CAPITOLO 28: Un Globo di Luce

Il vento sferzava sulla roccia portando con sé goccioline di pioggia che rendevano la scalata molto più insidiosa. Druge guardò in basso ma non riuscì a vedere nulla; gli anomali banchi di nebbia che erano apparsi quella mattina, si erano fusi insieme creando una specie di coltre violacea che ricopriva l’intera pianura attorno alla montagna. L’Arcon avvertì la spada pulsare nel fodero, una sensazione non spiacevole ma che lo metteva a disagio. Era lui il campione destinato a sconfiggere il Guardiano del portale? Che senso aveva tutto ciò, si chiese, ma le domande avevano ormai poca importanza. Esistevano certezze, come l’amore che provava per Mila, e il pensiero di perderla lo fece esitare. Vi era la certezza di quel mondo che stava per finire, ribadita dai lampi e dai tuoni che esplodevano sopra di lui, e poi vi era la certezza più grande, quella che gli dette nuovamente forza e lo fece avanzare senza più esitazioni; la certezza dell’amore per la vita.
Si era creduto un Elenty per un tempo innaturalmente lungo, credendo di comprendere i segreti dei primigeni, anche se non li aveva mai davvero afferrati. Era solo una copia distorta di un’entità vissuta molti cicli prima in un altro mondo, una costola di un’esistenza reale ricostruita all’interno di un mondo fatto di codici. Poteva bastare come ragione per sentirsi meno vivo? No, non credeva di sentirsi meno vivo degli Elenty, non più. Contrasse ogni muscolo del suo corpo e continuò a salire. Ormai mancavano pochi passi all’entrata della caverna. Un tuono squassò l’aria, seguito da uno stridore innaturale che lo assordì parzialmente. Ignorò il dolore all’orecchio e si issò sopra il parapetto di roccia, davanti alla bocca della caverna. «Ci siamo», sussurrò, poi estrasse la spada e con passo sicuro entrò dentro Mountoor.

Mylo aiutò Misar a trasportare il corpo senza vita di Tzadik dentro la tenda, con Jade che li seguiva da vicino. La ragazza aveva gli occhi arrossati per il pianto ma aveva smesso di singhiozzare. La nebbia limitava la visuale ad un paio di passi e penetrava dentro i vestiti depositando una patina di gelo sulla pelle. La ragazza si sentì sollevata una volta dentro la tenda.
«Che cosa succederà adesso?» chiese al vecchio Arcon, che assorto contemplava la densa bruma che nel frattempo aveva nascosto l’intero paesaggio ed era capace di attutire anche i suoni.
«Non lo so, Jade» rispose il vecchio, scuotendo la testa. «Gli eventi non sono più nelle nostre mani, e forse non lo sono mai stati…»
«Ho fatto male a consegnare a quell’uomo il medaglione?» chiese la Keeper, ma non si sentiva in colpa.
«Non credo. Le cose sono cambiate quando il mago mi ha chiesto di toglierti l’oggetto mentre cercava di risvegliarti. Da allora ho incominciato a dubitare di tutto ciò che sapevo. Quando non hai più convinzioni a cui aggrapparti, ti rimane solo due cose da fare; o lasciarti cadere, o provare a volare…»
Mylo era ancora al fianco del corpo inerte dell’amico. Osservava i colori sgargianti del pojo che Nicon aveva messo addosso al suo allievo, chiedendosi dove fosse adesso il giovane Tzadik. Secondo la mitologia Arcon le anime dei morti raggiungevano la magione di re Hope, per vivere in eterno nei giulivi lidi del padre di Seidon, ma quella, come tutto il resto, era solo un’invenzione degli uomini. Tzadik aveva semplicemente cessato di esistere? Come si poteva accettare tutto ciò?
«Io vado a vedere cosa succede!» dichiarò l’apprendista mago.
«Vengo con te» aggiunse prontamente Jade.
«Non fate gli sciocchi» li ammonì Misar. «Non c’è niente che possiate fare, e poi Limbo è troppo instabile.»
«Ma non ci riesco a stare qui» spiegò Mylo. «E poi che importanza ha ormai? Quanto credi che ci rimanga da vivere?»
Il vecchio Arcon non riuscì a rispondere a quella domanda. Abbassò la testa e non disse nient’altro. Nel silenzio innaturale di quell’ultimo margine del giorno, i due ragazzi fuoriuscirono dalla tenda, perdendosi dopo pochi passi nella nebbia violacea che annunciava la fine di Limbo.

Un canto la stava chiamando, questo era tutto ciò che riusciva a percepire. Ricordava di essere caduta insieme ad altri, ricordava i lampi e i tuoni nel cielo indaco e l’odore della folgore, ma la semplice ragione della sua esistenza le sfuggiva. Qual’era il suo nome? Chi erano le persone con cui era caduta? Dove si trovava? Le domande si accavallarono senza sosta, nel buio opprimente di quella prigione della mente. A parte le tenebre, vi era il canto, un lamentevole ripetersi di parole inafferrabili proferite da una voce antica. Di chi era quella voce? L’aveva già sentita da qualche parte…
La maga seguì la canzone, non con il corpo, non con la mente, ma con l’unico mezzo in grado di comprendere davvero il mistero della musica; il cuore. “Aveva ancora un cuore?”, si chiese. Allora ricordò chi era, improvvisamente, e tutto ciò che era successo, ma ugualmente non riuscì a rispondersi. Ce l’aveva un cuore oppure no? Forse un tempo lo aveva avuto, in un mondo diverso, ma adesso non sapeva…
«Mila…» nella canzone apparve il suo nome.
«Mila, ecco la strada…» erano parole appartenenti ad una lingua sconosciuta, ma era capace di comprenderle.
«Mila, torna indietro…» la voce del vecchio, il vecchio Arcon, era lui…
«Vecchio, sei tu? Ho tante domande…»
«Non ci pensare cara, segui la strada, la mia voce, la canzone…»
Mila spalancò gli occhi ma la situazione non cambiò di molto. Al posto dell’oscurità vi era una nebbia opprimente che sembrava volerle entrare sotto pelle. Le urla dei combattimenti erano cessate e il silenzio che l’attorniava la preoccupava. Dove erano andati tutti gli Arcon? Si mosse con accortezza per il campo di battaglia ed inciampò su un corpo; era quello di Rivier. Aveva gli occhi chiusi e la sua mente era lontana, probabilmente dentro la stessa oscurità dalla quale era appena riemersa. Si inginocchiò vicino al mago e cominciò a chiamarlo, intonando le parole della canzone che l’aveva guidata fuori da quella prigione: le aveva imparate a memoria oppure erano cresciute dentro di lei? Continuò così, passando di corpo in corpo, ed uno ad uno riuscì a risvegliare tutti i caduti.

Sawar rise, come era solito fare all’alto della sua torre galleggiante mentre si adoperava a distruggere gli scenari di quel mondo insipido. Rise aggrappato alla roccia, sanguinante e dolorante, mentre la nebbia lo divorava. Rise pensando al suo strano destino, e al concetto stesso di destino dentro a una realtà fatta di impulsi elettrici. Rise e il suono della sua risata si perse nella nebbia. Per un po’ giocherellò con l’idea di lasciare quella presa; un salto nel vuoto, per chiudere una volta per tutte la scatola di quell’assurdo gioco. Probabilmente lo avrebbe fatto, se non fosse stato per Davinia. I cristalli avevano ricostruito la sua vita, mettendo ogni pezzo del puzzle al suo posto, e adesso finalmente molte cose gli erano chiare. Una di queste era il suo amore per la quella donna.
«Davinia!» urlò, ma la nebbia gli rapì la voce. Continuò a gridare quel nome, e a quel nome si aggrappò come alla roccia che lo sorreggeva. Si sorprese ad esaudire un desiderio; poterla riabbracciare ancora una volta.

