CAPITOLO 23: Crepe nel Telaio di Limbo

Ritorna Limbo dopo quasi un anno di stop. Questo è l’inizio del terzo ed ultimo libro di questa avvincente avventura cyber-fantasy che, se tutto va bene, dovrebbe concludersi entro la fine di questa estate.

Nel primo libro abbiamo potuto seguire le vicende di un gruppo di Arcon alle prese con i Misteri e con il perfido Sawar, l’Elenty impazzito chiamato anche il delirante demolitore di Limbo. Jade, Mylo e Tzadik li avevamo lasciati sulle pianure del vespro insieme al mago Rivier, a Nicon, il cavaliere Arcon e al vecchio Misar, più due superstiti della Gilda. Il gruppo si era messo in viaggio per la montagna sacra.

Nel secondo libro invece abbiamo osservato più da vicino la composizione di Limbo, mondo virtuale in cui è conservata l’eredità dell’uomo, attraverso le vicende di Mila e Druge. Abbiamo conosciuto inoltre un altro lato del carattere di Davinia, la compagna di Sawar, incaricata dal Vampiro di Limbo di consegnare ad un campione la spada che potrà uccidere il Gigante di Mountoor, la creatura che fa la guardia al portale di Limbo. 

CAPITOLO 23: Crepe nel Telaio di Limbo

Tzadik mosse con un bastone le braci del bivacco per riattizzare il fuoco, vi avvicinò un paio di ceppi tagliati freschi che di lì a poco incominciarono a colare di resina e a sfrigolare, poi risistemò la pentola con lo stufato preparato da Misar che doveva ancora finire di cuocere. Soddisfatto della sua operazione, si riaccomodò a sedere accanto a Mylo e come lui continuò ad osservare il fuoco, rimuginando sui recenti trascorsi.
Era passata una decina di giorni dalla battaglia sulle pianure del vespro. Il mattino dopo Nicon e i suoi due uomini avevano richiamato alcuni dei cavalli della Gilda che, spaventati, erano fuggiti lontano dai combattimenti. Contavano così di dimezzare i tempi e di raggiungere la montagna sacra in meno di un mese, ma Rivier non si era dimostrato abbastanza soddisfatto, così aveva usato la magia per rafforzare le prestazioni dei cavalli e renderli praticamente instancabili. Poi avevano cavalcato per tutto il giorno successivo e buona parte della notte, uscendo dalla pianura e tagliando per una valle nascosta, una scorciatoia che l’Elenty sembrava conoscere bene e che nessuno altro aveva mai visto. Attraverso un basso canyon, avevano raggiunto la montagna dalla quale nasceva il fiume Serpe, oltre la quale si estendevano, fino a Mountoor, le Lande del Disordine. Rivier sperava di coprire la distanza che li separava dalla montagna sacra in meno di due settimane, un risultato che nessuno del gruppo avrebbe mai auspicato. Eppure era andata proprio così. Il giorno dopo, secondo i calcoli del primigenio, avrebbero avvistato la loro meta. Certo, il percorso non era stato dei più agevoli, ma potevano dirsi fortunati. Per un paio di giorni erano stati braccati da una piccola famiglia di troll delle sabbie che seguivano il loro odore. Nicon aveva proposto di affrontarli a viso aperto, prima che questi li attaccassero di sorpresa durante la notte, ma Rivier era stato risoluto e l’aveva convinto a proseguire. Un semplice incantesimo per cambiare la direzione del vento aveva risolto i loro problemi, mandando fuori strada i troll.
L’Elenty aveva fin da subito preso il comando della situazione, anche se Nicon preferiva non ammetterlo, ma gli eventi più recenti avevano cambiato le carte in tavola e il maestro di Tzadik sapeva che in alcune circostanze bisognava sapere mettere da parte l’orgoglio. Il ragazzo lo osservò mentre saliva a cavallo e, seguito dai suoi due uomini, si allontanava dall’accampamento per la rituale perlustrazione serale. Sarebbero tornati al termine del settimo margine per cenare insieme al resto della compagnia.
In quel momento Misar si avvicinò alla pentola e con un grosso cucchiaio si mise a girare lo stufato che aveva preparato. Lo assaggiò, si lamentò a bassa voce della sua insipidità, poi estrasse da un sacchettino di pelle che aveva in tasca una manciata di sale che vi spruzzò dentro. Girò di nuovo col cucchiaio e si allontanò soddisfatto verso la sua tenda.
«Credi davvero che domani raggiungeremo la montagna sacra?» chiese d’un tratto Tzadik, spezzando il silenzio imbarazzante tra i due ragazzi. Mylo alzò gli occhi dal fuoco ed annuì distrattamente.
«Se è il maestro a dirlo, io ci credo» rispose.
«E credi anche ai Misteri?» Il giovane mago avrebbe voluto rispondere prontamente “si”, ma qualcosa lo trattenne. Ci pensò sopra per un po’, poi sentì la necessità di dire esattamente ciò che pensava, e non ciò che reputava giusto dire.
«Lo sai che a volte non me ne importa più nulla… mi vergogno di questo, però è così.»
Tzadik ricambiò il suo sguardo con tutta la comprensione che aveva negli occhi. «Ti capisco…» disse, «…ma non credo che sia una cosa vile.»
«No?»
«Anche io mi sento così… Ho sognato per anni di diventare un cavaliere della gilda, di combattere accanto il leggendario Nicon, di cavalcare col vento in faccia ogni giorno verso una meta nuova. Beh, i miei desideri si sono avverati, eppure di notte, prima di chiudere gli occhi, i miei pensieri vanno sempre ai miei genitori, alla casa sulle montagne e alle mie due sorelline che so che non rivedrò più…»
Anche Mylo sentì di doversi confidare. «Io sono stato abbandonato… Rivier è la mia sola famiglia, ma dal giorno dell’eclisse non è più la stessa persona. C’è stato un tempo in cui non facevo che tormentarlo riguardo ai Misteri e lui si divertiva a girarci intorno, a parlarmi per enigmi. Mi mandava in bestia… Adesso capisco ciò che voleva dirmi, cioè che non li averi comunque mai capiti. Grazie tante, ne avrei fatto volentieri a meno!»
«Ma credi che quello che stiamo facendo servirà a qualcosa?» chiese Tzadik. Cercava nel nuovo amico un altro po’ di conforto. Non era sbagliato, lo facevano tutti e tre, anche la giovane Keeper. Da quando si erano incontrati si ritrovavano sempre la sera davanti al fuoco a parlare, ed insieme si davano coraggio, scacciando per un po’ le ombre della grande incognita che li attendeva.
«Rivier ha parlato di speranza… Quando gli uomini potenti come Rivier parlano di speranza, vuol dire che le cose sono messe molto peggio di quello che sembra…» e detto questo sorrise, un sorriso ironico ma contagioso. I due si misero a ridere e Jade, che passava loro vicino, chiese che cosa c’era di buffo.
«Niente, è solo la fine del mondo…» rispose Mylo, ridendo più forte. E la ragazza si unì a loro.

Il paesaggio cambiò. Una luna gialla e piena si accesa come una lanterna nel cielo e più sotto apparve anche la cometa Clessidra, sempre più vicina all’orizzonte. I tre cavalieri della gilda fecero ritorno, Rivier uscì dalla sua tenda e tutti presero posto attorno al fuoco. Misar servì lo stufato che tutti trovarono eccellente all’infuori del vecchio Arcon, che si ripromise di usare meno rosmarino la prossima volta. Alcuni, in silenzio, si chiesero se ci sarebbe stata una prossima volta.
Terminata la cena, la compagnia si preparò ad affrontare la notte. Ahmed si accomodò vicino al fuoco con una coperta sulle spalle per fare il primo turno di guardia; Lagoon gli avrebbe dato il cambio più tardi e a Nicon sarebbe toccato il terzo margine della notte, una pratica abituale. I ragazzi si erano offerti di partecipare ai turni notturni, ma gli uomini della gilda avevano prontamente rifiutato. In effetti le cavalcate erano estenuanti; Mylo e Tzadik arrivavano a sera con le gambe tremanti e le membra doloranti, ed erano più che felici di abbandonarsi a un buon sonno senza interruzioni.
«Domani ci aspetta un giorno importante» dichiarò Rivier, prima di prendere congedo. «Dormite e non pensate… è il miglior consiglio che mi sento di darvi.»
Ma nell’oscurità della tenda che Tzadik condivideva insieme ai membri restanti della gilda, l’apprendista cavaliere fece fatica a prendere sonno. Continuò per un bel po’ a rigirarsi nel suo giaciglio, cercando la posizione giusta, ma alla fine si arrese e rimase a fissare l’ombra di Amhed che il fuoco proiettava sulla parete della tenda. E improvvisamente l’ombra divenne più grande, e al ragazzo sembrò di caderci dentro. Era il sonno che finalmente veniva a ghermirlo o erano le tenebre che lo richiamavano all’oblio? Stava sognando? No, era sveglio, sentiva di essere sveglio, e teneva gli occhi spalancati alla disperata ricerca di una fonte di luce. Dov’era finito il fuoco da campo? Dov’era la luna, la cui luce giallastra rischiarava le chiome degli aceri e delle acacie della valle in cui si erano accampati? Provò a chiamare qualcuno ma si accorse che le sue corde vocali erano mute. Il panico gli fece accelerare il battito del cuore, ma non riusciva a sentirlo, come ogni altro suono, il rumore degli uccelli, il crepitio del fuoco. Gli era difficile anche respirare. Era come se qualcuno lo avesse gettato in un oceano di tenebra e lui vi stesse sprofondando. Era la fine, fu questo il suo ultimo pensiero, prima che un urlo lo riportasse indietro tra i vivi. Si ritrovò seduto nella tenda, accanto a lui Lagoon si era svegliato e lo guardava con occhi ricolmi di terrore. Anche Nicon era sveglio e visibilmente scosso.
«Che sta succedendo?» provò a chiedere il ragazzo, ma nessuno dei due seppe cosa rispondere.
Immediatamente la compagnia si riunì attorno al fuoco. L’urlo che Tzadik aveva udito era stato di Ahmed, colto anche lui dal medesimo senso di soffocamento. Tutti quanti erano stati afferrati da quell’inspiegabile onda di tenebra che li aveva strappati violentamene dai loro sogni. Il panico lasciò il posto alla curiosità. Nicon chiese all’amico che montava la guardia se si era avvicinato qualcuno o se aveva visto qualcosa, ma Ahmed scosse la testa incapace di spiegarsi quello strano fenomeno. Intanto Rivier se ne stava discostato dal resto del gruppo, con gli occhi chiusi e la testa abbassata. Mylo percepì il crepitio della magia come un suono soffuso, un ronzio leggermente fastidioso. Tutti si volsero verso l’Elenty in attesa di una spiegazione. Un minuto più tardi aprì gli occhi e a nessuno piacque l’espressione che gli si dipinse sul viso.
«La struttura di Limbo sta cedendo…» disse.
«Che significa?» lo incalzò subito Nicon. Il mago guardò il cavaliere con sgomento.
«Ho visitato il telaio attorno a questa valle, il substrato del mondo reale, per quanto reale possa essere… Il Telaio è una specie di regno onirico, ma solo con i giusti incantesimi è possibile viaggiarci liberamente. Ho visto delle crepe, dei vuoti che non dovrebbero esserci…»
«Che ha a che fare il mondo dei sogni con Limbo?» domandò Misar, abbracciando la ragazza Keeper con fare protettivo.
«Uno si poggia sull’altro, e viceversa. Sono due mondi in equilibrio… se uno dovesse sfaldarsi, anche l’altro verrebbe distrutto. Temo che la struttura del Telaio sia compromessa e quello a cui abbiamo assistito, la mancanza di luce, di suono, perfino di aria, sia una diretta conseguenza di questo fatto. Temo…» respirò a fondo il mago per trovare il coraggio di finire la frase. «Temo che l’eclisse abbia compromesso la struttura di Limbo e che il mondo stia per cadere a pezzi.»

