivier, insieme al suo allievo, riconobbe il valore di quell’uomo, la risolutezza nella sua voce e nel suo volto, rischiarato dalle fiamme del campo. Forse poteva esserci una speranza per la gilda. Forse.
Ed infine Tzadik, che credeva di aver trovato dei nuovi amici. Aveva parlato molto insieme a quel ragazzo, apprendista stregone e compagno dell’Elenty. Mylo era il suo nome, e in qualche modo lo sentiva vicino. Le strade si erano incrociate. Succede sempre così, quando la storia si avvicina ad una svolta. Qualcosa di grande stava per succedere, e tutti, chi più chi meno, riuscivano a sentirlo.
Eppure nessuno poté immaginare quello che accadde il giorno che seguì.

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Published in: on gennaio 8, 2010 at 8:35 am  Comments (2)  
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CAPITOLO 9: Nella Tenda di Nicon

In questo capitolo i protagonisti del libro finalmente s’incontrano ed i Misteri vengono in parte rivelati. É un momento importante per la storia perché si forma ufficialmente la compagnia d’avventura, nel classico stile della campaign classic, un vero e proprio “must” della fantasy moderna.

L’illustrazione di Charles Huxley sará disponibile nei prossimi giorni.

Dopo una lunga giornata a cavallo, Nicon ordinò finalmente di innalzare il campo per la notte. Le piane si estendevano fin dove l’occhio si perdeva, in ogni direzione. Era un paesaggio inconsueto per Limbo. Le terre che fuoriuscivano dallo strappo sotto il Sole Azzurro si alternavano in modo del tutto casuale, e solo raramente nascevano distese sconfinate come le pianure del vespro. Per attraversarle totalmente sarebbero state necessarie altre tre intere giornate di marcia.
Jade sperava di poter finalmente chiarire alcuni punti scuri della vicenda. La sera prima Nicon li aveva accolti calorosamente, ma non si era intrattenuto oltre il tempo dei convenevoli. Misar aveva accennato qualcosa, Nicon sembrava aver capito, ed aveva più volte rivolto lo sguardo verso il medaglione. Ma la giornata era stata faticosa e poi c’era la festa, il vino e gli uomini della Gilda che aspettavano il loro capo. Li aveva chiesto di dormire nella sua tenda, un gesto di grande ospitalità, e poi si era dileguato, con la promessa che il giorno dopo si sarebbe intrattenuto con loro più a lungo.
Ma la mattina, poco dopo lo strano incontro con quel ragazzo, la carovana si era messa subito in viaggio. Nicon voleva attraversare le piane al più presto. Non si sentiva sicuro in quel paesaggio così esposto, e quelli erano tempi strani. I Testimoni di Seidon erano diventati astiosi e c’erano stati degli scontri. Nicon si era affacciato nella sua tenda e aveva dato il buongiorno a lei e ai suoi amici. Sarebbero partiti al più presto, e un volta accampati di nuovo avrebbero parlato. Jade adesso ci contava.
Yumo iniziò a montare la tenda, non distante da quella del capo della carovana. Misar lo aiutava mentre Jade accendeva un piccolo fuoco. Non poté fare a meno di notare quel ragazzo in cui era inciampata quella mattina. Si dava da fare, in maniera un po’ maldestra, con un groviglio di funi. Era a pochi passi da lei. I loro occhi s’incrociarono ed entrambi percepirono che non era una coincidenza. Jade si sentì un po’ ridicola e attaccò a parlare.
«Hai bisogno d’aiuto con quelle corde?» chiese.
«No, grazie. Tutto a posto…» rispose Tzadik, continuando il suo lavoro. Ma la situazione lo aveva confuso e le funi si erano aggrovigliate ancora di più. Jade si avvicinò e lui gettò per terra la matassa di corda sbuffando. Poi tutti e due si misero a ridere.
«Che imbranato che sono!» ammise sconsolato il ragazzo.
«Ma no, che dici!» lo confortò lei. Ed insieme, in pochi istanti, disciolsero i nodi.
