CAPITOLO 9: Nella Tenda di Nicon

In questo capitolo i protagonisti del libro finalmente s’incontrano ed i Misteri vengono in parte rivelati. É un momento importante per la storia perché si forma ufficialmente la compagnia d’avventura, nel classico stile della campaign classic, un vero e proprio “must” della fantasy moderna.

L’illustrazione di Charles Huxley sará disponibile nei prossimi giorni.

Dopo una lunga giornata a cavallo, Nicon ordinò finalmente di innalzare il campo per la notte. Le piane si estendevano fin dove l’occhio si perdeva, in ogni direzione. Era un paesaggio inconsueto per Limbo. Le terre che fuoriuscivano dallo strappo sotto il Sole Azzurro si alternavano in modo del tutto casuale, e solo raramente nascevano distese sconfinate come le pianure del vespro. Per attraversarle totalmente sarebbero state necessarie altre tre intere giornate di marcia.
Jade sperava di poter finalmente chiarire alcuni punti scuri della vicenda. La sera prima Nicon li aveva accolti calorosamente, ma non si era intrattenuto oltre il tempo dei convenevoli. Misar aveva accennato qualcosa, Nicon sembrava aver capito, ed aveva più volte rivolto lo sguardo verso il medaglione. Ma la giornata era stata faticosa e poi c’era la festa, il vino e gli uomini della Gilda che aspettavano il loro capo. Li aveva chiesto di dormire nella sua tenda, un gesto di grande ospitalità, e poi si era dileguato, con la promessa che il giorno dopo si sarebbe intrattenuto con loro più a lungo.
Ma la mattina, poco dopo lo strano incontro con quel ragazzo, la carovana si era messa subito in viaggio. Nicon voleva attraversare le piane al più presto. Non si sentiva sicuro in quel paesaggio così esposto, e quelli erano tempi strani. I Testimoni di Seidon erano diventati astiosi e c’erano stati degli scontri. Nicon si era affacciato nella sua tenda e aveva dato il buongiorno a lei e ai suoi amici. Sarebbero partiti al più presto, e un volta accampati di nuovo avrebbero parlato. Jade adesso ci contava.
Yumo iniziò a montare la tenda, non distante da quella del capo della carovana. Misar lo aiutava mentre Jade accendeva un piccolo fuoco. Non poté fare a meno di notare quel ragazzo in cui era inciampata quella mattina. Si dava da fare, in maniera un po’ maldestra, con un groviglio di funi. Era a pochi passi da lei. I loro occhi s’incrociarono ed entrambi percepirono che non era una coincidenza. Jade si sentì un po’ ridicola e attaccò a parlare.
«Hai bisogno d’aiuto con quelle corde?» chiese.
«No, grazie. Tutto a posto…» rispose Tzadik, continuando il suo lavoro. Ma la situazione lo aveva confuso e le funi si erano aggrovigliate ancora di più. Jade si avvicinò e lui gettò per terra la matassa di corda sbuffando. Poi tutti e due si misero a ridere.
«Che imbranato che sono!» ammise sconsolato il ragazzo.
«Ma no, che dici!» lo confortò lei. Ed insieme, in pochi istanti, disciolsero i nodi.
«Sei un Keeper, vero?» la domanda gli era sorta d’impulso. Non ci aveva neanche pensato, si sentì irriverente, arrossì non riuscendo a capacitarsi del perché gli era uscita dalla bocca. Ma Jade non rimase né sorpresa né tanto meno offesa.
«Peggio di una lanterna nel buio, non credi!» rispose ridendo.
«Che vuoi dire?»
«Il gigante Arenty che non mi lascia sola un momento, il medaglione al collo… Come potrei passare inosservata?»
«Beh, perché dovresti? I Keeper sono rispettati in tutte le terre.»
«É vero, ma hanno anche loro dei nemici. Per questo viaggiano da soli, insieme ai loro Protettori.» Jade si era riaccostata al suo fuoco. Il ragazzo l’aveva seguita a due di passi di distanza.
«Scusami, ma non ce la faccio proprio a resistere. So che non sono affari miei, ma perché siete venuti da Nicon? In tutta Limbo forse è lui l’unico che non vede di buon occhio i Keeper e le leggende della montagna sacra.» Tzadik conosceva bene l’inclinazione del proprio maestro. La Gilda rispettava i Keeper, perché erano Arcon e rappresentavano per ogni Arcon la speranza di un mondo nuovo. Ma gli oggetti di famiglia erano legati agli affari degli Elenty e Nicon provava un odio profondo per i primigeni. Tzadik non conosceva ancora a fondo i Misteri, e sentiva che gli mancava qualcosa per riuscire ad afferrare il senso del disegno.
«Ho bisogno di conoscere i Misteri e nessuno meglio di lui può darmi le risposte che cerco.» Jade si sentiva stranamente tranquilla. Stava rivelando troppo a quel ragazzino? Beh, se anche fosse stato così, sentiva che poteva fidarsi.
«Un Keeper che vuole conoscere i Misteri? Se Tawares lo venisse a sapere ti farebbe togliere l’oggetto.» A queste parole Jade fece un passo all’indietro afferrandosi il medaglione. Ma quello che diceva Tzadik era vero. Per i Testimoni i Keeper erano dei santi, discendenti dei prescelti da Seidon per portare a compimento la grande missione. Ogni Keeper onorava il suo compito con la consapevolezza di essere parte della speranza del popolo Arcon. Quando il tempo dell’Emersione sarebbe giunto e gli oggetti fossero stati portati alla montagna sacra, le antiche città sarebbero tornate ed il mondo si sarebbe finalmente fermato. Chi credeva ai Misteri, da quanto ne sapeva lei, reputava tutta questa faccenda una grossa invenzione.
«É vero quello che dici, ma ho bisogno di sapere…»
La conversazione era terminata ed entrambi lo sapevano. Rimasero ancora un po’ a vedere ardere i tizzoni del fuoco, poi il ragazzo salutò la ragazza e se ne tornò alla sua tenda. Mentre le pianure si coloravano di vermiglione, Jade seppe che il settimo margine stava per finire. Presto Nicon l’avrebbe ricevuta.