Il giorno dopo ripresero la marcia, ma nessuno aveva voglia di parlare di quello che era accaduto durante la notte. Attraversarono la valle nella fredda luce di un mattino tinto di riflessi verdastri, un panorama che metteva i brividi, nonostante la temperatura fosse gradevole e il vento, che negli ultimi giorni aveva sferzato i volti della compagnia a cavallo, fosse finalmente calato. Rivier apriva la strada sul suo destriero, un esemplare corvino che montava a pelle. Dietro di lui venivano Mylo e Tzadik e ancora più dietro la ragazza e il vecchio Misar. Nicon e i suoi uomini chiudevano la fila, anche se regolarmente uno di loro si portava avanti in perlustrazione, oppure raggiungeva al galoppo un’altura per avere una visuale migliore dei dintorni. Ma ormai si erano lasciati alle spalle le Lande del Disordine e suoi pericoli. Il gruppo precedeva a un’andatura sostenuta, merito della magia che l’Elenty aveva usato sui cavalli. Lo scopo era quello di aggirare le colline e arrivare in serata ad avvistare la montagna sacra, che secondo i calcoli di Rivier non doveva trovarsi ormai molto lontano.
Fecero una breve sosta al termine del secondo margine, poi tirarono a diritto fino al settimo. Rivier abbandonò la pianura per tornare a salire. «Qui le colline son più basse,» spiegò. «Se riusciamo a oltrepassare quest’altura prima che scenda la notte, saremo in grado di avvistare la montagna. Poi ci accamperemo… voglio solo essere sicuro che siamo sulla giusta strada…»
Così continuarono per l’intero ultimo margine del giorno, ma la notte calò improvvisamente come un sipario mentre coprivano gli ultimi passi che li separavano dalla cima del colle. Non riuscirono a confermare le aspettative del mago, che si irritò visibilmente, e furono costretti a tornare sui loro passi per trovare un luogo riparato in cui montare le tende. Un boschetto di faggi fece al caso loro.
La luce della luna poteva bastare per organizzare il campo, anche se questa venne oscurata un paio di volte da qualcosa di indefinibile. «Era una nube, quella?» chiese Lagoon alzando la testa al cielo.
«No…» rispose seccamente Rivier. «Temo sia stato un altro errore di Limbo…» Nessuno ebbe voglia di replicare e tutti tornarono ai propri compiti. Consumarono una cena fredda con gli avanzi dei pasti passati e andarono a dormire, ma nessuno riuscì a chiudere occhio per un bel po’, per paura di rimanere soffocato dentro strani incubi.
La notte passò senza brutte sorprese, ma una pioggia sottile dentro un paesaggio brumoso dette loro il buongiorno. La visuale era limitata e per buona parte del giorno successivo non riuscirono ad accertarsi della presenza di Mountoor all’orizzonte. Solo al termine del quarto margine un vento nuovo si alzò per sgombrare le nebbie, e allora apparve in tutta la sua maestosa grandezza; la montagna sacra.
«Siamo arrivati…» sospirò Mylo con un mezzo sorriso.
«Non ancora…» lo corresse Rivier.
Poco dopo incontrarono i primi accampamenti degli Arcon che si erano riuniti per partecipare al grande evento. Molte comunità facevano festa, ringraziavano il grande Seidon, organizzavano banchetti. La strana euforia che aveva contagiato le comunità Arcon stonava visibilmente con la luce grigia del paesaggio. L’Elenty guidò la compagnia verso la base della montagna, che s’innalzava in maniera innaturale nel mezzo di un’immensa prateria. Mountoor era una specie di cono gigantesco fatto di roccia, privo di strade o mulattiere. La caverna dove dimorava il leggendario Gigante si apriva a metà della sua altezza, ma solo gli uccelli potevano raggiungere quel pertugio scuro nella roccia. La bruma si era alzata ed oscurava la visuale della parte superiore della montagna, ma alzando gli occhi Rivier poté individuare facilmente l’entrata della grotta.
«Possiamo accamparci qui…» dichiarò il mago, scendendo dal cavallo. I ragazzi e Misar obbedirono con aria assente, Nicon invece rimase in sella al suo destriero insieme ai suoi compagni. Il luogo scelto da Rivier era uno spiazzo di prateria relativamente sgombro a un migliaio di passi dalla roccia che incombeva su di loro. Erano nel mezzo a due accampamenti Arcon appartenenti a due comunità apparentemente gioviali e pacifiche, i Taruon, maestri vasai, e i Lambadi, che vestivano abiti sgargianti e amavano la musica.
«Voi restate con gli altri, io perlustrerò la zona…» disse il capo della gilda ai due uomini, poi rivolse all’Elenty uno sguardo d’intesa e si dileguò al galoppo.
«Dove va?» chiese Tzadik al mago.
«Ad assicurarsi che il suo nemico non sia già qui…» rispose Rivier. Poi iniziarono ad allestire il campo.

Add to FacebookAdd to DiggAdd to Del.icio.usAdd to StumbleuponAdd to RedditAdd to BlinklistAdd to TwitterAdd to TechnoratiAdd to Yahoo BuzzAdd to Newsvine

Published in: on giugno 10, 2011 at 10:29 am  Comments (1)  
Tags: , , , , , , ,

CAPITOLO 10: Ritorno dall’abisso – Prepararsi alla battaglia

PREVIOUSLY ON LIMBO…

Jade degli Arceri Rossi è un Keeper, protettore degli oggetti sacri di Seidon. Insiema a Misar e il gigante Yumo, si reca presso la Gilda di Nicon, dove conosce il giovane Tzadik…

…nel frattempo il mago Rivier e il suo apprendista Mylo vengono catturati dai Testimoni di Seidon, fanatici religiosi pronti a muovere battaglia contro gli eretici della Gilda di Nicon. Una volta che i due prigionieri sono condotti al cospetto del primo ministro Tawares, vengono misteriosamente rilasciati…

…segretamente i due maghi fuggono dall’accampamento per andare ad avvertire Nicon dell’imminente battaglia. Una volta giunti presso la gilda irrompono nella tenda nella quale  Nicon e il gruppo di Jade discutono animatamente. Pochi istanti più tardi la ragazza viene colta da un malore…

…intanto la torre galleggiante di Sawar  avanza portando con se distruzione e morte. Lo stregone corrotto è ossessionato dalla ragazza e dal suo oggetto.

CAPITOLO 10: Ritorno dall’abisso – Prepararsi alla battaglia

Nella tenda che era stata del padre di Jade, il respiro della ragazza era lieve ma regolare. Misar le teneva la mano, mormorandole parole rassicuranti. Si augurava che se fosse riuscita ad agguantare anche una singola sillaba di quel turpiloquio, sarebbe stata capace di risalire dall’abisso in cui era sprofondata.  Yumo stava in piedi a due passi da loro. Non si muoveva e teneva l’ascia pronta. Nella tenda c’era anche Nicon, ma il gigante non gli permetteva di avvicinarsi. Stava per concludersi il quinto margine, e presto la notte improvvisa di Limbo sarebbe calata accendendo nel cielo la cometa. Il capo della gilda era combattuto. L’Elenty gli aveva parlato di un possibile attacco a sorpresa da parte dei Testimoni di Seidon. Lui avrebbe volentieri ignorato quel segnale, ma qualcosa gli diceva che il Primigenio non stava mentendo. D’altra parte però non potevano muoversi, se non volevano mettere in pericolo la ragazza, e per quanto a lui non interessasse il destino di un Keeper, rimaneva un uomo d’onore. L’ospitalità era sacra, e se fosse capitato qualcosa alla ragazza non se lo sarebbe mai perdonato.
Pensava a tutto ciò mentre osservava il gigante Arenty ed il vecchio, in ginocchio accanto al gracile corpo di Jade. Aveva offerto il suo aiuto, aveva provato ad attingere alle sue conoscenze magiche per riportare indietro la ragazza, ma non ci era riuscito. Qualcosa di oscuro e potente l’aveva colpita. In principio credeva fosse opera di quel Rivier, per questo motivo gli aveva intimato di allontanarsi dalla ragazza. Adesso invece credeva che dietro al sortilegio ci fosse qualcun altro, un nome che era ben conosciuto in tutta Limbo, ma che nessuno osava pronunciare.
«L’Elenty dice che forse potrebbe aiutarla» disse Nicon, rivolto al vecchio. Misar interruppe la litania e aprì gli occhi.
«Hai detto che non c’è da fidarsi di lui.»
«Beh, vorrei non essere costretto a fidarmi, ma se avesse ragione e i Testimoni ci sorprendessero davvero in queste pianure, non avremo scampo, né i miei uomini né tanto meno voi tre. »
Misar annuì, accarezzando la fronte della ragazza.
«Perché ce l’hai con lui?»
«Vecchio, non ho nulla contro di lui in particolare, ma ce l’ho con gli Elenty, e se tu avessi a cuore il destino di ogni Arcon come ne ho io, anche tu faresti fatica a fidarti di uno come lui.»
«Ancora i Misteri? E se ti sbagliassi?» La domanda di Misar rimase sospesa. Nicon gli regalò un sorriso amichevole, che nascondeva un pizzico di arroganza.
«Va bene, digli di venire» concluse il vecchio, tornando a guardare la ragazza.
Nicon uscì dalla tenda e si avviò verso il limitare dell’accampamento, oltre una duna ricoperta di sterpaglie rivolta verso le lontane montagne. Laggiù c’erano i due stranieri, e insieme a loro il giovane Tzadik. C’era qualcosa che lo affascinava in quel ragazzo. Gli ricordava la sua adolescenza. La curiosità, la caparbietà e la purezza, qualità essenziali per chi voleva conoscere i Misteri e difendere Limbo dall’ignoranza dei religiosi e dagl’infimi progetti dei Primigeni.
Decise che avrebbe assecondato la sua indiscrezione, ignorandolo di proposito, lasciando il guinzaglio il più lungo possibile.
«Se le tue non sono fandonie, non ci rimane molto tempo per organizzare una controffensiva» esordì Nicon, appressandosi ai tre. Si alzò un vento caldo che portava il profumo del mare infinito. Ma il mare distava molti giorni di marcia dalle pianure del vespro.
«Bene, finalmente possiamo muoverci…» borbottò Rivier sottovoce. Mylo soffocò un sorriso. L’Elenty s’incamminò speditamente verso la tenda di Jade. Non degnò Nicon neanche di uno sguardo. Il capo della gilda rimase immobile, scrutando l’orizzonte.
«Sono laggiù?» domandò.
Mylo si schiarì la voce.
«Si…» fu tutto quello che disse.
Tzadik, in attesa di una ramanzina, si tenne a qualche passo di distanza, ma Nicon continuò ad ignorarlo. Presto sarebbero giunte le tenebre, e di notte i Testimoni non avrebbero di sicuro attaccato la carovana. Manipolando la realtà, gli uomini di Nicon potevano vedere molto meglio al buio.
La battaglia, se ci sarebbe stata, li aspettava il giorno dopo.

