IL PORTATORE DEL BRACCIALE

Questa settimana il progetto “Limbo” presenta un racconto breve scritto nel 2006 che gira intorno ai misteri e al significato degli oggetti di famiglia. L’immagine di Charles Huxley legata al racconto sarà pubblicata la prossima settimana. Nel frattempo ho allegato un suo vecchio lavoro.
Il romanzo “Limbo” tornerà venerdì prossimo con il sesto capitolo.
Buona lettura.

racconto limbop

Il cielo era plumbeo e gravido di pioggia, ma c’erano riverberi rosati che lampeggiavano dietro le nubi, segno che il paesaggio sarebbe cambiato e che una notte priva di astri si prospettava, ospite la solitaria cometa che scandisce il tempo di Limbo. Clessidra la chiamavano, la luce che naviga il cielo scandendo le stagioni.
Neve procedeva lentamente in sella al suo cavallo, discendendo la montagna appena valicata. Il sentiero lo stava accompagnando verso le terre del sole rosso, oltre Mountoor, la montagna che segnava i cicli del mondo.
Desiderava da tempo rivedere le terre in cui era nato, le praterie all’ombra delle Montagne del Vespro, un paesaggio incantevole in cui le luci del cielo si rincorrevano in sfumature calde tra il giallo, il rosso e il blu più profondo. Un tramonto eterno, alternato a delle notti di luna bianca, dava il nome a quelle montagne che come un drappo nascondevano il Mare Infinito di Limbo. Oltre la distesa azzurra increspata di onde continue, il riflesso in due specchi paralleli del solito paesaggio dava il nome a quel mare; Infinito.
Mentre discendeva l’altura, Neve giocherellava col bracciale di famiglia, un drago dorato attorcigliato su se stesso con due rubini per occhi. Era un oggetto alquanto vistoso, complice il suo evidente valore. Ma in realtà un oggetto di famiglia non ha mai un valore perché venderlo è inammissibile, il gesto più degradante che un uomo possa compiere.
Suo padre glielo aveva cinto intorno al polso molte stagioni prima, quando i suoi occhi grigi lentamente si spegnevano su questo mondo per riaprirsi da qualche altra parte. Da allora Neve non se l’era mai tolto, e mai lo avrebbe rimosso se non in punto di morte, consegnandolo nelle mani di Jill, la figlia di sua sorella Violet, prima discendente della sua famiglia. Ma se fosse giunto il tempo dell’Emersione, come gli aveva spiegato il padre, avrebbe dovuto esaudire il suo ultimo desiderio, una missione piena di mistero della quale Neve non desiderava conoscere più di quel poco che sapeva. Nel momento in cui il sole e la luna si fossero congiunti dando vita ad un nero astro che risucchia la luce, il tempo dell’Emersione sarebbe giunto, ed allora quel bracciale doveva essere consegnato nelle mani del guardiano di Mountoor.
Era totalmente assorto in questi pensieri quando il cavallo nitrì improvvisamente, scartando di lato in un movimento che per poco non disarcionò il suo cavaliere. Neve riprese subito il controllo del suo destriero,  ma quando rialzò lo sguardo venne colto dalle vertigini. Il mondo intorno a lui si oscurò per un istante mentre un suono lancinante, come metallo e vetri in frantumi, attraversò la sua testa lasciandolo senza fiato.
Quando riprese coscienza dei suoi sensi si ritrovò con la faccia nella polvere ed i muscoli inerti. Poteva solo avvertire le presenze sopra di lui, due uomini le cui auree erano così potenti da distorcere l’etere intorno a loro.