Druge avanzò attraverso il cunicolo di roccia con il cuore che gli batteva all’impazzata. Vide una minuscola fonte di luce nella distanza, mentre la temperatura nel corridoio incominciava ad alzarsi. Estrasse la spada nera e continuò in direzione di quel puntino luminoso, che era come una stella solitaria dentro le tenebre della montagna. La spada era leggerissima, leggermente tiepida al contatto. Riuscì a distinguere l’apertura nella roccia, ancora molti passi davanti a lui, e la luce calda e pulsante che la illuminava. Alcune gocce di sudore gli imperlarono la fronte…
Varcò la soglia della grotta di fuoco e ciò che vide lo fece perdere d’animo; su un trono di roccia sedeva il Guardiano di Mountoor, un gigante dalla pelle bronzea il cui volto era nascosto da un possente elmo d’acciaio. Druge rimase come pietrificato davanti a quella visione. Il fuoco lambiva fino al soffitto le pareti di quell’immensa caverna, una visione accecante, insopportabile. “Dov’era il portale?”, si chiese l’Arcon, non riuscendo a vedere oltre il trono del Gigante.
«Chi sei tu?» la domanda gli arrivò dentro il suo essere. Chi era lui, si chiese, ignorando la risposta. Offeso da quell’affronto, reagì d’impulso facendo una paio di passi in avanti. Il Gigante aprì gli occhi, due fiamme azzurre dietro il metallo dell’elmo.
«Come osi avvicinarti!» la voce, come il boato del fuoco, non era più dentro di lui. Le fiamme sulle pareti tremolarono, frustate dalle onde sonore emesse da quella voce titanica. Druge si arrestò coprendosi gli occhi con il braccio con cui teneva la spada. Il calore stava diventano insopportabile. “Quanto tempo gli restava”, si chiese “prima che la sua pelle incominciasse ad ustionarsi?” Mosse ancora un passo in direzione del trono, e quel gesto servì a svegliare completamente il Guardiano, che lentamente incominciò ad alzarsi. Il colosso raggiungeva quasi il soffitto della caverna, che era alta almeno dieci passi. Gli sarebbe bastato un semplice gesto per schiacciare quell’intruso, invece sollevò l’enorme ascia che teneva in mano, la cui lama era grande quanto un cavallo. Portò il colpo con una rapidità impressionante, nonostante la sua mole. Druge sentì la fine cadergli addosso, ma evitò di pensare. Pensare, in quelle circostante, era la cosa peggiore che si potesse fare. Invece chiuse gli occhi e si fece guidare dall’istinto, o da qualcosa che gli uomini chiamavano istinto e che forse apparteneva a quei codici di cui gli Elenty usavano parlare. Druge non sapeva da dove venisse quel suo intuito, ma di una cosa era certo; lo aveva salvato più di una volta.
Il guerriero Arcon saltò in direzione della gamba sinistra del Guardiano, evitando di un soffio il colpo che si abbatté sulla roccia in un’esplosione di schegge di pietra, scintille e polvere. Un solo colpo era tutto ciò che si poteva auspicare; pregò che la spada facesse il suo lavoro e affondò la lama nel piede del Gigante. La punta della spada penetrò la dura corazza di quell’essere come uno spiedo rovente nella cera. Nessun grido fuoriuscì dalla bocca del Guardiano, che era già pronto a portare un secondo terribile colpo. Druge continuava a spingere la spada dentro l’enorme piede della creatura, ignorando l’ascia che stava calando nuovamente su di lui. Chiuse gli occhi e si arrese al colpo; non c’era nient’altro da fare, pensò. Sentì il fuoco sulla pelle, un’ultima micidiale vampata di calore che gli tolse il respiro, poi più nulla. Era finita?
Druge aprì gli occhi. Le fiamme che lambivano le pareti della caverna si erano improvvisamente estinte e del Gigante non vi era più traccia, come se non fosse mai esistito. La grotta era piombata in una semioscurità rischiarata soltanto da una tenue fonte di luce che proveniva dalle profondità oltre il trono di pietra. L’Arcon cercò la spada con cui aveva portato il colpo mortale ma non la trovò. Probabilmente era scomparsa insieme al Guardiano e alle fiamme. Mosse poi alcuni passi in direzione di quella luminescenza, e più vi si avvicinava più la caverna si ristringeva, fino a diventare un budello scavato nella roccia. Nel frattempo percepì un rumore sordo in avvicinamento, come se provenisse dalle viscere della terra. Affrettò il passo fino a raggiungere la parte più stretta di quel budello, oltre la quale si apriva un’altra caverna, molto più ampia della precedente. Druge riuscì a scorgere meglio ciò che aveva dinnanzi; la luce proveniva da un globo azzurro galleggiante, posto al centro della grotta che era invasa quasi completamente dall’acqua, o da un liquido scuro incapace di riflettere la luce. Il rombo divenne più forte, la roccia della montagna vibrò. Alcune crepe si formarono sulle pareti e improvvisamente sulla superficie dell’acqua, immobile fino a quell’istante, si crearono dei gorghi. Il liquido rifluì presumibilmente dentro le crepe che andavano formandosi sul fondo del lago, mentre il globo di luce azzurra incominciò a pulsare e ad estendersi. Druge guardò indietro e capì che non sarebbe mai riuscito ad uscire dalla montagna da dove era entrato. Quella luce era il portale, l’unica possibile via di salvezza. Pensò a Mila e si chiese se l’avrebbe mai rivista. Qualcosa dentro di lui lo rassicurò; si, Mila e Druge si sarebbero rincontrati, da qualche parte, in un tempo diverso, sotto forme nuove.
Il lago era scomparso e la luce aveva nel frattempo raddoppiato le sue dimensioni. L’Arcon corse in direzione del globo, mentre parti della montagna gli crollavano attorno. Per poco non fu trascinato via da una roccia grande il doppio di lui, poi raggiunse la superficie azzurrina del portale. Quella era la fine. Quello era l’inizio.
Chiuse gli occhi ed entrò.

Published in: on luglio 22, 2011 at 9:15 am  Comments (2)  
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CAPITOLO 27: Un Campione per il Gigante di Mountoor