Tzadik non perse d’occhio per tutta la sera le due tende vicine alla sua. A destra c’era quella della ragazza, del vecchio e del gigante. Dietro, a una ventina di passi di distanza, si ergeva quella di Nicon. Nel campo c’era un gran movimento, ma quando arrivò l’ora di cena, tutti si ritirarono nelle loro tende, meno che una decina di uomini che avevano il compito di rimanere di guardia. Nelle piane si aggiravano lupi, iene, e altre creature poco amichevoli. Era sempre meglio rimanere all’erta.
Il ragazzo si era sentito subito attratto dalla Keeper, ma non era una questione fisica. Entrambi si trovavo in una fase della loro adolescenza in cui i tumulti emozionali erano una norma, ma tra di loro sembrava esserci qualcos’altro. Era la stessa sensazione che aveva sentito quella notte, svegliato dal sogno in cui Nicon chiedeva il suo aiuto, sotto la montagna sacra. Quel sogno aveva stravolto la sua intera esistenza e con tutta probabilità, se avesse ascoltato nuovamente la sua voce interiore, si sarebbe presto cacciato in una altro bel guaio.
Nell’oscurità rischiarata a tratti dai falò del campo, Tzadik vide i tre stranieri uscire dalla tenda e approssimarsi a quella di Nicon. Le guardie parlarono a bassa voce con la ragazza, poi scostarono le falde che nascondevano l’entrata lasciandoli passare. Il ragazzo si mosse veloce come un gatto. Disse ai suoi compagni di tenda, allievi come lui, che aveva bisogno di un po’ d’aria, e sgattaiolò di soppiatto oltre la visuale delle guardie. Aggirò la tenda in cui era entrata la ragazza, seguita dal vecchio e dal gigante, e si accasciò in un angolo d’ombra dal quale avrebbe potuto origliare indisturbato. Si sentì in imbarazzo solo per un momento, poi le persone all’interno incominciarono a parlare, e lui fece del suo meglio per non farsi sfuggire nemmeno una parola.
«Vorrei innanzitutto ringraziarti per la tua ospitalità. I tuoi uomini sono molto gentili con noi.» Era la voce della ragazza, riconoscibilissima.
«É quello che ci si aspetta, no?» Nicon non perse tempo a manifestare la propria posizione. I Keeper erano ben voluti nella Gilda, ma a lui non piacevano.
«Non c’è bisogno di essere scortesi…» era il vecchio che stava parlando. «Sappiamo che a voi non interessa il compito dei Keeper, ma se siamo venuti a cercarvi e a chiedere il vostro consiglio è perché crediamo che voi siate la persona giusta per parlare di certe cose.»
Dal silenzio che era calato improvvisamente Tzadik intuì che il maestro era rimasto colpito dall’intervento di quell’uomo.
«Ebbene, parlate allora. Come posso aiutarvi?»
La ragazza continuò.
«Recentemente ho avuto in consegna da mio padre l’oggetto di famiglia, il medaglione che porto al collo. Già prima che il passaggio fosse compiuto avvertivo qualcosa di strano, una presenza legata all’oggetto. Misar, fedele compagno di mio padre, mi ha poi rivelato che non era la prima volta che succedeva. Anche mio padre aveva avvertito una presenza strana, legata al medaglione. Dal giorno in cui lo indosso, il volto deforme di un uomo tormenta i miei sogni, e più di una volta ho avvertito il tocco di un’energia aliena, distante e incredibilmente potente. Le storie dei Keeper nella mitologia Arcon non parlano di cose del genere. Noi crediamo che questa presenza abbia a che fare con i Misteri.»
Il volto deforme di un uomo? Chi era quest’uomo? Tzadik accostò l’orecchio alla tenda, rischiando d’inciampare e di rivelare la sua presenza.
«Un Keeper che vuole conoscere i Misteri? Attenta ragazza, l’ignoranza è la migliore amica delle persone semplici. Potresti rimpiangere certe conoscenze.»
«Non ho paura di sapere quello che credi tu. So farmi le mie idee e comportarmi di conseguenza, ma spero di riuscire a far finire i sogni, o almeno a capire da dove vengono.»
«Va bene, ti dirò la verità, perché ragazza, sei libera di pensarla come vuoi, ma ricordati…» la pausa enfatizzò le parole di Nicon, «…quella che ti sto per rivelare è la sola verità.»
Ancora una pausa, e poi il maestro tornò a parlare.
«Probabilmente è l’inizio di un nuovo corso, perciò é bene incoraggiarlo. La presenza che tu senti dentro l’oggetto è l’Elenty a cui esso è legato. Che io sappia non è mai successo che un Keeper riuscisse a sentirla, ma forse sei una ragazza sensibile, o più probabilmente l’Elenty in questione è molto potente. Per quanto incredibile vi possa sembrare, Limbo non è stato creato da Seidon. Seidon, per quanto ne so io, potrebbe anche non esistere. Limbo è la creazione degli Elenty, i primigeni. Essi, per scampare alla distruzione del loro mondo, crearono un luogo d’attesa, un mondo fittizio in cui risiedere fino al giorno dell’Emersione. Se quel giorno arriverà, le essenze vitali degli Elenty, racchiuse negli oggetti di famiglia, lasceranno Limbo attraverso la montagna sacra. Niente città sepolte, nessun miracolo divino. Quando gli Elenty lasceranno questo mondo, Limbo non servirà più al loro scopo, perciò verrà distrutto.»
Le ultime parole di Nicon fecero fatica a prendere significato nella testa di Tzadik. Non ebbe neanche il tempo di reagire. Il maestro tornò a parlare.
«Avrete sentito parlare della magia, ma è probabile che nessuno di voi sappia che cosa sia. La magia esiste perché il mondo in cui viviamo è imperfetto, ed è imperfetto perché è stato creato dagli Elenty. Gli Elenty non sono dei, ma sono uomini come noi, e per quanto possano essere saggi e capaci, il mondo che hanno creato presenta dei difetti. È attraverso questi difetti che il mago manipola la realtà…»
Tzadik avvertì il tipico crepitio che anticipava un incantesimo. Il suo maestro stava dando una dimostrazione delle sue conoscenze magiche. Si augurò che anche lui presto sarebbe stato capace di manipolare la realtà. Era stanco degli esercizi fisici e della spada. Perso in questo pensiero, non si accorse che il lembo di tenda al quale era accostato si era sollevato. Era stata la magia di Nicon a rivelare la presenza del ragazzo.
«Come vedete può risultare molto utile conoscere qualche trucchetto. Il mondo è pieno di topastri ficcanaso.» Le parole del maestro trafissero Tzadik peggio di uno stiletto. Fece due passi dentro la tenda, anche se non aveva ben chiaro quello che avrebbe dovuto fare. Si sentiva gli occhi della ragazza addosso. Il sangue gli pompava in testa. Che figuraccia, pensò.
Ma in quel momento due guardie entrarono nella tenda e l’attenzione degli astanti fu immediatamente distolta. Nicon si voltò verso i due uomini chiedendo le ragioni di quell’incursione. Uno dei due parlò.
«Due persone si sono avvicinate al campo; un uomo anziano ed un ragazzo.»
«Chi sono?» la domanda di Nicon era incalzante.
«Il vecchio dice di chiamarsi Rivier. Il ragazzo invece Mylo. Dicono di avere delle informazioni importanti.»
«Offrite loro ospitalità e diteli che li raggiungerò al più presto, appena avrò finito con queste persone» ordinò il capo della gilda. Ma i due uomini rimasero fermi. Parlò il secondo, questa volta.
«Il vecchio sembrava impaziente di comunicare il messaggio. Ci ha detto che è una questione di vita o di morte.»
Nicon sbuffò. Era irritato e non  aveva premura di nasconderlo.
«Va bene allora! Fateli venire qui!»
Nel frattempo Tzadik era rimasto immobile, in attesa di conoscere il suo destino. Un affronto del genere poteva costare l’espulsione dalla gilda, ma il maestro non sembrò badare a lui. Si mise a camminare avanti e indietro nella tenda, in attesa che questi due nuovi misteriosi personaggi facessero il loro ingresso.
La ragazza e i suoi amici rimasero in silenzio, anche loro in attesa. Tzadik non sapeva cosa gli sarebbe aspettato, ma di una cosa era certo: la sua voce interiore lo aveva cacciato in un altro guaio.
Nel momento in cui Rivier fece il suo ingresso, preceduto dalle due guardie, Nicon scartò di lato ed estrasse la sua spada. Nei suoi occhi baluginò un lampo d’odio. Tra i denti sibilò le parole: «Tu, qui!»
Jade indietreggiò e Yumo le si piazzò davanti. Il gigante estrasse l’ascia, pronto a colpire. Le guardie si fecero di lato ed estrassero anche loro le armi. Nella tenda le fiamme delle lanterne sembravano si fossero smorzate da sole. Un manto d’ombra calò improvvisamente sulla scena.
«Che succede?» domandò Misar rivolto al capo della gilda.
Rivier si era fermato davanti all’ingresso, con Mylo accanto. Teneva le mani alzate in segno di resa, e sul suo volto placido gli si era dipinto un sorriso. Nicon però non ci badò.
«Che ci fai tu qui?» domandò, rimanendo in guarda con la spada.
«È  una questione importante, Arcon. Meglio che abbassi quella lama.» Anche Mylo rimase sorpreso da quelle parole. Non erano state pronunciate dalla voce del maestro Rivier, ma da una potenza che trascendeva la sua stessa immaginazione. Si voltò e vide il vecchio illuminarsi, un riverbero dorato che si spanse attraverso la tenda, scacciando le ombre. Tzadik aveva la bocca aperta, Jade era paralizzata, Misar mormorava tra se una preghiera a Seidon. Nicon rimase al suo posto, ma la spada gli si abbassò, e lui fu incapace di trattenerla. Yumo fu l’unico a rimanere impassibile, l’ascia pronta a scattare.
«La gilda è in pericolo. Tra due giorni al massimo il vostro manipolo verrò attaccato di sorpresa dai testimoni di Seidon. Non una semplice guarnigione, ma l’intero esercito guidato dal primo ministro Tawares in persona. Non è necessario avercela con noi. Portiamo solo il messaggio…» La luminescenza si abbassò. L’ombra tornò e poi si dissolse. Le luci nella tenda erano ritornate a fare il loro dovere, ma ancora nessuno si muoveva. Tutti sembravano attendere la reazione di Nicon.
«E perché dovrei credere alle parole di un Elenty?»
Il mistero era stato svelato. I presenti ci erano quasi arrivati da soli, ma quelle parole avevano distolto totalmente il velo. Quel vecchio era un Elenty, un primigenio, una delle creature più antiche di Limbo.
«Nicon, conosco la tua visione e so cosa pensi degli Elenty, ma so anche che sei un Arcon saggio e dai buoni propositi. Se Tawares sgomina la gilda, e ti assicuro che con gli uomini che ha raccolto al suo seguito riuscirà sicuramente a sconfiggervi, sarà un male per tutti. Le credenze degli Arcon prenderanno il sopravvento. Tawares cova in segreto una follia: distruggere il guardiano di Mountoor. Questo significherebbe la fine di Limbo.»
«Perché mai farebbe una sciocchezza simile?» domandò Nicon, incredulo.
«Lui crede che egli sia un demone al servizio di Kyos e che una volta rimosso arriverà il tempo dell’Emersione, i Keeper potranno recapitare gli oggetti sacri alla montagna e le antiche città torneranno dagli abissi. Sai bene che è tutta un’illusione…»
Nicon annuì, ma non disse niente. Rivier continuò a parlare.
«Se il gigante viene debellato, ed è comunque molto difficile che succeda, più nessuno proteggerà Limbo dai demoni esterni. Il Guardiano, come sai, non è solo uno strumento legato all’Emersione, ma è anche il custode del portale esterno…»
Rivier disse molte altre cose, ma i tre ragazzi, che si erano finalmente incontrati, non capirono quasi più nulla. In quella tenda si stavano prendendo delle grandi decisioni. Un pericolo gravava su Limbo, strani meccanismi erano stati innescati. Jade, Tzadik e Mylo, tutti e tre, capirono una cosa all’istante. In quella tenda le loro vite si erano intersecate, perché un disegno stava prendendo forma.
Poi Jade si accasciò per terra. Nicon e Rivier smisero di parlare, entrambi sorpresi dall’evento. Misar e Yumo si chinarono sul corpo della giovane Keeper.  Respirava ancora. Appena un alito di vita…