«Sei un Keeper, vero?» la domanda gli era sorta d’impulso. Non ci aveva neanche pensato, si sentì irriverente, arrossì non riuscendo a capacitarsi del perché gli era uscita dalla bocca. Ma Jade non rimase né sorpresa né tanto meno offesa.
«Peggio di una lanterna nel buio, non credi!» rispose ridendo.
«Che vuoi dire?»
«Il gigante Arenty che non mi lascia sola un momento, il medaglione al collo… Come potrei passare inosservata?»
«Beh, perché dovresti? I Keeper sono rispettati in tutte le terre.»
«É vero, ma hanno anche loro dei nemici. Per questo viaggiano da soli, insieme ai loro Protettori.» Jade si era riaccostata al suo fuoco. Il ragazzo l’aveva seguita a due di passi di distanza.
«Scusami, ma non ce la faccio proprio a resistere. So che non sono affari miei, ma perché siete venuti da Nicon? In tutta Limbo forse è lui l’unico che non vede di buon occhio i Keeper e le leggende della montagna sacra.» Tzadik conosceva bene l’inclinazione del proprio maestro. La Gilda rispettava i Keeper, perché erano Arcon e rappresentavano per ogni Arcon la speranza di un mondo nuovo. Ma gli oggetti di famiglia erano legati agli affari degli Elenty e Nicon provava un odio profondo per i primigeni. Tzadik non conosceva ancora a fondo i Misteri, e sentiva che gli mancava qualcosa per riuscire ad afferrare il senso del disegno.
«Ho bisogno di conoscere i Misteri e nessuno meglio di lui può darmi le risposte che cerco.» Jade si sentiva stranamente tranquilla. Stava rivelando troppo a quel ragazzino? Beh, se anche fosse stato così, sentiva che poteva fidarsi.
«Un Keeper che vuole conoscere i Misteri? Se Tawares lo venisse a sapere ti farebbe togliere l’oggetto.» A queste parole Jade fece un passo all’indietro afferrandosi il medaglione. Ma quello che diceva Tzadik era vero. Per i Testimoni i Keeper erano dei santi, discendenti dei prescelti da Seidon per portare a compimento la grande missione. Ogni Keeper onorava il suo compito con la consapevolezza di essere parte della speranza del popolo Arcon. Quando il tempo dell’Emersione sarebbe giunto e gli oggetti fossero stati portati alla montagna sacra, le antiche città sarebbero tornate ed il mondo si sarebbe finalmente fermato. Chi credeva ai Misteri, da quanto ne sapeva lei, reputava tutta questa faccenda una grossa invenzione.
«É vero quello che dici, ma ho bisogno di sapere…»
La conversazione era terminata ed entrambi lo sapevano. Rimasero ancora un po’ a vedere ardere i tizzoni del fuoco, poi il ragazzo salutò la ragazza e se ne tornò alla sua tenda. Mentre le pianure si coloravano di vermiglione, Jade seppe che il settimo margine stava per finire. Presto Nicon l’avrebbe ricevuta.

Tzadik non perse d’occhio per tutta la sera le due tende vicine alla sua. A destra c’era quella della ragazza, del vecchio e del gigante. Dietro, a una ventina di passi di distanza, si ergeva quella di Nicon. Nel campo c’era un gran movimento, ma quando arrivò l’ora di cena, tutti si ritirarono nelle loro tende, meno che una decina di uomini che avevano il compito di rimanere di guardia. Nelle piane si aggiravano lupi, iene, e altre creature poco amichevoli. Era sempre meglio rimanere all’erta.
Il ragazzo si era sentito subito attratto dalla Keeper, ma non era una questione fisica. Entrambi si trovavo in una fase della loro adolescenza in cui i tumulti emozionali erano una norma, ma tra di loro sembrava esserci qualcos’altro. Era la stessa sensazione che aveva sentito quella notte, svegliato dal sogno in cui Nicon chiedeva il suo aiuto, sotto la montagna sacra. Quel sogno aveva stravolto la sua intera esistenza e con tutta probabilità, se avesse ascoltato nuovamente la sua voce interiore, si sarebbe presto cacciato in una altro bel guaio.
