CAPITOLO 11: La Battaglia

PREVIOUSLY ON LIMBO…

Jade degli Arceri Rossi è un Keeper, protettore degli oggetti sacri di Seidon. Insiema a Misar e il gigante Yumo, si reca presso la Gilda di Nicon, dove conosce il giovane Tzadik…

…nel frattempo il mago Rivier e il suo apprendista Mylo vengono catturati dai Testimoni di Seidon, fanatici religiosi pronti a muovere battaglia contro gli eretici della Gilda di Nicon. Una volta che i due prigionieri sono condotti al cospetto del primo ministro Tawares, vengono misteriosamente rilasciati…

…segretamente i due maghi fuggono dall’accampamento per andare ad avvertire Nicon dell’imminente battaglia. Una volta giunti presso la gilda irrompono nella tenda nella quale  Nicon e il gruppo di Jade discutono animatamente. Pochi istanti più tardi la ragazza viene colta da un malore…

…Jade è caduta in sonno magico propiziato da Sawar, che la cerca disperatamente manovrando la sua Torre Galleggiante e seminando distruzione in tutte le terre di Limbo. L’elenty Rivier, con l’aiuto della magia, riesce a riportare l’anima della Keeper nel suo corpo. Poi la gilda si mette in movimento, preparandosi alla battaglia contro i Testimoni.

CAPITOLO 11 – La battaglia

Si accese un’alba fredda, striata di viola, in un cielo in cui si rincorrevano strati sottili di nubi accompagnati da un vento gelido. Gli uomini di Nicon avevano già smontato l’accampamento. Si sarebbero divisi in tre gruppi, procedendo parallelamente verso le montagne. In caso di attacco, avrebbero cercato di evitare l’accerchiamento, puntando sulle loro qualità di cavalieri. Ma la magia poteva fare la differenza. Nicon si avvaleva di un’ampia conoscenza magica e sperava che l’Elenty potesse apportare il suo contributo. Insieme forse sarebbe riusciti a spaventare i Testimoni inducendoli ad un ritirata.
Rivier e Mylo restarono nel gruppo di Nicon, quello che procedeva centralmente. Cavalcavano vicino a Jade, ai suoi due compagni, e al giovane Tzadik. Tutti però facevano fatica a parlare. Gli occhi dei cavalieri erano puntati in avanti, alla ricerca del nemico.
«Li avremo di fronte alla fine del terzo margine» dichiarò Rivier. Aveva proiettato la sua vista verso l’orizzonte, calcolando lo spazio che separava le due armate. Alcuni cavalieri si girarono a guardare lo stregone, incerti se credere alle sue parole oppure no. Poco importava in fondo. Lo scontro era ormai inevitabile. I Testimoni di Seidon procedevano attraverso le pianure in formazione allargata, per evitare di venire aggirati dal loro obbiettivo. Ma adesso la gilda poteva avvalersi del fattore sorpresa, o per meglio dire, del fatto che i testimoni credevano di poter portare il primo attacco inaspettatamente, causando paura e scompiglio. Invece la sorpresa sarebbe stata solo loro, quando li avessero visti in formazione pronti allo scontro.
«Come ti senti?» Domandò Tzadik rivolgendosi alla ragazza Keeper.  Lei si voltò di scatto, cercando una risposta soddisfacente a quell’inaspettata domanda.
«Meglio…» riuscì a dire. La sua mente era distante. Pensava all’uomo dei suoi incubi; Sawar. Le sfuggì un sorriso, ma era forzato e tutti lo capirono, anche Mylo che cavalcava poco più dietro. Jade cercò con lo sguardo l’Elenty, sperando in una parola d’incoraggiamento. Il consiglio di un Elenty immortale era tutto ciò che le rimaneva. Ma Rivier non la notò, o fece finta di niente. Continuava a cavalcare scrutando l’orizzonte.
«Dovrei lasciarvi. Forse sarebbe meglio per tutti…» provò a dire. Ma la paura tradì la sua voce.
«Non lo pensare neanche» ribatté l’allievo della gilda, stupendosi dell’impeto con cui era intervenuto.
«Invece forse è la soluzione migliore. Potrei andare avanti, dai Testimoni. Loro forse potrebbero proteggermi dall’uomo che vuole il mio medaglione…»
«In questo modo riveleresti la nostra posizione e perderemo il fattore sorpresa.» Era stato Nicon a parlare, dalla prima fila dello schieramento. Nonostante la distanza era riuscito a sentire le parole della ragazza.
«Non dirò niente…»
«È troppo tardi ormai. E poi ti ritroveresti comunque dentro la battaglia, ma dalla loro parte. È davvero laggiù che vuoi stare?» La domanda di Nicon rimase sospesa. Jade non sapeva cosa rispondere. Quelle persone l’avevano aiutata, malgrado non fossero minimamente interessate al compito che perseguiva. Se si fosse attenuta alle regole di un Keeper, avrebbe dovuto lasciare immediatamente la gilda, anzi non avrebbe dovuto neanche cercarla. Ma adesso che era a conoscenza dei Misteri, le cose stavano diversamente. Non era più sicura di niente, e tutto ciò che riusciva a fare era lasciarsi andare al flusso degli eventi, come una zattera in preda alle correnti del fiume. Guardò il gigante Arenty, impassibile accanto a lei, e poi l’amico di suo padre, il vecchio Misar. Anche lui era confuso, ma le rivolse uno sguardo carico di amore. Sentì che quell’uomo era davvero speciale.
«Può darsi che Sawar si trasformi nella nostra salvezza. Chissà…» Era stato Rivier a parlare. Si, anche questa era una possibilità. Se la contingenza dei due eventi fosse avvenuta,  non era detto che la gilda si sarebbe ritrovata tra l’incudine e il martello. Per il ministro Tawares, Sawar era un nemico ancora più pericoloso di Nicon. In tal caso le parti dello scontro sarebbero state stravolte, e gli uomini della gilda potevano ritrovarsi a combattere a fianco dei religiosi.
«Non auguriamoci niente» ammonì Nicon. «Noi combatteremo solo per i nostri ideali, per ciò in cui crediamo. Chiunque alzerà la spada contro di noi sarà nostro nemico, e chi l’alzerà accanto a noi sarà nostro amico. Questo si vedrà.»
Nessuno disse altro. Solo il rumore degli zoccoli continuò ad accompagnare i sibili di un vento sempre più gelido. Sulle pianure del vespro, tre manipoli di cavalieri divergevano gradualmente verso il loro destino. La battaglia era vicina.
Tzadik cavalcava a testa alta, respirando l’aria fredda satura di un sapore che lo faceva sentire vivo. Non aveva paura, ed era strano, pensò. Quello sarebbe stato il suo primo vero scontro. Non gli aspettavano i lividi delle spade di legno, ma il freddo e letale filo del metallo sulla nuda pelle. Eppure sentiva che la sua vita si stava intrecciando con quella di altri; la ragazza, il vecchio Elenty, e naturalmente Nicon. Si avvicinavano gli eventi da lui sognati, i messaggi che lo avevano indotto ad abbandonare la sua famiglia e ad abbracciare il ruolo di cavaliere della gilda.
I corni suonarono molto prima della fine del terzo margine. Erano distanti, ma facilmente distinguibili nel vento che li trasportava. Gli esploratori dei testimoni avvertirono il reggimento. Nessuna sorpresa, dunque, pensò Nicon, né da una parte né dall’altra. Solo uno scontro aperto, schieramento contro schieramento, sulle pianure sconfinate del vespro. Ordinò agli uomini di muoversi al trotto. Adesso era importante intuire le mosse del nemico, ascoltare il cuore del guerriero e la mente del mago,  voci interiori che attraverso le stagioni ogni cavaliere della gilda aveva imparato a codificare. Potevano farcela, ma lo scopo non era quello di sbaragliare l’esercito nemico. L’essenziale era sopravvivere, per il bene di ogni Arcon e per il futuro di Limbo.
Nei riflessi rosati nei quali si perdeva l’orizzonte, apparvero i Testimoni di Seidon. Uno schieramento ordinato di lance e vessilli, una formazione allargata in semicerchio che poteva contare almeno un migliaio di elementi. Nicon si chiese se fossero solo quelli. Il rapporto era di dieci a uno, ma gli uomini della gilda avevano la magia dalla loro parte, e questo non era un vantaggio da poco. Le due falangi laterali dello schieramento di Nicon si erano perse nella distanza, ma l’accerchiamento poteva essere evitato solamente se i suoi uomini avessero agito con tempismo. Le armate stavano ancora studiandosi.
Un vessillo bianco svettò sopra gli altri, e un corno intimò ai Testimoni di fermarsi. Nicon rallentò l’avanzata ma non si fermò. Sentiva i cavalli dei suoi uomini scalpitare alle sue spalle, consci di ciò che li aspettava. Bisbigliò poche parole in lingua Bit, e la sua vista, amplificata dalla magia, riuscì a vedere chiaramente quello che stava succedendo nei pressi del vessillo appena issato. Un uomo afferrò un rotolo di pergamena dalle mani di un cavaliere più anziano, probabilmente lo stesso primo ministro Tawares. Poi il messaggero spronò il suo cavallo allontanandosi dal reggimento.  Si arrestò a una cinquantina di passi dal gruppo di Nicon, che nel frattempo si era fermato.
«Ho una consegna per il vostro capo» disse il messaggero, alzando la mano e mostrando la pergamena.
Nicon ordinò ad uno dei suoi uomini di andare a prendere l’ambasciata. Tutto si svolse nel silenzio rotto dai fischi del vento e dallo scalpiccio dei cavalli. Il messaggero e il cavaliere della gilda tornarono alle rispettive guarnigioni.
Nicon lesse il messaggio. Lo lesse a tutti quanti, perché non aveva segreti per i suoi uomini, e le decisioni che lui prendeva erano sempre condizionate dall’umore di tutto il gruppo. La gilda agiva come un’entità unica, la cui coscienza era la somma delle coscienze di tutti gli uomini.