Continua la prossima settimana…

Published in: on dicembre 4, 2009 at 8:44 am  Comments (2)  
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CAPITOLO 5: Sawar

Il giorno era uguale alla notte, i sapori erano stupide percezioni neurali diventate insipide, il sesso riusciva ancora ad appagarlo solo grazie alle stregonerie di Davinia. Se la sua vita era destinata a spegnersi, probabilmente questo sarebbe accaduto insieme alla sua amante, mentre scalavano vette di piacere mai concepite da alcuna esistenza, Elenty, Arcon o altro.
Dalla finestra della sua stanza vedeva scorrere le terre di Limbo. La Torre Galleggiante si muoveva lentamente sopra il paesaggio, insieme alle Belve che nel procedere vi giravano intorno, saltellando coi loro corpi gibbosi, fatti di pietra e di gesso, meravigliose creature prive di anima al suo servizio. Non era stato facile intuire il segreto della vita e manipolarlo, uno degli enigmi meglio custoditi di quell’assurdo mondo. Lui era il solo in grado di farlo.
La noia era la sua più grande nemica. Per dodici cicli era vissuto in attesa, contando i giorni e dimenticandosi il modo in cui usava calcolare il tempo prima dell’avvento di Limbo. Di quel mondo remoto dove lui era nato ricordava poco o nulla. Ma vi era una cosa che era impressa indelebilmente nella sua memoria e che si affacciava regolarmente ogni giorno: il volto di suo figlio Thomas.
Lasciarlo fu il dolore più grande. Il ricordo continuava a tormentarlo, corrodendo la sua mente in quell’assurda vita di attesa chiamata Limbo. Piccolo Thomas dagli occhi celesti e il sorriso di sole. A volte sussurrava quel nome richiamando alla memoria il suo volto. E pensare che non riusciva neanche a ricordare il suo vero nome. Adesso si faceva chiamare semplicemente Sawar, e quella parola metteva i brividi a molti Arcon.
Osservò il sole assurdamente immobile sullo sfondo di un cielo violaceo. La cometa sfrecciava poco più sotto, stupido espediente che segnava il trascorrere del tempo. Nessun segno di un imminente eclisse. L’Emersione era un miraggio.

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Più di una volta aveva pensato di raggiungere la montagna sacra, Mountoor come la chiamavano gli Elenty, ed affrontare il Guardiano. Probabilmente non sarebbe riuscito ad avere la meglio su quel demone, ma tutto considerato, cosa aveva da perdere? Altri dodici cicli di attesa? No, grazie.
Ma una volta giunto alle porte del mondo, cosa avrebbe potuto fare? Uscire? Per andare dove? Forse in un’altra prigione come quella dalla quale proveniva, come quella in cui viveva da tempi immemorabili. Un’altra prigione come Limbo.
Osservava le pieghe della sua veste di seta, un milione di sfumature dorate. Dalle ampie maniche fuoriuscivano le sue mani nodose, lunghe dita affusolate capaci di deformare la struttura del mondo, ricrearla a suo piacimento e vincolarla al suo volere. Niente era più un segreto per lui.
Pensò alla mitologia Arcon ed al fratello di Seidon, il dio che condannò il suo popolo ad un continuo pellegrinare. Kyos si chiamava, lo squartatore del mondo. Sawar si sentiva esattamente come lui. Imprigionato in una terra confinata, pronto a reciderne gli orizzonti per farci vomitare dentro nuove terre, nuove vite, nuove possibilità. Niente era più corrosivo della condanna a vivere in un mondo chiuso.
Ma Kyos era una stupida rappresentazione di Loke, la forza imponderabile del sistema. Una leggenda che serviva a tenere buoni gli Arcon, niente più.
Vi era una cosa che lo tormentava ancor più del mondo in cui era condannato a vivere. Erano passati cicli e stagioni dall’avvento di Limbo e dalla scoperta del significato dei Frame, ovvero gli oggetti di famiglia. Gli Arcon credevano che servissero a riportare indietro il vecchio mondo e le antiche città, ma la verità era un’altra.  Ogni Frame apparteneva ad un Elenty, era il suo oggetto, anzi l’oggetto era lui. Sawar ne avvertiva la presenza, anche se vaga e distante. L’oggetto era stato passato recentemente ad un nuovo Keeper, una ragazza. Ne aveva visto il volto, mentre manipolava la struttura. Insieme a lei vi erano anche un vecchio e ad un gigante Arenty.
Per dodici cicli aveva cercato quell’oggetto. A volte lo aveva percepito, ma mai come adesso. Questo fatto lo incuriosiva. Non sapeva di preciso dove si trovasse la ragazza, ma poteva proiettare la sua mente nei suoi sogni, esplorarli e farsi rivelare la sua posizione.
Durante l’ultimo contatto aveva intuito la presenza del deserto. Era laggiù che la Torre Galleggiante era diretta. Ekaron la pilotava attraverso dune e boschetti, un lento ma costante avanzare che terrorizzava gli animali e teneva lontano gli Arcon. Era diventato abile a guidarla, forse addirittura più di lui.
Davinia invece dormiva, o più probabilmente sognava. Erano immersioni di luce le sue, estremizzazioni della ricerca del piacere. La donna dai lunghi capelli di platino si abbandonava a volte a lunghi sonni dai quali non voleva assolutamente essere svegliata. Erano ricerche le sue. Si definiva una pioniera del godimento.
Erano solo tre, ormai da innumerevoli stagioni. Gli altri Elenty erano morti, o votati ad altre cause, ingenue pedine di uno stupido disegno. Avrebbero comunque fatto bene a rimanere alla larga da loro. Se volevano credere ancora alla bugia dell’Emersione, che facessero pure. A lui non importava. Ma non dovevano intromettersi nei suoi affari e in quelli dei suoi compagni.
La noia era un brutta malattia, ed era possibile combatterla solo attraverso la ricerca di nuovi stimoli. La sofferenza Arcon deliziava Ekaron il torturatore, la violenza mentale affascinava la splendida Davinia, mentre ciò di cui lui godeva di più era distruggere la struttura di quel mondo fittizio. Non a caso qualcuno gli aveva dato il soprannome di Delirante Demolitore.
Allungò il braccio in direzione di un piccolo bosco di faggi che scorreva davanti alla finestra sul paesaggio. Si concentrò pochi attimi mentre il rumore dello sfrigolio riempiva la stanza. Il bosco incominciò a bruciare e poi si nascose alla sua visuale. Velocemente  ritornò dentro il suo corpo, soddisfatto di quella piccola opera. Ma il vuoto lo colse di nuovo, e si scoprì a desiderare qualcos’altro da distruggere.
Pensò alla ragazza che possedeva il suo Frame. L’avrebbe volentieri data in pasto ai suoi amici, dopo averla privata dell’oggetto. La cercò proiettando l’immagine del suo volto dentro la struttura, un tentativo che, come molti altri, aveva già sperimentato. La natura mutevole di quel mondo rendeva difficile l’individuazione delle creature che lo percorrevano. Era riuscito a scovare decine di Keeper nella sua lunga esistenza, nella speranza di recuperare il suo oggetto, un compito tutt’altro che semplice. Ma questa volta rimase molto sorpreso della facilità con cui riuscì a raggiungere la mente della ragazza. Prese possesso del suo corpo per qualche attimo, mentre lei camminava lungo un sentiero sconosciuto. Penetrò il terreno sotto i suoi piedi e ne sondò la posizione.
Tornato dentro al corpo seppe che la ragazza era fuori dal deserto e si stava dirigendo verso le terre dei laghi. Ma la sua direzione poteva cambiare, come poteva cambiare la posizione dei laghi. Maledisse Limbo e la sua instabilità.
Cercò con la mente il compagno Ekaron e gli riferì la nuova direzione. La Torre deviò leggermente nel suo incessante procedere. Un rumore sordo accompagnava il movimento dell’isola volante.
Perché era riuscito a individuare subito la ragazza? A volte erano necessarie intere stagioni di pratiche magiche per trovare solo una traccia della presenza di un Keeper. Questa volta invece sembrava addirittura che fosse il Keeper stesso a cercare lui. Ovviamente questo era assurdo. La cosa lo intrigava, lo divertiva, ma soprattutto lo eccitava. Voleva quella ragazza. Voleva l’oggetto. Ma voleva anche sapere perché.
Gli Arcon parlavano ancora dei Misteri. Per Sawar non esistevano misteri, e se ce n’erano di nuovi lui li avrebbe svelati. Una ragione in più per accelerare quella corsa, quel lento ma incostante incedere di distruzione che la Torre Galleggiante portava dappresso.
Sawar si alzò dallo scranno e gettò un ultimo sguardo dalla finestra della torre. Poi scese verso le camere di Davinia. Avrebbe dormito un po’ insieme al lei, cullato dal suo abbraccio mentre le loro menti galleggiavano insieme in un tenero bagno di luce. Voleva gustare i suoi fluidi, entrare nella sua testa. Voleva intrattenersi, perché l’intrattenimento ormai era il solo motivo di esistere.
Giunto davanti alla porta che si apriva sulle stanze di Davinia, appoggiò un mano sul battente percependo il sogno della donna. Era lontano, in qualche diramazione del sistema, ai limiti della sua estensione virtuale. Sawar sorrise. Voleva raggiungerla.
Entrò e ne osservò il corpo nudo adagiato sulle sete del letto, una visione perfetta di curve e colori e insenature e levigate superfici rosa. I capelli ricadevano sulla schiena, sparsi sopra le scapole, sopra il letto, giù fino a sfiorare i glutei. Il volto sprofondato nel cuscino faceva solo intuire i lineamenti dolci di quella donna attraente e pericolosa. Un viso fanciullesco pieno di efelidi e uno sguardo di ghiaccio.
Sawar le scivolò accanto e rimase per un po’ ad osservarla. Ne annusò la fragranza, come con un fiore appena colto. Cercò di afferrare completamente il godimento di quella visione perfetta, immortalarla dentro di se così da poterla richiamare a suo piacimento. Registrò ogni sfumatura della sua pelle, ogni frequenza del suo respiro. Ne avrebbe divorata una copia una volta fatto ritorno nelle sue stanze.
Poggiò la testa sul cuscino accanto a quello di lei e chiuse gli occhi. Non sarebbe servito cercarla. Lo avrebbe trovato lei.