Rivier si avvicinò alla ragazza protendendo entrambe le mani. L’Arenty non lo perdeva d’occhio. Misar si era spostato ed osservava la scena da un angolo della tenda.
L’Elenty appoggiò i palmi sul petto che si alzava ed abbassava dolcemente, ma evitò di toccare il medaglione legato al collo. Iniziò a deformare la realtà con parole sottili, muovendo impercettibilmente i polpastrelli. Era un lavoro alquanto delicato, comparabile ad un’operazione chirurgica. Recuperare l’entità e riportarla nel corpo senza danneggiarne la struttura. Un compito non facile ma fattibile. Eppure c’era qualcosa che ostacolava il ritorno.
«Misar, ho bisogno del tuo aiuto…» sussurrò l’Elenty rimanendo con le mani sopra il torace della ragazza. Il vecchio gli si fece accanto.
«Dimmi…» domandò.
«Devi fidarti di me. Dimentica per un momento le regole e le leggende. Non aver paura…» Rivier si fermò, per dare la possibilità al vecchio Arcon di comprendere bene quello che gli aveva appena chiesto. Poi riprese a parlare.
«Devi rimuovere il medaglione» disse.
Misar non nascose la meraviglia. Gli oggetti di famiglia erano sacri. Solamente gli ereditari potevano rimuoverli dai Keeper, e le leggende Arcon parlavano chiaro riguardo alle maledizioni che cadevano su coloro che si permettevano di fare una cosa del genere senza il consenso dello stesso Keeper. Adesso quell’Elenty, vera e propria leggenda vivente al suo cospetto, gli chiedeva di rimuovere l’oggetto da Jade.
«Arcon, se vuoi che lei si risvegli, fai quello che ti dico» incalzò Rivier. Erano le parole di cui Misar aveva bisogno. Avrebbe fatto qualsiasi cosa per quella ragazza che sentiva come sua figlia. Aveva promesso al suo amico Ethan che l’avrebbe protetta, e la paura di una maledizione non l’avrebbe certo fermato.
Avvicinò le dita alla catena del medaglione, aspettandosi di rimanere fulminato. Invece non successe niente. Fece passare l’oggetto oltre la testa della ragazza dormiente, e lo depose accanto, felice di liberarsene il più velocemente possibile.
Rivier tornò a blaterare in quella lingua complicata che era il Bit, l’idioma dei maghi. Trascorsero attimi che parvero a Misar interi cicli. La fronte dell’Elenty s’imperlò di sudore, ma alla fine un sorriso gli si disegnò sul volto. Disse «Ci siamo…», e un attimo dopo la ragazza riaprì gli occhi.
«Chi sei?» sussurrò. Poi la mano le andò di scatto al collo. Sbarrò gli occhi quando si accorse che il medaglione non era più lì, ma Misar fu svelto a rimetterglielo al collo. Il volto di Jade si rilassò, ma aspettava una risposta.
«Mi chiamo Rivier. Qualcuno ha estirpato la tua entità. Eri davvero lontana, ma sono riuscito a riportarti da noi…»
La ragazza cercò di tirarsi su, ma capì che non era una buona idea. Rimase supina e cercò con gli occhi i suoi due amici, che non si erano mai mossi dal suo cospetto.
«È vero, ero molto lontana. È stato lui…» la frase le morì in gola.
«Ancora quell’uomo?» domandò Misar, prendendole la mano.
«Sawar è il suo nome. Il Delirante Demolitore di Limbo.» Quelle poche parole, pronunciate a voce alta dall’Elenty, rimbombarono nella testa di Jade. Sawar era una leggenda, un brutta storia da raccontare ai bambini cattivi, un nome che metteva i brividi e che pochi avevano il coraggio di pronunciare.
«Ma come è possibile…» Misar non riuscì a terminare la frase.
«Cosa sapete di Sawar?» domandò Rivier, alzandosi in piedi. Jade lo guardò dal basso, leggenda tra le leggende, Elenty immortale, mago e divinità al tempo stesso. O forse solamente un uomo.
«Ho sempre creduto che fosse una favola, come quella degli orchi…»
«Sawar è tutt’altro che una favola. Egli è molto più reale di quello che immagini. Naviga Limbo su una Torre Galleggiante, distruggendo tutto quello che incontra. Anche lui è un Elenty come me, ma al pari dei suoi amici, Davinia la perfida ed Ekaron il matto, desidera solo una cosa: distruggere Limbo e tutti gli Arcon che lo abitano.» Poi la voce dell’immortale si affievolì. Tornò a guardare negli occhi la ragazza.
«Il tuo medaglione. Lui lo vuole, e farà tutto ciò che è in suo potere per averlo. Per interi cicli lo ha cercato in lungo e in largo, e adesso è riuscito finalmente a localizzarlo. Sarà qui presto, temo. Voleva rallentarti e ci è riuscito, ma se non ti avessi risvegliato per te non ci sarebbe stato scampo.»
«Perché io? Perché il medaglione?» La voce di Jade era strozzata da un senso di disperazione.
«Il medaglione contiene il doppione di Sawar, la sua entità duplicata. Crede che gli appartenga, ma non è così. Ma è inutile che provi a spiegarvi oltre. Sappiate soltanto che Sawar farà di tutto per averlo.»
«Ma come potrei fronteggiare un mostro come Sawar?» Non sembrava esserci una risposta a quella domanda. Rivier rimase in silenzio, osservando l’Arenty. Il gigante non sarebbe durato molto contro le belve al servizio dell’Elenty corrotto.
«È solo il medaglione che vuole. Dopotutto non vale un granché, se non credi alle leggende Arcon» affermò Rivier con leggerezza. Jade gli rivolse uno sguardo carico d’odio. Come poteva chiedergli una cosa simile? Abbandonare l’oggetto di famiglia era il gesto più disonorevole che si potesse compiere. Nessuna comunità l’avrebbe più accettata, tranne forse la Gilda di Nicon, per non parlare dei Testimoni che l’avrebbero accusata di alta eresia, e condannata al rogo. E poi, malgrado le cose che aveva sentito, lei credeva ancora nella sua missione.
«Non posso decidere per te, ragazza. Comprendo benissimo come ti senti, ma io ti ho solo detto come la penso. Spero di esservi stato d’aiuto. Se desiderate altre risposte, potete trovarmi nella mia tenda.» E dettò ciò Rivier uscì, nelle ombre del primo margine della notte.
Jade lo guardò allontanarsi, quasi incapace di pensare. In meno di un giorno l’intera sua percezione del mondo era cambiata, la lotta interiore per accettare il suo destino di Keeper si era trasformata nel disappunto di essere un inutile pedina di un gioco troppo grande. Verità, mezze verità, verità incomprese ed incomprensibili. Forse la notte avrebbe portato consiglio, almeno che l’uomo dei suoi incubi non l’avesse sorpresa nel sonno.

Rivier si recò da Nicon. Questa volta l’Arcon lo ricevette senza mostrare reticenza. Sentiva che qualcosa di brutto stava per succedere. A suggerirglielo erano i suoi sensi di mago, e di loro si era sempre fidato.
«Come sta la ragazza?» domandò secco il capo della gilda.
«Adesso bene, ma le cose potrebbero mettersi ancora peggio di come sono.»
«Cosa vuoi dire?»
«Lo stregone che ha giocato con la sua anima sta venendo qua. Vuole il medaglione che ha al collo, l’oggetto sacro…»
Nicon scrutò le espressioni indefinibili dell’immorale. Cercava un appiglio per rifiutare quello che aveva appena intuito.
«Sawar…» sussurrò l’Arcon.
«Proprio lui» annuì Rivier.
Trovarsi tra l’incudine e il martello era una situazione che lasciava solo una possibilità. Bisognava trasformare quella terribile contingenza in un’arma a proprio favore. Nicon riunì i suoi uomini davanti al fuoco. Rivelò loro ciò che sarebbe successo il giorno dopo, la morsa letale nella quale si trovavano. Disse di dormire un buon sonno, perché poteva essere l’ultimo. Non servivano vere e proprie strategie, perché nessuno poteva davvero prevedere cosa sarebbe successo. Ma Nicon parlò molto quella sera, e tutti lo ascoltarono, anche la ragazza e il vecchio, con l’Arenty muto che non li perdeva d’occhio. Rivier, insieme al suo allievo, riconobbe il valore di quell’uomo, la risolutezza nella sua voce e nel suo volto, rischiarato dalle fiamme del campo. Forse poteva esserci una speranza per la gilda. Forse.
Ed infine Tzadik, che credeva di aver trovato dei nuovi amici. Aveva parlato molto insieme a quel ragazzo, apprendista stregone e compagno dell’Elenty. Mylo era il suo nome, e in qualche modo lo sentiva vicino. Le strade si erano incrociate. Succede sempre così, quando la storia si avvicina ad una svolta. Qualcosa di grande stava per succedere, e tutti, chi più chi meno, riuscivano a sentirlo.
Eppure nessuno poté immaginare quello che accadde il giorno che seguì.

Scarica l’illustrazione in alta definizione


Published in: on gennaio 8, 2010 at 8:35 am  Comments (2)  
Tags: , , , , , ,

CAPITOLO 9: Nella Tenda di Nicon

In questo capitolo i protagonisti del libro finalmente s’incontrano ed i Misteri vengono in parte rivelati. É un momento importante per la storia perché si forma ufficialmente la compagnia d’avventura, nel classico stile della campaign classic, un vero e proprio “must” della fantasy moderna.

L’illustrazione di Charles Huxley sará disponibile nei prossimi giorni.

Dopo una lunga giornata a cavallo, Nicon ordinò finalmente di innalzare il campo per la notte. Le piane si estendevano fin dove l’occhio si perdeva, in ogni direzione. Era un paesaggio inconsueto per Limbo. Le terre che fuoriuscivano dallo strappo sotto il Sole Azzurro si alternavano in modo del tutto casuale, e solo raramente nascevano distese sconfinate come le pianure del vespro. Per attraversarle totalmente sarebbero state necessarie altre tre intere giornate di marcia.
Jade sperava di poter finalmente chiarire alcuni punti scuri della vicenda. La sera prima Nicon li aveva accolti calorosamente, ma non si era intrattenuto oltre il tempo dei convenevoli. Misar aveva accennato qualcosa, Nicon sembrava aver capito, ed aveva più volte rivolto lo sguardo verso il medaglione. Ma la giornata era stata faticosa e poi c’era la festa, il vino e gli uomini della Gilda che aspettavano il loro capo. Li aveva chiesto di dormire nella sua tenda, un gesto di grande ospitalità, e poi si era dileguato, con la promessa che il giorno dopo si sarebbe intrattenuto con loro più a lungo.
Ma la mattina, poco dopo lo strano incontro con quel ragazzo, la carovana si era messa subito in viaggio. Nicon voleva attraversare le piane al più presto. Non si sentiva sicuro in quel paesaggio così esposto, e quelli erano tempi strani. I Testimoni di Seidon erano diventati astiosi e c’erano stati degli scontri. Nicon si era affacciato nella sua tenda e aveva dato il buongiorno a lei e ai suoi amici. Sarebbero partiti al più presto, e un volta accampati di nuovo avrebbero parlato. Jade adesso ci contava.
Yumo iniziò a montare la tenda, non distante da quella del capo della carovana. Misar lo aiutava mentre Jade accendeva un piccolo fuoco. Non poté fare a meno di notare quel ragazzo in cui era inciampata quella mattina. Si dava da fare, in maniera un po’ maldestra, con un groviglio di funi. Era a pochi passi da lei. I loro occhi s’incrociarono ed entrambi percepirono che non era una coincidenza. Jade si sentì un po’ ridicola e attaccò a parlare.
«Hai bisogno d’aiuto con quelle corde?» chiese.
«No, grazie. Tutto a posto…» rispose Tzadik, continuando il suo lavoro. Ma la situazione lo aveva confuso e le funi si erano aggrovigliate ancora di più. Jade si avvicinò e lui gettò per terra la matassa di corda sbuffando. Poi tutti e due si misero a ridere.
«Che imbranato che sono!» ammise sconsolato il ragazzo.
«Ma no, che dici!» lo confortò lei. Ed insieme, in pochi istanti, disciolsero i nodi.
«Sei un Keeper, vero?» la domanda gli era sorta d’impulso. Non ci aveva neanche pensato, si sentì irriverente, arrossì non riuscendo a capacitarsi del perché gli era uscita dalla bocca. Ma Jade non rimase né sorpresa né tanto meno offesa.
«Peggio di una lanterna nel buio, non credi!» rispose ridendo.
«Che vuoi dire?»
«Il gigante Arenty che non mi lascia sola un momento, il medaglione al collo… Come potrei passare inosservata?»
«Beh, perché dovresti? I Keeper sono rispettati in tutte le terre.»
«É vero, ma hanno anche loro dei nemici. Per questo viaggiano da soli, insieme ai loro Protettori.» Jade si era riaccostata al suo fuoco. Il ragazzo l’aveva seguita a due di passi di distanza.
«Scusami, ma non ce la faccio proprio a resistere. So che non sono affari miei, ma perché siete venuti da Nicon? In tutta Limbo forse è lui l’unico che non vede di buon occhio i Keeper e le leggende della montagna sacra.» Tzadik conosceva bene l’inclinazione del proprio maestro. La Gilda rispettava i Keeper, perché erano Arcon e rappresentavano per ogni Arcon la speranza di un mondo nuovo. Ma gli oggetti di famiglia erano legati agli affari degli Elenty e Nicon provava un odio profondo per i primigeni. Tzadik non conosceva ancora a fondo i Misteri, e sentiva che gli mancava qualcosa per riuscire ad afferrare il senso del disegno.
«Ho bisogno di conoscere i Misteri e nessuno meglio di lui può darmi le risposte che cerco.» Jade si sentiva stranamente tranquilla. Stava rivelando troppo a quel ragazzino? Beh, se anche fosse stato così, sentiva che poteva fidarsi.
«Un Keeper che vuole conoscere i Misteri? Se Tawares lo venisse a sapere ti farebbe togliere l’oggetto.» A queste parole Jade fece un passo all’indietro afferrandosi il medaglione. Ma quello che diceva Tzadik era vero. Per i Testimoni i Keeper erano dei santi, discendenti dei prescelti da Seidon per portare a compimento la grande missione. Ogni Keeper onorava il suo compito con la consapevolezza di essere parte della speranza del popolo Arcon. Quando il tempo dell’Emersione sarebbe giunto e gli oggetti fossero stati portati alla montagna sacra, le antiche città sarebbero tornate ed il mondo si sarebbe finalmente fermato. Chi credeva ai Misteri, da quanto ne sapeva lei, reputava tutta questa faccenda una grossa invenzione.
«É vero quello che dici, ma ho bisogno di sapere…»
La conversazione era terminata ed entrambi lo sapevano. Rimasero ancora un po’ a vedere ardere i tizzoni del fuoco, poi il ragazzo salutò la ragazza e se ne tornò alla sua tenda. Mentre le pianure si coloravano di vermiglione, Jade seppe che il settimo margine stava per finire. Presto Nicon l’avrebbe ricevuta.