Nell’oscurità rischiarata a tratti dai falò del campo, Tzadik vide i tre stranieri uscire dalla tenda e approssimarsi a quella di Nicon. Le guardie parlarono a bassa voce con la ragazza, poi scostarono le falde che nascondevano l’entrata lasciandoli passare. Il ragazzo si mosse veloce come un gatto. Disse ai suoi compagni di tenda, allievi come lui, che aveva bisogno di un po’ d’aria, e sgattaiolò di soppiatto oltre la visuale delle guardie. Aggirò la tenda in cui era entrata la ragazza, seguita dal vecchio e dal gigante, e si accasciò in un angolo d’ombra dal quale avrebbe potuto origliare indisturbato. Si sentì in imbarazzo solo per un momento, poi le persone all’interno incominciarono a parlare, e lui fece del suo meglio per non farsi sfuggire nemmeno una parola.
«Vorrei innanzitutto ringraziarti per la tua ospitalità. I tuoi uomini sono molto gentili con noi.» Era la voce della ragazza, riconoscibilissima.
«É quello che ci si aspetta, no?» Nicon non perse tempo a manifestare la propria posizione. I Keeper erano ben voluti nella Gilda, ma a lui non piacevano.
«Non c’è bisogno di essere scortesi…» era il vecchio che stava parlando. «Sappiamo che a voi non interessa il compito dei Keeper, ma se siamo venuti a cercarvi e a chiedere il vostro consiglio è perché crediamo che voi siate la persona giusta per parlare di certe cose.»
Dal silenzio che era calato improvvisamente Tzadik intuì che il maestro era rimasto colpito dall’intervento di quell’uomo.
«Ebbene, parlate allora. Come posso aiutarvi?»
La ragazza continuò.
«Recentemente ho avuto in consegna da mio padre l’oggetto di famiglia, il medaglione che porto al collo. Già prima che il passaggio fosse compiuto avvertivo qualcosa di strano, una presenza legata all’oggetto. Misar, fedele compagno di mio padre, mi ha poi rivelato che non era la prima volta che succedeva. Anche mio padre aveva avvertito una presenza strana, legata al medaglione. Dal giorno in cui lo indosso, il volto deforme di un uomo tormenta i miei sogni, e più di una volta ho avvertito il tocco di un’energia aliena, distante e incredibilmente potente. Le storie dei Keeper nella mitologia Arcon non parlano di cose del genere. Noi crediamo che questa presenza abbia a che fare con i Misteri.»
Il volto deforme di un uomo? Chi era quest’uomo? Tzadik accostò l’orecchio alla tenda, rischiando d’inciampare e di rivelare la sua presenza.
«Un Keeper che vuole conoscere i Misteri? Attenta ragazza, l’ignoranza è la migliore amica delle persone semplici. Potresti rimpiangere certe conoscenze.»
«Non ho paura di sapere quello che credi tu. So farmi le mie idee e comportarmi di conseguenza, ma spero di riuscire a far finire i sogni, o almeno a capire da dove vengono.»
«Va bene, ti dirò la verità, perché ragazza, sei libera di pensarla come vuoi, ma ricordati…» la pausa enfatizzò le parole di Nicon, «…quella che ti sto per rivelare è la sola verità.»
Ancora una pausa, e poi il maestro tornò a parlare.
«Probabilmente è l’inizio di un nuovo corso, perciò é bene incoraggiarlo. La presenza che tu senti dentro l’oggetto è l’Elenty a cui esso è legato. Che io sappia non è mai successo che un Keeper riuscisse a sentirla, ma forse sei una ragazza sensibile, o più probabilmente l’Elenty in questione è molto potente. Per quanto incredibile vi possa sembrare, Limbo non è stato creato da Seidon. Seidon, per quanto ne so io, potrebbe anche non esistere. Limbo è la creazione degli Elenty, i primigeni. Essi, per scampare alla distruzione del loro mondo, crearono un luogo d’attesa, un mondo fittizio in cui risiedere fino al giorno dell’Emersione. Se quel giorno arriverà, le essenze vitali degli Elenty, racchiuse negli oggetti di famiglia, lasceranno Limbo attraverso la montagna sacra. Niente città sepolte, nessun miracolo divino. Quando gli Elenty lasceranno questo mondo, Limbo non servirà più al loro scopo, perciò verrà distrutto.»