“Anime perdute, uomini senza più fede, io mi rivolgo a voi come il pastore si rivolge alle sue pecore, che in preda alla follia si gettano in una corsa sfrenata verso le oscurità del bosco, dove le aspetta un branco di lupi affamati. Io sono il primo ministro dei testimoni che portano la parola del grande Seidon, e il mio nome è Tawares. Siete ancora in tempo per redimervi, per abbracciare la parola del sommo padre. Deponete le spade e allargate le vostre braccia in modo che noi possiamo abbracciarvi, e condurvi alla conoscenza. Altrimenti saremo costretti a fermarvi, e fermare così la diffusione delle vostre assurde dicerie, che corrompono le anime di ogni Arcon di Limbo. Alzate il vessillo bianco ed arrendetevi, perché l’unica altra vostra alternativa è la morte.”

Attese alcuni istanti prima di chiedere ai suoi uomini cosa avrebbe dovuto rispondere. Gli occhi gli caddero sul volto dell’Elenty, deformato da un bizzarro sorriso. C’era poco da ridere, pensò.
«Cosa rispondete, uomini?» chiese.
E i suoi uomini risposero con un grido di battaglia. I cavalli si mossero irrequieti, ma un attimo dopo vennero spronati al galoppo. Due urli identici si alzarono oltre le file dei Testimoni di Seidon. Le falangi li avevano superati e adesso si trovavano alle loro spalle. La battaglia ebbe inizio.
Gli incantesimi vennero lanciati, e subito incominciarono le allucinazioni. I Testimoni urlarono davanti alle apparizioni di creature deformi e abominevoli. Nicon sperava di infliggere subito un colpo vincente, per potersi ritirare verso le montagne ed attendere le conseguenze di una piccola vittoria. Forse Tawares li avrebbe lasciati stare per un po’. In fondo la sua idea non era mai stata quella di sbaragliare l’esercito nemico, ma di prendere tempo. I Testimoni erano Arcon come lui, ignari della verità su Limbo e accecati da stupide menzogne.
Le urla si mischiarono, quelle di orrore da una parte e quelle di grinta e determinazione da un’altra. Le tre falangi piombarono sulle linee dei religiosi con una forza distruttiva. Una buona parte dei Testimoni stava combattendo contro i propri incubi, suscitati dalla magia dei loro nemici. Chi riusciva a vedere oltre le creazioni spettrali, ingaggiò il corpo a corpo. In quella situazione l’equilibrio numerico era stato ripristinato, ma presto l’effetto delle visioni sarebbe terminato e i Testimoni avrebbero riconquistato il vantaggio.
Tzadik roteò la spada cercando l’elmo di un avversario. Una mossa azzardata che portò i suoi frutti. Il cavaliere venne disarcionato dal proprio cavallo, e crollò al suolo con un tonfo sordo. Più tardi il giovane avrebbe ricordato solo quell’evento nei minimi particolari. Il resto era una confusa accozzaglia di immagini di violenza ed assordanti cozzi di metalli.
Yumo fece quello per cui era nato e presto creò un vuoto attorno a Jade e al vecchio Misar. L’Arenty era privo di cavalcatura, ma superava in altezza la testa di qualsiasi cavaliere. Piantato saldamente sulle sue gambe, roteava l’ascia in micidiali fendenti. Caddero tre teste prima che i Testimoni si rendessero conto che non conveniva farglisi vicino.
Rivier si tenne defilato, con Mylo sempre accanto. Innalzò una protezione attorno a loro e attese. I Testimoni sembravano ignorare i due, o forse non riuscivano a vederli. Mylo si tenne vicino al maestro cercando di ricordare le parole che controllavano gli elementi. Scoprì presto che la battaglia e le esercitazioni erano due cose completamente diverse.
Nonostante la forza d’urto di quel primo impatto, le file dei Testimoni si ricomposero velocemente, e fu inevitabile l’accerchiamento. Nicon teneva impegnati tre cavalieri, ma riuscì a scorgere con la coda dell’occhio un paio di compagni cadere sotto i colpi dei nemici. Dovevano uscire da quella situazione, altrimenti non ci sarebbe stato scampo. Evocò uno strappo di luce che accecò temporaneamente i suoi contendenti. Ordinò di sfondare l’accerchiamento, ma il caos era pressoché totale. Fu in quel momento di scompiglio che Rivier spaccò la terra sotto i piedi dei cavalieri. Nessuno aveva mai assistito ad un portento simile. La terra smossa formò uno sbarramento. I cavalieri della gilda si mossero rapidi, salirono sul terrapieno e si prodigarono in una veloce ritirata. Poi ripresero formazione fuori dall’accerchiamento. I due schieramenti erano di nuovo faccia a faccia.
Lontano i corni strillarono nel vento delle praterie. Nicon si voltò e vide ciò aveva temuto di più. Una seconda armata, almeno cinquecento elementi, stava sopraggiungendo alle loro spalle. Era la fine. Dovevano fuggire, adesso, in qualsiasi modo. Dovevano spaccare le linee, oppure dividersi, perdersi nelle pianure. Forse si sarebbero riuniti un giorno. Forse la Gilda sarebbe tornata ad esistere, forse…
Era pronto a dare il segnale di ripiegamento ma qualcosa lo fece fermare. Il suono dei corni non era quello di una carica ma di una ritirata. E allora apparve, magnifica e terribile, un’isola galleggiante nel cielo rosato delle pianure, tutta a rocce e a guglie, nera come l’ebano, scintillante come la pirite. Sawar stava arrivando.
La battaglia s’interruppe. Gli uomini abbassarono le armi. Davanti a quella visione apocalittica nessuno riuscì a muoversi. I Testimoni videro i loro compagni cadere uno a uno, afferrati sadicamente da quelle creature di pietra che le leggende chiamavano Belve. In realtà Gargoyle oppure Golem sarebbero stati termini più appropriati, dato che Sawar era capace di animare ciò che era inanimato, e trasformare statue di roccia in micidiali macchine da guerra.
La ritirata dei Testimoni si stava trasformando in un’autentica carneficina.  Nicon ordinò di serrare le file, volgendo le spalle si loro contendenti. Lentamente anche i Testimoni presero posizione. Era avvenuto ciò che si era aspettato. Sawar era il nemico comune e lo avrebbero combattuto insieme; il diritto alla vita degli Arcon contro la follia dell’Elenty corrotto.
«Seguitemi!» disse Rivier rivolto ai due ragazzi che gli erano  vicino, l’apprendista Mylo e  il giovane Tzadik. I tre si diressero dietro le formazioni dei cavalieri. Incontrarono anche la ragazza Keeper e i suoi compagni, i quali si unirono a loro ed insieme uscirono dai manipoli. La torre si avvicinava velocemente. Ancora qualche istante e le belve avrebbero attaccato le prime file occupate dagli uomini di Nicon.
«Ho bisogno di tutto il tempo che riuscirete a darmi. Se vogliamo fermare quel pazzo, dovrò usare ogni stratagemma di mia conoscenza, ma avrò bisogno di concentrazione. Per questo vi ho portato qua…» Rivier era sceso da cavallo. Stava già componendo dei disegni con le mani, e il crepitio aleggiava nell’aria.
Jade spiegò all’Arenty cosa doveva fare, e il gigante si posizionò davanti al gruppo. Mylo e Tzadik si appostarono con i cavalli poco più dietro. Anche Misar e la ragazza erano pronti a combattere. L’evocazione dell’Elenty ebbe inizio, e il crepitio divenne un suono così sgradevole che ritornò sovente negli incubi di coloro che lo udirono.