Scarica l’illustrazione in alta definizione.

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L’immagine di questa settimana è stata realizzata utilizzando un lavoro di Ashaya – http://ashayaa.deviantart.com/

Published in: on ottobre 9, 2009 at 6:59 am  Comments (2)  
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CAPITOLO 4: Uno sguardo ai Misteri – L’accampamento dei Testimoni

Il capitano della guarnigione si chiamava Terion. La mattina dopo disse ai due prigionieri che l’accampamento centrale dei Testimoni si trovava a circa mezza giornata di viaggio, ai margini delle pianure del vespro, oltre i rilievi dove si trovavano. Avrebbero viaggiato sui loro cavalli, ma questi sarebbero stati legati a quelli delle loro guardie, per evitare spiacevoli sorprese.
Mylo si era svegliato con la testa pesante. La notte di riposo non era bastata ad allontanare la stanchezza degli esercizi del giorno prima e la tensione causata dagli eventi che si erano succeduti. Si sentiva rallentato e aveva un brutto sapore in bocca.
Tutt’altra cosa invece sembrava essere l’umore del suo maestro. Rivier si era svegliato con la sua solita placida espressione e con un notevole appetito. Si era gettato sul porridge preparato dai cavalieri per colazione, e con una scodella piena se ne era rimasto seduto in silenzio nei pressi del fuoco del campo appena ravvivato. Era ancora buio, ma il paesaggio stava per cambiare. La cometa sfrecciava nel cielo scandendo gli ultimi giorni della stagione.
Mylo si avvicinò al maestro con una scarsa razione di avena. L’appetito era l’ultima delle sue preoccupazioni. Intanto le guardie continuavano a girare intorno a loro a pochi passi di distanza. Il ragazzo si era accorto che si trattava di due Arenty.
«Ci hanno messo addosso i senza cuore» esclamò riferendosi alle due guardie.
«Meravigliosi» commentò Rivier con la bocca piena. «Sono perfetti nei loro compiti, e di sicuro più affidabili. Un Arcon potrebbe sempre perdere la pazienza, o perdere la testa…» Sorrise al ragazzo e raccolse un altro cucchiaio dalla ciotola.
«A me fanno uno strano effetto.»
«Non ci pensare. Mangia.»
Mylo provò a seguire i consigli del maestro, ma si accorse di non avere per niente fame. Osservava i cavalieri muoversi per il campo e prepararsi alla partenza. Se volevano tentare la fuga era meglio provarci prima di arrivare a destinazione. Una volta dentro il grande accampamento, circondati da centinaia di soldati, sarebbe stato impossibile provare a fuggire. Ma qualcosa gli diceva che il suo maestro non aveva nessuna intenzione di scappare.
Il paesaggio si colorò di indaco ed alte nubi stratiformi velarono il cielo e la cometa. L’aria era ferma e si avvertiva un pungente profumo di fiori, troppo dolce per risultare piacevole. Mylo storse il naso e montò a cavallo. I cavalieri si disposero a coppie lungo il sentiero, mentre un carro trainato da due cavalli trasportava le provvigioni. Loro si trovarono nel mezzo di quella colonna, le guardie Arenty subito dietro li tenevano diligentemente sotto controllo.
Lasciarono la radura a passo d’uomo, proseguendo lungo lo stretto percorso che scendeva più a valle. Presto il sentiero rincominciò a salire e a inerpicarsi lungo un altro dorsale. Sarebbe proseguito così, in un continuo sali e scendi fino alle pianure del vespro, un’ampia striscia di terra tagliata in due dal grande fiume Serpe.
I nomi nascevano e morivano con le nuove generazioni, perché tutto era in continuo mutamento su Limbo. Il grande fiume lo chiamavano Serpe per via della sua tortuosità,  le piane si coloravano spesso dei colori del crepuscolo e per questo gli era stato assegnato quel nome. Ma la geografia non era mai stabile e le mappe potevano ingannare il viaggiatore, se queste non erano bene aggiornate. Molti erranti ne facevano anche a meno, fidandosi solo della propria memoria e della posizione della cometa.
Le notizie si diffondevano attraverso le colonne delle voci, e in questo modo le comunità  potevano conoscere la posizione della montagna sacra che indicava il passaggio del ciclo. Al momento doveva trovarsi vicino all’ultimo quarto di percorso. Sarebbero passate altre cento stagioni prima che il sole rosso che indicava il tramonto di Limbo la ingoiasse, per risputarla subito presso l’alba del sole azzurro all’altra estremità del mondo, il luogo dove nascevano le nuove terre.
Mentre pensava distrattamente alle leggi fisiche del mondo, Mylo osservava l’imperscrutabile volto del suo maestro che gli cavalcava accanto. Provò per l’ennesima volta a stabilirne l’età. Duecento stagioni forse, oppure di più. Glielo aveva chiesto una volta, ma Rivier non gli aveva dato una risposta precisa. “Ho visto la cometa passare nel cielo fino ad annoiarmi, ragazzo!” gli aveva detto. Poteva significare qualsiasi cosa.
«A cosa pensi?» disse ad un tratto lo stregone senza voltarsi.
Mylo si guardò attorno per assicurarsi che nessuno li sentisse, ma le guardie erano molto vicine e la guarnigione procedeva silenziosamente.
«Non ti preoccupare ragazzo, non possono ne sentirci ne vedere le nostre labbra muoversi. Ho alterato le nostre immagini, così possiamo parlare un po’»
«Hai usato la magia?» Mylo non nascondeva la sua sorpresa. «Perché non ho udito il crepitio?»
«Ci sono modi per smorzarlo, se l’incantesimo non è molto complicato. Comunque non abbiamo molto tempo. Volevi dirmi qualcosa? La tua testa sembra dover esplodere da un momento all’altro»
«Si. Ci sono tante cose che non capisco e che non mi piacciono» ammise Mylo.
«Si ha sempre paura di quello che non si conosce. E’ la prima debolezza dell’uomo…»
«Cosa ci facciamo qui? Una volta dentro l’accampamento centrale sarà impossibile fuggire, e sicuramente verremo condannati. Hanno trovato i libri e ci accuseranno di stregoneria. Maestro, senza dubbio ci aspettano la tortura e la morte…»