Le ultime parole di Nicon fecero fatica a prendere significato nella testa di Tzadik. Non ebbe neanche il tempo di reagire. Il maestro tornò a parlare.
«Avrete sentito parlare della magia, ma è probabile che nessuno di voi sappia che cosa sia. La magia esiste perché il mondo in cui viviamo è imperfetto, ed è imperfetto perché è stato creato dagli Elenty. Gli Elenty non sono dei, ma sono uomini come noi, e per quanto possano essere saggi e capaci, il mondo che hanno creato presenta dei difetti. È attraverso questi difetti che il mago manipola la realtà…»
Tzadik avvertì il tipico crepitio che anticipava un incantesimo. Il suo maestro stava dando una dimostrazione delle sue conoscenze magiche. Si augurò che anche lui presto sarebbe stato capace di manipolare la realtà. Era stanco degli esercizi fisici e della spada. Perso in questo pensiero, non si accorse che il lembo di tenda al quale era accostato si era sollevato. Era stata la magia di Nicon a rivelare la presenza del ragazzo.
«Come vedete può risultare molto utile conoscere qualche trucchetto. Il mondo è pieno di topastri ficcanaso.» Le parole del maestro trafissero Tzadik peggio di uno stiletto. Fece due passi dentro la tenda, anche se non aveva ben chiaro quello che avrebbe dovuto fare. Si sentiva gli occhi della ragazza addosso. Il sangue gli pompava in testa. Che figuraccia, pensò.
Ma in quel momento due guardie entrarono nella tenda e l’attenzione degli astanti fu immediatamente distolta. Nicon si voltò verso i due uomini chiedendo le ragioni di quell’incursione. Uno dei due parlò.
«Due persone si sono avvicinate al campo; un uomo anziano ed un ragazzo.»
«Chi sono?» la domanda di Nicon era incalzante.
«Il vecchio dice di chiamarsi Rivier. Il ragazzo invece Mylo. Dicono di avere delle informazioni importanti.»
«Offrite loro ospitalità e diteli che li raggiungerò al più presto, appena avrò finito con queste persone» ordinò il capo della gilda. Ma i due uomini rimasero fermi. Parlò il secondo, questa volta.
«Il vecchio sembrava impaziente di comunicare il messaggio. Ci ha detto che è una questione di vita o di morte.»
Nicon sbuffò. Era irritato e non  aveva premura di nasconderlo.
«Va bene allora! Fateli venire qui!»
Nel frattempo Tzadik era rimasto immobile, in attesa di conoscere il suo destino. Un affronto del genere poteva costare l’espulsione dalla gilda, ma il maestro non sembrò badare a lui. Si mise a camminare avanti e indietro nella tenda, in attesa che questi due nuovi misteriosi personaggi facessero il loro ingresso.
La ragazza e i suoi amici rimasero in silenzio, anche loro in attesa. Tzadik non sapeva cosa gli sarebbe aspettato, ma di una cosa era certo: la sua voce interiore lo aveva cacciato in un altro guaio.
Nel momento in cui Rivier fece il suo ingresso, preceduto dalle due guardie, Nicon scartò di lato ed estrasse la sua spada. Nei suoi occhi baluginò un lampo d’odio. Tra i denti sibilò le parole: «Tu, qui!»
Jade indietreggiò e Yumo le si piazzò davanti. Il gigante estrasse l’ascia, pronto a colpire. Le guardie si fecero di lato ed estrassero anche loro le armi. Nella tenda le fiamme delle lanterne sembravano si fossero smorzate da sole. Un manto d’ombra calò improvvisamente sulla scena.
«Che succede?» domandò Misar rivolto al capo della gilda.
Rivier si era fermato davanti all’ingresso, con Mylo accanto. Teneva le mani alzate in segno di resa, e sul suo volto placido gli si era dipinto un sorriso. Nicon però non ci badò.