«Perché quella donna è slegata?» esclamò Nicon irrompendo nella radura davanti alla tenda di Rivier e puntando l’indice sulla prigioniera.
«Calmati Arcon, c’è una spiegazione» provò a riassicurarlo il mago.
«La spiegazione è che abbiamo un accordo, io e te; quella donna è mia prigioniera» ribatté il cavaliere.
Gli errori di Limbo si erano nel frattempo intensificati. Porzioni di pareti della tenda scomparivano e riapparivano ad intermittenza. Dagli accampamenti Arcon si alzavano urla improvvise, come se qualcuno si fosse addormentato e per poco non fosse annegato nel Telaio di Limbo, divenuto un oceano di tenebra. Addormentarsi poteva a questo punto rivelarsi alquanto pericoloso. Mancavano due margini alla notte e Rivier temeva che molti Arcon non sarebbe sopravvissuti fino al mattino. Dovevano fare qualcosa alla svelta, non potevano aspettare un altro giorno.
«Calmati Nicon, lei è qui per aiutarci» disse il mago, piantandosi davanti alla donna. «Consegnagli la spada, Davinia. Non possiamo attendere l’arrivo di Sawar… Sarà lui ad uccidere il Gigante…»
Nicon indietreggiò. «Che cosa dici, mago?»
«È l’unica salvezza» spiegò Rivier, indicando le pareti della tenda. «Garda, non c’è più tempo.» Poi si rivolse al cavaliere. «Davinia porta la spada che può uccidere il Gigante. Una volta sconfitto, potremo accedere al portale, tutti quanti, Elenty, Arcon, Arenty… tutti. Nessuna arma è in grado di scalfire quella creatura, a parte questa spada, forgiata dall’ultimo programmatore di Limbo per il più grande campione.»
«Non è così che deve essere, mago…» cercò di resistere Davinia. «Dobbiamo aspettare Sawar…»
«Non c’è più tempo. Dagli la spada!»
Poi la folgore esplose tra Nicon e Rivier, un lampo di luce azzurra che accecò per un attimo gli astanti. Mylo, Jade e Tzadik, che si trovavano più distanti accanto al vecchio Misar, si avvidero subito della presenza dell’uomo. Lo avevano visto solo in un’occasione, anche se la ragazza lo aveva sognato più volte, eppure lo riconobbero all’istante. Il volto scarno, privo di quel ghigno che usava terrorizzare le notti della giovane Keeper, era rivolto verso il suo acerrimo nemico, Nicon. Questa volta era stato lui a prenderlo di sorpresa.
«Eccomi, Arcon… Sono venuto a finirti, prima che questo stupido mondo finisca tutti noi…» disse Sawar, estraendo la sua spada. Nicon cercò di rialzarsi ma l’esplosione di luce azzurra lo aveva frastornato. Rimase in ginocchio, passandosi la mano sugli occhi.
«Sawar, non è necessario che tu faccia questo» disse Rivier.
L’Elenty corrotto lo ignorò, guardando oltre la sua figura ammantata di bianco. «Davinia, amore… perché sei scappata?» disse, rivolto alla donna, ma lei non rispose. Non c’era tempo per le risposte, il cavaliere Arcon si stava rialzando. Sawar si mosse come un felino e con un balzo si portò sopra la sua preda. Rivier provò a mettersi nel mezzo, ma il movimento dell’uomo era stato preciso e fulmineo.
«Questo è per il vile colpo alle spalle che mi ha quasi ucciso…» disse, portando un fendente mortale al ventre del suo nemico. Nicon non ebbe il tempo di rispondere a quell’attacco, sentì la lama fendere l’aria, il rumore del metallo contro la sua armatura, la penetrazione dentro il cuoio fino alla pelle, poi non sentì altro. Ma in quell’istante un urlo si alzò dall’accampamento. Era stato il giovane Tzadik, che riviveva il suo sogno più ricorrente, a ridosso della montagna sacra. Nel fianco del ragazzo si era aperta un’ampia e profonda ferita dalla quale fuoriuscivano fiotti di sangue scuro. Jade urlò, Misar afferrò il ragazzo prima che crollasse a terra. Milo invece provò con le mani a tappare quello squarcio apparso d’improvviso nel ventre dell’amico. Sentì sui palmi il calore delle sue viscere, e spinse come poté, in un disperato tentativo di rimettergliele dentro la pancia, ma la vita stava già abbandonando il corpo del ragazzo.
Tutti guardavano adesso in direzione del povero Tzadik sanguinante. Anche Sawar, accortosi di non aver provocato alcuna ferita al suo avversario, era rimasto immobile con la spada rivolta a terra. Nicon, che si era rimesso finalmente in piedi, corse verso il suo allievo, gli circondò le spalle con un braccio, lo sorresse chiedendosi che cosa avesse potuto innescare quella serie bizzarra di eventi. Sawar lo aveva colpito mortalmente, ma la ferita si era aperta nel corpo del giovane cavaliere.
«Era questo il richiamo…» disse con un filo di voce il ragazzo. «Il mio sogno…»
«Perché?» chiese Nicon, non riuscendo a contenere le lacrime per quel ragazzino che conosceva appena.
«Mio padre… diceva che esistono i segni…» rispose Tzadik, e nel mistero di quella frase chiuse gli occhi per non riaprirli mai più. Era stato un segno del destino o un altro degli errori di Limbo, si chiese Nicon, asciugandosi gli occhi con una mano. Adagiò il corpo del giovane sull’erba, poi si tolse il suo pojo e glielo calzò come veniva usato fare durante l’investitura di cavaliere della Gilda. «Ecco, adesso sei uno di noi, Tzadik…» sussurrò l’Arcon.
Un fulmine spezzò il cielo indaco di quel sesto margine del giorno, seguito dallo squasso del tuono il cui suono si distorse nel vento, trasformandosi in un lamento metallico. Altri lampi apparvero all’orizzonte, seguiti da altrettanti tuoni deformati, mentre dagli accampamenti si alzarono nuove grida. Il terreno assunse colorazioni vermiglie e un vento gelido, che sembrava provenire da tutte le direzioni, si alzò improvvisamente.
«Non c’è più tempo!» urlò Rivier, ma il vento cercò di strappargli via quelle parole. «Non c’è più tempo» ripeté, «sta cadendo a pezzi. Dobbiamo muoverci!»
Davinia si avvicinò a Sawar, ancora immobile e con la spada abbassata.
«Che sta succedendo?»
«Rivier ha ragione, amore, non abbiamo più molto tempo. Prendi questa spada» disse la maga, porgendo al suo uomo la nera lama.
«Che cos’è?» chiese lui, mentre il tuono esplodeva nel cielo.
«Con questa ucciderai il Guardiano» spiegò la donna.
«Perché mi chiedi questo?»
Lei cercò le parole giuste, ma non le trovò. Riuscì solamente a dire: «Perché ho ancora voglia di vivere…»
L’Elenty non disse altro. Estrasse dal fodero la spada che la donna teneva ancora legata alla schiena, poi diresse il suo sguardo verso Jade. La ragazza, ancora piangente accanto al corpo dell’amico Tzadik, sentì quei due occhi sul suo corpo come una lama affilata appoggiata sulla sua gola. Rivier notò quello sguardo ed intervenne; «Dagli l’oggetto, ragazza!»
Jade si portò la mano sul medaglione. Tutto per nulla, pensò, ricordando i dolorosi eventi che l’avevano condotta sino a lì; suo padre morente dentro la tenda nel deserto, il sacrificio di Yumo sulle pianure del vespro e la tragica morte del suo nuovo amico.
«Consegnagli l’oggetto e non avrai nulla da temere» ripeté il mago dalla veste bianca. Lei si alzò sulle gambe tremanti e mosse piccoli passi verso l’uomo che dominava i suoi incubi. Il vento le sferzava la faccia, asciugandole le lacrime. Si sganciò il medaglione che teneva legata al collo. Non lo aveva mai sentito così pesante come adesso. Guardò negli occhi dell’Elenty corrotto, temette di sprofondarci dentro, ma vide soltanto determinazione, non odio. Gli consegnò il medaglione e lui l’afferrò con la mano che teneva ancora libera. Non disse niente, le volse le spalle e s’incamminò verso la montagna, brandendo la spada nera e il medaglione che conteneva il suo doppione.
«Guardate laggiù!» disse qualcuno dietro di loro. Era stato Druge, che era rimasto insieme al gruppo di Khandir vicino all’entrata della tenda. Tutti voltarono lo sguardo nella direzione indicata dall’Arcon. Alla base della montagna sacra sfilava una colonna di cavalieri, un centinaio in totale. Non vi erano dubbi su chi fossero: Testimoni di Seidon.
«Che cosa stanno facendo?» si chiese Khandir.
«Temo che vogliano scalare la montagna…» rispose Rivier, «dobbiamo impedirglielo. Lassù li aspetta una morte certa.»
Tutti si mossero in direzione della montagna, a parte Misar, Mylo e Jade che rimasero accanto alle spoglie del giovane Tzadik. Sawar, raggiunta la base di quell’enorme cono di pietra, mormorò un sottile incantesimo che gli avrebbe permesso di volare fino all’entrata della caverna, molte braccia sopra di lui, ma un dolore lancinante lo fece indietreggiare.
«Non puoi usare la magia… Limbo non te lo permetterà» gli gridò Rivier, che stava sopraggiungendo insieme agli altri. Sawar attese che il dolore passasse, volse lo sguardo alla sua sinistra dove la colonna di cavalieri si faceva strada verso di lui. Rivier e Khandir, seguiti dagli altri Elenty ed Arcon, lo avevano nel frattempo raggiunto. «Stanno arrivando…» disse Khandir. A guidare la colonna, riconoscibile nella sua tunica bianca e rossa, vi era il primo ministro Tawares.
«Toglietevi di mezzo, eretici! Il grande giorno è arrivato, Seidon farà riemergere le antiche città…» disse il religioso, con un sguardo carico di fanatismo.
«Sei tu che devi tornare indietro, Arcon…» replicò Rivier, «se tu e i tuoi uomini tenete ancora alla vostra vita.»
«Ah, sei tu. Ti sei spacciato per un amico usando parole proibite, giocando con la mia mente… La tua sfacciataggine ti costerà cara. Abbiamo raccolto gli oggetti sacri» spiegò il religioso, mostrando il sacco rigonfio che teneva in mano. «Li porteremo dal Guardiano e lui li consegnerà a Seidon in persona, dopodiché il vecchio mondo risorgerà.» Poi, rivolgendosi ai cavalieri, ordinò: «Uomini, fermate quegli infedeli!»
Gli eventi si successero in rapida successione. Druge, Nicon e gli altri tre membri della Gilda, estrassero le armi e si frapposero tra i cavalieri e gli Elenty, ormai incapaci di utilizzare la magia a causa dell’instabilità di Limbo. La prima fila di testimoni si riversò al galoppo contro i quattro Arcon, le lame cozzarono, si alzarono delle grida, mentre i fulmini continuavano la loro danza nel cielo. Nel frattempo Sawar aveva incominciato ad arrampicarsi sulla liscia parete di roccia, cosa tutt’altro che facile. Tawares, ritiratosi nelle retrovie della guarnigione, ordinò ai suoi arcieri di mirare all’uomo sulla montagna. Un nugolo di frecce venne scagliato nel cielo lampeggiante, molte delle quali andarono a colpire la nuda roccia attorno a Sawar. Un paio si infransero sulla sua armatura, senza causare alcun danno, ma una raggiunse la sua gamba di striscio. L’Elenty ignorò il dolore e continuò a salire, mentre più sotto la battaglia infuriava. Lagoon disarcionò ed uccise tre Testimoni prima che la lancia di un cavaliere gli perforasse il fianco facendolo crollare al suolo sanguinante. Ad Ahmed non andò molto meglio; il suo cavallo venne abbattuto da un vile colpo di spada, e si ritrovò ad imprecare dal dolore quando si accorse che la sua gamba era rimasta sotto il corpo esangue della sua cavalcatura. Ravina, Nicon e Druge menavano colpi a ripetizione, ma sapevano che non sarebbe durata. Senza l’aiuto della magia, l’Elenty non sarebbe mai riuscito a raggiungere le caverne incolume.
Un nuovo nugolo di frecce venne lanciato nel cielo e questa volta due di queste raggiunsero il bersaglio; una s’infilzò nella coscia e l’altra nel fianco di Sawar. L’Elenty lasciò andare la presa, scivolò sulla nuda roccia per molte braccia, poi fortunatamente riuscì a trovare un appiglio, ma gli sarebbe ormai stato impossibile risalire.
«Khandir, dobbiamo tentare qualcosa…» dichiarò Rivier, rivolto all’amico.
«Che cosa vuoi dire?»
«Forse se uniamo le nostre forze siamo ancora in grado di richiamare la magia. Dobbiamo rallentare i Testimoni…»
«Lo sai quello può voler dire?»
«Si, lo so» ammise il mago dalla veste bianca. «Sei pronto?»
I due Elenty salmodiarono codici in bit e il crepitio si trasformò in scariche di elettricità. Nei volti dei due primigeni era possibile leggere il dolore causato dallo sfacelo di Limbo. Mila si avvicinò ai due maghi, unì la sua voce a quell’incantesimo e subito una fitta lancinante le perforò la testa. Anche Davinia partecipò a quel tormento, e poi si unirono anche gli altri due Elenty, Lizar e Gaya, e l’allievo di Khandir, un ragazzo di nome Atom. Insieme riuscirono a rimpadronirsi della struttura di Limbo ed a piegarla alla loro volontà. Il vento che soffiava da ogni parte venne canalizzato in un soffio gelido che i maghi spararono senza pietà addosso alle file dei Testimoni di Seidon. I cavalieri vennero letteralmente spazzati via, ma il vortice di ghiaccio trascinò con sé anche i cavalli di Nicon e Ravina, che combattevano fianco a fianco per respingere l’attacco. Solo Druge riuscì, aggrappandosi caparbiamente ad una roccia, ad uscire incolume da quella tempesta incantata.
La cerchia di maghi che avevano per l’ultima volta richiamato la magia su Limbo, crollò al suolo all’unisono. Druge corse verso Mila, la sua amata, le cercò il battito per capire se era ancora viva. La donna viveva ancora, ma la sua mente, come quella degli altri maghi, si era probabilmente perduta dentro la struttura corrotta di Limbo.
«Arcon, non c’è tempo per piangere…» urlò qualcuno sopra di lui. Druge si voltò e vide Sawar aggrappato alla montagna, sanguinante in più punti. «Tocca a te adesso!»
«Cosa?» urlò l’Arcon, che non riusciva a capire.
«Prendi la spada! È nel mio fodero…» spiegò l’Elenty, imprecando ancora per il dolore.
«Io?»
«Sei l’unico rimasto… Dovrai raggiungere le caverne e farla finita, una volta per tutte…»
Era allora questo il suo destino, si chiese il guerriero Arcon. Era questo il motivo per cui Ryo lo aveva salvato dal Draugur, diventando la sua copia? Tutto per arrivare a questo? Ma se Limbo era davvero un mondo creato dall’uomo, come poteva un uomo prevedere così tante variabili? Le domande si affollarono nella sua mente e lui le scacciò, come sapeva fare ogni volta che una nuova sfida gli si poneva davanti. Baciò la sua donna, riversa ancora al suolo, e iniziò ad arrampicarsi verso l’Elenty.
«È tua, adesso» disse Sawar, estraendo la spada nera e consegnandola all’Arcon.
«Ti porto giù» propose Druge, ma l’Elenty scosse la testa. «Non c’è tempo. Vai!»
Poi continuò l’arrampicata, verso le caverne del Gigante, verso il portale di Limbo, verso l’ultima battaglia.