«Non essere così negativo ragazzo. Ho invece la sensazione che il Primo Ministro di Seidon sarà ragionevole e ci lascerà in pace.»
«Si dice che Tawares sia spietato con gli eretici. Anche i Lupi avevano cominciato a tenersi alla larga dai Testimon. Da quando si è insediato il nuovo ministro la comunità si è allargata, reclutando sempre più cavalieri.»
Rivier si voltò verso il ragazzo. Negli occhi aveva la solita tranquilla espressione di sempre.
«Il Primo Ministro Tawares è duro, ma ti assicuro che si mostrerà giudizioso nel nostro caso.» Il volto dello stregone era velato da uno strano sorriso.
«E’ tutta colpa dei Misteri» sentenziò Mylo.
«Che vuoi dire ragazzo?»
«La ragione per cui i Testimoni si sono raddoppiati e controllano tutti quanti. La ragione per cui siamo in questa situazione.»
«I Misteri sono quello che sono. Ognuno dovrebbe essere libero di crederci o non crederci, al di là della loro attendibilità. Il problema non sono i Misteri, ragazzo, ma le persone che temono di essere nell’errore. Anche questa è un’altra delle tristi verità dell’uomo.»
Adesso il maestro lo guardava con un espressione corrucciata, gli occhi perduti in remote dimensioni. Mylo ebbe la sensazione che fossero duemila e non duecento le stagioni vissute dallo stregone, che esistesse sin dall’inizio del tempo e che fosse lui stesso uno dei Misteri di Limbo. Un brivido percorse la schiena del giovane mago.
«La mitologia Arcon è una leggenda. Se a qualcuno piace crederci, se gli fa bene crederci, allora che ci creda pure. È la sua verità, ed è questo quello che conta. Ma imporla a chi non ha le stesse sue percezioni è una violenza mentale.»
Era la prima volta che Rivier confermava le sue sensazioni riguardo alla falsità della mitologia Arcon.  Poteva essere l’inizio della rivelazione, così Mylo provò ad incalzare il maestro.
«Se è vero che la mitologia è solamente una leggenda, qual è la vera storia di Limbo?»
Rivier ritrovò il sorriso e rispose.
«Non ti arrendi ragazzo. Va bene, ti dirò qualcosa, ma non aspettarti grandi rivelazioni. Come ti ho detto centinaia di volte, non sei ancora pronto.»
Mylo pendeva letteralmente dalla bocca del maestro. Si sporse in avanti verso il cavallo dello stregone come per afferrare meglio quello che gli stava per confidare.
«Ti dirò dei Misteri nella maniera in cui vengono divulgati dagli Stregoni Arcon. La verità degli Elenty è ben diversa, e non ti è consentito conoscerla. Sappi solo che comunque non riusciresti neanche a capirla. Ma tu sei un Arcon, e l’unica spiegazione che possa soddisfarti è quella Arcon.»
Cosa voleva dire il maestro? Che lui non era un Arcon? E allora cosa era? Avrebbe voluto chiederglielo, ma preferì tacere, temendo che lo stregone interrompesse il  discorso.
«Limbo è un luogo di attesa, un mondo di passaggio. Fu creato dagli Elenty dodici cicli fa per sfuggire alla morte del loro vecchio mondo. Essi erano in grado di manipolare la struttura di questo piccolo universo che avevano creato, una pratica che fu poi chiamata magia. Gli Elenty attendono in Limbo l’avvento del loro nuovo mondo, nel momento dell’Emersione.»
A Mylo sembravano enunciati estratti da un libro. Non era riuscito a capire molto di quello che Rivier gli aveva detto.
«Che vuol dire che fu creato dagli Elenty?»
Lo stregone guardò divertito l’espressione confusa del ragazzo.
«Gli Elenty non sono una leggenda. Sono esistiti e continuano ad esistere, poiché  alcuni di loro sono diventati immortali. Essi provengono da un altro mondo, un’altra dimensione, se così si può dire.»
«La dimensione della magia, quella in cui è possibile perdersi dopo aver usato il potere?» domandò il ragazzo, credendo di averci capito qualcosa.
«Si, qualcosa del genere» confermò il mago.
«E noi Arcon chi siamo?»
«Gli Arcon sono i figli degli Elenty. Furono creati insieme a Limbo per vivere in Limbo.»
«E cosa succederà quando arriverà il momento dell’Emersione?»
«Ragazzo, non è detto che questo evento accadrà mai. Gli Elenty continuano ad attenderlo, ma è passato così tanto tempo ormai che molti di loro non ci credono più. Immagino però che se arriverà, gli Elenty se ne andranno via e lasceranno Limbo agli Arcon. Sicuramente non riaffioreranno antiche città e non sarà l’avvento di un nuovo mondo per gli Arcon. Quella è solo una leggenda.»
«E gli oggetti di famiglia?»
«Appartengono agli Elenty e scompariranno insieme a loro. Ma non ti devi preoccupare dell’Emersione, ragazzo. E’ molto probabile che passeranno altri dodici cicli senza nessun oscuramento del sole o altri segni profetici.»
«Allora Seidon non esiste?»
«In realtà si. Seidon e Kyos furono creati anch’essi dagli Elenty come forze interne di Limbo. Ti stupirà sapere che Seidon è una creatura Arenty mentre invece Kyos è un Arcon. Ma qui ci perdiamo in particolari un po’ troppo difficili da comprendere. Ti basti sapere che Seidon è in effetti un entità molto potente appartenente alla struttura di Limbo.»
Mylo cercò di riordinare i pensieri, ma c’era qualcosa che non gli tornava.
«Hai detto che la verità Elenty non avrebbe senso per un Arcon, ma tu sembri conoscerla. Allora non sei un Arcon…»
Rivier si voltò verso il giovane apprendista mago e gli sorrise.
«Hai un buon intuito ragazzo. Davvero buono.» Ma non disse niente altro, e Mylo sentiva che non sarebbe servito incalzarlo con nuove domande. Il suo maestro poteva essere un Elenty, i leggendari figli di Seidon e primogeniti di Limbo, secondo la mitologia Arcon. Ma ormai quella era diventata una favola per bambini.
Cos’altro nascondevano i Misteri di Limbo? Quali altri segreti poteva rivelargli il suo maestro, e quanti di questi sarebbe riuscito ad afferrare? La conversazione era stata breve, ma aveva un bel po’ di materiale su cui riflettere adesso, mentre i cavalli procedevano in fila con passo costante verso l’accampamento dei Testimoni di Seidon.