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Published in: on gennaio 15, 2010 at 8:25 am  Comments (2)  
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CAPITOLO 8: Chiacchiere e un sorso di birra

Mylo contava le pause ed i margini che componevano la giornata. Le guardie Arenty non avevano più bisogno di tenerlo d’occhio. Solo nella tenda, attendeva il ritorno del maestro, dileguatosi al mattino insieme a Tawares, primo ministro dei Testimoni di Seidon. Aveva smesso di porsi domande. Gli avevano fatto rientrare il mal di testa e si era sentito uno sciocco. Uno strano senso di abbandono aveva preso il posto della frustrazione. Adesso non temeva più per la sua vita, per questo gli era più facile lasciarsi andare.
Si era invece concentrato sul crepitio, improvvisando parole e gesti legati a dei piccoli incantesimi di sua conoscenza. Aveva provato a smorzare il rumore, ad evocare il potere sottilmente, schermando, mutando, offuscando l’eco della magia, come aveva visto fare al suo maestro il giorno prima. Nella semi oscurità della tenda era stato cauto, ed era riuscito anche ad ottenere alcuni risultati positivi. Se qualcuno lo avesse sorpreso a manipolare la realtà si sarebbe cacciato nuovamente nei guai.
«Non passa giorno senza che tu riesca a sorprendermi.» La voce era quella di Rivier, ma il maestro fece il suo ingresso solo dopo aver terminato la frase. Mylo sobbalzò, nascose le mani impegnate in strani gesti e solo dopo essersi reso conto che la voce era quella del suo amico riuscì a riprendere fiato.
«Mi hai spaventato» ammise.
«Ti sei messo comodo, vedo…»
«Beh, ho pensato di esercitarmi un po’, visto come si sono messe le cose. Ho fatto attenzione.»
«Non ne dubito. Sei davvero bravo.»
Mylo distolse lo sguardo, imbarazzato dal complimento.
«Io riesco a sorprenderti? Invece tu!»
«Che vuoi dire?» La domanda di Rivier era divertita.
«Che cos’è questa storia con Tawares? Da quanto lo conosci?»
«Più o meno, da stamattina…» rispose il maestro strizzando l’occhio.
«Lo hai incantato? Come?»
«Ma quante domande, ragazzo. Mi stai facendo venir sete. È rimasta un po’ di quella birra?»
Rivier si riempì il boccale. La birra era ormai diventata un brodo insapore, ma la buttò giù con gusto, poi si pulì la bocca con la manica della tunica e riprese a parlare.
«Ieri notte gli ho mandato un sogno, un disegno abbastanza intricato e alquanto verosimile. Stamattina si è svegliato convinto di avere un grande amico di nome Rivier, compagno di avventure e uomo integerrimo, devoto naturalmente al divino Seidon.  Quando ci è venuto incontro mi ha riconosciuto ed ha preteso che lo accompagnassi nella sua tenda. Forse sarebbe stata meglio la gogna. Non la finiva più di parlare… Perché non vai dalle guardie a chiedere di riempirti la brocca?»
Mylo scosse la testa e non rispose. Afferrò la caraffa ed uscì nel paesaggio vespertino del primo margine della notte. Le due guardie Arenty di sua conoscenza stavano in piedi davanti al fuoco. Li si avvicinò e chiese dell’altra birra. Quelli scattarono veloci per ubbidire all’ordine. Come potevano cambiare le cose con l’aiuto di un briciolo di magia, pensò Mylo mentre tornava verso la tenda con la brocca piena di birra schiumante. Per questo bisognava fare molta attenzione ad usarla. Era la prima regola del mago.
Rivier si era messo comodo. Aveva acceso la pipa e guardava fuori, attraverso uno spiraglio nella tenda. Seguiva la scia della cometa Clessidra che segnava il passaggio di quella ventottesima stagione. E stagione dopo stagione passavano i cicli di Limbo, tutti uguali eppure ognuno diverso dall’altro. Montagne, valli e fiumi nascevano dallo strappo del sole azzurro, e nello stesso tempo il sole rosso fagocitava le terre in abbondanza. Un cerchio perfetto, un meccanismo troppo preciso per non accreditarlo ad una divinità.


«Ecco la birra.» Mylo posò la caraffa sul tavolo accanto a Rivier. Il maestro se ne versò subito un boccale.
«Da non credersi, non ti pare?» domandò, bagnandosi le labbra.
«Che cosa?»
«La cometa. Precisa come un orologio.»
«Un orologio? E cosa sarebbe?»
«Lascia stare…» Rivier fece un gesto noncurante con la mano, poi proseguì.
«Il crepitio invece, di quello mi va di parlare. Sei stato bravo a smorzarlo con quella tecnica, ma potresti fare meglio…»
«Come?» Mylo si sporse in avanti, bramoso di conoscenza.
«Non devi pensarci. Devi lasciare che l´incantesimo ti scivoli via dalle mani e dalla bocca. È la tensione che provoca il crepitio. Quando l´incantesimo è complesso diventa pressoché impossibile farne a meno, ma con quelli più semplici ti puoi allenare.»
«Non devo pensarci? Ma se non ci penso non so più quello dico» obiettò Mylo.
«È come se cercassi di ingannare te stesso, come se ti mentissi. La migliore bugia è quella alla quale crede anche il bugiardo, non ti pare? Ricorda, usare la magia è un po’ come barare.»
Mylo rimase in silenzio, cercando di riordinare nella sua testa quelle nozioni. Il maestro si alzò dalla sedia nella quale era sprofondato e si sporse fuori dalla tenda, come per controllare che nessuno si trovasse nei paraggi. Quando rientrò il suo tono era cambiato e la sua voce  era diventata poco più di un sussurro.
«Sembra che il nostro caro amico Tawares abbia voglia di mettere mano alle armi. Finalmente mi spiego questa adunanza nelle pianure.»
«Che cosa vuoi dire?» Anche Mylo aveva abbassato la voce.
«Sono diversi cicli che i Testimoni girano Limbo in lungo e in largo portando la parola di Seidon. In principio erano solo poche comunità, neanche armate, ma col tempo sono diventate delle vere e proprie guarnigioni. Si sono moltiplicate e organizzate, ma solo raramente si sono riunite come in questa occasione. Sembra che Tawares voglia sgominare una volta per tutte la Gilda di Nicon, e ha intenzione di usare ogni forza a sua disposizione per portare a termine l´impresa.»
«La Gilda di Nicon? Gli eretici?»
«Si. Conosco bene Nicon, e anche se non gli piaccio riconosco che è un uomo nobile. Ha le sue convinzioni ed io non desidero certo cambiargliele. Ma una cosa è certa; anche se Tawares potrà contare su un esercito molto più numeroso, non gli sarà facile sbaragliare la Gilda. Nicon è un ottimo mago, e con lui ce ne sono diversi capaci di manipolare la realtà.»
«E noi da che parte stiamo?» Mylo non fece niente per nascondere la sua confusione.
«Noi stiamo dalla nostra parte, Mylo. Tawares è un uomo pericoloso. I Testimoni di Seidon stanno espandendo troppo  il loro credo e ciò non è un bene per l´equilibrio di Limbo. Ricorda, l´equilibrio è tutto. Se Nicon cadrà, le ideologie Arcon penderanno inesorabilmente verso la mitologia classica. Ogni forma di magia sarà bandita e chissà cosa succederà poi. Magari a Tawares gli verrà in mente di fare guerra allo stesso Guardiano di Mountoor…»
Il gigante della montagna sacra. Mylo ne aveva sentito parlare. La creatura più potente di Limbo, legata in qualche modo ai Misteri. Ma nella mitologia Arcon era visto come un demone dagli occhi di fuoco, per metà uomo e metà uccello. Il suo sguardo poteva pietrificarti e la sua voce portarti alla follia.
«Allora dobbiamo avvertire la Gilda» esordì il ragazzo, preda di un’improvvisa illuminazione.
«Esatto, ma temo che non riusciremo comunque ad evitare lo scontro. Gli uomini di Tawares tengono sotto controllo gli eretici. Sono accampati da qualche parte su queste piane, non ha voluto rivelarmi l’esatta posizione. Potrei usare un incantesimo per scoprire dove sono, ma farebbe troppo rumore. L’unica alternativa è quella di uscire dal campo, ma la cosa potrebbe insospettire lo stesso Tawares. D’altronde non credo ci resti altra possibilità. Se la Gilda viene attaccata di sorpresa, le sorti dello scontro potrebbero volgere a favore dei Testimoni.»
«Ma come facciamo ad allontanarci dal campo senza essere scoperti? I senza cuore non ci tengono più d’occhio, ma se ne stanno svegli tutta la notte, ed hanno sensi affilati, quelli!» A Mylo venne voglia d’imprecare, ma si trattenne.
«Non preoccuparti. Riuscirò a schermare le nostre immagini. Un trucchetto che non attirerà molta attenzione.» Rivier strizzò l’occhio al ragazzo. Era deciso. Quella notte sarebbero fuggiti.