Tzadik non perse d’occhio per tutta la sera le due tende vicine alla sua. A destra c’era quella della ragazza, del vecchio e del gigante. Dietro, a una ventina di passi di distanza, si ergeva quella di Nicon. Nel campo c’era un gran movimento, ma quando arrivò l’ora di cena, tutti si ritirarono nelle loro tende, meno che una decina di uomini che avevano il compito di rimanere di guardia. Nelle piane si aggiravano lupi, iene, e altre creature poco amichevoli. Era sempre meglio rimanere all’erta.
Il ragazzo si era sentito subito attratto dalla Keeper, ma non era una questione fisica. Entrambi si trovavo in una fase della loro adolescenza in cui i tumulti emozionali erano una norma, ma tra di loro sembrava esserci qualcos’altro. Era la stessa sensazione che aveva sentito quella notte, svegliato dal sogno in cui Nicon chiedeva il suo aiuto, sotto la montagna sacra. Quel sogno aveva stravolto la sua intera esistenza e con tutta probabilità, se avesse ascoltato nuovamente la sua voce interiore, si sarebbe presto cacciato in una altro bel guaio.
Nell’oscurità rischiarata a tratti dai falò del campo, Tzadik vide i tre stranieri uscire dalla tenda e approssimarsi a quella di Nicon. Le guardie parlarono a bassa voce con la ragazza, poi scostarono le falde che nascondevano l’entrata lasciandoli passare. Il ragazzo si mosse veloce come un gatto. Disse ai suoi compagni di tenda, allievi come lui, che aveva bisogno di un po’ d’aria, e sgattaiolò di soppiatto oltre la visuale delle guardie. Aggirò la tenda in cui era entrata la ragazza, seguita dal vecchio e dal gigante, e si accasciò in un angolo d’ombra dal quale avrebbe potuto origliare indisturbato. Si sentì in imbarazzo solo per un momento, poi le persone all’interno incominciarono a parlare, e lui fece del suo meglio per non farsi sfuggire nemmeno una parola.
«Vorrei innanzitutto ringraziarti per la tua ospitalità. I tuoi uomini sono molto gentili con noi.» Era la voce della ragazza, riconoscibilissima.
«É quello che ci si aspetta, no?» Nicon non perse tempo a manifestare la propria posizione. I Keeper erano ben voluti nella Gilda, ma a lui non piacevano.
«Non c’è bisogno di essere scortesi…» era il vecchio che stava parlando. «Sappiamo che a voi non interessa il compito dei Keeper, ma se siamo venuti a cercarvi e a chiedere il vostro consiglio è perché crediamo che voi siate la persona giusta per parlare di certe cose.»
Dal silenzio che era calato improvvisamente Tzadik intuì che il maestro era rimasto colpito dall’intervento di quell’uomo.
«Ebbene, parlate allora. Come posso aiutarvi?»
La ragazza continuò.
«Recentemente ho avuto in consegna da mio padre l’oggetto di famiglia, il medaglione che porto al collo. Già prima che il passaggio fosse compiuto avvertivo qualcosa di strano, una presenza legata all’oggetto. Misar, fedele compagno di mio padre, mi ha poi rivelato che non era la prima volta che succedeva. Anche mio padre aveva avvertito una presenza strana, legata al medaglione. Dal giorno in cui lo indosso, il volto deforme di un uomo tormenta i miei sogni, e più di una volta ho avvertito il tocco di un’energia aliena, distante e incredibilmente potente. Le storie dei Keeper nella mitologia Arcon non parlano di cose del genere. Noi crediamo che questa presenza abbia a che fare con i Misteri.»
Il volto deforme di un uomo? Chi era quest’uomo? Tzadik accostò l’orecchio alla tenda, rischiando d’inciampare e di rivelare la sua presenza.
«Un Keeper che vuole conoscere i Misteri? Attenta ragazza, l’ignoranza è la migliore amica delle persone semplici. Potresti rimpiangere certe conoscenze.»
«Non ho paura di sapere quello che credi tu. So farmi le mie idee e comportarmi di conseguenza, ma spero di riuscire a far finire i sogni, o almeno a capire da dove vengono.»
«Va bene, ti dirò la verità, perché ragazza, sei libera di pensarla come vuoi, ma ricordati…» la pausa enfatizzò le parole di Nicon, «…quella che ti sto per rivelare è la sola verità.»
Ancora una pausa, e poi il maestro tornò a parlare.
«Probabilmente è l’inizio di un nuovo corso, perciò é bene incoraggiarlo. La presenza che tu senti dentro l’oggetto è l’Elenty a cui esso è legato. Che io sappia non è mai successo che un Keeper riuscisse a sentirla, ma forse sei una ragazza sensibile, o più probabilmente l’Elenty in questione è molto potente. Per quanto incredibile vi possa sembrare, Limbo non è stato creato da Seidon. Seidon, per quanto ne so io, potrebbe anche non esistere. Limbo è la creazione degli Elenty, i primigeni. Essi, per scampare alla distruzione del loro mondo, crearono un luogo d’attesa, un mondo fittizio in cui risiedere fino al giorno dell’Emersione. Se quel giorno arriverà, le essenze vitali degli Elenty, racchiuse negli oggetti di famiglia, lasceranno Limbo attraverso la montagna sacra. Niente città sepolte, nessun miracolo divino. Quando gli Elenty lasceranno questo mondo, Limbo non servirà più al loro scopo, perciò verrà distrutto.»
Le ultime parole di Nicon fecero fatica a prendere significato nella testa di Tzadik. Non ebbe neanche il tempo di reagire. Il maestro tornò a parlare.
«Avrete sentito parlare della magia, ma è probabile che nessuno di voi sappia che cosa sia. La magia esiste perché il mondo in cui viviamo è imperfetto, ed è imperfetto perché è stato creato dagli Elenty. Gli Elenty non sono dei, ma sono uomini come noi, e per quanto possano essere saggi e capaci, il mondo che hanno creato presenta dei difetti. È attraverso questi difetti che il mago manipola la realtà…»
Tzadik avvertì il tipico crepitio che anticipava un incantesimo. Il suo maestro stava dando una dimostrazione delle sue conoscenze magiche. Si augurò che anche lui presto sarebbe stato capace di manipolare la realtà. Era stanco degli esercizi fisici e della spada. Perso in questo pensiero, non si accorse che il lembo di tenda al quale era accostato si era sollevato. Era stata la magia di Nicon a rivelare la presenza del ragazzo.
«Come vedete può risultare molto utile conoscere qualche trucchetto. Il mondo è pieno di topastri ficcanaso.» Le parole del maestro trafissero Tzadik peggio di uno stiletto. Fece due passi dentro la tenda, anche se non aveva ben chiaro quello che avrebbe dovuto fare. Si sentiva gli occhi della ragazza addosso. Il sangue gli pompava in testa. Che figuraccia, pensò.
Ma in quel momento due guardie entrarono nella tenda e l’attenzione degli astanti fu immediatamente distolta. Nicon si voltò verso i due uomini chiedendo le ragioni di quell’incursione. Uno dei due parlò.
«Due persone si sono avvicinate al campo; un uomo anziano ed un ragazzo.»
«Chi sono?» la domanda di Nicon era incalzante.
«Il vecchio dice di chiamarsi Rivier. Il ragazzo invece Mylo. Dicono di avere delle informazioni importanti.»
«Offrite loro ospitalità e diteli che li raggiungerò al più presto, appena avrò finito con queste persone» ordinò il capo della gilda. Ma i due uomini rimasero fermi. Parlò il secondo, questa volta.
«Il vecchio sembrava impaziente di comunicare il messaggio. Ci ha detto che è una questione di vita o di morte.»
Nicon sbuffò. Era irritato e non  aveva premura di nasconderlo.
«Va bene allora! Fateli venire qui!»
Nel frattempo Tzadik era rimasto immobile, in attesa di conoscere il suo destino. Un affronto del genere poteva costare l’espulsione dalla gilda, ma il maestro non sembrò badare a lui. Si mise a camminare avanti e indietro nella tenda, in attesa che questi due nuovi misteriosi personaggi facessero il loro ingresso.
La ragazza e i suoi amici rimasero in silenzio, anche loro in attesa. Tzadik non sapeva cosa gli sarebbe aspettato, ma di una cosa era certo: la sua voce interiore lo aveva cacciato in un altro guaio.
Nel momento in cui Rivier fece il suo ingresso, preceduto dalle due guardie, Nicon scartò di lato ed estrasse la sua spada. Nei suoi occhi baluginò un lampo d’odio. Tra i denti sibilò le parole: «Tu, qui!»
Jade indietreggiò e Yumo le si piazzò davanti. Il gigante estrasse l’ascia, pronto a colpire. Le guardie si fecero di lato ed estrassero anche loro le armi. Nella tenda le fiamme delle lanterne sembravano si fossero smorzate da sole. Un manto d’ombra calò improvvisamente sulla scena.
«Che succede?» domandò Misar rivolto al capo della gilda.
Rivier si era fermato davanti all’ingresso, con Mylo accanto. Teneva le mani alzate in segno di resa, e sul suo volto placido gli si era dipinto un sorriso. Nicon però non ci badò.
«Che ci fai tu qui?» domandò, rimanendo in guarda con la spada.
«È  una questione importante, Arcon. Meglio che abbassi quella lama.» Anche Mylo rimase sorpreso da quelle parole. Non erano state pronunciate dalla voce del maestro Rivier, ma da una potenza che trascendeva la sua stessa immaginazione. Si voltò e vide il vecchio illuminarsi, un riverbero dorato che si spanse attraverso la tenda, scacciando le ombre. Tzadik aveva la bocca aperta, Jade era paralizzata, Misar mormorava tra se una preghiera a Seidon. Nicon rimase al suo posto, ma la spada gli si abbassò, e lui fu incapace di trattenerla. Yumo fu l’unico a rimanere impassibile, l’ascia pronta a scattare.
«La gilda è in pericolo. Tra due giorni al massimo il vostro manipolo verrò attaccato di sorpresa dai testimoni di Seidon. Non una semplice guarnigione, ma l’intero esercito guidato dal primo ministro Tawares in persona. Non è necessario avercela con noi. Portiamo solo il messaggio…» La luminescenza si abbassò. L’ombra tornò e poi si dissolse. Le luci nella tenda erano ritornate a fare il loro dovere, ma ancora nessuno si muoveva. Tutti sembravano attendere la reazione di Nicon.
«E perché dovrei credere alle parole di un Elenty?»
Il mistero era stato svelato. I presenti ci erano quasi arrivati da soli, ma quelle parole avevano distolto totalmente il velo. Quel vecchio era un Elenty, un primigenio, una delle creature più antiche di Limbo.
«Nicon, conosco la tua visione e so cosa pensi degli Elenty, ma so anche che sei un Arcon saggio e dai buoni propositi. Se Tawares sgomina la gilda, e ti assicuro che con gli uomini che ha raccolto al suo seguito riuscirà sicuramente a sconfiggervi, sarà un male per tutti. Le credenze degli Arcon prenderanno il sopravvento. Tawares cova in segreto una follia: distruggere il guardiano di Mountoor. Questo significherebbe la fine di Limbo.»
«Perché mai farebbe una sciocchezza simile?» domandò Nicon, incredulo.
«Lui crede che egli sia un demone al servizio di Kyos e che una volta rimosso arriverà il tempo dell’Emersione, i Keeper potranno recapitare gli oggetti sacri alla montagna e le antiche città torneranno dagli abissi. Sai bene che è tutta un’illusione…»
Nicon annuì, ma non disse niente. Rivier continuò a parlare.
«Se il gigante viene debellato, ed è comunque molto difficile che succeda, più nessuno proteggerà Limbo dai demoni esterni. Il Guardiano, come sai, non è solo uno strumento legato all’Emersione, ma è anche il custode del portale esterno…»
Rivier disse molte altre cose, ma i tre ragazzi, che si erano finalmente incontrati, non capirono quasi più nulla. In quella tenda si stavano prendendo delle grandi decisioni. Un pericolo gravava su Limbo, strani meccanismi erano stati innescati. Jade, Tzadik e Mylo, tutti e tre, capirono una cosa all’istante. In quella tenda le loro vite si erano intersecate, perché un disegno stava prendendo forma.
Poi Jade si accasciò per terra. Nicon e Rivier smisero di parlare, entrambi sorpresi dall’evento. Misar e Yumo si chinarono sul corpo della giovane Keeper.  Respirava ancora. Appena un alito di vita…