«Che ci fai tu qui?» domandò, rimanendo in guarda con la spada.
«È  una questione importante, Arcon. Meglio che abbassi quella lama.» Anche Mylo rimase sorpreso da quelle parole. Non erano state pronunciate dalla voce del maestro Rivier, ma da una potenza che trascendeva la sua stessa immaginazione. Si voltò e vide il vecchio illuminarsi, un riverbero dorato che si spanse attraverso la tenda, scacciando le ombre. Tzadik aveva la bocca aperta, Jade era paralizzata, Misar mormorava tra se una preghiera a Seidon. Nicon rimase al suo posto, ma la spada gli si abbassò, e lui fu incapace di trattenerla. Yumo fu l’unico a rimanere impassibile, l’ascia pronta a scattare.
«La gilda è in pericolo. Tra due giorni al massimo il vostro manipolo verrò attaccato di sorpresa dai testimoni di Seidon. Non una semplice guarnigione, ma l’intero esercito guidato dal primo ministro Tawares in persona. Non è necessario avercela con noi. Portiamo solo il messaggio…» La luminescenza si abbassò. L’ombra tornò e poi si dissolse. Le luci nella tenda erano ritornate a fare il loro dovere, ma ancora nessuno si muoveva. Tutti sembravano attendere la reazione di Nicon.
«E perché dovrei credere alle parole di un Elenty?»
Il mistero era stato svelato. I presenti ci erano quasi arrivati da soli, ma quelle parole avevano distolto totalmente il velo. Quel vecchio era un Elenty, un primigenio, una delle creature più antiche di Limbo.
«Nicon, conosco la tua visione e so cosa pensi degli Elenty, ma so anche che sei un Arcon saggio e dai buoni propositi. Se Tawares sgomina la gilda, e ti assicuro che con gli uomini che ha raccolto al suo seguito riuscirà sicuramente a sconfiggervi, sarà un male per tutti. Le credenze degli Arcon prenderanno il sopravvento. Tawares cova in segreto una follia: distruggere il guardiano di Mountoor. Questo significherebbe la fine di Limbo.»
«Perché mai farebbe una sciocchezza simile?» domandò Nicon, incredulo.
«Lui crede che egli sia un demone al servizio di Kyos e che una volta rimosso arriverà il tempo dell’Emersione, i Keeper potranno recapitare gli oggetti sacri alla montagna e le antiche città torneranno dagli abissi. Sai bene che è tutta un’illusione…»
Nicon annuì, ma non disse niente. Rivier continuò a parlare.
«Se il gigante viene debellato, ed è comunque molto difficile che succeda, più nessuno proteggerà Limbo dai demoni esterni. Il Guardiano, come sai, non è solo uno strumento legato all’Emersione, ma è anche il custode del portale esterno…»
Rivier disse molte altre cose, ma i tre ragazzi, che si erano finalmente incontrati, non capirono quasi più nulla. In quella tenda si stavano prendendo delle grandi decisioni. Un pericolo gravava su Limbo, strani meccanismi erano stati innescati. Jade, Tzadik e Mylo, tutti e tre, capirono una cosa all’istante. In quella tenda le loro vite si erano intersecate, perché un disegno stava prendendo forma.
Poi Jade si accasciò per terra. Nicon e Rivier smisero di parlare, entrambi sorpresi dall’evento. Misar e Yumo si chinarono sul corpo della giovane Keeper.  Respirava ancora. Appena un alito di vita…

Continua la prossima settimana…

Published in: on dicembre 4, 2009 at 8:44 am  Comments (2)  
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CAPITOLO 7: La Gilda di Nicon

«Muovi quelle gambe!» disse l’uomo senza capelli.
«Lo sto facendo, maledizione!» rispose il giovane, mentre cercava di evitare i fendenti del maestro.
«Solo quelle possono salvarti» aggiunse l’uomo disarmando alfine il suo allievo.
Tzadik si afferrò le ginocchia e provò a riprendere fiato. La sua spada di legno giaceva a qualche passo di distanza, sprofondata nell’alta erba delle piane. Riusciva a percepire lo sguardo di Nicon sopra di lui.
