CAPITOLO 5: Sawar

Il giorno era uguale alla notte, i sapori erano stupide percezioni neurali diventate insipide, il sesso riusciva ancora ad appagarlo solo grazie alle stregonerie di Davinia. Se la sua vita era destinata a spegnersi, probabilmente questo sarebbe accaduto insieme alla sua amante, mentre scalavano vette di piacere mai concepite da alcuna esistenza, Elenty, Arcon o altro.
Dalla finestra della sua stanza vedeva scorrere le terre di Limbo. La Torre Galleggiante si muoveva lentamente sopra il paesaggio, insieme alle Belve che nel procedere vi giravano intorno, saltellando coi loro corpi gibbosi, fatti di pietra e di gesso, meravigliose creature prive di anima al suo servizio. Non era stato facile intuire il segreto della vita e manipolarlo, uno degli enigmi meglio custoditi di quell’assurdo mondo. Lui era il solo in grado di farlo.
La noia era la sua più grande nemica. Per dodici cicli era vissuto in attesa, contando i giorni e dimenticandosi il modo in cui usava calcolare il tempo prima dell’avvento di Limbo. Di quel mondo remoto dove lui era nato ricordava poco o nulla. Ma vi era una cosa che era impressa indelebilmente nella sua memoria e che si affacciava regolarmente ogni giorno: il volto di suo figlio Thomas.
Lasciarlo fu il dolore più grande. Il ricordo continuava a tormentarlo, corrodendo la sua mente in quell’assurda vita di attesa chiamata Limbo. Piccolo Thomas dagli occhi celesti e il sorriso di sole. A volte sussurrava quel nome richiamando alla memoria il suo volto. E pensare che non riusciva neanche a ricordare il suo vero nome. Adesso si faceva chiamare semplicemente Sawar, e quella parola metteva i brividi a molti Arcon.
Osservò il sole assurdamente immobile sullo sfondo di un cielo violaceo. La cometa sfrecciava poco più sotto, stupido espediente che segnava il trascorrere del tempo. Nessun segno di un imminente eclisse. L’Emersione era un miraggio.