Continua la prossima settimana…

Published in: on dicembre 4, 2009 at 8:44 am  Comments (2)  
Tags: , , , , , , , ,

CAPITOLO 8: Chiacchiere e un sorso di birra

Mylo contava le pause ed i margini che componevano la giornata. Le guardie Arenty non avevano più bisogno di tenerlo d’occhio. Solo nella tenda, attendeva il ritorno del maestro, dileguatosi al mattino insieme a Tawares, primo ministro dei Testimoni di Seidon. Aveva smesso di porsi domande. Gli avevano fatto rientrare il mal di testa e si era sentito uno sciocco. Uno strano senso di abbandono aveva preso il posto della frustrazione. Adesso non temeva più per la sua vita, per questo gli era più facile lasciarsi andare.
Si era invece concentrato sul crepitio, improvvisando parole e gesti legati a dei piccoli incantesimi di sua conoscenza. Aveva provato a smorzare il rumore, ad evocare il potere sottilmente, schermando, mutando, offuscando l’eco della magia, come aveva visto fare al suo maestro il giorno prima. Nella semi oscurità della tenda era stato cauto, ed era riuscito anche ad ottenere alcuni risultati positivi. Se qualcuno lo avesse sorpreso a manipolare la realtà si sarebbe cacciato nuovamente nei guai.
«Non passa giorno senza che tu riesca a sorprendermi.» La voce era quella di Rivier, ma il maestro fece il suo ingresso solo dopo aver terminato la frase. Mylo sobbalzò, nascose le mani impegnate in strani gesti e solo dopo essersi reso conto che la voce era quella del suo amico riuscì a riprendere fiato.
«Mi hai spaventato» ammise.
«Ti sei messo comodo, vedo…»
«Beh, ho pensato di esercitarmi un po’, visto come si sono messe le cose. Ho fatto attenzione.»
«Non ne dubito. Sei davvero bravo.»
Mylo distolse lo sguardo, imbarazzato dal complimento.
«Io riesco a sorprenderti? Invece tu!»
«Che vuoi dire?» La domanda di Rivier era divertita.
«Che cos’è questa storia con Tawares? Da quanto lo conosci?»
«Più o meno, da stamattina…» rispose il maestro strizzando l’occhio.
«Lo hai incantato? Come?»
«Ma quante domande, ragazzo. Mi stai facendo venir sete. È rimasta un po’ di quella birra?»
Rivier si riempì il boccale. La birra era ormai diventata un brodo insapore, ma la buttò giù con gusto, poi si pulì la bocca con la manica della tunica e riprese a parlare.
«Ieri notte gli ho mandato un sogno, un disegno abbastanza intricato e alquanto verosimile. Stamattina si è svegliato convinto di avere un grande amico di nome Rivier, compagno di avventure e uomo integerrimo, devoto naturalmente al divino Seidon.  Quando ci è venuto incontro mi ha riconosciuto ed ha preteso che lo accompagnassi nella sua tenda. Forse sarebbe stata meglio la gogna. Non la finiva più di parlare… Perché non vai dalle guardie a chiedere di riempirti la brocca?»
Mylo scosse la testa e non rispose. Afferrò la caraffa ed uscì nel paesaggio vespertino del primo margine della notte. Le due guardie Arenty di sua conoscenza stavano in piedi davanti al fuoco. Li si avvicinò e chiese dell’altra birra. Quelli scattarono veloci per ubbidire all’ordine. Come potevano cambiare le cose con l’aiuto di un briciolo di magia, pensò Mylo mentre tornava verso la tenda con la brocca piena di birra schiumante. Per questo bisognava fare molta attenzione ad usarla. Era la prima regola del mago.
Rivier si era messo comodo. Aveva acceso la pipa e guardava fuori, attraverso uno spiraglio nella tenda. Seguiva la scia della cometa Clessidra che segnava il passaggio di quella ventottesima stagione. E stagione dopo stagione passavano i cicli di Limbo, tutti uguali eppure ognuno diverso dall’altro. Montagne, valli e fiumi nascevano dallo strappo del sole azzurro, e nello stesso tempo il sole rosso fagocitava le terre in abbondanza. Un cerchio perfetto, un meccanismo troppo preciso per non accreditarlo ad una divinità.


«Ecco la birra.» Mylo posò la caraffa sul tavolo accanto a Rivier. Il maestro se ne versò subito un boccale.
«Da non credersi, non ti pare?» domandò, bagnandosi le labbra.
«Che cosa?»
«La cometa. Precisa come un orologio.»
«Un orologio? E cosa sarebbe?»
«Lascia stare…» Rivier fece un gesto noncurante con la mano, poi proseguì.
«Il crepitio invece, di quello mi va di parlare. Sei stato bravo a smorzarlo con quella tecnica, ma potresti fare meglio…»
«Come?» Mylo si sporse in avanti, bramoso di conoscenza.
«Non devi pensarci. Devi lasciare che l´incantesimo ti scivoli via dalle mani e dalla bocca. È la tensione che provoca il crepitio. Quando l´incantesimo è complesso diventa pressoché impossibile farne a meno, ma con quelli più semplici ti puoi allenare.»
«Non devo pensarci? Ma se non ci penso non so più quello dico» obiettò Mylo.
«È come se cercassi di ingannare te stesso, come se ti mentissi. La migliore bugia è quella alla quale crede anche il bugiardo, non ti pare? Ricorda, usare la magia è un po’ come barare.»
Mylo rimase in silenzio, cercando di riordinare nella sua testa quelle nozioni. Il maestro si alzò dalla sedia nella quale era sprofondato e si sporse fuori dalla tenda, come per controllare che nessuno si trovasse nei paraggi. Quando rientrò il suo tono era cambiato e la sua voce  era diventata poco più di un sussurro.
«Sembra che il nostro caro amico Tawares abbia voglia di mettere mano alle armi. Finalmente mi spiego questa adunanza nelle pianure.»
«Che cosa vuoi dire?» Anche Mylo aveva abbassato la voce.
«Sono diversi cicli che i Testimoni girano Limbo in lungo e in largo portando la parola di Seidon. In principio erano solo poche comunità, neanche armate, ma col tempo sono diventate delle vere e proprie guarnigioni. Si sono moltiplicate e organizzate, ma solo raramente si sono riunite come in questa occasione. Sembra che Tawares voglia sgominare una volta per tutte la Gilda di Nicon, e ha intenzione di usare ogni forza a sua disposizione per portare a termine l´impresa.»
«La Gilda di Nicon? Gli eretici?»
«Si. Conosco bene Nicon, e anche se non gli piaccio riconosco che è un uomo nobile. Ha le sue convinzioni ed io non desidero certo cambiargliele. Ma una cosa è certa; anche se Tawares potrà contare su un esercito molto più numeroso, non gli sarà facile sbaragliare la Gilda. Nicon è un ottimo mago, e con lui ce ne sono diversi capaci di manipolare la realtà.»
«E noi da che parte stiamo?» Mylo non fece niente per nascondere la sua confusione.
«Noi stiamo dalla nostra parte, Mylo. Tawares è un uomo pericoloso. I Testimoni di Seidon stanno espandendo troppo  il loro credo e ciò non è un bene per l´equilibrio di Limbo. Ricorda, l´equilibrio è tutto. Se Nicon cadrà, le ideologie Arcon penderanno inesorabilmente verso la mitologia classica. Ogni forma di magia sarà bandita e chissà cosa succederà poi. Magari a Tawares gli verrà in mente di fare guerra allo stesso Guardiano di Mountoor…»
Il gigante della montagna sacra. Mylo ne aveva sentito parlare. La creatura più potente di Limbo, legata in qualche modo ai Misteri. Ma nella mitologia Arcon era visto come un demone dagli occhi di fuoco, per metà uomo e metà uccello. Il suo sguardo poteva pietrificarti e la sua voce portarti alla follia.
«Allora dobbiamo avvertire la Gilda» esordì il ragazzo, preda di un’improvvisa illuminazione.
«Esatto, ma temo che non riusciremo comunque ad evitare lo scontro. Gli uomini di Tawares tengono sotto controllo gli eretici. Sono accampati da qualche parte su queste piane, non ha voluto rivelarmi l’esatta posizione. Potrei usare un incantesimo per scoprire dove sono, ma farebbe troppo rumore. L’unica alternativa è quella di uscire dal campo, ma la cosa potrebbe insospettire lo stesso Tawares. D’altronde non credo ci resti altra possibilità. Se la Gilda viene attaccata di sorpresa, le sorti dello scontro potrebbero volgere a favore dei Testimoni.»
«Ma come facciamo ad allontanarci dal campo senza essere scoperti? I senza cuore non ci tengono più d’occhio, ma se ne stanno svegli tutta la notte, ed hanno sensi affilati, quelli!» A Mylo venne voglia d’imprecare, ma si trattenne.
«Non preoccuparti. Riuscirò a schermare le nostre immagini. Un trucchetto che non attirerà molta attenzione.» Rivier strizzò l’occhio al ragazzo. Era deciso. Quella notte sarebbero fuggiti.