Published in: on luglio 15, 2011 at 7:31 am  Comments (1)  
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CAPITOLO 24 – Incontro con il Gigante

INTERMEZZO

Percepiva il suo essere lasciandosi guidare dalla sua immaginazione, una catena interminabile si zeri e di uni registrati su un supporto metallico. La sensazione di dilatamento persisteva, come se due forze opposte lo stessero allungando come si fa con un elastico. La tenebra aveva reclamato l’infrastruttura di Limbo, terra di sogni e di proiezioni in cui lui riusciva a viaggiare come nessun altro. Il Telaio non era più un supporto sicuro, doveva rientrare alla torre al più presto.
Wirlock aprì gli occhi sulle vetrate sotto il mare infinito, dove gli squali passavano con la regolarità di un meccanismo perfetto. Prese posto dietro alla console, accese i video e incominciò la ricerca. Vide le pedine di quel gioco muoversi inevitabilmente verso la montagna sacra, ma nessuno poteva prevedere gli eventi che sarebbero susseguiti. Il vampiro di Limbo distese le gambe, appoggiò la testa dietro le mani incrociate e si mise comodo. Sarebbe stato un bello spettacolo, si disse, proprio come uno di quei film che usava guardare insieme a sua moglie, prima che tutto finisse…

CAPITOLO 24 – Incontro con il Gigante

Nicon ritornò all’accampamento all’inizio del settimo margine e non era da solo. Insieme a lui vi era una donna di nome Ravina, in sella ad una giumenta pezzata, indossava il tipico pojo dei cavalieri della gilda. Aveva uno sguardo fiero, capelli castani che portava lunghi sulle spalle e una spada ben visibile in un fodero di cuoio legato al cavallo. L’uomo spiegò che la donna aveva lasciato la gilda un paio di stagioni prima per andare a trovare i suoi genitori. Ravina salutò i membri della compagnia, poi scese da cavallo e andò ad abbracciare gli altri due superstiti della comunità di cavalieri. Lagoon e Ahmed, felici di ritrovare la loro compagna, si appartarono insieme alla donna per parlare della tragica battaglia in cui avevano perso la vita molti loro amici. Tzadik si sentì escluso, ma non ne soffrì. D’altra parte non era ancora un cavaliere.
«Era l’ora che tu tornassi, Arcon…» disse il mago ammonendo Nicon. «Devo assentarmi per un po’. Vedete di non combinare guai.»
Nicon sembrò sul punto di ribattere, ma poi decise che era meglio rimanere zitto. Se l’Elenty era irritato, aveva probabilmente i suoi motivi, che a lui interessavano relativamente poco. In quel momento al cavaliere importava soltanto di ritrovare i suoi amici, quelli che erano riusciti a fuggire vivi dalla battaglia con i Testimoni di Seidon e Sawar, e guardarsi le spalle dall’Elenty corrotto in cerca di vendetta. Sapeva di non avere molte possibilità. L’unica chance di mettere fine una volta per tutte alla vita di quello stregone pazzo gli si era presentata l’ultima volta che lo aveva incontrato, e sapeva che occasioni del genere non ne capitano più di una nella vita.
Dette disposizioni per affrontare la notte, poi scambiò ancora qualche parola con la nuova arrivata. Ravina sembrava ancora lievemente scossa dai racconti della battaglia sulle pianure del vespro. Forse preda di un senso di colpa per non aver combattuto al fianco dei suoi compagni, propose a Nicon di andare incontro ai superstiti che, con tutta probabilità, si erano diretti verso la montagna sacra. L’uomo le disse che era una buona idea e che poteva portare con sé Lagoon e Ahmed. La mattina dopo sarebbero partiti per le Lande del Disordine, ma come da ordini del loro capo, non si sarebbero addentrati nelle regioni dei troll delle sabbie; avrebbe atteso nella valle a ridosso di quelle insidiose terre.
La notte scese ma il paesaggio rimase velato. Nelle praterie che circondavano la montagna sacra, si accesero migliaia di fuochi e si alzarono molti canti di festa. Jade si avvicinò ai due ragazzi che avevano appena finito di dare da mangiare ai cavalli.
«Che ne dite di andare a fare un giro?» propose la ragazza Kepeer. I due la guardarono stupiti.
«E dove vorresti andare?» le chiese Mylo, incerto se prendere quella proposta sul serio oppure no.
«Beh, non lo so, credo che un posto valga l’altro. Si stanno tutti divertendo, a parte noi.»
In effetti sembrava proprio così. Se quella era la fine del mondo, allora non doveva essere poi così male, pensò l’apprendista mago. Gli Arcon di quasi ogni comunità erano certi che quella non era la fine, ma l’inizio di una nuova meravigliosa era. Le grandi città sarebbero riemerse e Limbo si sarebbe finalmente fermato. Questo dicevano le leggende, e questo era ciò che la maggior parte degli uomini pensava.
«Va bene, andiamo!» annuì Tzadik, dando una pacca sulla spalla dell’amico. «Dai, che ti importa… è o non è la fine del mondo…»
I tre andarono nel vicino accampamento dei Lambadi, gente dalla pelle dorata e dal sorriso facile che li accolsero a braccia aperte. Producevano una birra dolciastra che alleggerì immediatamente i pensieri dei ragazzi. Poche pause più tardi si ritrovarono a ballare attorno al fuoco, vestiti degli abiti tipici di quella comunità, veli colorati e cappelli piumati. Risero e ballarono per buona parte della notte, e se un errore di quel mondo in sfacelo li colse, loro non se ne accorsero. Non se ne accorse nessuno… Si addormentarono vicino al fuoco insieme agli altri membri della comunità, nella notte coperta di Limbo. Nessuno si avvide che la cometa, oltre le nubi che oscuravano il cielo, era scomparsa.

Rivier raggiunse la base di quella roccia gigantesca e guardò in su. Duemila passi più in alto si apriva una breccia in quella parete obliqua disseminata di protuberanze; era l’entrata della dimora del Gigante.
«Rivier, sei tu?» Una voce che non riconosceva lo fece voltare di scatto. Un uomo smilzo, vestito di una tunica verde scura ricamata di zeri ed uni platinati, lo stava osservando. Aveva due occhi profondi e porporini, un paio di vistosi baffi e un bastone corto da passeggio. Dietro di lui vi erano altre figure, tre uomini e due donne ancora poco distinguibili nella distanza. Colui che aveva parlato fece un paio di passi in avanti, zoppicando visibilmente. In quel momento Rivier riconobbe l’uomo; Khandir.
Gli andò incontro a braccia aperte, coprendo velocemente la distanza. L’altro alzò solamente un braccio, perché con l’altro si aggrappava al bastone. «Khandir, quanto tempo…» esclamò il mago dalla veste bianca.
«Beh, secondo i miei calcoli almeno tre interi cicli…» constatò l’altro, sorridendo. I due si guardarono negli occhi. Si erano conosciuti prima di Limbo, in un mondo che stava morendo, e adesso si rincontravano nelle pagine di chiusura di un altro mondo in declino.
«La tua gamba?»
«Oh, un errore del programma. Non è mai tornata a posto dopo la battaglia del sole azzurro.» Rivier ricordava quell’evento. Ivory, un Elenty impazzito, aveva trovato i codici per interrompere il flusso continuò di terre in costruzione presso il sole azzurro. Anche lui come Sawar, voleva l’annientamento di Limbo, e se non fosse stato per l’intervento di un gruppo di Elenty votati alla causa del progetto, forse sarebbe riuscito nei suoi intenti. Rivier e Khandir avevano combattuto fianco a fianco l’orda di creature Arenty che il folle mago aveva lanciato contro di loro, pipistrelli giganti ed arpie, ma uno di questi mostri era riuscito ad afferrare la gamba di Khandir, penetrandola con lunghe fauci avvelenate. Quella ferita non si era rimarginata come le altre.
«Hai intenzione di far visita al Gigante?» chiese il mago dalla veste verde.
«Anche tu ti sarai accorto degli errori…»
«Due giorni fa il letto di un fiume si è essiccato da un momento all’altro. Qualcuno ha parlato di lampi nel cielo senza tempesta, di cavalli con due teste, di sogni nel vuoto…»
«Oceani di tenebra…» precisò Rivier.
«Esattamente…» annuì Khandir. «E cosa speri di trovare lassù?»