Neve, capace appena di respirare, poté soltanto ascoltare le parole dei due uomini che stavano disegnando il suo destino.
«Allontanati da lui!»
«Chi credi di essere tu per dirmi cosa devo o non devo fare?»
«Io sono la cosa giusta.»
Le due voci erano completamente diverse. La prima era priva di emozioni, l’altra fin troppo appassionata.
«Tu sei solo un disegno, niente più. Quel bracciale mi appartiene, è mio. Anzi, quel bracciale sono Io!»
«No. Quel bracciale eri Tu prima che questo mondo ti corrompesse, prima che tutto questo avesse inizio.»
«Misero Arenty, credi di potermi fermare? Tu non puoi neanche immaginare la forza che mi spinge verso quell’oggetto.»
«Quella forza di cui parli è fittizia. Tu puoi continuare a vivere la tua vita anche senza quel bracciale. Non c’è niente che ti leghi a lui. Non più!»
Adesso le voci erano molto vicine, sovrastavano il corpo e la mente di Neve che immobile cercava di afferrare il senso di tutto ciò.
«Come potrei vivere ignorando la presenza di quel bracciale? È la testimonianza dell’inganno che noi Elenty abbiamo subito. Non capisci? Già, ma come potresti mai capire tu…»
«Io non capisco. Io so! So qual’è la cosa giusta da fare, ed è proteggere il portatore del bracciale per il bene di tutti.»
Ci fu un momento di silenzio, mentre le due figure parevano studiarsi. Si muovevano in cerchio, sollevando nuvole di polvere attorno al corpo inerte di Neve.
«La cosa giusta? Non esiste nessuna cosa giusta. Questo dannato mondo finirà prima o poi, e tutto sarà stato inutile. Quindi facciamola finita e incrocia la tua spada, tanto so già che non ti farai mai da parte.»
«E come potrei. La mia esistenza è volta a questo momento. Lasciami però un ultima parola prima di combattere. Un giorno la vita contenuta in quel bracciale aprirà gli occhi su un mondo nuovo, un mondo vero, e quando questo accadrà tu ti risveglierai e Limbo non ti sembrerà altro che un brutto sogno. Sei sicuro di non volerci credere più?»
Ci fu un’altra pausa di silenzio in cui Neve poté distinguere i respiri degli uomini che si fronteggiavano. oi un sussurro pronunciò le ultime parole prima dello scontro.
«No, non ci credo più!»
Due urli profondi e disperati precedettero lo schianto delle lame lanciate in due potenti fendenti. Lo scontro di quelle spade, sicuramente di origini magiche, portò il definitivo oblio nella mente di Neve.
Vagò in un sogno leggero, fatto di filamenti luminosi e visioni di sistemi binari, immagini che non riusciva pienamente a capire ma che seguivano i bizzarri ragionamenti dei due uomini che combattevano sopra di lui.
Poi sentì il suo corpo cadere per un tempo indefinibile, per atterrare infine dentro una scura pozza d’acqua che si andava allargandosi a causa della pioggia battente che vi cadeva. Per un momento temette di affogare, ma come succede sempre nei sogni, l’attimo prima di morire riaprì gli occhi sul mondo.
Neve era ancora riverso a terra nello stesso punto in cui era caduto da cavallo, sotto una pioggia torrenziale che lasciava distinguere appena il paesaggio.
A fatica riuscì a rialzarsi in piedi, e subito si accorse dell’uomo che giaceva a pochi metri da lui. Riverso al suolo, il corpo senza vita di uno dei due guerrieri era privo di testa.
Quando Neve si avvide di non indossare più il bracciale seppe a quale voce apparteneva quel corpo.