Scarica l’illustrazione in alta definizione

Published in: on novembre 20, 2009 at 8:23 am  Comments (2)  
Tags: , , , ,

CAPITOLO 4: Uno sguardo ai Misteri – L’accampamento dei Testimoni

Il capitano della guarnigione si chiamava Terion. La mattina dopo disse ai due prigionieri che l’accampamento centrale dei Testimoni si trovava a circa mezza giornata di viaggio, ai margini delle pianure del vespro, oltre i rilievi dove si trovavano. Avrebbero viaggiato sui loro cavalli, ma questi sarebbero stati legati a quelli delle loro guardie, per evitare spiacevoli sorprese.
Mylo si era svegliato con la testa pesante. La notte di riposo non era bastata ad allontanare la stanchezza degli esercizi del giorno prima e la tensione causata dagli eventi che si erano succeduti. Si sentiva rallentato e aveva un brutto sapore in bocca.
Tutt’altra cosa invece sembrava essere l’umore del suo maestro. Rivier si era svegliato con la sua solita placida espressione e con un notevole appetito. Si era gettato sul porridge preparato dai cavalieri per colazione, e con una scodella piena se ne era rimasto seduto in silenzio nei pressi del fuoco del campo appena ravvivato. Era ancora buio, ma il paesaggio stava per cambiare. La cometa sfrecciava nel cielo scandendo gli ultimi giorni della stagione.
Mylo si avvicinò al maestro con una scarsa razione di avena. L’appetito era l’ultima delle sue preoccupazioni. Intanto le guardie continuavano a girare intorno a loro a pochi passi di distanza. Il ragazzo si era accorto che si trattava di due Arenty.
«Ci hanno messo addosso i senza cuore» esclamò riferendosi alle due guardie.
«Meravigliosi» commentò Rivier con la bocca piena. «Sono perfetti nei loro compiti, e di sicuro più affidabili. Un Arcon potrebbe sempre perdere la pazienza, o perdere la testa…» Sorrise al ragazzo e raccolse un altro cucchiaio dalla ciotola.
«A me fanno uno strano effetto.»
«Non ci pensare. Mangia.»
Mylo provò a seguire i consigli del maestro, ma si accorse di non avere per niente fame. Osservava i cavalieri muoversi per il campo e prepararsi alla partenza. Se volevano tentare la fuga era meglio provarci prima di arrivare a destinazione. Una volta dentro il grande accampamento, circondati da centinaia di soldati, sarebbe stato impossibile provare a fuggire. Ma qualcosa gli diceva che il suo maestro non aveva nessuna intenzione di scappare.
Il paesaggio si colorò di indaco ed alte nubi stratiformi velarono il cielo e la cometa. L’aria era ferma e si avvertiva un pungente profumo di fiori, troppo dolce per risultare piacevole. Mylo storse il naso e montò a cavallo. I cavalieri si disposero a coppie lungo il sentiero, mentre un carro trainato da due cavalli trasportava le provvigioni. Loro si trovarono nel mezzo di quella colonna, le guardie Arenty subito dietro li tenevano diligentemente sotto controllo.
Lasciarono la radura a passo d’uomo, proseguendo lungo lo stretto percorso che scendeva più a valle. Presto il sentiero rincominciò a salire e a inerpicarsi lungo un altro dorsale. Sarebbe proseguito così, in un continuo sali e scendi fino alle pianure del vespro, un’ampia striscia di terra tagliata in due dal grande fiume Serpe.
I nomi nascevano e morivano con le nuove generazioni, perché tutto era in continuo mutamento su Limbo. Il grande fiume lo chiamavano Serpe per via della sua tortuosità,  le piane si coloravano spesso dei colori del crepuscolo e per questo gli era stato assegnato quel nome. Ma la geografia non era mai stabile e le mappe potevano ingannare il viaggiatore, se queste non erano bene aggiornate. Molti erranti ne facevano anche a meno, fidandosi solo della propria memoria e della posizione della cometa.
Le notizie si diffondevano attraverso le colonne delle voci, e in questo modo le comunità  potevano conoscere la posizione della montagna sacra che indicava il passaggio del ciclo. Al momento doveva trovarsi vicino all’ultimo quarto di percorso. Sarebbero passate altre cento stagioni prima che il sole rosso che indicava il tramonto di Limbo la ingoiasse, per risputarla subito presso l’alba del sole azzurro all’altra estremità del mondo, il luogo dove nascevano le nuove terre.
Mentre pensava distrattamente alle leggi fisiche del mondo, Mylo osservava l’imperscrutabile volto del suo maestro che gli cavalcava accanto. Provò per l’ennesima volta a stabilirne l’età. Duecento stagioni forse, oppure di più. Glielo aveva chiesto una volta, ma Rivier non gli aveva dato una risposta precisa. “Ho visto la cometa passare nel cielo fino ad annoiarmi, ragazzo!” gli aveva detto. Poteva significare qualsiasi cosa.
«A cosa pensi?» disse ad un tratto lo stregone senza voltarsi.
Mylo si guardò attorno per assicurarsi che nessuno li sentisse, ma le guardie erano molto vicine e la guarnigione procedeva silenziosamente.
«Non ti preoccupare ragazzo, non possono ne sentirci ne vedere le nostre labbra muoversi. Ho alterato le nostre immagini, così possiamo parlare un po’»
«Hai usato la magia?» Mylo non nascondeva la sua sorpresa. «Perché non ho udito il crepitio?»
«Ci sono modi per smorzarlo, se l’incantesimo non è molto complicato. Comunque non abbiamo molto tempo. Volevi dirmi qualcosa? La tua testa sembra dover esplodere da un momento all’altro»
«Si. Ci sono tante cose che non capisco e che non mi piacciono» ammise Mylo.
«Si ha sempre paura di quello che non si conosce. E’ la prima debolezza dell’uomo…»
«Cosa ci facciamo qui? Una volta dentro l’accampamento centrale sarà impossibile fuggire, e sicuramente verremo condannati. Hanno trovato i libri e ci accuseranno di stregoneria. Maestro, senza dubbio ci aspettano la tortura e la morte…»
«Non essere così negativo ragazzo. Ho invece la sensazione che il Primo Ministro di Seidon sarà ragionevole e ci lascerà in pace.»
«Si dice che Tawares sia spietato con gli eretici. Anche i Lupi avevano cominciato a tenersi alla larga dai Testimon. Da quando si è insediato il nuovo ministro la comunità si è allargata, reclutando sempre più cavalieri.»
Rivier si voltò verso il ragazzo. Negli occhi aveva la solita tranquilla espressione di sempre.
«Il Primo Ministro Tawares è duro, ma ti assicuro che si mostrerà giudizioso nel nostro caso.» Il volto dello stregone era velato da uno strano sorriso.
«E’ tutta colpa dei Misteri» sentenziò Mylo.
«Che vuoi dire ragazzo?»
«La ragione per cui i Testimoni si sono raddoppiati e controllano tutti quanti. La ragione per cui siamo in questa situazione.»
«I Misteri sono quello che sono. Ognuno dovrebbe essere libero di crederci o non crederci, al di là della loro attendibilità. Il problema non sono i Misteri, ragazzo, ma le persone che temono di essere nell’errore. Anche questa è un’altra delle tristi verità dell’uomo.»
Adesso il maestro lo guardava con un espressione corrucciata, gli occhi perduti in remote dimensioni. Mylo ebbe la sensazione che fossero duemila e non duecento le stagioni vissute dallo stregone, che esistesse sin dall’inizio del tempo e che fosse lui stesso uno dei Misteri di Limbo. Un brivido percorse la schiena del giovane mago.
«La mitologia Arcon è una leggenda. Se a qualcuno piace crederci, se gli fa bene crederci, allora che ci creda pure. È la sua verità, ed è questo quello che conta. Ma imporla a chi non ha le stesse sue percezioni è una violenza mentale.»
Era la prima volta che Rivier confermava le sue sensazioni riguardo alla falsità della mitologia Arcon.  Poteva essere l’inizio della rivelazione, così Mylo provò ad incalzare il maestro.
«Se è vero che la mitologia è solamente una leggenda, qual è la vera storia di Limbo?»
Rivier ritrovò il sorriso e rispose.
«Non ti arrendi ragazzo. Va bene, ti dirò qualcosa, ma non aspettarti grandi rivelazioni. Come ti ho detto centinaia di volte, non sei ancora pronto.»
Mylo pendeva letteralmente dalla bocca del maestro. Si sporse in avanti verso il cavallo dello stregone come per afferrare meglio quello che gli stava per confidare.
«Ti dirò dei Misteri nella maniera in cui vengono divulgati dagli Stregoni Arcon. La verità degli Elenty è ben diversa, e non ti è consentito conoscerla. Sappi solo che comunque non riusciresti neanche a capirla. Ma tu sei un Arcon, e l’unica spiegazione che possa soddisfarti è quella Arcon.»
Cosa voleva dire il maestro? Che lui non era un Arcon? E allora cosa era? Avrebbe voluto chiederglielo, ma preferì tacere, temendo che lo stregone interrompesse il  discorso.
«Limbo è un luogo di attesa, un mondo di passaggio. Fu creato dagli Elenty dodici cicli fa per sfuggire alla morte del loro vecchio mondo. Essi erano in grado di manipolare la struttura di questo piccolo universo che avevano creato, una pratica che fu poi chiamata magia. Gli Elenty attendono in Limbo l’avvento del loro nuovo mondo, nel momento dell’Emersione.»
A Mylo sembravano enunciati estratti da un libro. Non era riuscito a capire molto di quello che Rivier gli aveva detto.
«Che vuol dire che fu creato dagli Elenty?»
Lo stregone guardò divertito l’espressione confusa del ragazzo.
«Gli Elenty non sono una leggenda. Sono esistiti e continuano ad esistere, poiché  alcuni di loro sono diventati immortali. Essi provengono da un altro mondo, un’altra dimensione, se così si può dire.»
«La dimensione della magia, quella in cui è possibile perdersi dopo aver usato il potere?» domandò il ragazzo, credendo di averci capito qualcosa.
«Si, qualcosa del genere» confermò il mago.
«E noi Arcon chi siamo?»
«Gli Arcon sono i figli degli Elenty. Furono creati insieme a Limbo per vivere in Limbo.»
«E cosa succederà quando arriverà il momento dell’Emersione?»
«Ragazzo, non è detto che questo evento accadrà mai. Gli Elenty continuano ad attenderlo, ma è passato così tanto tempo ormai che molti di loro non ci credono più. Immagino però che se arriverà, gli Elenty se ne andranno via e lasceranno Limbo agli Arcon. Sicuramente non riaffioreranno antiche città e non sarà l’avvento di un nuovo mondo per gli Arcon. Quella è solo una leggenda.»
«E gli oggetti di famiglia?»
«Appartengono agli Elenty e scompariranno insieme a loro. Ma non ti devi preoccupare dell’Emersione, ragazzo. E’ molto probabile che passeranno altri dodici cicli senza nessun oscuramento del sole o altri segni profetici.»
«Allora Seidon non esiste?»
«In realtà si. Seidon e Kyos furono creati anch’essi dagli Elenty come forze interne di Limbo. Ti stupirà sapere che Seidon è una creatura Arenty mentre invece Kyos è un Arcon. Ma qui ci perdiamo in particolari un po’ troppo difficili da comprendere. Ti basti sapere che Seidon è in effetti un entità molto potente appartenente alla struttura di Limbo.»
Mylo cercò di riordinare i pensieri, ma c’era qualcosa che non gli tornava.
«Hai detto che la verità Elenty non avrebbe senso per un Arcon, ma tu sembri conoscerla. Allora non sei un Arcon…»
Rivier si voltò verso il giovane apprendista mago e gli sorrise.
«Hai un buon intuito ragazzo. Davvero buono.» Ma non disse niente altro, e Mylo sentiva che non sarebbe servito incalzarlo con nuove domande. Il suo maestro poteva essere un Elenty, i leggendari figli di Seidon e primogeniti di Limbo, secondo la mitologia Arcon. Ma ormai quella era diventata una favola per bambini.
Cos’altro nascondevano i Misteri di Limbo? Quali altri segreti poteva rivelargli il suo maestro, e quanti di questi sarebbe riuscito ad afferrare? La conversazione era stata breve, ma aveva un bel po’ di materiale su cui riflettere adesso, mentre i cavalli procedevano in fila con passo costante verso l’accampamento dei Testimoni di Seidon.