4

Mentre discendevano l’altopiano verso le pianure del vespro, che si perdevano all’orizzonte nei loro gialli, ori e aranci, avvistarono l’accampamento. Mylo contò almeno una settantina di tende disposte attorno ad una più grande centrale, che era di sicuro la residenza del Primo Ministro Tawares. Decine di cavalieri si aggiravano per il campo. Oltre le tende in direzione del fiume Serpe, del quale era possibile distinguere in lontananza il riflesso dorato della sua superficie, vi era un grande recinto per i cavalli. Ve ne erano più di un centinaio.
Il suo senso del tempo gli diceva che il quinto margine del giorno stava per terminare. Si augurò che avessero a disposizione un’altra notte prima del processo e della probabile condanna. Una notte per riflettere sulle cose che Rivier gli aveva detto e per capire quali erano le sue intenzioni.
Poco più tardi la colonna di cavalieri che accompagnava i due prigionieri entrò adagio nel campo, movendosi direttamente verso la tenda centrale. Alcuni uomini salutarono i compagni appena giunti. Mylo si accorse che vi erano altri Arenty tra i Testimoni. Non era difficile riconoscerli. Avevano la tipica espressione assente, lo sguardo vacuo perso in strani pensieri. Si muovevano più lentamente degli Arcon, ma sembravano nello stesso tempo molto più all’erta. Il loro comportamento poteva apparire ottuso, ma in realtà era semplicemente distaccato. Non a caso alcuni li chiamavano i senza cuore.
La colonna si fermò a un cinquantina di passi dalla tenda di Tawares. Vi erano quattro guardie ferme davanti all’entrata. Una di queste si avvicinò al capitano Terion che nel frattempo era smontato da cavallo. I due si scambiarono qualche parola che Mylo non riuscì a sentire, dopo di che si avviarono entrambi verso la tenda. Il maestro sedeva sul cavallo accanto a lui, e guardava il cielo cercando di prevedere, come era suo solito fare, l’imminente paesaggio notturno.
Dopo poco il capitano uscì fuori e si diresse direttamente verso i due prigionieri. Sembrava leggermente turbato, come se la conversazione con il Primo Ministro non lo avesse soddisfatto. Si rivolse alle due guardie che tenevano legati i cavalli.
«Portateli nelle nostre tende. Il Primo Ministro non ha tempo stasera per esaminare questa faccenda. Lo farà domani mattina. Nel frattempo, non perdeteli d’occhio. Non vorrei che combinassero qualche scherzo. La responsabilità è nostra, intesi?»
«Si capitano» risposero all’unisono i due Arenty.
«Rompete le righe. Tornate al nostro accampamento e innalzate le altre tende» ordinò poi ai suoi uomini.
La guarnigione si diresse verso l’esterno del campo, nei pressi dei recinti per i cavalli. Laggiù vi erano tre grandi tende scure che dovevano rappresentare l’accampamento stabile della guarnigione. Mylo e Rivier vennero accompagnati in uno di queste tre alloggi, sempre sotto la scorta dei due cavalieri Arenty. Gli altri uomini prepararono diligentemente l’accampamento come aveva ordinato il capitano.
«Un’altra notte di attesa. Avrei voluto che ci dicessero subito quello che ci aspetta» confessò Mylo al maestro, una volta che si furono sistemati entrambi sui loro nuovi giacigli.
«La notte porta sempre consiglio, ragazzo. Meglio così, credimi» rispose Rivier sempre sorridendo.
Più tardi venne data loro una generosa razione di cibo, della carne sugosa accompagnata da del riso, e un paio di boccali di birra. Gli Arenty mangiarono insieme a loro nella tenda ma non dissero una parola. Non era tardi ma non c’era ragione per rimanere svegli, così dopo cena i due se ne andarono a dormire. Mylo era meno preoccupato della sera precedente, ma non riuscì a non pensare che quella poteva davvero essere la sua ultima notte. Lo stregone già stava russando quando quella paura gli entrò in testa. Maledisse l’irritante atteggiamento del mago e quasi per capriccio scacciò dalla mente i cattivi pensieri. Poco dopo si addormentò.
Fece sogni inafferrabili. Quando si svegliò il mattino dopo provò a riordinarli ma non ci riuscì. Sapeva di aver sognato a lungo e profondamente, ma non era capace di ricordare neanche una piccola parte di quelle visioni notturne.
Accanto a lui il maestro continuava beatamente a dormire, mentre le due guardie erano sempre lì, nella medesima posizione in cui le aveva viste prima di addormentarsi. Un piccolo brivido gli solleticò la schiena. “Strana gente i senza cuore” pensò, e si voltò dall’altra parte. Avrebbe aspettato il risveglio dello stregone. Non aveva nessuna intenzione di muoversi da solo, e non sapeva neanche se i cavalieri glielo avessero permesso.
Senza volerlo si riaddormentò, e questa volta i sogni vennero da lui imprimendosi nella sua mente. Sognò il volto di una ragazza e quello si un uomo dagli occhi di ghiaccio. Luci ed ombre che scuotevano il cielo e una battaglia magica che impegnava il maestro fino allo stremo delle sue forze. Vide un fulmine esplodere nel petto di Rivier ed il sorriso del vecchio che si spengeva, mentre il sole si oscurava come nella famosa profezia. Infine vide la montagna sacra, ergersi in tutta la sua grandezza.
«Ragazzo! Sveglia ragazzo!» la voce del maestro lo riportò indietro. Respirò a fondo chiedendosi se non era rimasto in apnea per tutta la durata di quello strano sogno. Sentire nuovamente l’aria nei polmoni gli fece riacquistare lucidità.
«Maestro!» chiamò. Poi guardò le guardie. Pareva che non avessero fatto caso al titolo con cui aveva chiamato lo stregone.
«Sembrava che stessi per annegare!»
«Solamente un brutto sogno, tutti qui.» Ma gli occhi del ragazzo dicevano tutt’altro. Rivier gli rispose con un cenno, intuendo quello che il ragazzo gli aveva comunicato con uno sguardo.
Uscirono dalla tenda con le due guardie sempre dappresso, e si avviarono verso il fuoco che ardeva allegramente in mezzo all’accampamento della guarnigione. Il cielo era rosso e arancio, e il sole era una palla di fuoco ferma all’orizzonte. La temperatura era pungente, l’aria umida profumata di erba fresca. Sui rilievi dietro l’accampamento si intravedevano grosse nubi plumbee che con tutta probabilità sarebbero rimaste lì per tutto il giorno. Il paesaggio era stato creato, da Seidon o da chi per lui. Poco importava chi ne fosse l’artefice. Questo era Limbo.
Si sedettero vicino al fuoco e venne loro offerta una generosa porzione di avena e latte. Vi erano altri cinque cavalieri vicino, gente dal volto sereno che parlava del paesaggio, dei cambiamenti, delle comunità che avevano incontrato. Prima di mangiare la loro colazione ringraziarono Seidon. Mylo non riusciva a pensare niente di male di quelle semplici persone, a parte forse per la spada di bronzo che portavano al fianco.
Da una tenda uscì il capitano Terion e si avviò verso di loro. Aveva l’aria di uno che aveva dormito male, perseguitato da sogni bizzarri come quello che Mylo aveva appena fatto.
«Oggi è il vostro giorno» esordì il capitano schernendoli.
«Sembra proprio così» rispose masticando lo stregone. Rivier girò lo sguardo verso il capitano e sfoderò uno dei suoi sorrisi. Terion evitò il suo sguardo e passò oltre.
In quel mentre Mylo si accorse che un piccolo drappello di cavalieri provenienti dal centro del grande accampamento si stava avvicinando. Un uomo precedeva il gruppo con uno stendardo rosso. I cavalieri radunati attorno al fuoco si alzarono in piedi e lui e lo stregone li imitarono. Il capitano Terion era davanti a loro e accennò un saluto. .
Il gruppetto si fermò a una ventina di passi dal fuoco. Solo un uomo continuò a camminare verso di loro. Era anziano e vestiva il rosso dei Testimoni ma anche il bianco che ne definiva il titolo. Una spessa catena d’argento gli pendeva dal collo e portava una spada di bronzo finemente lavorata, diversa da quella degli altri cavalieri. Per Mylo non fu difficile capire che si trattava del Primo Ministro Tawares.
«Capitano Terion» chiamò avvicinandosi al capo della guarnigione.
«Mio signore. Benvenuto nel nostro campo. Ecco qui i prigionieri accusati di stregoneria che…»
«Liberate subito questi due uomini» ordinò il ministro interrompendo bruscamente le parole del capitano.
Terion strabuzzò gli occhi. Annaspando cercò di rispondere.
«Ma mio signore, non capisco…»
«Hai capito bene Capitano!» lo interruppe nuovamente. Poi il Primo Ministro si mosse in direzione di Rivier. Un sorriso gli affiorò sul volto mentre tendeva le braccia verso lo stregone.
Rivier gli si avvicinò tendendo a sua volta le braccia. I due si incontrarono abbracciandosi in mezzo all’accampamento. I cavalieri erano meravigliati, il capitano Terion osservava incredulo la scena, ma il più sbalordito di tutti era sicuramente il giovane Mylo.
«Mio vecchio amico. Benvenuto!» disse Tawares.

Continua venerdí prossimo.

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Published in: on ottobre 2, 2009 at 9:17 am  Comments (2)  
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CAPITOLO 3: Mylo e Rivier – Lupo Solitario – I Testimoni di Seidon