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Published in: on novembre 20, 2009 at 8:23 am  Comments (2)  
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CAPITOLO 4: Uno sguardo ai Misteri – L’accampamento dei Testimoni

Il capitano della guarnigione si chiamava Terion. La mattina dopo disse ai due prigionieri che l’accampamento centrale dei Testimoni si trovava a circa mezza giornata di viaggio, ai margini delle pianure del vespro, oltre i rilievi dove si trovavano. Avrebbero viaggiato sui loro cavalli, ma questi sarebbero stati legati a quelli delle loro guardie, per evitare spiacevoli sorprese.
Mylo si era svegliato con la testa pesante. La notte di riposo non era bastata ad allontanare la stanchezza degli esercizi del giorno prima e la tensione causata dagli eventi che si erano succeduti. Si sentiva rallentato e aveva un brutto sapore in bocca.
Tutt’altra cosa invece sembrava essere l’umore del suo maestro. Rivier si era svegliato con la sua solita placida espressione e con un notevole appetito. Si era gettato sul porridge preparato dai cavalieri per colazione, e con una scodella piena se ne era rimasto seduto in silenzio nei pressi del fuoco del campo appena ravvivato. Era ancora buio, ma il paesaggio stava per cambiare. La cometa sfrecciava nel cielo scandendo gli ultimi giorni della stagione.
Mylo si avvicinò al maestro con una scarsa razione di avena. L’appetito era l’ultima delle sue preoccupazioni. Intanto le guardie continuavano a girare intorno a loro a pochi passi di distanza. Il ragazzo si era accorto che si trattava di due Arenty.
«Ci hanno messo addosso i senza cuore» esclamò riferendosi alle due guardie.
«Meravigliosi» commentò Rivier con la bocca piena. «Sono perfetti nei loro compiti, e di sicuro più affidabili. Un Arcon potrebbe sempre perdere la pazienza, o perdere la testa…» Sorrise al ragazzo e raccolse un altro cucchiaio dalla ciotola.
«A me fanno uno strano effetto.»
«Non ci pensare. Mangia.»
Mylo provò a seguire i consigli del maestro, ma si accorse di non avere per niente fame. Osservava i cavalieri muoversi per il campo e prepararsi alla partenza. Se volevano tentare la fuga era meglio provarci prima di arrivare a destinazione. Una volta dentro il grande accampamento, circondati da centinaia di soldati, sarebbe stato impossibile provare a fuggire. Ma qualcosa gli diceva che il suo maestro non aveva nessuna intenzione di scappare.
Il paesaggio si colorò di indaco ed alte nubi stratiformi velarono il cielo e la cometa. L’aria era ferma e si avvertiva un pungente profumo di fiori, troppo dolce per risultare piacevole. Mylo storse il naso e montò a cavallo. I cavalieri si disposero a coppie lungo il sentiero, mentre un carro trainato da due cavalli trasportava le provvigioni. Loro si trovarono nel mezzo di quella colonna, le guardie Arenty subito dietro li tenevano diligentemente sotto controllo.
Lasciarono la radura a passo d’uomo, proseguendo lungo lo stretto percorso che scendeva più a valle. Presto il sentiero rincominciò a salire e a inerpicarsi lungo un altro dorsale. Sarebbe proseguito così, in un continuo sali e scendi fino alle pianure del vespro, un’ampia striscia di terra tagliata in due dal grande fiume Serpe.
I nomi nascevano e morivano con le nuove generazioni, perché tutto era in continuo mutamento su Limbo. Il grande fiume lo chiamavano Serpe per via della sua tortuosità,  le piane si coloravano spesso dei colori del crepuscolo e per questo gli era stato assegnato quel nome. Ma la geografia non era mai stabile e le mappe potevano ingannare il viaggiatore, se queste non erano bene aggiornate. Molti erranti ne facevano anche a meno, fidandosi solo della propria memoria e della posizione della cometa.
Le notizie si diffondevano attraverso le colonne delle voci, e in questo modo le comunità  potevano conoscere la posizione della montagna sacra che indicava il passaggio del ciclo. Al momento doveva trovarsi vicino all’ultimo quarto di percorso. Sarebbero passate altre cento stagioni prima che il sole rosso che indicava il tramonto di Limbo la ingoiasse, per risputarla subito presso l’alba del sole azzurro all’altra estremità del mondo, il luogo dove nascevano le nuove terre.
Mentre pensava distrattamente alle leggi fisiche del mondo, Mylo osservava l’imperscrutabile volto del suo maestro che gli cavalcava accanto. Provò per l’ennesima volta a stabilirne l’età. Duecento stagioni forse, oppure di più. Glielo aveva chiesto una volta, ma Rivier non gli aveva dato una risposta precisa. “Ho visto la cometa passare nel cielo fino ad annoiarmi, ragazzo!” gli aveva detto. Poteva significare qualsiasi cosa.
«A cosa pensi?» disse ad un tratto lo stregone senza voltarsi.
Mylo si guardò attorno per assicurarsi che nessuno li sentisse, ma le guardie erano molto vicine e la guarnigione procedeva silenziosamente.
«Non ti preoccupare ragazzo, non possono ne sentirci ne vedere le nostre labbra muoversi. Ho alterato le nostre immagini, così possiamo parlare un po’»
«Hai usato la magia?» Mylo non nascondeva la sua sorpresa. «Perché non ho udito il crepitio?»
«Ci sono modi per smorzarlo, se l’incantesimo non è molto complicato. Comunque non abbiamo molto tempo. Volevi dirmi qualcosa? La tua testa sembra dover esplodere da un momento all’altro»
«Si. Ci sono tante cose che non capisco e che non mi piacciono» ammise Mylo.
«Si ha sempre paura di quello che non si conosce. E’ la prima debolezza dell’uomo…»
«Cosa ci facciamo qui? Una volta dentro l’accampamento centrale sarà impossibile fuggire, e sicuramente verremo condannati. Hanno trovato i libri e ci accuseranno di stregoneria. Maestro, senza dubbio ci aspettano la tortura e la morte…»
«Non essere così negativo ragazzo. Ho invece la sensazione che il Primo Ministro di Seidon sarà ragionevole e ci lascerà in pace.»