4

Mentre discendevano l’altopiano verso le pianure del vespro, che si perdevano all’orizzonte nei loro gialli, ori e aranci, avvistarono l’accampamento. Mylo contò almeno una settantina di tende disposte attorno ad una più grande centrale, che era di sicuro la residenza del Primo Ministro Tawares. Decine di cavalieri si aggiravano per il campo. Oltre le tende in direzione del fiume Serpe, del quale era possibile distinguere in lontananza il riflesso dorato della sua superficie, vi era un grande recinto per i cavalli. Ve ne erano più di un centinaio.
Il suo senso del tempo gli diceva che il quinto margine del giorno stava per terminare. Si augurò che avessero a disposizione un’altra notte prima del processo e della probabile condanna. Una notte per riflettere sulle cose che Rivier gli aveva detto e per capire quali erano le sue intenzioni.
Poco più tardi la colonna di cavalieri che accompagnava i due prigionieri entrò adagio nel campo, movendosi direttamente verso la tenda centrale. Alcuni uomini salutarono i compagni appena giunti. Mylo si accorse che vi erano altri Arenty tra i Testimoni. Non era difficile riconoscerli. Avevano la tipica espressione assente, lo sguardo vacuo perso in strani pensieri. Si muovevano più lentamente degli Arcon, ma sembravano nello stesso tempo molto più all’erta. Il loro comportamento poteva apparire ottuso, ma in realtà era semplicemente distaccato. Non a caso alcuni li chiamavano i senza cuore.
La colonna si fermò a un cinquantina di passi dalla tenda di Tawares. Vi erano quattro guardie ferme davanti all’entrata. Una di queste si avvicinò al capitano Terion che nel frattempo era smontato da cavallo. I due si scambiarono qualche parola che Mylo non riuscì a sentire, dopo di che si avviarono entrambi verso la tenda. Il maestro sedeva sul cavallo accanto a lui, e guardava il cielo cercando di prevedere, come era suo solito fare, l’imminente paesaggio notturno.
Dopo poco il capitano uscì fuori e si diresse direttamente verso i due prigionieri. Sembrava leggermente turbato, come se la conversazione con il Primo Ministro non lo avesse soddisfatto. Si rivolse alle due guardie che tenevano legati i cavalli.
«Portateli nelle nostre tende. Il Primo Ministro non ha tempo stasera per esaminare questa faccenda. Lo farà domani mattina. Nel frattempo, non perdeteli d’occhio. Non vorrei che combinassero qualche scherzo. La responsabilità è nostra, intesi?»
«Si capitano» risposero all’unisono i due Arenty.
«Rompete le righe. Tornate al nostro accampamento e innalzate le altre tende» ordinò poi ai suoi uomini.
La guarnigione si diresse verso l’esterno del campo, nei pressi dei recinti per i cavalli. Laggiù vi erano tre grandi tende scure che dovevano rappresentare l’accampamento stabile della guarnigione. Mylo e Rivier vennero accompagnati in uno di queste tre alloggi, sempre sotto la scorta dei due cavalieri Arenty. Gli altri uomini prepararono diligentemente l’accampamento come aveva ordinato il capitano.
«Un’altra notte di attesa. Avrei voluto che ci dicessero subito quello che ci aspetta» confessò Mylo al maestro, una volta che si furono sistemati entrambi sui loro nuovi giacigli.
«La notte porta sempre consiglio, ragazzo. Meglio così, credimi» rispose Rivier sempre sorridendo.
Più tardi venne data loro una generosa razione di cibo, della carne sugosa accompagnata da del riso, e un paio di boccali di birra. Gli Arenty mangiarono insieme a loro nella tenda ma non dissero una parola. Non era tardi ma non c’era ragione per rimanere svegli, così dopo cena i due se ne andarono a dormire. Mylo era meno preoccupato della sera precedente, ma non riuscì a non pensare che quella poteva davvero essere la sua ultima notte. Lo stregone già stava russando quando quella paura gli entrò in testa. Maledisse l’irritante atteggiamento del mago e quasi per capriccio scacciò dalla mente i cattivi pensieri. Poco dopo si addormentò.
Fece sogni inafferrabili. Quando si svegliò il mattino dopo provò a riordinarli ma non ci riuscì. Sapeva di aver sognato a lungo e profondamente, ma non era capace di ricordare neanche una piccola parte di quelle visioni notturne.
Accanto a lui il maestro continuava beatamente a dormire, mentre le due guardie erano sempre lì, nella medesima posizione in cui le aveva viste prima di addormentarsi. Un piccolo brivido gli solleticò la schiena. “Strana gente i senza cuore” pensò, e si voltò dall’altra parte. Avrebbe aspettato il risveglio dello stregone. Non aveva nessuna intenzione di muoversi da solo, e non sapeva neanche se i cavalieri glielo avessero permesso.
Senza volerlo si riaddormentò, e questa volta i sogni vennero da lui imprimendosi nella sua mente. Sognò il volto di una ragazza e quello si un uomo dagli occhi di ghiaccio. Luci ed ombre che scuotevano il cielo e una battaglia magica che impegnava il maestro fino allo stremo delle sue forze. Vide un fulmine esplodere nel petto di Rivier ed il sorriso del vecchio che si spengeva, mentre il sole si oscurava come nella famosa profezia. Infine vide la montagna sacra, ergersi in tutta la sua grandezza.
«Ragazzo! Sveglia ragazzo!» la voce del maestro lo riportò indietro. Respirò a fondo chiedendosi se non era rimasto in apnea per tutta la durata di quello strano sogno. Sentire nuovamente l’aria nei polmoni gli fece riacquistare lucidità.
«Maestro!» chiamò. Poi guardò le guardie. Pareva che non avessero fatto caso al titolo con cui aveva chiamato lo stregone.
«Sembrava che stessi per annegare!»
«Solamente un brutto sogno, tutti qui.» Ma gli occhi del ragazzo dicevano tutt’altro. Rivier gli rispose con un cenno, intuendo quello che il ragazzo gli aveva comunicato con uno sguardo.
Uscirono dalla tenda con le due guardie sempre dappresso, e si avviarono verso il fuoco che ardeva allegramente in mezzo all’accampamento della guarnigione. Il cielo era rosso e arancio, e il sole era una palla di fuoco ferma all’orizzonte. La temperatura era pungente, l’aria umida profumata di erba fresca. Sui rilievi dietro l’accampamento si intravedevano grosse nubi plumbee che con tutta probabilità sarebbero rimaste lì per tutto il giorno. Il paesaggio era stato creato, da Seidon o da chi per lui. Poco importava chi ne fosse l’artefice. Questo era Limbo.
Si sedettero vicino al fuoco e venne loro offerta una generosa porzione di avena e latte. Vi erano altri cinque cavalieri vicino, gente dal volto sereno che parlava del paesaggio, dei cambiamenti, delle comunità che avevano incontrato. Prima di mangiare la loro colazione ringraziarono Seidon. Mylo non riusciva a pensare niente di male di quelle semplici persone, a parte forse per la spada di bronzo che portavano al fianco.
Da una tenda uscì il capitano Terion e si avviò verso di loro. Aveva l’aria di uno che aveva dormito male, perseguitato da sogni bizzarri come quello che Mylo aveva appena fatto.
«Oggi è il vostro giorno» esordì il capitano schernendoli.
«Sembra proprio così» rispose masticando lo stregone. Rivier girò lo sguardo verso il capitano e sfoderò uno dei suoi sorrisi. Terion evitò il suo sguardo e passò oltre.
In quel mentre Mylo si accorse che un piccolo drappello di cavalieri provenienti dal centro del grande accampamento si stava avvicinando. Un uomo precedeva il gruppo con uno stendardo rosso. I cavalieri radunati attorno al fuoco si alzarono in piedi e lui e lo stregone li imitarono. Il capitano Terion era davanti a loro e accennò un saluto. .
Il gruppetto si fermò a una ventina di passi dal fuoco. Solo un uomo continuò a camminare verso di loro. Era anziano e vestiva il rosso dei Testimoni ma anche il bianco che ne definiva il titolo. Una spessa catena d’argento gli pendeva dal collo e portava una spada di bronzo finemente lavorata, diversa da quella degli altri cavalieri. Per Mylo non fu difficile capire che si trattava del Primo Ministro Tawares.
«Capitano Terion» chiamò avvicinandosi al capo della guarnigione.
«Mio signore. Benvenuto nel nostro campo. Ecco qui i prigionieri accusati di stregoneria che…»
«Liberate subito questi due uomini» ordinò il ministro interrompendo bruscamente le parole del capitano.
Terion strabuzzò gli occhi. Annaspando cercò di rispondere.
«Ma mio signore, non capisco…»
«Hai capito bene Capitano!» lo interruppe nuovamente. Poi il Primo Ministro si mosse in direzione di Rivier. Un sorriso gli affiorò sul volto mentre tendeva le braccia verso lo stregone.
Rivier gli si avvicinò tendendo a sua volta le braccia. I due si incontrarono abbracciandosi in mezzo all’accampamento. I cavalieri erano meravigliati, il capitano Terion osservava incredulo la scena, ma il più sbalordito di tutti era sicuramente il giovane Mylo.
«Mio vecchio amico. Benvenuto!» disse Tawares.

Continua venerdí prossimo.

Scarica l’illustrazione in alta definizione.

4

Published in: on ottobre 2, 2009 at 9:17 am  Comments (2)  
Tags: , , , , , , ,

CAPITOLO 3: Mylo e Rivier – Lupo Solitario – I Testimoni di Seidon

Il fuoco ardeva a pochi metri dal lago. Il lago era il cratere di un vulcano spento. Le brezze montane ne increspavano la superficie.
Quello era il luogo ideale per giocare con gli elementi, per provare nuove formule, sondare i limiti del proprio potere e riversarlo nel paesaggio circostante. C’era acqua, fuoco, vento e terra. C’era il silenzio, interrotto a volte da un tuono lontano, oppure dall’urlo di un falco. C’erano i boschi di faggi e querce che circondavano il cratere, e gli animali che si nascondevano per timore del crepitio. Era il crepitio della magia, come se l’aria attorno al mago cominciasse a sfrigolare, perdendo consistenza. Gli animali non lo sopportavano, e ne fuggivano con la coda tra le gambe.
Mylo provò a concentrarsi di nuovo sulle fiamme danzanti che aveva dinanzi. Sentiva il calore sulla sua faccia ed il vento che gli accarezzava i capelli tagliati corti. Era un giovane robusto, dal volto pallido e la bocca rossa come petali di rosa. Aveva il portamento tipico dei Lupi Cacciatori; nobile e fiero.
Il suo maestro gli aveva suggerito di prendere prima possesso del vento e poi di concentrarsi sul fuoco. Questo era l’unico modo per portare a termine quel complicato incantesimo. Ma Mylo era testardo e voleva provare qualcosa di diverso. Voleva fondere i due elementi, incanalarli assieme ed evocare così un globo di pura energia, vincolato al suo volere.
Entrò nei due elementi e ne piegò le volontà. Per un attimo una sfera di fuoco si librò sopra la sua mano tesa, e un sorriso apparve come una taglio nella faccia del ragazzo. Ma la sfera crebbe d’intensità, e lui ne perse il controllo. Sarebbe esplosa causandogli ustioni mortali se nel frattempo l’acqua del lago non avesse preso vita, riversandosi sulla riva e spegnendo così il fuoco e la sfera di energia. Il giovane mago si ritrovò completamente bagnato, mentre un’esplosione di rabbia gli montava dentro.
«Ce l’avevo sotto controllo!» esclamò.
Girò lo sguardo verso la figura che stava alle sue spalle. Era un uomo minuto, dalle ampie vesti bianche ed il volto amichevole. I suoi occhi nascondevano un sorriso senza tempo. Si chiamava Rivier.
«No Mylo! Ce l’avevi quasi sotto controllo. È  diverso…»
«Guarda cosa hai fatto ai miei vestiti…» continuò ad imprecare il ragazzo.
Rivier compose due simboli nell’aria con la mano destra ed un vento caldo proveniente dal lago incominciò a soffiare verso riva. In pochi istanti le vesti dell’apprendista mago erano asciutte.
«Mi piace il tuo spirito ribelle, ma un giorno potrebbe non esserci qualcuno a salvarti la pelle. Il controllo è importante.» Lo stregone si avvicinò al ragazzo.
«Ma come posso controllare gli elementi se non ne conosco il senso?»
Il ragazzo si riferiva ai Misteri. Rivier li conosceva, forse meglio di chiunque altro, ma non ne aveva mai voluto parlare. Ogni volta che l’argomento si presentava lo stregone lo liquidava con la scusa del “non sei ancora pronto”. Mylo detestava quella frase.
«Ragazzo, il senso al quale ti riferisci non avrebbe alcun senso per te, credimi. E ti assicuro che non ti aiuterebbe a piegare alla tua volontà gli elementi.»
«Facile per te che conosci tutti i trucchi…»
«La tua è solo curiosità. Ed è questa curiosità che ti impedisce di eseguire l’incantesimo. Smetti di pensare ai Misteri e controlla gli elementi. Riprova!»
Mylo folgorò il maestro con uno sguardo, ma si rimise in posizione per effettuare la magia. Prima evocò il fuoco che incominciò a bruciare i resti ormai asciutti del precedente falò. Poi si concentrò sul vento. Il crepitio del sortilegio che stava per compiersi fece urlare una bestia nel bosco vicino.
Questa volta, prima di pensare al fuoco, aveva soggiogato al suo volere il vento. Lo direzionò come voleva e poi ordinò alle fiamme di unirsi a lui. Dal fuoco fuoriuscì una lingua gialla che andò a colpire una grossa pietra ricoperta di muschio a una decina di passi di distanza. La pietra si annerì e incominciò a fumare.
«Bravo!» esclamò entusiasta lo stregone.
Mylo sbuffò e gli voltò le spalle.
«Niente di speciale» commentò. E si avviò lungo la riva, respirando regolarmente per riacquistare il controllo. Era una normale procedura dei maghi dopo che avevano usato i loro poteri. Ogni volta che veniva usata la magia, il mago perdeva contatto con il mondo elevandosi verso altre dimensioni. La respirazione lo aiutava a riprendere possesso del proprio spirito e a riportarlo in Limbo.
Questo gli aveva insegnato Rivier. Ma non era tutto, lo sapeva. Maledisse per l’ennesima volta i Misteri. Quale era la ragione per cui il maestro si dimostrava così reticente a parlare dei segreti di Limbo? In fondo cosa potevano essere mai. Che la mitologia Arcon fosse una grossa frottola lo aveva intuito da solo molte stagioni prima.  Qualsiasi altra storia non avrebbe fatto certo differenza per lui. Probabilmente non ci avrebbe nemmeno creduto. Però lo intrigava, e soprattutto lo infastidiva tutta quella segretezza.
Ricordò l’incontro con Rivier, molte stagioni prima. I Lupi Cacciatori l’avevano allontanato dalla comunità a causa della sua debolezza. Trovava assurdo che una banale fobia, quella per i serpenti, decidesse le sorti di un uomo. I Lupi erano dei bastardi. Grandi combattenti ed abili cacciatori, ma stavano perdendo la loro parte umana. Presto sarebbero diventati come i loro stupidi amici a quattro zampe.
A lui importava poco. Aveva perduto i genitori quando era ancora un bambino, e la comunità non era mai diventata una seconda famiglia. Una parte di se era quasi contenta di essere stato allontanato.
Non aveva problemi ad ammettere che se non fosse stato per Rivier sarebbe morto quel giorno. Non era colpa sua. Quel maledetto serpente era uscito fuori da dietro una roccia senza nessun motivo. Lui non poteva fare altro che rimanere immobile, conscio del pericolo ma completamente paralizzato da quella paura inesplicabile, talmente profonda e radicata dentro la sua natura da non poter essere minimamente controllata. Aspettava il morso, la morte, il lieto finale di quel momento di terrore.
Il serpente era una Lingua di Kyos, piccolo e giallo, più velenoso di un cobra e cinicamente perverso. Poteva rimanere a fissarti per tutto il giorno prima di morderti, come se stesse assaporando il profumo della tua paura e ne gioisse. Non a caso aveva preso il nome dal fratello di Seidon, lo squartatore del mondo.
Mentre contava gli attimi che gli rimanevano da vivere, in piedi a un passo da quel velenoso rettile, una folgore esplose alle sue spalle ed una scia di intensa luce azzurra si riversò sulla roccia dove si trovava il serpente. Si voltò di scatto e vide quel piccolo uomo vestito di bianco. Un mago.
Non aveva mai capito il motivo per il quale Rivier lo avesse voluto iniziare alle arti divinatorie. Lui era un cacciatore, non uno studioso. L’opportunità era ghiotta e Mylo non era il tipo che si tirava indietro davanti alle sfide. Ma non gli ci volle molto prima di rendersi conto che il cammino del mago era tutt’altro che facile. E poi c’erano sempre quei dannati Misteri che lo tormentavano.