Il fuoco ardeva a pochi metri dal lago. Il lago era il cratere di un vulcano spento. Le brezze montane ne increspavano la superficie.
Quello era il luogo ideale per giocare con gli elementi, per provare nuove formule, sondare i limiti del proprio potere e riversarlo nel paesaggio circostante. C’era acqua, fuoco, vento e terra. C’era il silenzio, interrotto a volte da un tuono lontano, oppure dall’urlo di un falco. C’erano i boschi di faggi e querce che circondavano il cratere, e gli animali che si nascondevano per timore del crepitio. Era il crepitio della magia, come se l’aria attorno al mago cominciasse a sfrigolare, perdendo consistenza. Gli animali non lo sopportavano, e ne fuggivano con la coda tra le gambe.
Mylo provò a concentrarsi di nuovo sulle fiamme danzanti che aveva dinanzi. Sentiva il calore sulla sua faccia ed il vento che gli accarezzava i capelli tagliati corti. Era un giovane robusto, dal volto pallido e la bocca rossa come petali di rosa. Aveva il portamento tipico dei Lupi Cacciatori; nobile e fiero.
Il suo maestro gli aveva suggerito di prendere prima possesso del vento e poi di concentrarsi sul fuoco. Questo era l’unico modo per portare a termine quel complicato incantesimo. Ma Mylo era testardo e voleva provare qualcosa di diverso. Voleva fondere i due elementi, incanalarli assieme ed evocare così un globo di pura energia, vincolato al suo volere.
Entrò nei due elementi e ne piegò le volontà. Per un attimo una sfera di fuoco si librò sopra la sua mano tesa, e un sorriso apparve come una taglio nella faccia del ragazzo. Ma la sfera crebbe d’intensità, e lui ne perse il controllo. Sarebbe esplosa causandogli ustioni mortali se nel frattempo l’acqua del lago non avesse preso vita, riversandosi sulla riva e spegnendo così il fuoco e la sfera di energia. Il giovane mago si ritrovò completamente bagnato, mentre un’esplosione di rabbia gli montava dentro.
«Ce l’avevo sotto controllo!» esclamò.
Girò lo sguardo verso la figura che stava alle sue spalle. Era un uomo minuto, dalle ampie vesti bianche ed il volto amichevole. I suoi occhi nascondevano un sorriso senza tempo. Si chiamava Rivier.
«No Mylo! Ce l’avevi quasi sotto controllo. È  diverso…»
«Guarda cosa hai fatto ai miei vestiti…» continuò ad imprecare il ragazzo.
Rivier compose due simboli nell’aria con la mano destra ed un vento caldo proveniente dal lago incominciò a soffiare verso riva. In pochi istanti le vesti dell’apprendista mago erano asciutte.
«Mi piace il tuo spirito ribelle, ma un giorno potrebbe non esserci qualcuno a salvarti la pelle. Il controllo è importante.» Lo stregone si avvicinò al ragazzo.
«Ma come posso controllare gli elementi se non ne conosco il senso?»
Il ragazzo si riferiva ai Misteri. Rivier li conosceva, forse meglio di chiunque altro, ma non ne aveva mai voluto parlare. Ogni volta che l’argomento si presentava lo stregone lo liquidava con la scusa del “non sei ancora pronto”. Mylo detestava quella frase.
«Ragazzo, il senso al quale ti riferisci non avrebbe alcun senso per te, credimi. E ti assicuro che non ti aiuterebbe a piegare alla tua volontà gli elementi.»
«Facile per te che conosci tutti i trucchi…»
«La tua è solo curiosità. Ed è questa curiosità che ti impedisce di eseguire l’incantesimo. Smetti di pensare ai Misteri e controlla gli elementi. Riprova!»
Mylo folgorò il maestro con uno sguardo, ma si rimise in posizione per effettuare la magia. Prima evocò il fuoco che incominciò a bruciare i resti ormai asciutti del precedente falò. Poi si concentrò sul vento. Il crepitio del sortilegio che stava per compiersi fece urlare una bestia nel bosco vicino.
Questa volta, prima di pensare al fuoco, aveva soggiogato al suo volere il vento. Lo direzionò come voleva e poi ordinò alle fiamme di unirsi a lui. Dal fuoco fuoriuscì una lingua gialla che andò a colpire una grossa pietra ricoperta di muschio a una decina di passi di distanza. La pietra si annerì e incominciò a fumare.
«Bravo!» esclamò entusiasta lo stregone.
Mylo sbuffò e gli voltò le spalle.
«Niente di speciale» commentò. E si avviò lungo la riva, respirando regolarmente per riacquistare il controllo. Era una normale procedura dei maghi dopo che avevano usato i loro poteri. Ogni volta che veniva usata la magia, il mago perdeva contatto con il mondo elevandosi verso altre dimensioni. La respirazione lo aiutava a riprendere possesso del proprio spirito e a riportarlo in Limbo.
Questo gli aveva insegnato Rivier. Ma non era tutto, lo sapeva. Maledisse per l’ennesima volta i Misteri. Quale era la ragione per cui il maestro si dimostrava così reticente a parlare dei segreti di Limbo? In fondo cosa potevano essere mai. Che la mitologia Arcon fosse una grossa frottola lo aveva intuito da solo molte stagioni prima.  Qualsiasi altra storia non avrebbe fatto certo differenza per lui. Probabilmente non ci avrebbe nemmeno creduto. Però lo intrigava, e soprattutto lo infastidiva tutta quella segretezza.
Ricordò l’incontro con Rivier, molte stagioni prima. I Lupi Cacciatori l’avevano allontanato dalla comunità a causa della sua debolezza. Trovava assurdo che una banale fobia, quella per i serpenti, decidesse le sorti di un uomo. I Lupi erano dei bastardi. Grandi combattenti ed abili cacciatori, ma stavano perdendo la loro parte umana. Presto sarebbero diventati come i loro stupidi amici a quattro zampe.
A lui importava poco. Aveva perduto i genitori quando era ancora un bambino, e la comunità non era mai diventata una seconda famiglia. Una parte di se era quasi contenta di essere stato allontanato.
Non aveva problemi ad ammettere che se non fosse stato per Rivier sarebbe morto quel giorno. Non era colpa sua. Quel maledetto serpente era uscito fuori da dietro una roccia senza nessun motivo. Lui non poteva fare altro che rimanere immobile, conscio del pericolo ma completamente paralizzato da quella paura inesplicabile, talmente profonda e radicata dentro la sua natura da non poter essere minimamente controllata. Aspettava il morso, la morte, il lieto finale di quel momento di terrore.
Il serpente era una Lingua di Kyos, piccolo e giallo, più velenoso di un cobra e cinicamente perverso. Poteva rimanere a fissarti per tutto il giorno prima di morderti, come se stesse assaporando il profumo della tua paura e ne gioisse. Non a caso aveva preso il nome dal fratello di Seidon, lo squartatore del mondo.
Mentre contava gli attimi che gli rimanevano da vivere, in piedi a un passo da quel velenoso rettile, una folgore esplose alle sue spalle ed una scia di intensa luce azzurra si riversò sulla roccia dove si trovava il serpente. Si voltò di scatto e vide quel piccolo uomo vestito di bianco. Un mago.
Non aveva mai capito il motivo per il quale Rivier lo avesse voluto iniziare alle arti divinatorie. Lui era un cacciatore, non uno studioso. L’opportunità era ghiotta e Mylo non era il tipo che si tirava indietro davanti alle sfide. Ma non gli ci volle molto prima di rendersi conto che il cammino del mago era tutt’altro che facile. E poi c’erano sempre quei dannati Misteri che lo tormentavano.