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Più di una volta aveva pensato di raggiungere la montagna sacra, Mountoor come la chiamavano gli Elenty, ed affrontare il Guardiano. Probabilmente non sarebbe riuscito ad avere la meglio su quel demone, ma tutto considerato, cosa aveva da perdere? Altri dodici cicli di attesa? No, grazie.
Ma una volta giunto alle porte del mondo, cosa avrebbe potuto fare? Uscire? Per andare dove? Forse in un’altra prigione come quella dalla quale proveniva, come quella in cui viveva da tempi immemorabili. Un’altra prigione come Limbo.
Osservava le pieghe della sua veste di seta, un milione di sfumature dorate. Dalle ampie maniche fuoriuscivano le sue mani nodose, lunghe dita affusolate capaci di deformare la struttura del mondo, ricrearla a suo piacimento e vincolarla al suo volere. Niente era più un segreto per lui.
Pensò alla mitologia Arcon ed al fratello di Seidon, il dio che condannò il suo popolo ad un continuo pellegrinare. Kyos si chiamava, lo squartatore del mondo. Sawar si sentiva esattamente come lui. Imprigionato in una terra confinata, pronto a reciderne gli orizzonti per farci vomitare dentro nuove terre, nuove vite, nuove possibilità. Niente era più corrosivo della condanna a vivere in un mondo chiuso.
Ma Kyos era una stupida rappresentazione di Loke, la forza imponderabile del sistema. Una leggenda che serviva a tenere buoni gli Arcon, niente più.
Vi era una cosa che lo tormentava ancor più del mondo in cui era condannato a vivere. Erano passati cicli e stagioni dall’avvento di Limbo e dalla scoperta del significato dei Frame, ovvero gli oggetti di famiglia. Gli Arcon credevano che servissero a riportare indietro il vecchio mondo e le antiche città, ma la verità era un’altra.  Ogni Frame apparteneva ad un Elenty, era il suo oggetto, anzi l’oggetto era lui. Sawar ne avvertiva la presenza, anche se vaga e distante. L’oggetto era stato passato recentemente ad un nuovo Keeper, una ragazza. Ne aveva visto il volto, mentre manipolava la struttura. Insieme a lei vi erano anche un vecchio e ad un gigante Arenty.
Per dodici cicli aveva cercato quell’oggetto. A volte lo aveva percepito, ma mai come adesso. Questo fatto lo incuriosiva. Non sapeva di preciso dove si trovasse la ragazza, ma poteva proiettare la sua mente nei suoi sogni, esplorarli e farsi rivelare la sua posizione.
Durante l’ultimo contatto aveva intuito la presenza del deserto. Era laggiù che la Torre Galleggiante era diretta. Ekaron la pilotava attraverso dune e boschetti, un lento ma costante avanzare che terrorizzava gli animali e teneva lontano gli Arcon. Era diventato abile a guidarla, forse addirittura più di lui.
Davinia invece dormiva, o più probabilmente sognava. Erano immersioni di luce le sue, estremizzazioni della ricerca del piacere. La donna dai lunghi capelli di platino si abbandonava a volte a lunghi sonni dai quali non voleva assolutamente essere svegliata. Erano ricerche le sue. Si definiva una pioniera del godimento.
Erano solo tre, ormai da innumerevoli stagioni. Gli altri Elenty erano morti, o votati ad altre cause, ingenue pedine di uno stupido disegno. Avrebbero comunque fatto bene a rimanere alla larga da loro. Se volevano credere ancora alla bugia dell’Emersione, che facessero pure. A lui non importava. Ma non dovevano intromettersi nei suoi affari e in quelli dei suoi compagni.
La noia era un brutta malattia, ed era possibile combatterla solo attraverso la ricerca di nuovi stimoli. La sofferenza Arcon deliziava Ekaron il torturatore, la violenza mentale affascinava la splendida Davinia, mentre ciò di cui lui godeva di più era distruggere la struttura di quel mondo fittizio. Non a caso qualcuno gli aveva dato il soprannome di Delirante Demolitore.
Allungò il braccio in direzione di un piccolo bosco di faggi che scorreva davanti alla finestra sul paesaggio. Si concentrò pochi attimi mentre il rumore dello sfrigolio riempiva la stanza. Il bosco incominciò a bruciare e poi si nascose alla sua visuale. Velocemente  ritornò dentro il suo corpo, soddisfatto di quella piccola opera. Ma il vuoto lo colse di nuovo, e si scoprì a desiderare qualcos’altro da distruggere.
Pensò alla ragazza che possedeva il suo Frame. L’avrebbe volentieri data in pasto ai suoi amici, dopo averla privata dell’oggetto. La cercò proiettando l’immagine del suo volto dentro la struttura, un tentativo che, come molti altri, aveva già sperimentato. La natura mutevole di quel mondo rendeva difficile l’individuazione delle creature che lo percorrevano. Era riuscito a scovare decine di Keeper nella sua lunga esistenza, nella speranza di recuperare il suo oggetto, un compito tutt’altro che semplice. Ma questa volta rimase molto sorpreso della facilità con cui riuscì a raggiungere la mente della ragazza. Prese possesso del suo corpo per qualche attimo, mentre lei camminava lungo un sentiero sconosciuto. Penetrò il terreno sotto i suoi piedi e ne sondò la posizione.
Tornato dentro al corpo seppe che la ragazza era fuori dal deserto e si stava dirigendo verso le terre dei laghi. Ma la sua direzione poteva cambiare, come poteva cambiare la posizione dei laghi. Maledisse Limbo e la sua instabilità.
Cercò con la mente il compagno Ekaron e gli riferì la nuova direzione. La Torre deviò leggermente nel suo incessante procedere. Un rumore sordo accompagnava il movimento dell’isola volante.
Perché era riuscito a individuare subito la ragazza? A volte erano necessarie intere stagioni di pratiche magiche per trovare solo una traccia della presenza di un Keeper. Questa volta invece sembrava addirittura che fosse il Keeper stesso a cercare lui. Ovviamente questo era assurdo. La cosa lo intrigava, lo divertiva, ma soprattutto lo eccitava. Voleva quella ragazza. Voleva l’oggetto. Ma voleva anche sapere perché.
Gli Arcon parlavano ancora dei Misteri. Per Sawar non esistevano misteri, e se ce n’erano di nuovi lui li avrebbe svelati. Una ragione in più per accelerare quella corsa, quel lento ma incostante incedere di distruzione che la Torre Galleggiante portava dappresso.
Sawar si alzò dallo scranno e gettò un ultimo sguardo dalla finestra della torre. Poi scese verso le camere di Davinia. Avrebbe dormito un po’ insieme al lei, cullato dal suo abbraccio mentre le loro menti galleggiavano insieme in un tenero bagno di luce. Voleva gustare i suoi fluidi, entrare nella sua testa. Voleva intrattenersi, perché l’intrattenimento ormai era il solo motivo di esistere.
Giunto davanti alla porta che si apriva sulle stanze di Davinia, appoggiò un mano sul battente percependo il sogno della donna. Era lontano, in qualche diramazione del sistema, ai limiti della sua estensione virtuale. Sawar sorrise. Voleva raggiungerla.
Entrò e ne osservò il corpo nudo adagiato sulle sete del letto, una visione perfetta di curve e colori e insenature e levigate superfici rosa. I capelli ricadevano sulla schiena, sparsi sopra le scapole, sopra il letto, giù fino a sfiorare i glutei. Il volto sprofondato nel cuscino faceva solo intuire i lineamenti dolci di quella donna attraente e pericolosa. Un viso fanciullesco pieno di efelidi e uno sguardo di ghiaccio.
Sawar le scivolò accanto e rimase per un po’ ad osservarla. Ne annusò la fragranza, come con un fiore appena colto. Cercò di afferrare completamente il godimento di quella visione perfetta, immortalarla dentro di se così da poterla richiamare a suo piacimento. Registrò ogni sfumatura della sua pelle, ogni frequenza del suo respiro. Ne avrebbe divorata una copia una volta fatto ritorno nelle sue stanze.
Poggiò la testa sul cuscino accanto a quello di lei e chiuse gli occhi. Non sarebbe servito cercarla. Lo avrebbe trovato lei.

Scarica l’illustrazione in alta definizione.

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L’immagine di questa settimana è stata realizzata utilizzando un lavoro di Ashaya – http://ashayaa.deviantart.com/

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Published in: on ottobre 9, 2009 at 6:59 am  Comments (2)  
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