«Stai migliorando, ma non abbastanza…»
«Non è vero. Tre stagioni fa non riuscivo neanche ad impugnare una spada, mentre adesso…»
«Adesso la tieni in pugno, per pochi istanti» terminò per lui l’uomo calvo.
Il giovane avvertì la tentazione di abbandonarsi allo sconforto. Era una trappola del maestro, lo sapeva. L’addestramento non si limitava ad affinare le abilità fisiche dell’allievo, ma anche quelle psicologiche. Le lezioni finivano spesso con un litigio o con un pianto. Nicon era abilissimo a farti arrabbiare. Si stupì del fatto che nessuno aveva mai perso la testa al punto da volerlo uccidere, o forse qualcuno ci aveva anche provato, pagandone ovviamente le conseguenze.
Nicon era un uomo straordinario. Non solo un abile cavaliere e uomo di spada, ma anche uno studioso dotato di una vasta conoscenza magica. Il gruppo di uomini che aveva richiamato attorno a se, durante le sue pellegrinazioni attraverso Limbo, lo amava e rispettava. Solo gli allievi lo odiavano, e questo la diceva lunga sui suoi metodi d’insegnamento.
La Gilda contava in totale un centinaio d elementi, e al momento vi erano altri cinque allievi insieme a Tzadik, ragazzi che come lui avevano ascoltato per tutta l’infanzia le leggende di Nicon e avevano sognato da sempre di far parte della sua carovana.
Gli allievi vestivano ancora i loro normali indumenti. Una volta  diventati a tutti gli effetti cavalieri della gilda, avrebbero finalmente indossato le vesti tipiche, sgargianti pantaloni giallo e rossi e il famoso “pojo”, la casacca colorata che altro non era se non una coperta di forma rotonda con un’apertura centrale dalla quale far passare la testa.
«Dai, torniamo all’accampamento. La lezione è terminata.»
Nicon gli voltò le spalle e s’incamminò in direzione delle tende e dei carri. Il suo pojo era diverso da quello degli altri, se possibile ancora più acceso e colorato. Tzadik alzò lo sguardo e sentì la rabbia sciogliersi come neve al sole. L’ammirazione per quell’uomo prese il posto della collera. Raccolse la spada di legno e lo seguì verso il campo dove li aspettavano i compagni.
Il settimo margine era appena iniziato e l’accampamento si stava preparando all’avvento della notte. Il grande cinghiale cacciato quella mattina sfrigolava sopra il fuoco, e gli uomini attendevano il manipolo che si era spinto fino alle fattorie dei contadini per acquistare una damigiana di vino . La festa sarebbe presto incominciata.
Non succedeva spesso, ma Nicon riteneva importante concedersi ogni tanto un banchetto. Era il suo modo per ringraziare Limbo della vita donata agli Arcon, una celebrazione della terra e del mutamento. Non credeva in Seidon e non percepiva il mutamento del mondo come una maledizione. L’idea che una ipotetica emersione riportasse indietro le antiche città non lo sfiorava neanche. Limbo era il mondo degli Arcon, ed ogni uomo avrebbe dovuto amarlo e rispettarlo come faceva lui.
Mentre camminava dietro al suo maestro Tzadik ripensò agli eventi che lo avevano condotto all’accampamento della Gilda, quel giorno di tre stagioni prima. Era cresciuto tra gli uomini delle montagne, non una vera e propria comunità ma un agglomerato di famiglie che abitavano gli altopiani centrali di Limbo, oggi ormai in procinto di scomparire oltre il Sole Rosso. Suo padre gli aveva insegnato come mettere le trappole nei boschi circostanti e quando e come tagliare la legna. Era un boscaiolo, una persona senza pretese. Ma con l’adolescenza la casa dei suoi genitori cominciò a stargli stretta.