Norg – Agosto 2006

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racconto limbo

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Published in: on ottobre 16, 2009 at 7:20 am  Comments (2)  
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CAPITOLO 1: Gli oggetti di famiglia – La morte di un padre – Il destino di un Keeper

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Il sole era nascosto da un velo di foschia color ocra, il paesaggio era privo di ombre e baluginava come una visione di un sogno, il vento soffiava ma era muto.
Jade vide la tenda in mezzo alle dune. Si proteggeva gli occhi con una mano mentre la sabbia le vorticava intorno. Sentiva il terreno sotto i piedi pulsare, oppure era il suo cuore che batteva più forte del normale e le rimbombava in ogni centimetro del corpo. Non avrebbe saputo dirlo. Ciò che sapeva era che suo padre si trovava in quella tenda, ed era sul punto di morire.
Si era fermata a due passi dalla sua guida, un uomo che si faceva chiamare Misar. Era vecchio, ma aveva un portamento elegante. Si sorreggeva con un bastone e la guardava con due occhi profondi, due fessure verdi sotto folte sopracciglia striate di grigio.
Lei era minuta ma aveva il volto fiero. I capelli le accarezzavano in onde brune gli alti zigomi. Gli occhi erano due pozze di tenebra, ma il loro taglio era dolce. Erano gli occhi di sua madre.
Lui la guardò come per assicurarsi che avesse capito. Lei gli rispose con un cenno; la tenda era il luogo verso cui erano diretti. Avevano oltrepassato le Montagne della Notte, percorso il Fiume Serpe fino alle cascate dei Dowa, attraversato la foresta fino ai margini del deserto che segnava il confine con le Terre Desolate. Avevano camminato per cinque giorni e finalmente il viaggio stava per concludersi.
Jade non si era mai allontanata così tanto dalla comunità degli Arceri Rossi, da sua madre che intesseva le corde e fabbricava le frecce, dallo zio Ulkan che le aveva insegnato a tirare bendata. Era rimasta vicina a quella strana piccola famiglia con cui era cresciuta, dimenticandosi di avere un padre e rifiutando il suo destino di erede all’oggetto di famiglia.
“Tuo padre è un Keeper, per questo è dovuto partire” le aveva detto sua madre quella mattina di molto tempo prima, quando lei era solo una bambina e non riusciva a capire il significato di quello che le era successo. Sopravvivere alla morte di un genitore era diverso dal vivere sapendo che tuo padre era lontano e non sarebbe mai più tornato. Ma questo era il fato di ogni Keeper, e presto sarebbe stato anche il suo.
Si rimisero in cammino, stringendosi nei manti che li proteggevano dal vento e dalla sabbia. Le Terre Desolate erano luoghi dai quali era bene tenersi alla larga, dicevano gli uomini della sua comunità. Regioni sperdute abitate da strane creature, terreni aspri in cui il tempo cambiava repentinamente e una bufera poteva coglierti impreparato.