limbo cap3 p

«Muoviamoci ragazzo! Sta iniziando il settimo margine e presto il cielo si oscurerà.»
Mylo aveva ripreso a respirare normalmente. Il potere era fluito attraverso e fuori da lui insieme a una parte del suo spirito, e adesso quella parte aveva fatto ritorno. Tornò indietro verso il fuoco che continua a consumarsi sulla riva sabbiosa del lago. L’uomo dalle vesti bianche guardava il cielo prevedendo la notte prossima a calare.
«Sarà una notte tranquilla, maestro» predisse Mylo.
«Si, forse. Per oggi basta così. Torniamo all’accampamento.»
Si allontanarono dallo specchio d’acqua che era il cratere spento di un vulcano ed entrarono nel bosco, scendendo verso valle attraverso uno stretto sentiero. Laggiù avrebbero trovato i due cavalli e la loro tenda ad aspettarli.
Mylo sentiva nella gambe la stanchezza della giornata di addestramento. Faceva fatica a star dietro allo stregone che, nonostante l’apparente età, peraltro indefinibile, e le ampie vesti che sembravano ingombranti ed inadatte a camminare nei boschi, procedeva spedito attraverso rovi e passaggi scoscesi. Lo vide fermarsi ad un tratto più sotto, nel punto in cui il sentiero usciva dall’intricata vegetazione consentendo un’ampia visuale della valle. Gli si avvicinò guardando verso la radura dove si trovava il loro accampamento.
«Chi sono?» esclamò.
La radura era occupata da una guarnigione di cavalieri, almeno quindici. Non si riusciva a distinguerne l’appartenenza da quella distanza. Si muovevano attorno alla tenda e stavano probabilmente aspettando il loro ritorno.
«Testimoni di Seidon» rispose lo stregone con voce tranquilla.
«Maledetti loro. Cosa vogliono?»
«Avranno visto sicuramente i lampi e udito il crepitio. Sono alla caccia di eretici, e noi siamo le loro prossime prede.»
Rivier appoggiò una mano sulla spalla del ragazzo e con un sorriso beffardo proseguì.
«Ragazzo, la vita del mago non è delle più facili. Il mondo è pieno di gente invidiosa e testarda. Tienilo sempre bene in mente.»
Mylo face una smorfia.
«Che facciamo adesso?»
«Beh, non possiamo abbandonare la nostra roba. Andiamo a sentire cosa hanno da dirci questi signorotti. Magari ci offrono un’occasione per esercitarci…»
Gli occhi di Rivier luccicavano maliziosamente, ma Mylo sapeva che lo stregone non sarebbe mai arrivato ad uccidere qualcuno senza un buon motivo. Non nascose inoltre il suo stupore per il fatto che il maestro potesse fronteggiare senza timore quindici cavalieri di Seidon.
«La fai sembrare una passeggiata ma si tratta di una bella guarnigione, armata fino ai denti da quanto posso vedere. E noi siamo solo due…»
«Si ragazzo, il conto è giusto.» E continuando a sorridere proseguì per il sentiero che tornava a infilarsi nella vegetazione. Mylo gli corse dietro, mentre uno strano brivido di eccitazione gli percorse tutto il corpo. Dopotutto era sempre un Lupo.
Giunti nei pressi della radura, Rivier smorzò con un semplice incantesimo il rumore del loro movimento. Quando i due fecero la loro apparizione davanti alla guarnigione sparpagliata attorno alla tenda, un paio di cavalieri ebbero un sussulto. Immediatamente due arcieri li presero di mira, e qualcuno intimò loro di fermarsi. La voce proveniva da dentro la tenda.
Rivier e Mylo si fermarono uno accanto all’altro, guardando nella direzione da dove giungeva quella voce. Dalla tenda uscì un uomo molto alto e quasi totalmente calvo. Indossava le tipiche vesti rosse che distinguevano i Testimoni di Seidon e portava una lucente spada di bronzo, anche questa simbolo della confraternita.
I Testimoni di Seidon erano una comunità errante che aveva come scopo principale quello di portare la verità di Seidon e screditare le ridicole congetture attorno ai Misteri. Durante l’ultimo ciclo, il dodicesimo dalla creazione di Limbo secondo il calendario Arcon, in molti avevano incominciato a parlare dei Misteri, senza neanche sapere che cosa fossero. Ma lo spargersi di queste voci fecero muovere con maggiore zelo i Testimoni. Adesso la comunità contava diversi distaccamenti, e i controlli erano raddoppiati. La magia era da sempre legata ai Misteri, perciò ogni mago era considerato un eretico agli occhi dei Testimoni. Spesso gli eretici venivano condannati a morte, ma veniva anche praticata la tortura per giungere alla loro conversione.
Mylo non credeva alla mitologia Arcon, ne tanto meno a Seidon il misericordioso, come lo chiamavano i Testimoni, ma di sicuro non potevano entrargli in testa e scoprire quello che stava pensando. In fondo non era difficile convincere la confraternita della propria fedeltà. Ma se avevano sentito il crepitio, le cose potevano davvero complicarsi. Si preparò al peggio, ma si rese conto che le carte le avrebbe giocate tutte il suo maestro. Era molto curioso di vedere come sarebbe andata a finire.
L’uomo calvo, presumibilmente il capitano della guarnigione,  si fermò a pochi passi da loro e iniziò la sua predica. Rivier lo osservava con occhi divertiti.
«Due erranti solitari che amano strane letture e fanno lunghe passeggiate presso vulcani spenti. Soggetti curiosi, per non dire bizzarri.»
L’uomo teneva in mano uno dei libri di Rivier, un antico volume scritto dallo stesso stregone in una lingua sconosciuta. Era il Bit, la lingua dei maghi.
Il cavaliere calvo attese qualche istante prima di continuare, come se aspettasse le sue prede al varco. Rivier rimase immobile, il volto sereno e gli occhi miti. Sembrava guardasse oltre il Testimone, oltre la tenda e oltre la radura, come perduto in un qualche misterioso pensiero. Il cavaliere tornò a parlare.
«Alcuni miei compagni mi hanno riferito di aver udito uno strano rumore provenire da lassù» ed indicò la sommità del vulcano. «Una sorta di sfrigolio, un suono estremamente fastidioso, di quelli che si dice appartengano alle blasfeme pratiche delle streghe e dei fattucchieri. Avete una qualche idea di cosa possa aver causato quel rumore?»
Il volto dell’uomo si contorse in un ghigno mentre attendeva la replica dei due astanti. Nel frattempo la sua mano si era posata sull’elsa della spada che portava al fianco.
Rivier rispose con voce tranquilla. Non ebbe nessuna esitazione nel pronunciare quella curiosa menzogna.
«Abbiamo visto una volpe e un fagiano che si azzuffavano come se fossero impazziti. Forse era quello il rumore che i vostri uomini hanno sentito. La volpe ha avuto la meglio, ovviamente. C’era anche un gufo che assisteva alla scena. Davvero stupefacente.»
Per poco Mylo non esplose in una sonora risata. Fece fatica a trattenersi, e dovette voltarsi da una parte per evitare che il Testimone non si accorgesse della sua smorfia. Quando tornò a guardare verso il cavaliere calvo, vide che nei suoi occhi bruciava una fiamma di rabbia. Aveva intuito lo scherno, e sembrava che stesse sul punto di gettarsi addosso al maestro con la spada in pugno. Poi invece riuscì a riprendere il controllo di se. Intanto il volto di Rivier rimaneva placido ed immobile.
«Si, stupefacente! Eppure qualcosa mi dice che quel rumore era causato dalla magia, e che voi due c’entrate qualcosa. Dovremo fare degli accertamenti, ovviamente, perciò dovrete seguirci all’accampamento centrale. Se è vero che siete dei maghi, vi consiglio di collaborare e di smettere subito di raccontare fandonie. La voce di Seidon può ancora aprirvi il cuore ed accogliervi nel suo amorevole abbraccio.»
Rivier rispose con voce ancora più calma, lo sguardo perso in qualche dimensione lontana.
«Si, davvero una bella azzuffata…»
Il Testimone fece finta di non aver sentito e ordinò ai suoi uomini di preparare il campo per la notte. Sarebbero partiti il giorno dopo ormai, dato che il settimo margine era quasi terminato e che il buio li avrebbe sorpresi da un momento all’altro.
Due uomini si avvicinarono al ragazzo e allo stregone dietro l’ordine del capitano della guarnigione. Erano sotto la loro stretta sorveglianza adesso. Intimarono loro di non provare a ribellarsi o a fuggire, e soprattutto di non utilizzare alcuna pratica magica, pena l’assaggio della sacra spada di bronzo, immagine della lama di Seidon che salvò il mondo dalla catastrofe, nei tempi remoti della creazione.
Mentre li conducevano nella loro tenda, Mylo cercò di capire le intenzioni del maestro.
«Che facciamo?» sussurrò.
«Osserviamo, ragazzo. È il modo migliore per imparare.»
Ma la calma di Rivier non bastava a tranquillizzare il ragazzo. Ora che quelle due guardie li seguivano a due passi di distanza con le spade in pugno, si accorse che quel gioco incominciava ad innervosirlo. Molte domande gli affiorarono in testa. Quali erano davvero le loro possibilità? Era sicurezza o abbandono la calma mostrata dal maestro? E se durante la notte avessero tagliato la gola ad entrambi? Non voleva sentirsi intimorito, ma la situazione non gli piaceva affatto. Invidiava il maestro che se stava placido ad osservare gli eventi. A lui invece incominciavano a prudere le mani.
Si distesero sui loro giacigli ascoltando gli uomini che all’esterno si adoperavano a innalzare le tende e preparare il fuoco per la notte. Le due guardie sedevano a poca distanza da loro e parlavano sottovoce.
«Almeno stasera non dovremo cucinare» esordì Rivier ridacchiando.
Mylo gli rispose con un sorriso forzato. Si chiese per l’ennesima volta come facesse il suo maestro a divertirsi in una situazione simile, ma rinunciò subito a trovare una risposta. Avrebbe atteso ed osservato gli eventi. D’altronde non c’era niente altro da fare.

Più tardi venne portata loro la cena, due ciotole di stufato e due boccali di birra che Mylo annusò attentamente per paura che fosse avvelenata. Rivier invece la buttò giù tutta d’un fiato e ne chiese gentilmente un altro boccale. Poi ci fu il cambio di guardia e i due si prepararono per andare a dormire.
Lo stregone si abbandonò subito ad un sonno profondo, non privo del suo solito russare. Il ragazzo invece rimase sveglio per molto tempo, osservando le ombre dei cavalieri che sfilavano davanti al fuoco del campo e ascoltando lo sferragliare delle loro spade di bronzo. Teneva le orecchie tese nel timore che qualcuno si avvicinasse furtivamente per ucciderli nel sonno. Due eretici, due maghi infedeli che credevano ai Misteri. Maledetti segreti. E forse sarebbe morto proprio per colpa di loro, e senza nemmeno conoscerne il significato.
I pensieri vorticavano nella sua testa, una giga convulsa e rabbiosa, un susseguirsi di domande senza risposte, di ragioni senza logica, di cadute senza appigli. “Il senso al quale ti riferisci non avrebbe alcun senso per te”. Che cosa voleva dire? Ripeté quella frase nella sua testa, e la immaginò come un ramo proteso verso di lui, ma irraggiungibile. Provò al allungare il braccio, a distendere il corpo e cercare di afferrare il rosso frutto attaccato a quel ramo, ma le sue dita non riuscivano neanche a sfiorarlo.
Finalmente la stanchezza della giornata prese possesso di quei pensieri e li richiuse in una stanza vuota della sua mente, guidandolo poi verso un sonno profondo e privo di sogni.

Scarica l´illustrazione in alta definizione

LIMBO CAP3 copy

limbo03pdf

Published in: on settembre 18, 2009 at 7:14 am  Comments (2)  
Tags: , , , , ,