«Si dice che Tawares sia spietato con gli eretici. Anche i Lupi avevano cominciato a tenersi alla larga dai Testimon. Da quando si è insediato il nuovo ministro la comunità si è allargata, reclutando sempre più cavalieri.»
Rivier si voltò verso il ragazzo. Negli occhi aveva la solita tranquilla espressione di sempre.
«Il Primo Ministro Tawares è duro, ma ti assicuro che si mostrerà giudizioso nel nostro caso.» Il volto dello stregone era velato da uno strano sorriso.
«E’ tutta colpa dei Misteri» sentenziò Mylo.
«Che vuoi dire ragazzo?»
«La ragione per cui i Testimoni si sono raddoppiati e controllano tutti quanti. La ragione per cui siamo in questa situazione.»
«I Misteri sono quello che sono. Ognuno dovrebbe essere libero di crederci o non crederci, al di là della loro attendibilità. Il problema non sono i Misteri, ragazzo, ma le persone che temono di essere nell’errore. Anche questa è un’altra delle tristi verità dell’uomo.»
Adesso il maestro lo guardava con un espressione corrucciata, gli occhi perduti in remote dimensioni. Mylo ebbe la sensazione che fossero duemila e non duecento le stagioni vissute dallo stregone, che esistesse sin dall’inizio del tempo e che fosse lui stesso uno dei Misteri di Limbo. Un brivido percorse la schiena del giovane mago.
«La mitologia Arcon è una leggenda. Se a qualcuno piace crederci, se gli fa bene crederci, allora che ci creda pure. È la sua verità, ed è questo quello che conta. Ma imporla a chi non ha le stesse sue percezioni è una violenza mentale.»
Era la prima volta che Rivier confermava le sue sensazioni riguardo alla falsità della mitologia Arcon.  Poteva essere l’inizio della rivelazione, così Mylo provò ad incalzare il maestro.
«Se è vero che la mitologia è solamente una leggenda, qual è la vera storia di Limbo?»
Rivier ritrovò il sorriso e rispose.
«Non ti arrendi ragazzo. Va bene, ti dirò qualcosa, ma non aspettarti grandi rivelazioni. Come ti ho detto centinaia di volte, non sei ancora pronto.»
Mylo pendeva letteralmente dalla bocca del maestro. Si sporse in avanti verso il cavallo dello stregone come per afferrare meglio quello che gli stava per confidare.
«Ti dirò dei Misteri nella maniera in cui vengono divulgati dagli Stregoni Arcon. La verità degli Elenty è ben diversa, e non ti è consentito conoscerla. Sappi solo che comunque non riusciresti neanche a capirla. Ma tu sei un Arcon, e l’unica spiegazione che possa soddisfarti è quella Arcon.»
Cosa voleva dire il maestro? Che lui non era un Arcon? E allora cosa era? Avrebbe voluto chiederglielo, ma preferì tacere, temendo che lo stregone interrompesse il  discorso.
«Limbo è un luogo di attesa, un mondo di passaggio. Fu creato dagli Elenty dodici cicli fa per sfuggire alla morte del loro vecchio mondo. Essi erano in grado di manipolare la struttura di questo piccolo universo che avevano creato, una pratica che fu poi chiamata magia. Gli Elenty attendono in Limbo l’avvento del loro nuovo mondo, nel momento dell’Emersione.»
A Mylo sembravano enunciati estratti da un libro. Non era riuscito a capire molto di quello che Rivier gli aveva detto.
«Che vuol dire che fu creato dagli Elenty?»
Lo stregone guardò divertito l’espressione confusa del ragazzo.
«Gli Elenty non sono una leggenda. Sono esistiti e continuano ad esistere, poiché  alcuni di loro sono diventati immortali. Essi provengono da un altro mondo, un’altra dimensione, se così si può dire.»
«La dimensione della magia, quella in cui è possibile perdersi dopo aver usato il potere?» domandò il ragazzo, credendo di averci capito qualcosa.
«Si, qualcosa del genere» confermò il mago.
«E noi Arcon chi siamo?»
«Gli Arcon sono i figli degli Elenty. Furono creati insieme a Limbo per vivere in Limbo.»
«E cosa succederà quando arriverà il momento dell’Emersione?»
«Ragazzo, non è detto che questo evento accadrà mai. Gli Elenty continuano ad attenderlo, ma è passato così tanto tempo ormai che molti di loro non ci credono più. Immagino però che se arriverà, gli Elenty se ne andranno via e lasceranno Limbo agli Arcon. Sicuramente non riaffioreranno antiche città e non sarà l’avvento di un nuovo mondo per gli Arcon. Quella è solo una leggenda.»
«E gli oggetti di famiglia?»
«Appartengono agli Elenty e scompariranno insieme a loro. Ma non ti devi preoccupare dell’Emersione, ragazzo. E’ molto probabile che passeranno altri dodici cicli senza nessun oscuramento del sole o altri segni profetici.»
«Allora Seidon non esiste?»
«In realtà si. Seidon e Kyos furono creati anch’essi dagli Elenty come forze interne di Limbo. Ti stupirà sapere che Seidon è una creatura Arenty mentre invece Kyos è un Arcon. Ma qui ci perdiamo in particolari un po’ troppo difficili da comprendere. Ti basti sapere che Seidon è in effetti un entità molto potente appartenente alla struttura di Limbo.»
Mylo cercò di riordinare i pensieri, ma c’era qualcosa che non gli tornava.
«Hai detto che la verità Elenty non avrebbe senso per un Arcon, ma tu sembri conoscerla. Allora non sei un Arcon…»
Rivier si voltò verso il giovane apprendista mago e gli sorrise.
«Hai un buon intuito ragazzo. Davvero buono.» Ma non disse niente altro, e Mylo sentiva che non sarebbe servito incalzarlo con nuove domande. Il suo maestro poteva essere un Elenty, i leggendari figli di Seidon e primogeniti di Limbo, secondo la mitologia Arcon. Ma ormai quella era diventata una favola per bambini.
Cos’altro nascondevano i Misteri di Limbo? Quali altri segreti poteva rivelargli il suo maestro, e quanti di questi sarebbe riuscito ad afferrare? La conversazione era stata breve, ma aveva un bel po’ di materiale su cui riflettere adesso, mentre i cavalli procedevano in fila con passo costante verso l’accampamento dei Testimoni di Seidon.