Il velo di nebbia era così spesso da nascondere anche la Cometa Clessidra, azzurra fiamma dei cieli di Limbo che scandiva i cicli e le stagioni. Jade la cercò sopra di se nel punto in cui l’aveva vista la notte prima, ma la gialla foschia aveva inghiottito ogni cosa. Si sentiva in un mondo di ori e di ocra, di gialli e di beige, intrappolata in un dipinto ad olio in cui il pittore cercava mille sfumature per rappresentare la sabbia ed il cielo. L’unica cosa che interrompeva quel mondo giallo era la tenda verso la quale erano diretti. Spiccava sopra la sabbia nel suo azzurro morente, squassata dal vento ma ben ancorata al terreno.
“Essere Keeper è il più alto riconoscimento per un Arcon” le aveva detto suo zio mentre la salutava cinque giorni prima. Misar la aspettava fuori dal campo degli arcieri, mentre lei cercava negli occhi di sua madre un pretesto per restare. Ma lei non aveva voluto sentire discussioni. Alla chiamata del padre Jade doveva rispondere, perché era lei l’erede, perché quello era il suo destino. Il destino di un Keeper.
Si avvicinarono alla tenda nel punto in cui un’apertura nel telo era tenuta chiusa da una corda che passava attraverso degli anelli di metallo. Misar, appoggiando un ginocchio nella sabbia, si chinò a sciogliere il nodo che fermava la corda. Un attimo dopo il telo veniva spostato per consentire alla ragazza di entrare.
Jade si accorse in quel preciso istante di non essere preparata a quello che l’aspettava là dentro. Aveva avuto giorni per riflettere e capire quello che provava, e adesso era lì davanti alla tenda in cui suo padre, che quasi non conosceva, stava esalando gli ultimi respiri.  Che cosa gli avrebbe detto? Cosa avrebbe fatto? Avrebbe pianto e sarebbe rimasta immobile come una statua mentre lui le consegnava l’oggetto? Non riusciva a sentire niente. Era come se la sabbia del deserto le fosse entrata in ogni poro otturando ogni sua sensazione. Si sentiva totalmente incapace di percepire alcunché.
Mentre varcava la soglia un unico pensiero le balenò in testa, un’immagine sfuggente che riuscì a riconoscere solo in un secondo momento. Era il volto di un uomo sconosciuto, evocato in una visione insieme alle sillabe che componevano il suo nome. Provò a ripeterle sottovoce mentre le uscivano velocemente dalla testa, ma le aveva già dimenticate.
L’interno della tenda era più ampio di quello che si era immaginata, una stanza di forma esagonale, buia e piacevolmente fresca. Il pavimento era cosparso di tappeti e cuscini. Al centro vi era un basso tavolo con delle pergamene e alcune candele spente. Oltre il tavolo si intravedevano due cassapanche di legno aperte dalle quale fuoriuscivano alcune vesti.
Per un momento pensò che nella tenda non ci fosse nessuno, che suo padre se ne fosse andato o addirittura che non fosse mai esistito. Sapeva che non era così, ma per un attimo si aggrappò a questa speranza. Poi vide il gigante, nell’ombra più scura della stanza.
Stava in piedi e misurava tutta l’altezza della tenda, più di due metri. Un perizoma di cuoio e una larga cintura erano i suoi unici indumenti, e sopra di questi ostentava un possente torace completamente glabro. Il suo volto era cupo, lo sguardo basso, i capelli ricci che ricadevano sulle spalle. Teneva le mani appoggiate sul pomo di un enorme spadone conficcato nella sabbia davanti a lui. Se ne stava immobile come una statua.
Jade rimase come folgorata da quell’apparizione. Poi vide il corpo dell’uomo che giaceva accanto al gigante e capì tutto. Il guerriero con lo spadone non poteva che essere il Protettore di suo padre.
Le tornarono in mente le storie narrate dagli arcieri, nelle serate di bivacco quando veniva cacciato il cervo e tutti si ritrovavano davanti al fuoco a bere vino caldo. Lei ascoltava attentamente le storie che riguardavano i Keeper e gli oggetti di famiglia, anche se non lo dava a vedere. Tutti sapevano di suo padre e del suo destino, e ciò la metteva in imbarazzo. Una parte di lei avrebbe rinunciato volentieri a quel grande onore di cui tutti parlavano, ma vi era anche un lato orgoglioso e curioso che a volte affiorava, ed era proprio quel lato che le faceva tendere l’orecchio e carpire qualsiasi cosa venisse detta a riguardo.
Gli oggetti di famiglia erano artefatti creati dagli dei e consegnati alle famiglie più onorevoli, nei lontani giorni in cui Limbo era giovane e le memorie del vecchio mondo ancora fresche. Gli oggetti erano la chiave per far riemergere dagli abissi le perdute città del vecchio mondo, quando il tempo fosse giunto. Fino ad allora i Keeper avrebbero custodito questi oggetti lontano dall’avidità degli uomini, in solitari pellegrinaggi in compagnia solamente del proprio Protettore, un guerriero Arenty al servizio dell’oggetto e del suo Keeper.