Il mago non rispose, non ce n’era bisogno. Mise la mano sul braccio dell’amico e sorrise.
«Chi sono?» chiese, indicando il gruppo di persone che attendevano alle spalle del compagno.
«Vieni, te li presento. Alcuni credo che tu già li conosca. Questo è Atom, mio allievo, un Arcon davvero speciale. Pensa, era il Keeper del mio frame» e detto ciò, mostrò a Rivier l’anello che teneva al dito. «Ecco la mia copia» constatò. «Lei invece è Gaya, forse te la ricorderai. Era nello stesso programma di arruolamento.»
«Certo, ricordo…»
«E poi Mila… lei è entrata dopo. E il suo compagno Arcon, Druge. Hanno una storia interessante da raccontare. Infine Lizar, anche di lui dovresti ricordarti…»
Terminate le presentazioni, i due Elenty tornarono a guardare in su, verso l’entrata della caverna. «Abbiamo bisogno di risposte, non credi?» dichiarò Rivier. «Perché il gigante non si è svegliato? Cosa sta succedendo al Telaio di Limbo? Che dobbiamo fare noi Elenty, ma soprattutto, cosa dobbiamo dire agli Arcon…»
«Comprendo benissimo le tue perplessità e le condivido, ma sai bene che svegliare il Gigante significa morte certa» lo ammonì l’amico.
«Mi meraviglio che tu ancora creda a quello che ci hanno raccontato, dopo tutti gli inganni che abbiamo subito dalla Rete di Hope…»
«Beh, non hai tutti i torti…»
«E comunque non vedo alternativa. Limbo si sta sgretolando, gli Arcon si stanno riunendo attorno alla montagna in attesa di qualcosa che non accadrà mai, i Keeper superstiti sono pronti a consegnare i loro gingilli. Mi domando quanto durerà questa attesa, quanto ci vorrà prima che un fanatico qualsiasi proponga di scalare la montagna…» spiegò il mago. «In ogni caso, possiamo solo ritardare questo evento, perciò preferisco prendere in mano la situazione e cercare di capirci qualcosa…»
«Vengo con te allora…» proposte Khandir.
Rivier guardò l’amico negli occhi. «No, non posso permettertelo. Se mi dovesse succedere qualcosa tu dovrai cercare di trovare un’altra via. Siamo rimasti in pochi noi Elenty, e Sawar è ancora vivo e presto sarà qui.» Quel nome mise tutti quanti a disagio.
«Mi domando come mai non sia già arrivato…» disse il mago dalla veste verde, e così Rivier gli raccontò brevemente quello che era successo sulle pianure del vespro, la battaglia coi Testimoni di Seidon, l’arrivo di Sawar e il colpo alle spalle di Nicon che aveva quasi ucciso l’Elenty corrotto.
«La sua vendetta non tarderà ad arrivare…» constatò Rivier, e gli altri annuirono in silenzio.
«E sia, rimarremo qui ad aspettarti» asserì l’amico, poi si abbracciarono di nuovo con trasporto.
«Sarà meglio che io vada adesso, voglio chiarire questa faccenda prima che scenda la notte» spiegò Rivier. «Aiutami a schermare la mia immagine mentre salgo, non voglio che gli Arcon accampati nella piana mi vedano. Meglio non irritare qualche fanatico, non credi?». L’altro Elenty annuì, poi si prepararono entrambi ad usare i loro poteri. L’aria frizzò in maniera strana, i due maghi si afferrarono la testa dolorante, continuando a salmodiare le parole degli incantesimi.
«Che succede?» chiese Mila, preoccupata. Il mago dalla veste bianca incominciò a fluttuare nell’aria grazie alla magia del volo, una figura vaga resa trasparente dalle parole dell’amico.
«Un dolore lancinante alle tempie» spiegò Khandir, «forse dovuto allo sfaldamento del Telaio. Dobbiamo fare presto Rivier…» L’amico annuì, riprendendosi dalla strana fitta che lo aveva colpito, poi iniziò a sollevarsi verso l’entrata della caverna. Il volo durò il tempo di alcune pause. Rimanere concentrato era stato più difficile del solito, pensò. Era più che probabile che i recenti cambiamenti strutturali del mondo influenzassero l’uso della magia.
Rivier atterrò sulla cengia a ridosso del buco nella roccia, coprì con tre passi veloci la distanza che lo separava dall’entrata, poi venne risucchiato dall’oscurità di Mountoor. L’aria divenne fredda e umida. La sensazione era quella di trovarsi in un corridoio scavato nella roccia che scendeva gradualmente verso il cuore della montagna. Proseguì per molti passi verso il basso, finché la luce che proveniva dall’esterno venne totalmente assorbita dalle tenebre incombenti, poi accese una flebile sfera sul palmo della mano, una magia semplice che però gli fece tornare il mal di testa. Rivier andò avanti, ignorando l’incombenza asfissiante delle pareti di roccia che lo sovrastavano. La pendenza del corridoio diminuì rapidamente e si ritrovò a proseguire in piano dentro il centro della montagna. Apparve un riverbero di luce nella distanza, un barlume giallognolo indefinibile. Il mago oscurò la sfera luminescente che teneva sul palmo e proseguì in silenzio, respirando profondamente. La luce delineò presto la fine del corridoio. La temperatura si stava alzando. Un vento caldo proveniva da laggiù e Rivier capì che il colore di quella luminescenza doveva appartenere ad una grossa fonte di calore. La sua intuizione venne confermata appena l’Elenty si sporse per vedere oltre l’uscita del corridoio. Una caverna di cui non si riusciva a scorgere la fine, fatta di pareti di fuoco, si apriva davanti a lui. In alto e ai lati le fiamme guizzavano come serpenti vermigli, perdendosi nell’oscurità dietro ad un immane trono di roccia, sul quale era seduto un uomo gigantesco dalla pelle bronzea, alto almeno cinque volte un normale Arcon. Il suo volto era nascosto da un elmo cornuto fatto d’acciaio e sulle ginocchia era posata un’ascia di proporzioni inaudite. Il gigante non sembrava dormire, perché la sua postura sul trono era dritta e l’elmo gli nascondeva gli occhi, ma Rivier sapeva che l’essere più potente di Limbo era ancora in attesa del segnale, nonostante l’eclisse avesse dovuto destarlo. La sua possanza era qualcosa doloroso per la vista. Il solo fatto che esistesse, anche se immobile, dormiente, bastava a tener lontani gli Arcon di Limbo ed ogni creatura esterna. L’Esterno, come usava definirlo il mago Elenty, doveva trovarsi dietro il gigante, nell’oscurità infinita di quella caverna di fuoco.
«Cosa ci fai qua?» la domanda esplose nella testa del mago come il boato del tuono. Il gigante continuava a dormire, però era in grado di parlare dal mondo dei sogni. Rivier non si fidava della struttura del Telaio, avrebbe potuto raggiungerlo laggiù, in una forma diversa, ma preferì rimanere aggrappato alla realtà, scoprire quello che poteva scoprire grazie all’arte della parola.
«Il momento è giunto…» disse il mago, proiettando la frase nello spazio dal quale era arrivata la domanda.
«Sciocchezze!» urlò il gigante nella sua testa.
«Limbo sta cadendo a pezzi, Gigante. La nostra unica salvezza è uscire di qui.»
«Falsità!» la parola raggiunse Rivier come il suono di mille fruste.
«Il fatto che tu non ti sia accorto del segnale è una prova che Limbo sta fallendo. Dobbiamo uscire di qui, altrimenti tutto sarà perduto…» La temperatura nella caverna stava ancora alzandosi. L’Elenty sapeva di non avere molto tempo a disposizione.
«Tu menti, Elenty. Voi mentite… tutti e due!»
«Tutti e due? Che significa, Gigante?»
«Tu e l’altro. Anche lui ha detto la stessa cosa… siete menzogneri!»
«Chi è l’altro?» chiese Rivier, asciugandosi il sudore che gli colava ormai copiosamente dalla fronte.
«Il vampiro…»
Poi il calore divenne insopportabile. Il mago tornò indietro verso il corridoio, risalì velocemente cercando un po’ di refrigerio. Sapeva che sarebbe stato inutile tornare a parlare col Gigante, e comunque adesso la cosa era di secondaria importanza. Chi era il vampiro, si chiese. Chi avrebbe potuto parlare col Gigante di Mountoor, se non un altro Elenty. Rivier, anche se non sapeva perché, era convinto che se avesse scoperto l’identità di questo vampiro, forse ci sarebbe stata ancora una speranza.
Uscì all’aperto nella notte di Limbo, alzò lo sguardo al cielo cercando la cometa, e per la prima volta da quando aveva aperto gli occhi su quel mondo fittizio, non riuscì a trovarla.