4

Mentre discendevano l’altopiano verso le pianure del vespro, che si perdevano all’orizzonte nei loro gialli, ori e aranci, avvistarono l’accampamento. Mylo contò almeno una settantina di tende disposte attorno ad una più grande centrale, che era di sicuro la residenza del Primo Ministro Tawares. Decine di cavalieri si aggiravano per il campo. Oltre le tende in direzione del fiume Serpe, del quale era possibile distinguere in lontananza il riflesso dorato della sua superficie, vi era un grande recinto per i cavalli. Ve ne erano più di un centinaio.
Il suo senso del tempo gli diceva che il quinto margine del giorno stava per terminare. Si augurò che avessero a disposizione un’altra notte prima del processo e della probabile condanna. Una notte per riflettere sulle cose che Rivier gli aveva detto e per capire quali erano le sue intenzioni.
Poco più tardi la colonna di cavalieri che accompagnava i due prigionieri entrò adagio nel campo, movendosi direttamente verso la tenda centrale. Alcuni uomini salutarono i compagni appena giunti. Mylo si accorse che vi erano altri Arenty tra i Testimoni. Non era difficile riconoscerli. Avevano la tipica espressione assente, lo sguardo vacuo perso in strani pensieri. Si muovevano più lentamente degli Arcon, ma sembravano nello stesso tempo molto più all’erta. Il loro comportamento poteva apparire ottuso, ma in realtà era semplicemente distaccato. Non a caso alcuni li chiamavano i senza cuore.
La colonna si fermò a un cinquantina di passi dalla tenda di Tawares. Vi erano quattro guardie ferme davanti all’entrata. Una di queste si avvicinò al capitano Terion che nel frattempo era smontato da cavallo. I due si scambiarono qualche parola che Mylo non riuscì a sentire, dopo di che si avviarono entrambi verso la tenda. Il maestro sedeva sul cavallo accanto a lui, e guardava il cielo cercando di prevedere, come era suo solito fare, l’imminente paesaggio notturno.
Dopo poco il capitano uscì fuori e si diresse direttamente verso i due prigionieri. Sembrava leggermente turbato, come se la conversazione con il Primo Ministro non lo avesse soddisfatto. Si rivolse alle due guardie che tenevano legati i cavalli.
«Portateli nelle nostre tende. Il Primo Ministro non ha tempo stasera per esaminare questa faccenda. Lo farà domani mattina. Nel frattempo, non perdeteli d’occhio. Non vorrei che combinassero qualche scherzo. La responsabilità è nostra, intesi?»
«Si capitano» risposero all’unisono i due Arenty.
«Rompete le righe. Tornate al nostro accampamento e innalzate le altre tende» ordinò poi ai suoi uomini.
La guarnigione si diresse verso l’esterno del campo, nei pressi dei recinti per i cavalli. Laggiù vi erano tre grandi tende scure che dovevano rappresentare l’accampamento stabile della guarnigione. Mylo e Rivier vennero accompagnati in uno di queste tre alloggi, sempre sotto la scorta dei due cavalieri Arenty. Gli altri uomini prepararono diligentemente l’accampamento come aveva ordinato il capitano.
«Un’altra notte di attesa. Avrei voluto che ci dicessero subito quello che ci aspetta» confessò Mylo al maestro, una volta che si furono sistemati entrambi sui loro nuovi giacigli.
«La notte porta sempre consiglio, ragazzo. Meglio così, credimi» rispose Rivier sempre sorridendo.
Più tardi venne data loro una generosa razione di cibo, della carne sugosa accompagnata da del riso, e un paio di boccali di birra. Gli Arenty mangiarono insieme a loro nella tenda ma non dissero una parola. Non era tardi ma non c’era ragione per rimanere svegli, così dopo cena i due se ne andarono a dormire. Mylo era meno preoccupato della sera precedente, ma non riuscì a non pensare che quella poteva davvero essere la sua ultima notte. Lo stregone già stava russando quando quella paura gli entrò in testa. Maledisse l’irritante atteggiamento del mago e quasi per capriccio scacciò dalla mente i cattivi pensieri. Poco dopo si addormentò.
Fece sogni inafferrabili. Quando si svegliò il mattino dopo provò a riordinarli ma non ci riuscì. Sapeva di aver sognato a lungo e profondamente, ma non era capace di ricordare neanche una piccola parte di quelle visioni notturne.
Accanto a lui il maestro continuava beatamente a dormire, mentre le due guardie erano sempre lì, nella medesima posizione in cui le aveva viste prima di addormentarsi. Un piccolo brivido gli solleticò la schiena. “Strana gente i senza cuore” pensò, e si voltò dall’altra parte. Avrebbe aspettato il risveglio dello stregone. Non aveva nessuna intenzione di muoversi da solo, e non sapeva neanche se i cavalieri glielo avessero permesso.
Senza volerlo si riaddormentò, e questa volta i sogni vennero da lui imprimendosi nella sua mente. Sognò il volto di una ragazza e quello si un uomo dagli occhi di ghiaccio. Luci ed ombre che scuotevano il cielo e una battaglia magica che impegnava il maestro fino allo stremo delle sue forze. Vide un fulmine esplodere nel petto di Rivier ed il sorriso del vecchio che si spengeva, mentre il sole si oscurava come nella famosa profezia. Infine vide la montagna sacra, ergersi in tutta la sua grandezza.
«Ragazzo! Sveglia ragazzo!» la voce del maestro lo riportò indietro. Respirò a fondo chiedendosi se non era rimasto in apnea per tutta la durata di quello strano sogno. Sentire nuovamente l’aria nei polmoni gli fece riacquistare lucidità.
«Maestro!» chiamò. Poi guardò le guardie. Pareva che non avessero fatto caso al titolo con cui aveva chiamato lo stregone.
«Sembrava che stessi per annegare!»
«Solamente un brutto sogno, tutti qui.» Ma gli occhi del ragazzo dicevano tutt’altro. Rivier gli rispose con un cenno, intuendo quello che il ragazzo gli aveva comunicato con uno sguardo.
Uscirono dalla tenda con le due guardie sempre dappresso, e si avviarono verso il fuoco che ardeva allegramente in mezzo all’accampamento della guarnigione. Il cielo era rosso e arancio, e il sole era una palla di fuoco ferma all’orizzonte. La temperatura era pungente, l’aria umida profumata di erba fresca. Sui rilievi dietro l’accampamento si intravedevano grosse nubi plumbee che con tutta probabilità sarebbero rimaste lì per tutto il giorno. Il paesaggio era stato creato, da Seidon o da chi per lui. Poco importava chi ne fosse l’artefice. Questo era Limbo.
Si sedettero vicino al fuoco e venne loro offerta una generosa porzione di avena e latte. Vi erano altri cinque cavalieri vicino, gente dal volto sereno che parlava del paesaggio, dei cambiamenti, delle comunità che avevano incontrato. Prima di mangiare la loro colazione ringraziarono Seidon. Mylo non riusciva a pensare niente di male di quelle semplici persone, a parte forse per la spada di bronzo che portavano al fianco.
Da una tenda uscì il capitano Terion e si avviò verso di loro. Aveva l’aria di uno che aveva dormito male, perseguitato da sogni bizzarri come quello che Mylo aveva appena fatto.
«Oggi è il vostro giorno» esordì il capitano schernendoli.
«Sembra proprio così» rispose masticando lo stregone. Rivier girò lo sguardo verso il capitano e sfoderò uno dei suoi sorrisi. Terion evitò il suo sguardo e passò oltre.
In quel mentre Mylo si accorse che un piccolo drappello di cavalieri provenienti dal centro del grande accampamento si stava avvicinando. Un uomo precedeva il gruppo con uno stendardo rosso. I cavalieri radunati attorno al fuoco si alzarono in piedi e lui e lo stregone li imitarono. Il capitano Terion era davanti a loro e accennò un saluto. .
Il gruppetto si fermò a una ventina di passi dal fuoco. Solo un uomo continuò a camminare verso di loro. Era anziano e vestiva il rosso dei Testimoni ma anche il bianco che ne definiva il titolo. Una spessa catena d’argento gli pendeva dal collo e portava una spada di bronzo finemente lavorata, diversa da quella degli altri cavalieri. Per Mylo non fu difficile capire che si trattava del Primo Ministro Tawares.
«Capitano Terion» chiamò avvicinandosi al capo della guarnigione.
«Mio signore. Benvenuto nel nostro campo. Ecco qui i prigionieri accusati di stregoneria che…»
«Liberate subito questi due uomini» ordinò il ministro interrompendo bruscamente le parole del capitano.
Terion strabuzzò gli occhi. Annaspando cercò di rispondere.
«Ma mio signore, non capisco…»
«Hai capito bene Capitano!» lo interruppe nuovamente. Poi il Primo Ministro si mosse in direzione di Rivier. Un sorriso gli affiorò sul volto mentre tendeva le braccia verso lo stregone.
Rivier gli si avvicinò tendendo a sua volta le braccia. I due si incontrarono abbracciandosi in mezzo all’accampamento. I cavalieri erano meravigliati, il capitano Terion osservava incredulo la scena, ma il più sbalordito di tutti era sicuramente il giovane Mylo.
«Mio vecchio amico. Benvenuto!» disse Tawares.

Continua venerdí prossimo.

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Published in: on ottobre 2, 2009 at 9:17 am  Comments (2)  
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CAPITOLO 3: Mylo e Rivier – Lupo Solitario – I Testimoni di Seidon