Un guerriero Arenty non era altro che una macchina di morte, un combattente privo di sentimenti che aveva un’unica ragione di vivere; portare a compimento la sua missione. E lo scopo dei Protettori era quello di difendere in tutti i modi l’oggetto di famiglia e il suo custode.
Jade si mosse con gambe instabili verso l’uomo supino ai piedi del gigante. Si accorse che stava dormendo e che il suo respiro era lento e leggero. Se l’era immaginato molto più vecchio, forse perché era in punto di morte, ma adesso le sovvenne che era solo un uomo di mezz’età, stroncato nel fisico da una strana malattia. I capelli erano striati di grigio così come la leggera barba che gli ricopriva le guance, ma non era vecchio.
Vederlo dormire, inerte su quello scomodo giaciglio di tappeti, le mosse qualcosa dentro. Provò pena per quell’uomo che era suo padre, per la condanna che lo aveva fatto allontanare dalla sua famiglia quel giorno in cui venne chiamato ad adempiere la missione di Keeper dal fratello di sua madre. Non lo vide più come il diretto responsabile di quell’assurda missione nella quale era a sua volta implicata, ma come una pedina che come lei aveva dovuto un giorno rispondere a una chiamata indesiderata. E mentre questa sensazione le inumidiva gli occhi, suo padre la guardò.
«Dhora…» sussurrò con un filo di voce. Era il nome di sua madre.
«No padre. Sono Jade…» le parole rimasero come ferme nell’aria. Gli occhi di lui si corrugarono cercando un appiglio. Lei lo aiutò concludendo la frase «…tua figlia.»
Suo padre si chiamava Ethan, che nella lingua Sint significava rondine. Il fato lo aveva legato al suo nome, offrendogli una vita che era stata come una lunga migrazione. Ma in fondo questo era il destino di ogni abitante di Limbo, il mondo in continuo cambiamento.
Non esistevano né città né alcun tipo di insediamento permanente. Tutto scorreva, tutto passava e si trasformava, mentre la Cometa Clessidra scandiva le stagioni ed il cammino della montagna sacra segnava il passaggio dei cicli. Mountooor era l’unico paesaggio che rimaneva inalterato, la montagna presso la quale gli oggetti di famiglia sarebbero stati portati se il tempo dell’Emersione fosse giunto.
Si chiese perché le venissero in mente tutte queste cose in quell’istante. Forse era già entrata nel suo nuovo ruolo. Forse era sempre stata una Keeper.
«Sei bella quanto lei…» la voce di lui scacciò via quei pensieri.
Rimasero in silenzio per alcuni istanti. Lei incapace di continuare a parlare, lui in contemplazione di quel viso angelico che sembrava annunciargli il dolce momento del trapasso. Sopra di loro la possente figura del Protettore rimaneva immobile.
«Non è facile, lo so» incominciò lui. La sua voce era un sussurro. «Entrambi non abbiamo avuto scelta. Col tempo forse riuscirai ad accettarlo, come ho fatto io.»
Jade sperava che lui riuscisse a capirla attraverso il suo sguardo. La sua bocca era come immobilizzata, ma dentro di lei tutto era in tumulto. “Dammi quel dannato oggetto e facciamola finita” pensò. Poi si vergognò subito di quel pensiero. Abbassò gli occhi e non riuscì a trattenere le lacrime che iniziarono a sgorgare.
Lo sentiva muoversi accanto, ma non alzò lo sguardo. Continuò a piangere scossa da singulti, poi una mano le sfiorò la spalla e qualcosa di freddo le toccò la nuca. Una catena. Un medaglione. L’oggetto.
Suo padre glielo aveva appeso al collo e adesso avvertiva il tocco di quello strano amuleto sul suo petto. Era più leggero di quello che sembrava. Ne vide la forma, confusa dalle lacrime che continuavano a scorrere annebbiandole la vista. Un ovale di un metallo argenteo con una pietra verde incastonata, probabilmente uno smeraldo.
«Perdonami…» lo avevano detto insieme. Lei alzò lo sguardo con il cenno di un sorriso che le illuminava gli occhi. Lui le rispose con una bassa risata.
Jade prese la mano di suo padre e gliela strinse forte tra le sue. Rimasero così per un po’, senza dire niente. Il vento continuava a soffiare fuori dalla tenda mentre Misar raccoglieva la legna per il fuoco. In Limbo le tenebre potevano calare in qualsiasi istante, il clima cambiare dall’oggi al domani e la luce assumere le più svariate e inafferrabili sfumature.
Era ormai finito il settimo margine del giorno quando gli ocra e i gialli si dissolsero insieme alla nebbia. Il cielo divenne di un blu acceso ed il vento cessò di colpo. Misar osservava il cambiamento cercando di percepire in anticipo quello che il paesaggio sarebbe presto diventato.
Il cielo baluginò di un rosso cupo e poi divenne notte. Si accesero molte stelle e la cometa si affacciò in tutto il suo splendore. Segnava gli ultimi giorni di quell’ennesima stagione, la ventisettesima del terzo quarto del dodicesimo ciclo.
Misar accese il fuoco e rosse lingue di fiamma si alzarono verso le stelle.