Published in: on giugno 24, 2011 at 10:15 am  Comments (1)  
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APPENDICI V

5. LA MITOLOGIA ARCON

Esiste una storia che narra della creazione di Limbo secondo gli Arcon, una genesi che non ha nulla a che fare con mondi virtuali ed esperimenti. Gli Arcon sono a tutti gli effetti degli uomini che vivono (o cercano di vivere) un’esistenza normale dentro un mondo che a livello percettivo non ha nulla di sbagliato. La Mitologia Arcon, per quanto fantasiosa possa essere, serve a consolidare il senso di realtà per tutte le creature abitanti Limbo.
La storia narra dei due Dei di Limbo, Poseidon e Loke (nella lingua Bit), che nel comune Sint sono conosciuti coi rispettivi nomi di Seidon e Kyos. Essi erano fratelli, figli di un grande re chiamato Hope. All’epoca di Re Hope il mondo era piatto e delimitato dal mare che lo circondava. I due fratelli amavano molto quel mondo e ne conoscevano ogni collina, ogni fiume e ogni albero. Lo attraversavano in lungo e in largo a cavallo di due stalloni, uno bianco per Seidon ed uno nero per Kyos.  A quel tempo il sole saliva e scendeva nel cielo seguendo un corso preciso ed il tempo veniva spezzato dal suo spostamento. La Cometa Clessidra non esisteva e le stagioni erano segnate dai cambiamenti climatici.
Il mondo era ordinato e perfettamente congegnato, ma per il giovane Kyos divenne troppo prevedibile e scontato, così un giorno rivelò al fratello il suo disappunto. Seidon capiva le ragioni del fratello minore ma sapeva che l’ordine del mondo faceva si che tutte le creature che vi abitavano potessero vivere insieme felici e tranquille. Kyos però non riusciva più a tollerare quel continuo susseguirsi dei giorni tutti uguali. All’epoca gli uomini costruivano grandi edifici di pietra e splendide città. Essi erano i figli di Hope, di Seidon e di Kyos, discendenti della famiglia divina, ed erano chiamati Elenty.
Ma quando Re Hope morì lasciando il trono in eredità a suo figlio maggiore Seidon, Kyos divenne ancora più insoddisfatto. Un giorno fece costruire una grande nave e confessò al fratello di voler andare a vedere dove nascesse il sole. Così salpò verso oriente e non si vide più.
Ma dopo qualche tempo il clima cambiò repentinamente e ci furono tempeste, uragani e maremoti. Anche il terreno sembrava in tumulto, ed alcuni edifici crollarono a causa di improvvisi terremoti.  Seidon andò presso la tomba del padre per chiedere al suo spirito il motivo di quei disastri, ed il padre gli rispose che suo fratello aveva raggiunto l’orizzonte ad oriente ed aveva lacerato il drappo che conteneva il mondo, facendo entrare nuove terre. Ma il mondo non poteva contenerle tutte. C’era bisogno di un apertura per farle uscire.
Così Seidon fece anch’egli costruire una nave e salpò verso occidente, fino a raggiungere l’altro orizzonte. Con la sua spada dorata fendette il drappo su cui il sole moriva, facendo uscire il mare e le terre in eccesso. Fu così che Limbo venne creato, che le città scomparvero risucchiate nello strappo dell’orizzonte e che gli uomini Arcon figli degli Elenty furono condannati ad un esistenza errante in un mondo in continuo cambiamento.
Come si è detto, nella mitologia Arcon gli Elenty sono i figli di Seidon e di Kyos e molti di loro abitavano le grandi città che vennero inghiottite dallo strappo. Preferirono perire tra le mura dei loro imponenti edifici che essere condannati ad un vita nomade in un mondo sconosciuto. Alcuni invece accettarono quell’infausto destino e partirono all’esplorazione delle nuove terre. Questi furono chiamati Arcon, il popolo errante.
Un signore Elenty chiamato Fergus aveva molte greggi a cui badare, ma non abbastanza uomini per accudirle. Fergus era anche un grande mago, parente stretto dei due Dei (infatti era cugino di Seidon e di Kyos). Egli creò il popolo Arenty per servirlo.
Nella Mitologia Arcon Mountoor è un luogo infestato da demoni, un posto estremamente pericoloso dal quale è meglio stare alla larga. In tempi remoti strane creature provenienti da assurde dimensioni facevano la loro comparsa attraverso la montagna, quando riuscivano ad oltrepassare il Guardiano e le altre protezioni innalzate dalla Guglia.
Il Guardiano è in realtà un potente programma di protezione ed assume le forme più svariate. Nella mitologia Arcon egli è un demone dagli occhi di fuoco, per metà uomo e metà uccello. Il suo sguardo può pietrificarti e il suo urlo può portarti alla follia. La “Connessione” (Portale Dimensionale) si trova nel cuore della montagna ed assume la forma di un globo di luce azzurra. Questo globo galleggia a mezz’aria sopra un lago nero come la notte che occupa quasi l’intera superficie di un’ampia grotta. Nella grotta risiede anche il Guardiano.
Secondo la Mitologia Arcon solamente durante il tempo dell’Emersione gli uomini potranno recarsi presso Mountoor senza timore di essere aggrediti dal Gigante, perchè quello sarà il momento in cui gli oggetti sacri di Seidon verranno consegnati al Guardiano. Allora il dio degli Arcon metterà fine al moto perpetuo di Limbo e le antiche città risorgeranno.