Il fuoco ardeva a pochi metri dal lago. Il lago era il cratere di un vulcano spento. Le brezze montane ne increspavano la superficie.
Quello era il luogo ideale per giocare con gli elementi, per provare nuove formule, sondare i limiti del proprio potere e riversarlo nel paesaggio circostante. C’era acqua, fuoco, vento e terra. C’era il silenzio, interrotto a volte da un tuono lontano, oppure dall’urlo di un falco. C’erano i boschi di faggi e querce che circondavano il cratere, e gli animali che si nascondevano per timore del crepitio. Era il crepitio della magia, come se l’aria attorno al mago cominciasse a sfrigolare, perdendo consistenza. Gli animali non lo sopportavano, e ne fuggivano con la coda tra le gambe.
Mylo provò a concentrarsi di nuovo sulle fiamme danzanti che aveva dinanzi. Sentiva il calore sulla sua faccia ed il vento che gli accarezzava i capelli tagliati corti. Era un giovane robusto, dal volto pallido e la bocca rossa come petali di rosa. Aveva il portamento tipico dei Lupi Cacciatori; nobile e fiero.
Il suo maestro gli aveva suggerito di prendere prima possesso del vento e poi di concentrarsi sul fuoco. Questo era l’unico modo per portare a termine quel complicato incantesimo. Ma Mylo era testardo e voleva provare qualcosa di diverso. Voleva fondere i due elementi, incanalarli assieme ed evocare così un globo di pura energia, vincolato al suo volere.
Entrò nei due elementi e ne piegò le volontà. Per un attimo una sfera di fuoco si librò sopra la sua mano tesa, e un sorriso apparve come una taglio nella faccia del ragazzo. Ma la sfera crebbe d’intensità, e lui ne perse il controllo. Sarebbe esplosa causandogli ustioni mortali se nel frattempo l’acqua del lago non avesse preso vita, riversandosi sulla riva e spegnendo così il fuoco e la sfera di energia. Il giovane mago si ritrovò completamente bagnato, mentre un’esplosione di rabbia gli montava dentro.
«Ce l’avevo sotto controllo!» esclamò.
Girò lo sguardo verso la figura che stava alle sue spalle. Era un uomo minuto, dalle ampie vesti bianche ed il volto amichevole. I suoi occhi nascondevano un sorriso senza tempo. Si chiamava Rivier.
«No Mylo! Ce l’avevi quasi sotto controllo. È  diverso…»
«Guarda cosa hai fatto ai miei vestiti…» continuò ad imprecare il ragazzo.
Rivier compose due simboli nell’aria con la mano destra ed un vento caldo proveniente dal lago incominciò a soffiare verso riva. In pochi istanti le vesti dell’apprendista mago erano asciutte.
«Mi piace il tuo spirito ribelle, ma un giorno potrebbe non esserci qualcuno a salvarti la pelle. Il controllo è importante.» Lo stregone si avvicinò al ragazzo.
«Ma come posso controllare gli elementi se non ne conosco il senso?»
Il ragazzo si riferiva ai Misteri. Rivier li conosceva, forse meglio di chiunque altro, ma non ne aveva mai voluto parlare. Ogni volta che l’argomento si presentava lo stregone lo liquidava con la scusa del “non sei ancora pronto”. Mylo detestava quella frase.
«Ragazzo, il senso al quale ti riferisci non avrebbe alcun senso per te, credimi. E ti assicuro che non ti aiuterebbe a piegare alla tua volontà gli elementi.»
«Facile per te che conosci tutti i trucchi…»
«La tua è solo curiosità. Ed è questa curiosità che ti impedisce di eseguire l’incantesimo. Smetti di pensare ai Misteri e controlla gli elementi. Riprova!»
Mylo folgorò il maestro con uno sguardo, ma si rimise in posizione per effettuare la magia. Prima evocò il fuoco che incominciò a bruciare i resti ormai asciutti del precedente falò. Poi si concentrò sul vento. Il crepitio del sortilegio che stava per compiersi fece urlare una bestia nel bosco vicino.
Questa volta, prima di pensare al fuoco, aveva soggiogato al suo volere il vento. Lo direzionò come voleva e poi ordinò alle fiamme di unirsi a lui. Dal fuoco fuoriuscì una lingua gialla che andò a colpire una grossa pietra ricoperta di muschio a una decina di passi di distanza. La pietra si annerì e incominciò a fumare.
«Bravo!» esclamò entusiasta lo stregone.
Mylo sbuffò e gli voltò le spalle.
«Niente di speciale» commentò. E si avviò lungo la riva, respirando regolarmente per riacquistare il controllo. Era una normale procedura dei maghi dopo che avevano usato i loro poteri. Ogni volta che veniva usata la magia, il mago perdeva contatto con il mondo elevandosi verso altre dimensioni. La respirazione lo aiutava a riprendere possesso del proprio spirito e a riportarlo in Limbo.
Questo gli aveva insegnato Rivier. Ma non era tutto, lo sapeva. Maledisse per l’ennesima volta i Misteri. Quale era la ragione per cui il maestro si dimostrava così reticente a parlare dei segreti di Limbo? In fondo cosa potevano essere mai. Che la mitologia Arcon fosse una grossa frottola lo aveva intuito da solo molte stagioni prima.  Qualsiasi altra storia non avrebbe fatto certo differenza per lui. Probabilmente non ci avrebbe nemmeno creduto. Però lo intrigava, e soprattutto lo infastidiva tutta quella segretezza.
Ricordò l’incontro con Rivier, molte stagioni prima. I Lupi Cacciatori l’avevano allontanato dalla comunità a causa della sua debolezza. Trovava assurdo che una banale fobia, quella per i serpenti, decidesse le sorti di un uomo. I Lupi erano dei bastardi. Grandi combattenti ed abili cacciatori, ma stavano perdendo la loro parte umana. Presto sarebbero diventati come i loro stupidi amici a quattro zampe.
A lui importava poco. Aveva perduto i genitori quando era ancora un bambino, e la comunità non era mai diventata una seconda famiglia. Una parte di se era quasi contenta di essere stato allontanato.
Non aveva problemi ad ammettere che se non fosse stato per Rivier sarebbe morto quel giorno. Non era colpa sua. Quel maledetto serpente era uscito fuori da dietro una roccia senza nessun motivo. Lui non poteva fare altro che rimanere immobile, conscio del pericolo ma completamente paralizzato da quella paura inesplicabile, talmente profonda e radicata dentro la sua natura da non poter essere minimamente controllata. Aspettava il morso, la morte, il lieto finale di quel momento di terrore.
Il serpente era una Lingua di Kyos, piccolo e giallo, più velenoso di un cobra e cinicamente perverso. Poteva rimanere a fissarti per tutto il giorno prima di morderti, come se stesse assaporando il profumo della tua paura e ne gioisse. Non a caso aveva preso il nome dal fratello di Seidon, lo squartatore del mondo.
Mentre contava gli attimi che gli rimanevano da vivere, in piedi a un passo da quel velenoso rettile, una folgore esplose alle sue spalle ed una scia di intensa luce azzurra si riversò sulla roccia dove si trovava il serpente. Si voltò di scatto e vide quel piccolo uomo vestito di bianco. Un mago.
Non aveva mai capito il motivo per il quale Rivier lo avesse voluto iniziare alle arti divinatorie. Lui era un cacciatore, non uno studioso. L’opportunità era ghiotta e Mylo non era il tipo che si tirava indietro davanti alle sfide. Ma non gli ci volle molto prima di rendersi conto che il cammino del mago era tutt’altro che facile. E poi c’erano sempre quei dannati Misteri che lo tormentavano.