«Cosa facevi prima di unirti a lui?»
Misar la guardò attraverso le fiamme. Il padre di Jade dormiva profondamente dentro la tenda, mentre Yumo, l’Arenty legato all’oggetto, se ne stava in disparte a finire la sua cena. Era muto, o forse semplicemente non riteneva importante comunicare.  Qualunque fosse la causa del suo silenzio, un fatto era certo: il gigante non aveva mai proferito parola.
«Abitavo coi Falconieri, nella Valle dei Canti. Li conosci?»
«Si, ci siamo passati una volta. É stato almeno quindici stagioni fa.»
«La valle si sta avvicinando al sole rosso ormai. Mio fratello dovrà mettersi in viaggio e trovare presto un altro luogo per la comunità. È il primo cacciatore del villaggio.»
«Lo ricordo. Un uomo alto e gentile. Ci ha ospitati per due notti presso il suo fuoco. Noi arcieri ripartimmo ristorati ed allegri, ed in dono gli consegnammo uno dei nostri più raffinati archi da caccia. La corda l’aveva intrecciata mia madre…»
Jade ricordava i lineamenti di quell’uomo e si accorse dell’assomiglianza. Anche Misar esternava la stessa cordialità del fratello. Un volto elegante che nascondeva un cuore gentile.
«Una notte arrivò tuo padre. La gente lo accolse con affetto, come tutti i Keeper. Le nostre donne danzarono attorno al fuoco e vennero arrostiti cinghiali e fagiani. I colori del mattino ci sorpresero ancora svegli, mentre io e tuo padre continuavamo ad attizzare il fuoco e a bere vino. Quella notte capì che ero destinato a seguirlo.»
«Ma i Keeper non dovrebbero viaggiare da soli con il loro Protettore? Non è contro le regole…»
L’anziano la interruppe. «Non esistono regole, ragazza. Essere Keeper è un onore che il destino ti ha elargito, ma sta a te capire quale è il miglior modo per perseguirlo. Gli oggetti attraggono le persone. È rischioso rimanere in una comunità quando sei il custode di un dono di Seidon. Questo non significa che un Keeper debba per forza rimanere da solo.»
«Allora perché mia madre non è andata con lui?»
«Quando Adernoth, lo zio di tuo padre, lo venne a cercare per consegnargli l’oggetto, tua madre era appena rimasta incinta. Entrambi sapevano che la cosa migliore da fare era separarsi, per il bene tuo e per il bene di tuta la comunità degli Arcieri Rossi.»
Queste ultime parole la colpirono violentemente. Non era stupida. Era stato davvero un gesto d’amore per lei, il sacrificio dei suoi genitori, o si trattava soltanto della soluzione più sicura per quel maledetto oggetto? Era più importante lei o quello stupido medaglione?
Sapeva dentro di se di bestemmiare, ma non riusciva a farne a meno. Era arrabbiata. Abbassò lo sguardo e vide brillare la pietra verde alla luce del fuoco. “Paccottiglia”, pensò.
«E poi?»
Misar attizzò il fuoco con un paio di grossi ceppi, poi tornò a guardare la ragazza.
«É passato molto tempo da allora, almeno cinquanta stagioni… Il giorno della partenza di tuo padre gli dissi di volerlo accompagnare per un pezzo, forse per un paio di giorni. Poi i giorni sono diventati stagioni e tutto ha seguito un suo corso. Capimmo entrambi che era giusto così, perciò rimasi al suo fianco, fino ad oggi…»
Jade sentì la stanchezza delle giornate di viaggio e del tumulto emozionale piombarle addosso d’improvviso. Voleva riposare e non pensare. Forse domani avrebbe visto la sua situazione da un nuovo punto di vista, e tutto le sarebbe stato più chiaro.
«Credo che andrò a dormire» disse lei, alzandosi in piedi.
«É stata una lunga giornata. Anch’io cercherò di riposare. Yumo monterà la guardia tutta la notte, quindi non c’è bisogno di preoccuparsi.»
Jade osservò il gigante muto. Un Arenty. Un servo senza volontà. Secondo la mitologia degli Arcon gli Arenty erano stati creati dal cugino di Seidon, un Elenty di nome Fergus, per badare alle molte greggi che possedeva. Vi era una piccola famiglia di Arenty tra gli arcieri. Cucinavano per la comunità e vivevano in disparte, parlando sottovoce, lavorando senza mai fermarsi. Non li aveva mai visti dormire.
«Non dorme?» chiese all’anziano come per soddisfare quella curiosità che le era appena sovvenuta.
«No. Non dorme mai»
I due entrarono nella tenda lasciandosi alle spalle il deserto ed il fuoco che rischiarava di rosso la sabbia circostante. Seduto con le gambe incrociate, Yumo rimase a scrutare il buio e i riverberi dei paesaggi lontani che lampeggiavano all’orizzonte. La grande spada era al suo fianco, infilzata nella sabbia e pronta a scattare.