Un giorno il capo villaggio tornò con le notizie della Colonna che si trovava a valle. La Gilda di Nicon voleva attraversare le montagne ed era probabile che sarebbe passata dai loro insediamenti. Ci fu subito un gran parlare e l’eccitazione contagiò tutti quanti. Molti fomentarono uno sgomento che poi si rilevò assolutamente immotivato. La carovana passò gli altopiani ma si accampò lontano dal villaggio, e gli uomini delle montagne potevano appena distinguere il fumo del bivacco sulla cresta opposta.
Quella notte Tzadik dormì un sonno poco tranquillo. I sogni lo condussero in strani luoghi, e vide due uomini che combattevano una battaglia all’ultimo sangue. Il cielo era nero sopra di loro e sullo sfondo vi era un’alta montagna. Poteva essere la montagna sacra.
Ad un tratto uno dei due uomini gli ordinò di andarlo ad aiutare. Lui si accorse di impugnare una spada, e di saperla usare. Poi il sogno si dissolse, lasciandolo ansimante tra le coperte del letto. A quel tormentato risveglio Tzadik seppe che l’uomo che lo aveva invitato alla battaglia era Nicon.
I suoi genitori dormivano ancora nella stanza accanto alla sua. La notte era alla fine del suo secondo margine. Lasciò un messaggio vergato di fretta, e qualche lacrima cadde sull’inchiostro, poi uscì di casa e seguì i sentieri che conosceva a memoria, tra boschi di bassi abeti e strette mulattiere. Il paesaggio diurno irruppe sulle montagne quando lui entrò nell’accampamento della Gilda.
Disse: «Un sogno mi ha detto che appartengo qui.»
Così gli uomini lo condussero da Nicon.
Il resto erano storie di addestramento, litigi e fatiche, momenti di sconforto in cui pensava ai suoi genitori e alle sue due sorelle. Più di una volta avrebbe voluto tornare su suoi passi, sgattaiolare di nascosto come fece quella notte, ma questa volta per tornare da dove era fuggito.
Raggiunsero il campo nel quale era evidente una certa frenesia per la festa in preparazione. Ognuno aveva un compito ben preciso e lo assolveva con la massima dedizione.  Non c’era posto per gente pigra nella Gilda di Nicon.
Due uomini si avvicinarono a Nicon prima che scomparisse dentro la sua tenda. Gli parlarono sottovoce e brevemente. Tzadik non riuscì a capire cosa stessero dicendo, ma vide il volto del suo maestro corrugarsi leggermente, mentre congedava i due uomini con nuovi ordini. I due cavalieri si allontanarono frettolosamente in direzione dei cavalli. Tzadik li seguì con lo sguardo, li vide raggrupparsi insieme ad altri quattro compagni e spronare le cavalcature attraverso le piane. In pochi istanti le sei figure divennero dei punti confusi sopra l’erba alta, poi scomparvero del tutto alla vista del ragazzo.
L’evento lo aveva molto incuriosito. Continuò ad aggirarsi per l’accampamento facendo finta di essere impegnato in qualche faccenda, ma tenne d’occhio l’orizzonte nel caso i cavalieri facessero ritorno. Nel frattempo arrivò il vino e l’atmosfera cambiò. Nicon uscì dalla tenda e dedicò un primo brindisi molto particolare alla terra. Parlò brevemente, nel silenzio che era improvvisamente calato sopra il campo, e alzò la coppa di liquido ambrato in segno di ringraziamento. Tutti i cavalieri ripeterono il gesto e così la festa ebbe inizio.
Il settimo margine era finito ed il cielo incominciò velocemente ad imbrunirsi. La cometa si accese nel cielo come una lanterna e le stelle brillarono formando disegni sconosciuti. Tzadik perse di vista l’orizzonte e dopo il terzo bicchiere di vino smise di pensare al misterioso compito dei sei cavalieri.
Trumad, uno degli uomini più anziani della compagnia,  conosceva molti Canti di Limbo ed aveva una bella voce. Intonò la storia del “vecchio sotto il tiglio”, mentre le fiamme gli illuminavano il viso e le corde del suo strumento, una mandola a otto corde, vibravano note dolci e tristi. Tutta la comunità era raccolta attorno al fuoco. La carne del cinghiale era tenera e saporita, il vino leggero ed insidioso. Tzadik si accorse che non tutti però si lasciavano andare alla bevuta. Lo stesso Nicon evitava di riempire il bicchiere e sembrava riporre una parte della sua attenzione altrove.