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«Muoviamoci ragazzo! Sta iniziando il settimo margine e presto il cielo si oscurerà.»
Mylo aveva ripreso a respirare normalmente. Il potere era fluito attraverso e fuori da lui insieme a una parte del suo spirito, e adesso quella parte aveva fatto ritorno. Tornò indietro verso il fuoco che continua a consumarsi sulla riva sabbiosa del lago. L’uomo dalle vesti bianche guardava il cielo prevedendo la notte prossima a calare.
«Sarà una notte tranquilla, maestro» predisse Mylo.
«Si, forse. Per oggi basta così. Torniamo all’accampamento.»
Si allontanarono dallo specchio d’acqua che era il cratere spento di un vulcano ed entrarono nel bosco, scendendo verso valle attraverso uno stretto sentiero. Laggiù avrebbero trovato i due cavalli e la loro tenda ad aspettarli.
Mylo sentiva nella gambe la stanchezza della giornata di addestramento. Faceva fatica a star dietro allo stregone che, nonostante l’apparente età, peraltro indefinibile, e le ampie vesti che sembravano ingombranti ed inadatte a camminare nei boschi, procedeva spedito attraverso rovi e passaggi scoscesi. Lo vide fermarsi ad un tratto più sotto, nel punto in cui il sentiero usciva dall’intricata vegetazione consentendo un’ampia visuale della valle. Gli si avvicinò guardando verso la radura dove si trovava il loro accampamento.
«Chi sono?» esclamò.
La radura era occupata da una guarnigione di cavalieri, almeno quindici. Non si riusciva a distinguerne l’appartenenza da quella distanza. Si muovevano attorno alla tenda e stavano probabilmente aspettando il loro ritorno.
«Testimoni di Seidon» rispose lo stregone con voce tranquilla.
«Maledetti loro. Cosa vogliono?»
«Avranno visto sicuramente i lampi e udito il crepitio. Sono alla caccia di eretici, e noi siamo le loro prossime prede.»
Rivier appoggiò una mano sulla spalla del ragazzo e con un sorriso beffardo proseguì.
«Ragazzo, la vita del mago non è delle più facili. Il mondo è pieno di gente invidiosa e testarda. Tienilo sempre bene in mente.»
Mylo face una smorfia.
«Che facciamo adesso?»
«Beh, non possiamo abbandonare la nostra roba. Andiamo a sentire cosa hanno da dirci questi signorotti. Magari ci offrono un’occasione per esercitarci…»
Gli occhi di Rivier luccicavano maliziosamente, ma Mylo sapeva che lo stregone non sarebbe mai arrivato ad uccidere qualcuno senza un buon motivo. Non nascose inoltre il suo stupore per il fatto che il maestro potesse fronteggiare senza timore quindici cavalieri di Seidon.
«La fai sembrare una passeggiata ma si tratta di una bella guarnigione, armata fino ai denti da quanto posso vedere. E noi siamo solo due…»
«Si ragazzo, il conto è giusto.» E continuando a sorridere proseguì per il sentiero che tornava a infilarsi nella vegetazione. Mylo gli corse dietro, mentre uno strano brivido di eccitazione gli percorse tutto il corpo. Dopotutto era sempre un Lupo.
Giunti nei pressi della radura, Rivier smorzò con un semplice incantesimo il rumore del loro movimento. Quando i due fecero la loro apparizione davanti alla guarnigione sparpagliata attorno alla tenda, un paio di cavalieri ebbero un sussulto. Immediatamente due arcieri li presero di mira, e qualcuno intimò loro di fermarsi. La voce proveniva da dentro la tenda.
Rivier e Mylo si fermarono uno accanto all’altro, guardando nella direzione da dove giungeva quella voce. Dalla tenda uscì un uomo molto alto e quasi totalmente calvo. Indossava le tipiche vesti rosse che distinguevano i Testimoni di Seidon e portava una lucente spada di bronzo, anche questa simbolo della confraternita.
I Testimoni di Seidon erano una comunità errante che aveva come scopo principale quello di portare la verità di Seidon e screditare le ridicole congetture attorno ai Misteri. Durante l’ultimo ciclo, il dodicesimo dalla creazione di Limbo secondo il calendario Arcon, in molti avevano incominciato a parlare dei Misteri, senza neanche sapere che cosa fossero. Ma lo spargersi di queste voci fecero muovere con maggiore zelo i Testimoni. Adesso la comunità contava diversi distaccamenti, e i controlli erano raddoppiati. La magia era da sempre legata ai Misteri, perciò ogni mago era considerato un eretico agli occhi dei Testimoni. Spesso gli eretici venivano condannati a morte, ma veniva anche praticata la tortura per giungere alla loro conversione.
Mylo non credeva alla mitologia Arcon, ne tanto meno a Seidon il misericordioso, come lo chiamavano i Testimoni, ma di sicuro non potevano entrargli in testa e scoprire quello che stava pensando. In fondo non era difficile convincere la confraternita della propria fedeltà. Ma se avevano sentito il crepitio, le cose potevano davvero complicarsi. Si preparò al peggio, ma si rese conto che le carte le avrebbe giocate tutte il suo maestro. Era molto curioso di vedere come sarebbe andata a finire.
L’uomo calvo, presumibilmente il capitano della guarnigione,  si fermò a pochi passi da loro e iniziò la sua predica. Rivier lo osservava con occhi divertiti.
«Due erranti solitari che amano strane letture e fanno lunghe passeggiate presso vulcani spenti. Soggetti curiosi, per non dire bizzarri.»
L’uomo teneva in mano uno dei libri di Rivier, un antico volume scritto dallo stesso stregone in una lingua sconosciuta. Era il Bit, la lingua dei maghi.
Il cavaliere calvo attese qualche istante prima di continuare, come se aspettasse le sue prede al varco. Rivier rimase immobile, il volto sereno e gli occhi miti. Sembrava guardasse oltre il Testimone, oltre la tenda e oltre la radura, come perduto in un qualche misterioso pensiero. Il cavaliere tornò a parlare.
«Alcuni miei compagni mi hanno riferito di aver udito uno strano rumore provenire da lassù» ed indicò la sommità del vulcano. «Una sorta di sfrigolio, un suono estremamente fastidioso, di quelli che si dice appartengano alle blasfeme pratiche delle streghe e dei fattucchieri. Avete una qualche idea di cosa possa aver causato quel rumore?»
Il volto dell’uomo si contorse in un ghigno mentre attendeva la replica dei due astanti. Nel frattempo la sua mano si era posata sull’elsa della spada che portava al fianco.
Rivier rispose con voce tranquilla. Non ebbe nessuna esitazione nel pronunciare quella curiosa menzogna.
«Abbiamo visto una volpe e un fagiano che si azzuffavano come se fossero impazziti. Forse era quello il rumore che i vostri uomini hanno sentito. La volpe ha avuto la meglio, ovviamente. C’era anche un gufo che assisteva alla scena. Davvero stupefacente.»
Per poco Mylo non esplose in una sonora risata. Fece fatica a trattenersi, e dovette voltarsi da una parte per evitare che il Testimone non si accorgesse della sua smorfia. Quando tornò a guardare verso il cavaliere calvo, vide che nei suoi occhi bruciava una fiamma di rabbia. Aveva intuito lo scherno, e sembrava che stesse sul punto di gettarsi addosso al maestro con la spada in pugno. Poi invece riuscì a riprendere il controllo di se. Intanto il volto di Rivier rimaneva placido ed immobile.
«Si, stupefacente! Eppure qualcosa mi dice che quel rumore era causato dalla magia, e che voi due c’entrate qualcosa. Dovremo fare degli accertamenti, ovviamente, perciò dovrete seguirci all’accampamento centrale. Se è vero che siete dei maghi, vi consiglio di collaborare e di smettere subito di raccontare fandonie. La voce di Seidon può ancora aprirvi il cuore ed accogliervi nel suo amorevole abbraccio.»
Rivier rispose con voce ancora più calma, lo sguardo perso in qualche dimensione lontana.
«Si, davvero una bella azzuffata…»
Il Testimone fece finta di non aver sentito e ordinò ai suoi uomini di preparare il campo per la notte. Sarebbero partiti il giorno dopo ormai, dato che il settimo margine era quasi terminato e che il buio li avrebbe sorpresi da un momento all’altro.
Due uomini si avvicinarono al ragazzo e allo stregone dietro l’ordine del capitano della guarnigione. Erano sotto la loro stretta sorveglianza adesso. Intimarono loro di non provare a ribellarsi o a fuggire, e soprattutto di non utilizzare alcuna pratica magica, pena l’assaggio della sacra spada di bronzo, immagine della lama di Seidon che salvò il mondo dalla catastrofe, nei tempi remoti della creazione.
Mentre li conducevano nella loro tenda, Mylo cercò di capire le intenzioni del maestro.
«Che facciamo?» sussurrò.
«Osserviamo, ragazzo. È il modo migliore per imparare.»
Ma la calma di Rivier non bastava a tranquillizzare il ragazzo. Ora che quelle due guardie li seguivano a due passi di distanza con le spade in pugno, si accorse che quel gioco incominciava ad innervosirlo. Molte domande gli affiorarono in testa. Quali erano davvero le loro possibilità? Era sicurezza o abbandono la calma mostrata dal maestro? E se durante la notte avessero tagliato la gola ad entrambi? Non voleva sentirsi intimorito, ma la situazione non gli piaceva affatto. Invidiava il maestro che se stava placido ad osservare gli eventi. A lui invece incominciavano a prudere le mani.
Si distesero sui loro giacigli ascoltando gli uomini che all’esterno si adoperavano a innalzare le tende e preparare il fuoco per la notte. Le due guardie sedevano a poca distanza da loro e parlavano sottovoce.
«Almeno stasera non dovremo cucinare» esordì Rivier ridacchiando.
Mylo gli rispose con un sorriso forzato. Si chiese per l’ennesima volta come facesse il suo maestro a divertirsi in una situazione simile, ma rinunciò subito a trovare una risposta. Avrebbe atteso ed osservato gli eventi. D’altronde non c’era niente altro da fare.

Più tardi venne portata loro la cena, due ciotole di stufato e due boccali di birra che Mylo annusò attentamente per paura che fosse avvelenata. Rivier invece la buttò giù tutta d’un fiato e ne chiese gentilmente un altro boccale. Poi ci fu il cambio di guardia e i due si prepararono per andare a dormire.
Lo stregone si abbandonò subito ad un sonno profondo, non privo del suo solito russare. Il ragazzo invece rimase sveglio per molto tempo, osservando le ombre dei cavalieri che sfilavano davanti al fuoco del campo e ascoltando lo sferragliare delle loro spade di bronzo. Teneva le orecchie tese nel timore che qualcuno si avvicinasse furtivamente per ucciderli nel sonno. Due eretici, due maghi infedeli che credevano ai Misteri. Maledetti segreti. E forse sarebbe morto proprio per colpa di loro, e senza nemmeno conoscerne il significato.
I pensieri vorticavano nella sua testa, una giga convulsa e rabbiosa, un susseguirsi di domande senza risposte, di ragioni senza logica, di cadute senza appigli. “Il senso al quale ti riferisci non avrebbe alcun senso per te”. Che cosa voleva dire? Ripeté quella frase nella sua testa, e la immaginò come un ramo proteso verso di lui, ma irraggiungibile. Provò al allungare il braccio, a distendere il corpo e cercare di afferrare il rosso frutto attaccato a quel ramo, ma le sue dita non riuscivano neanche a sfiorarlo.
Finalmente la stanchezza della giornata prese possesso di quei pensieri e li richiuse in una stanza vuota della sua mente, guidandolo poi verso un sonno profondo e privo di sogni.

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Published in: on settembre 18, 2009 at 7:14 am  Comments (2)  
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