Il sogno diventa sogno solo al risveglio. Fino a quel momento è un esperienza di percezione pari alla vita reale. É un’immersione in un mondo che è dentro te, una terra di misteri nella quale puoi trovare le risposte che cerchi, oppure rimanere intrappolato nelle ragnatele di nuove domande.
Jade vide nuovamente quel volto che le era apparso nel momento in cui entrava nella tenda. Un viso scarno, gli occhi sbarrati e scuri come la notte, il naso adunco e la pelle come pergamena. Le parlava senza proferire alcuna parola. Lei provò a leggergli le labbra e in quel momento un serpente gli fuoriuscì dalla bocca scagliandosi verso di lei.
Cadde per molto tempo, poi sentì la sabbia del deserto sotto la sua guancia. Alzò lo sguardo e vide la tenda. Era gialla, mentre la nebbia e il paesaggio che la circondavano erano dello stesso azzurro morente che aveva la tenda nella realtà. Tutti i colori erano invertiti. Il verde del suo mantello era diventato scarlatto, la rossa impugnatura dell’arco era diventata grigia, e la sua pelle era dello stesso verde del medaglione.
Mentre pensava a questa somiglianza cercò l’oggetto appeso al collo. Non c’era. Il cuore le fece un balzo. Poteva averlo perduto?
Si avvicinò alla tenda e in quell’istante il gigante Arenty uscì fuori e venne verso di lei. Brandiva il suo enorme spadone e stava per calare un fendente micidiale. Lei s’inginocchiò accettando la morte che le piombava addosso, poi vide il guerriero sorpassarla, scagliandosi incontro alla creatura alle sue spalle. Lo spadone la infilzò. Era una belva dagli occhi di ghiaccio, un lupo con la testa di lucertola. La spada stridette mentre penetrava le carni che parevano di pietra.
Ma oltre il corpo ormai inerte di quella terribile creatura, ne scorse altre cento che si avvicinavano, teste di salamandre dallo sguardo assente e corpi canini. Yumo iniziò a menare un colpo dopo l’altro, squarciando ossa di pietra e carni di gesso, lasciando attorno a se una montagna di     cadaveri e di polvere. Ma nonostante la sua ammirevole abilità e potenza, le creature erano troppo numerose e alla fine riuscirono a sopraffarlo.
Lentamente si mossero verso di lei, passi felpati che scivolavano sulla sabbia, ghigni di animali non vivi ma assolutamente letali. Lei indietreggiò di qualche passo, cercando il coraggio di non votarsi e correre via.
«Cosa volete da me? Non ce l’ho il medaglione!» urlò alle belve.
Queste continuarono ad avanzare. Erano a pochi passi da lei. Avrebbe potuto sentire i loro respiri se fossero state vive. Ma non lo erano.
Voleva voltarsi. Tutto il suo corpo le diceva di voltarsi e scappare. Solo una piccola voce nella sua testa continuava a ripeterle di non avere paura, di continuare a fronteggiare quelle assurde creature.
Lei ascoltava la vocina, voleva ascoltarla fino in fondo, ma le belve erano troppo vicine e lei non riusciva più ad indietreggiare. Avrebbe potuto inciampare da un momento all’altro, ed allora sarebbe stata la fine.
Non voleva, non avrebbe voluto, ma alla fine si voltò.

Si svegliò nell’oscurità della tenda. Sentiva il vento accarezzare le pareti e soffiare tra la sabbia, ma faceva solo da sottofondo ad un altro rumore. Era il respiro di suo padre, profondo e irregolare.
Si avvicinò al suo giaciglio facendo attenzione a non svegliare Misar che dormiva a poca distanza. Si sedette accanto a lui e gli guardò il volto deformato dal delirio. Le bastò un occhiata per capire che era la fine.
Lei gli prese la mano ed appoggiò il capo accanto alla sua spalla. Chiuse gli occhi e rimase ad ascoltare quel respiro finché non si spense nella notte.
Era troppo vuota dentro per riuscire a versare una lacrima. Rimase accanto a corpo inerte di suo padre fino al mattino, dormendo un sonno quieto, ovattato dal dolore.

Continua venerdì 11 settembre 2009

Scarica l’illustrazione  in alta risoluzione e il pdf del primo capitolo.

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