Il romanzo Limbo torna venerdì prossimo con il capitolo 20.

Published in: on maggio 7, 2010 at 11:13 am  Comments (1)  
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CAPITOLO 19: Verso la Montagna Sacra – Una Serata di Festa

L’eclisse ha annunciato il tempo dell’Emersione. Gli Arcon credono che consegnando al Guardiano di Mountoor, la montagna sacra, gli oggetti sacri di Seidon, il vecchio mondo tornerà e Limbo smetterà di essere una terra cangiante ed instabile. Gli Elenty, maghi immortali primordi, sanno che la verità è un’altra. L’Eclisse è la campana che segna la fine del lungo tempo di attesa dentro Limbo, un mondo virtuale costruito per conservare l’eredità dell’umanità perduta.

Solamente gli Elenty e le loro copie conservate negli oggetti sacri saranno in grado di lasciare Limbo. Gli Arcon, essendo entità digitali fittizie, non potranno in alcun modo uscire dal loro mondo.

Intanto l’ Elenty Mila e il suo compagno Druge, che ha appena scoperto di essere un Arcon, insieme alla copia di Druge creata dal framemaker Ryo, sono attaccati da uno spettro di Limbo. La creatura riesce a possedere un guerriero gemello, ma viene distrutta dalla spada di uno dei due Druge. Mila si ritrova insieme al suo compagno, ignara se colui che è sopravvissuto allo scontro sia a tutti gli effetti l’originale Druge oppure la sua copia. Ma soprattutto si chiede se tutto ciò sia davvero importante.