Mentre le note della canzone si spegnevano nel silenzio delle piane, si udì distintamente il rumore di alcune cavalcature in avvicinamento. Nonostante la festa ed il vino, gli uomini di Nicon scattarono in piedi con estrema prontezza. Ma fu lo stesso Nicon a intervenire tranquillizzando i compagni. I cavalieri che lui aveva mandato in ricognizione stavano tornando.
Tzadik se ne stava appoggiato contro la ruota di un carro, il bicchiere in una mano e un grosso pezzo di carne nell’altra. Aveva una visuale ampia della scena, e nel silenzio pressoché totale del campo, riusciva a sentire ogni singola parola. Ma le visioni di quella sera, riportate faticosamente alla memoria il giorno dopo, erano una confusa accozzaglia di immagini annegate nel vino.
Ricordava il piccolo drappello di cavalieri che scortava i tre stranieri, un vecchio, un gigante e una ragazza. Erano davanti a Nicon e gli chiedevano ospitalità. Si erano seduti accanto al maestro, e la serata era continuata all’insegna della festa. Poco dopo i tre si erano ritirati nella tenda di Nicon, e lui non ci aveva più pensato.

l7

Nella pungente aria mattutina delle piane, Tzadik sporse il naso fuori dalla sua tenda. L’accampamento era ancora immerso nel sonno. Si sentivano solo i sussurri dei tre uomini di guardia, nei pressi del fuoco del campo ormai diventato un letto di braci. Stavano preparando il tè.
Il ragazzo si trascinò all’esterno della tenda e si avviò fuori dall’accampamento, in direzione di alcuni alberi di basso fusto che formavano una piccola macchia. La testa gli pulsava ed aveva un bisogno disperato di svuotare la vescica. Mentre entrava nel boschetto, maledisse il vino dei contadini, così leggero e traditore. Non si accorse di niente fino a quando non si ritrovò disteso su un letto di foglie bagnate.
«Perché non guardi dove metti i piedi!»
Tzadik alzò lo sguardo e cercò di capire quello che era successo. Di chi era quella voce? Chi lo aveva fatto inciampare? Si afferrò la testa che adesso sembrava sul punto di esplodere.
«Ehi, mi ascolti?»
Era la voce di una ragazza. Mise a fuoco quel volto che si trovava proprio sopra di lui. Minuta, capelli castani, due occhi in cui annegare. Non sapeva proprio cosa rispondere, ma non gli importava. Voleva solo continuare a guardarla.
«Ragazzo? Che ti succede?»
«Scusami… Non ti ho vista arrivare.»
Lei gli offrì la mano per aiutarlo a rimettersi in piedi. In principio si sentì imbarazzato ad accettare l’aiuto di una ragazza, ma nello stesso tempo non voleva mostrarsi scortese. Afferrò la sua mano e si tirò su.
«Grazie, e scusami ancora.»
«Non ci pensare. Sei giovane per essere un cavaliere.»
«Non lo sono ancora. Mi stanno addestrando. Ti ho vista arrivare ieri sera insieme ai tuoi amici. Da dove venite?»
«Dalle terre dei laghi.»
Per un momento gli occhi di Tzadik andarono verso il medaglione che la ragazza portava al collo. Lei sembrò notare quello sguardo e istintivamente fece un passo all’indietro.
«Adesso devo tornare» disse lei.
«Si, certo. Ci vediamo al campo.»
In un attimo sparì alla sua vista. Lui rimase per un po’ immobile, cercando di metabolizzare quello strano ed improvviso incontro. L’insolito oggetto che portava al collo, le terre dei laghi, il gigante ed il vecchio che erano i suoi compagni di viaggio. Pensò distrattamente a tutto questo, ma scoprì che la cosa che lo aveva più colpito di quella misteriosa ragazza erano stati i suoi occhi.

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Published in: on novembre 6, 2009 at 9:06 am  Comments (2)  
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