Immagine di Willoclick

CAPITOLO 19: Verso la Montagna Sacra – Una Serata di Festa

Uscirono dalla foresta di abeti nel momento in cui la luce del cielo cambiava repentinamente colore. Due lune apparvero all’orizzonte, grande e rossa la prima e poco più di una falce la seconda, bianca e striata di venature bluastre. La notte di Limbo nascondeva sempre qualche sorpresa. Le stelle avevano disegni complicati, privi di senso. A volte degli ampi agglomerati di luci e scie fumogene si stagliavano sul cielo nero, affascinanti rappresentazioni di galassie e nebulose lontane, appartenenti ad un altro mondo. Solo un oggetto rimaneva invariato e tornava puntualmente ogni notte; la cometa clessidra. Per undici cicli aveva attraversato la volta di Limbo. Forse questo dodicesimo passaggio sarebbe stato l’ultimo, pensò Mila abbassando lo sguardo.
Si accamparono su un basso promontorio erboso, sotto una grande quercia che spiccava solitaria sulla bassa vegetazione. Druge accese un fuoco con alcuni fuscelli trovati lungo il sentiero poi si assentò qualche minuto per trovare della legna più consistente. Tornò con alcuni rami secchi e un paio di grossi ciocchi di ulivo.
«Dovrebbero bastare per scaldare un po’ d’acqua…» disse il guerriero.
«Potevo accendere un fuoco magico» ribatté la maga, che nel frattempo si era seduta sotto l’albero con le spalle appoggiate al tronco.
«L’incantesimo della teca ti ha consumato. Devi riposare…» spiegò l’Arcon, soffiando sul fuoco per dare ossigeno alla fiamma. Mila rimase in silenzio. Pensò nuovamente a quello che era appena successo, allo spettro che si era impossessato di uno dei due gemelli e al successivo scontro al quale Druge era scampato. Non si domandava più quale dei due guerrieri fosse sopravvissuto, si chiedeva se fosse importante saperlo. Se quell’uomo che le stava davanti fosse stato Ryo, il framemaker che solo il giorno prima si era trasformato in Druge, che differenza poteva fare? I framemaker copiavano esattamente l’entità digitale, dal primo impulso del programma struttura fino all’ultima informazione mnemonica. Quell’uomo aveva il medesimo sguardo, lo stesso odore e sapore dell’uomo che amava. Poteva essere davvero lui o la sua copia, ma nessuno, neanche lei che lo conosceva da centinaia di stagioni, avrebbe potuto riconoscerlo.
«Forse era questo il destino di Ryo…» Il pensiero di Mila si trasformò in parole senza che lei se ne accorgesse. Druge alzò la testa discostandosi dal fuoco e la guardò.
«Che vuoi dire?»
«Diventare te per salvarti dal Draugur…»
Il guerriero rifletté sulle parole della donna, poi rispose: «Oppure per salvare te. In fondo che importanza potrebbe mai avere la vita di un Arcon…»
Ammise di non averci ancora pensato. Lei? Per quale motivo? Si passò una mano sugli occhi, cercò di ignorare l’inganno della stanchezza che le faceva sentire il corpo pesante e dolere le gambe. Gli Elenty  sapevano aggirare molti programmi che influenzavano i sensi. Potevano alterare i codici vita e diventare immortali, deformare i LAS, programmi struttura, viaggiare con la mente nel telaio di Limbo, ma esistevano due cose che nessun Elenty era in grado di fare: ripristinare un entità cancellata ed ignorare il programma stanchezza, specialmente dopo aver sprecato tutte le proprie energie nelle pratiche magiche.
Druge scaldò dell’acqua e preparò un infuso di erbe. Il calore della tisana la confortò, facendole dimenticare la gelida carezza dello spettro. Secondo i loro calcoli avrebbero dovuto continuare nella direzione prestabilita per almeno altri dieci giorni. Era difficile orientarsi dentro a quel mondo instabile, ma i due si erano ormai abituati ai repentini cambiamenti di Limbo e conoscevano quel territorio come le loro tasche. La foresta di abeti era stata una scorciatoia, un imprevisto che poteva costare loro molto caro. Druge aveva deciso di non rischiare oltre e di percorrere il sentiero a loro conosciuto. Non potevano permettersi altre spiacevoli sorprese.
Mila dormì buona parte della notte e recuperò le forze. Druge, dopo aver fatto la guardia per oltre due margini, si appisolò quel tanto che gli bastava per continuare la marcia. La donna nel frattempo riattizzò il fuoco e preparò un po’ di colazione. Quando la notte finì il cielo assunse uno spiacevole colore verdemare, striato qua e là di lembi grigi. L’aria era pesante, elettrica. Nessuno dei due aveva voglia di parlare. Mangiarono in silenzio e a metà del primo margine del giorno si rimisero in cammino.
I giorni trascorsero monotoni. Incontrarono alcuni pellegrini, fedeli alla parola di Seidon, che come loro si stavano recando verso la montagna sacra. Qualcuno si lasciò scappare un mormorio di disappunto al loro passaggio. Erano fin troppo evidenti i legami della donna con la magia, una pratica considerata blasfema da chi venerava Seidon. Alcuni maghi evitavano di dare nell’occhio per non trovarsi a fronteggiare uno squadrone di Testimoni di Seidon, i cavalieri fanatici devoti al dio Arcon. Mila invece sfoggiava con disinvoltura la sua tunica ricamata di simboli bit, catene più o meno lunghe di zeri e di uni. Ma a Druge bastò uno sguardo per mettere a tacere le malelingue.
L’ottavo giorno dopo l’incontro con lo spettro i due incontrarono un’intera comunità nomade che si stava spostando in direzione di Mountoor. Gli Arcon si erano accampati vicino al sentiero, un piccola tribù di un centinaio di anime. Il campo sorgeva attorno ad un enorme falò sul quale erano state messe ad arrostire alcune bestie, presumibilmente capretti. C’era aria di festa. I nomadi si riempivano le tazze da due grosse botti, un arpista suonava con euforia invitando i compagni alla danza. Qualcuno andò incontro a due viaggiatori invitandoli a prender parte ai festeggiamenti.
«Che cosa celebrate?» domandò Druge sospettoso.
«Niente in particolare. È dal giorno dell’eclisse che ogni sera facciamo festa» rispose l’uomo che doveva essere già un po’ brillo.
«Per quale motivo?» chiese Mila.
«Non lo so… Il vecchio ha deciso così…» e detto ciò tornò alle botti a riempirsi il bicchiere.
Il vecchio era probabilmente il capo della comunità. Mila era stanca di camminare e la musica che proveniva dal campo le aveva messo allegria. Sapeva che Druge non avrebbe accettato così alla leggera quell’invito, così decise di non farne una questione e camminò con sicurezza verso il falò. Il guerriero rimase per un attimo interdetto. La sua relazione con la donna Elenty era un’altalena di slanci ribelli. Entrambi erano anime libere e forti, convergenti nel momento del bisogno e solitarie quando la loro individualità veniva messa in dubbio. L’Arcon scrollò le spalle e seguì la compagna che si faceva largo tra i nomadi. Qualcuno prestò loro attenzione ma sempre col sorriso ben stampato in faccia. Malgrado la situazione inusuale Druge riconobbe che neanche il suo sesto senso di guerriero riusciva a percepire un qualche pericolo. Mila si servì da bere e porse una tazza al compagno che bevve di gusto, ma solo dopo aver annusato perbene il vino.
«Voglio conoscere questo vecchio» dichiarò la donna Elenty. Le sue guance avevano preso subito colore.
«Credo si trovi in quella tenda laggiù. È la più grande dell’accampamento…» spiegò Druge, riempiendosi un’altra coppa.
Insieme si diressero verso la tenda indicata dal guerriero. La gente formicolava per il campo lavorando e ridendo. Qualcuno rivolse loro un cenno di cortesia e questa volta anche il sospettoso Druge ricambiò il saluto. Raggiunta la tenda scoprirono che in realtà non era affatto l’abitazione del vecchio ma la dispensa. Domandarono ad un uomo che stava affettando del formaggio dove si trovasse il capo della comunità perché volevano ringraziarlo di persona dell’ospitalità. L’uomo offrì loro una fetta di cacio, peraltro ottimo, poi li guidò fuori dalla tenda e indicò una piccola tenda ai margini dell’accampamento, a ridosso di un enorme faggio.
«Laggiù, ma assicuratevi che non stia dormendo…» spiegò il nomade. «Sapete, è molto vecchio…»
Di nuovo i due attraversarono il campo, tra i sorrisi e gli schiamazzi della gente. L’arpista continuava a suonare con trasporto il suo strumento e tre giovani coppie ballavano attorno al fuoco. Giunti nei pressi della piccola tenda Mila si voltò a guardare Druge. «E adesso?» sussurrò.
«Entrate pure, non sto dormendo.» La voce veniva da dentro. I due si scambiarono un’occhiata, poi Mila scostò il telo e precedette il compagno in un luogo angusto, poco illuminato e saturo di un aroma pungente ma piacevole. Un uomo era disteso su un letto di cuscini colorati, ricamati pregevolmente da abili mani. Un braciere ardeva poco distante, probabile causa di quello strano profumo. L’uomo era molto vecchio, aveva barba e capelli lanuginosi e lunghi, del colore dell’argento, ma i suoi occhi sembravano ancora più vecchi. Per un attimo Mila pensò di trovarsi davanti ad un Elenty come lei, ma il suo istinto di maga le diceva che non era così. Si chiese come poteva continuare a fidarsi di quell’istinto, dato che era stata ingannata dal momento in cui aveva conosciuto Druge. Eppure sapeva che quel vecchio era un Arcon, come Arcon erano i membri della comunità e il suo compagno di vita.
«Salve, non volevamo disturbarla. Desideravamo soltanto ringraziarla per l’ospitalità. Il vostro vino è molto buono» disse la donna.
«L’abbiamo vendemmiato prima di partire per la montagna sacra. È un vino nuovo, state attenti, inganna…» sorrise il vecchio. La sua voce era calda e musicale.
«Ci chiedevamo il motivo della vostra euforia. È dovuta all’Emersione, immagino…»
«Si, in un certo senso…»
«Però non venerate Seidon, o sbaglio?» La donna sapeva che se i nomadi avessero adorato il dio degli Arcon non l’avrebbero mai accolta a braccia aperte. I marchi sulla sua tunica erano chiari.
«Oh cielo, no… Non crediamo nel dio Arcon…»
Druge non riuscì a nascondere la sua meraviglia. Sapeva che esistevano migliaia di comunità di Arcon in giro per le terre cangianti di Limbo, diverse tra loro anche nell’aspetto. Esistevano gli uomini gatto del deserto, i Sewolf che abitavano le caverne sulle coste del mare infinito, dalla pelle color cobalto,  i Dowa incantati, che abitavano le Cascate dell’Eternità. Ognuna di queste tribù aveva le sue particolarità, ma negli ultimi tempi i Testimoni di Seidon erano riusciti a riunire tutte queste realtà distinte sotto un’unica fede. Era raro trovare qualcuno così apertamente schierato contro il dogmatismo religioso dei Testimoni.
«Beh, la Montagna Sacra non è di sicuro il posto più sicuro per un ateo, soprattutto di questi tempi» constatò il guerriero.
«Il mio compagno ha ragione. Mountoor pullulerà di Testimoni di Seidon e altri fedeli. Perché vi state dirigendo laggiù?» domandò Mila.
«Curiosità, immagino…» rispose allegramente il vecchio. «Ma non dovete preoccuparvi per noi. Sappiamo fingere molto bene quando ci conviene…»
Mila e Druge non riuscirono a trattenersi e risero apertamente a quella battuta. Rimasero a parlare per un altro po’ con quello strano vecchio, poi si unirono agli altri nomadi, mangiarono di gusto la carne degli arrosti e si unirono alle danze. Mila aveva altre domande da chiedere al vecchio, ma potevano attendere. Il giorno dopo avrebbe soddisfatto le sue curiosità.
Risero, bevvero e danzarono, e i misteri di Limbo diventarono un sogno, la mente vagò libera a metà strada tra il reale e la finzione, la carne tornò ad essere carne, l’amore riacquistò il significato perduto. Mila e Druge si amarono ancora, per la prima volta da quando avevano incontrato lo spettro. Mila non si chiese chi era quell’uomo. Lo accolse dentro di se, sentì il calore dentro al suo corpo e la leggerezza nella sua mente. Tornò a vivere il momento, dimenticandosi di quegli assurdi progetti e quelle vane speranze di cui si era sentita per troppo tempo prigioniera.

Published in: on aprile 30, 2010 at 7:19 pm  Comments (2)  
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