limbo cap3 p

«Muoviamoci ragazzo! Sta iniziando il settimo margine e presto il cielo si oscurerà.»
Mylo aveva ripreso a respirare normalmente. Il potere era fluito attraverso e fuori da lui insieme a una parte del suo spirito, e adesso quella parte aveva fatto ritorno. Tornò indietro verso il fuoco che continua a consumarsi sulla riva sabbiosa del lago. L’uomo dalle vesti bianche guardava il cielo prevedendo la notte prossima a calare.
«Sarà una notte tranquilla, maestro» predisse Mylo.
«Si, forse. Per oggi basta così. Torniamo all’accampamento.»
Si allontanarono dallo specchio d’acqua che era il cratere spento di un vulcano ed entrarono nel bosco, scendendo verso valle attraverso uno stretto sentiero. Laggiù avrebbero trovato i due cavalli e la loro tenda ad aspettarli.
Mylo sentiva nella gambe la stanchezza della giornata di addestramento. Faceva fatica a star dietro allo stregone che, nonostante l’apparente età, peraltro indefinibile, e le ampie vesti che sembravano ingombranti ed inadatte a camminare nei boschi, procedeva spedito attraverso rovi e passaggi scoscesi. Lo vide fermarsi ad un tratto più sotto, nel punto in cui il sentiero usciva dall’intricata vegetazione consentendo un’ampia visuale della valle. Gli si avvicinò guardando verso la radura dove si trovava il loro accampamento.
«Chi sono?» esclamò.
La radura era occupata da una guarnigione di cavalieri, almeno quindici. Non si riusciva a distinguerne l’appartenenza da quella distanza. Si muovevano attorno alla tenda e stavano probabilmente aspettando il loro ritorno.
«Testimoni di Seidon» rispose lo stregone con voce tranquilla.
«Maledetti loro. Cosa vogliono?»
«Avranno visto sicuramente i lampi e udito il crepitio. Sono alla caccia di eretici, e noi siamo le loro prossime prede.»
Rivier appoggiò una mano sulla spalla del ragazzo e con un sorriso beffardo proseguì.
«Ragazzo, la vita del mago non è delle più facili. Il mondo è pieno di gente invidiosa e testarda. Tienilo sempre bene in mente.»
Mylo face una smorfia.
«Che facciamo adesso?»
«Beh, non possiamo abbandonare la nostra roba. Andiamo a sentire cosa hanno da dirci questi signorotti. Magari ci offrono un’occasione per esercitarci…»
Gli occhi di Rivier luccicavano maliziosamente, ma Mylo sapeva che lo stregone non sarebbe mai arrivato ad uccidere qualcuno senza un buon motivo. Non nascose inoltre il suo stupore per il fatto che il maestro potesse fronteggiare senza timore quindici cavalieri di Seidon.
«La fai sembrare una passeggiata ma si tratta di una bella guarnigione, armata fino ai denti da quanto posso vedere. E noi siamo solo due…»
«Si ragazzo, il conto è giusto.» E continuando a sorridere proseguì per il sentiero che tornava a infilarsi nella vegetazione. Mylo gli corse dietro, mentre uno strano brivido di eccitazione gli percorse tutto il corpo. Dopotutto era sempre un Lupo.
Giunti nei pressi della radura, Rivier smorzò con un semplice incantesimo il rumore del loro movimento. Quando i due fecero la loro apparizione davanti alla guarnigione sparpagliata attorno alla tenda, un paio di cavalieri ebbero un sussulto. Immediatamente due arcieri li presero di mira, e qualcuno intimò loro di fermarsi. La voce proveniva da dentro la tenda.
Rivier e Mylo si fermarono uno accanto all’altro, guardando nella direzione da dove giungeva quella voce. Dalla tenda uscì un uomo molto alto e quasi totalmente calvo. Indossava le tipiche vesti rosse che distinguevano i Testimoni di Seidon e portava una lucente spada di bronzo, anche questa simbolo della confraternita.
I Testimoni di Seidon erano una comunità errante che aveva come scopo principale quello di portare la verità di Seidon e screditare le ridicole congetture attorno ai Misteri. Durante l’ultimo ciclo, il dodicesimo dalla creazione di Limbo secondo il calendario Arcon, in molti avevano incominciato a parlare dei Misteri, senza neanche sapere che cosa fossero. Ma lo spargersi di queste voci fecero muovere con maggiore zelo i Testimoni. Adesso la comunità contava diversi distaccamenti, e i controlli erano raddoppiati. La magia era da sempre legata ai Misteri, perciò ogni mago era considerato un eretico agli occhi dei Testimoni. Spesso gli eretici venivano condannati a morte, ma veniva anche praticata la tortura per giungere alla loro conversione.
Mylo non credeva alla mitologia Arcon, ne tanto meno a Seidon il misericordioso, come lo chiamavano i Testimoni, ma di sicuro non potevano entrargli in testa e scoprire quello che stava pensando. In fondo non era difficile convincere la confraternita della propria fedeltà. Ma se avevano sentito il crepitio, le cose potevano davvero complicarsi. Si preparò al peggio, ma si rese conto che le carte le avrebbe giocate tutte il suo maestro. Era molto curioso di vedere come sarebbe andata a finire.
L’uomo calvo, presumibilmente il capitano della guarnigione,  si fermò a pochi passi da loro e iniziò la sua predica. Rivier lo osservava con occhi divertiti.
«Due erranti solitari che amano strane letture e fanno lunghe passeggiate presso vulcani spenti. Soggetti curiosi, per non dire bizzarri.»
L’uomo teneva in mano uno dei libri di Rivier, un antico volume scritto dallo stesso stregone in una lingua sconosciuta. Era il Bit, la lingua dei maghi.
Il cavaliere calvo attese qualche istante prima di continuare, come se aspettasse le sue prede al varco. Rivier rimase immobile, il volto sereno e gli occhi miti. Sembrava guardasse oltre il Testimone, oltre la tenda e oltre la radura, come perduto in un qualche misterioso pensiero. Il cavaliere tornò a parlare.
«Alcuni miei compagni mi hanno riferito di aver udito uno strano rumore provenire da lassù» ed indicò la sommità del vulcano. «Una sorta di sfrigolio, un suono estremamente fastidioso, di quelli che si dice appartengano alle blasfeme pratiche delle streghe e dei fattucchieri. Avete una qualche idea di cosa possa aver causato quel rumore?»
Il volto dell’uomo si contorse in un ghigno mentre attendeva la replica dei due astanti. Nel frattempo la sua mano si era posata sull’elsa della spada che portava al fianco.
Rivier rispose con voce tranquilla. Non ebbe nessuna esitazione nel pronunciare quella curiosa menzogna.
«Abbiamo visto una volpe e un fagiano che si azzuffavano come se fossero impazziti. Forse era quello il rumore che i vostri uomini hanno sentito. La volpe ha avuto la meglio, ovviamente. C’era anche un gufo che assisteva alla scena. Davvero stupefacente.»
Per poco Mylo non esplose in una sonora risata. Fece fatica a trattenersi, e dovette voltarsi da una parte per evitare che il Testimone non si accorgesse della sua smorfia. Quando tornò a guardare verso il cavaliere calvo, vide che nei suoi occhi bruciava una fiamma di rabbia. Aveva intuito lo scherno, e sembrava che stesse sul punto di gettarsi addosso al maestro con la spada in pugno. Poi invece riuscì a riprendere il controllo di se. Intanto il volto di Rivier rimaneva placido ed immobile.
«Si, stupefacente! Eppure qualcosa mi dice che quel rumore era causato dalla magia, e che voi due c’entrate qualcosa. Dovremo fare degli accertamenti, ovviamente, perciò dovrete seguirci all’accampamento centrale. Se è vero che siete dei maghi, vi consiglio di collaborare e di smettere subito di raccontare fandonie. La voce di Seidon può ancora aprirvi il cuore ed accogliervi nel suo amorevole abbraccio.»
Rivier rispose con voce ancora più calma, lo sguardo perso in qualche dimensione lontana.
«Si, davvero una bella azzuffata…»
Il Testimone fece finta di non aver sentito e ordinò ai suoi uomini di preparare il campo per la notte. Sarebbero partiti il giorno dopo ormai, dato che il settimo margine era quasi terminato e che il buio li avrebbe sorpresi da un momento all’altro.
Due uomini si avvicinarono al ragazzo e allo stregone dietro l’ordine del capitano della guarnigione. Erano sotto la loro stretta sorveglianza adesso. Intimarono loro di non provare a ribellarsi o a fuggire, e soprattutto di non utilizzare alcuna pratica magica, pena l’assaggio della sacra spada di bronzo, immagine della lama di Seidon che salvò il mondo dalla catastrofe, nei tempi remoti della creazione.
Mentre li conducevano nella loro tenda, Mylo cercò di capire le intenzioni del maestro.
«Che facciamo?» sussurrò.
«Osserviamo, ragazzo. È il modo migliore per imparare.»
Ma la calma di Rivier non bastava a tranquillizzare il ragazzo. Ora che quelle due guardie li seguivano a due passi di distanza con le spade in pugno, si accorse che quel gioco incominciava ad innervosirlo. Molte domande gli affiorarono in testa. Quali erano davvero le loro possibilità? Era sicurezza o abbandono la calma mostrata dal maestro? E se durante la notte avessero tagliato la gola ad entrambi? Non voleva sentirsi intimorito, ma la situazione non gli piaceva affatto. Invidiava il maestro che se stava placido ad osservare gli eventi. A lui invece incominciavano a prudere le mani.
Si distesero sui loro giacigli ascoltando gli uomini che all’esterno si adoperavano a innalzare le tende e preparare il fuoco per la notte. Le due guardie sedevano a poca distanza da loro e parlavano sottovoce.
«Almeno stasera non dovremo cucinare» esordì Rivier ridacchiando.
Mylo gli rispose con un sorriso forzato. Si chiese per l’ennesima volta come facesse il suo maestro a divertirsi in una situazione simile, ma rinunciò subito a trovare una risposta. Avrebbe atteso ed osservato gli eventi. D’altronde non c’era niente altro da fare.

Più tardi venne portata loro la cena, due ciotole di stufato e due boccali di birra che Mylo annusò attentamente per paura che fosse avvelenata. Rivier invece la buttò giù tutta d’un fiato e ne chiese gentilmente un altro boccale. Poi ci fu il cambio di guardia e i due si prepararono per andare a dormire.
Lo stregone si abbandonò subito ad un sonno profondo, non privo del suo solito russare. Il ragazzo invece rimase sveglio per molto tempo, osservando le ombre dei cavalieri che sfilavano davanti al fuoco del campo e ascoltando lo sferragliare delle loro spade di bronzo. Teneva le orecchie tese nel timore che qualcuno si avvicinasse furtivamente per ucciderli nel sonno. Due eretici, due maghi infedeli che credevano ai Misteri. Maledetti segreti. E forse sarebbe morto proprio per colpa di loro, e senza nemmeno conoscerne il significato.
I pensieri vorticavano nella sua testa, una giga convulsa e rabbiosa, un susseguirsi di domande senza risposte, di ragioni senza logica, di cadute senza appigli. “Il senso al quale ti riferisci non avrebbe alcun senso per te”. Che cosa voleva dire? Ripeté quella frase nella sua testa, e la immaginò come un ramo proteso verso di lui, ma irraggiungibile. Provò al allungare il braccio, a distendere il corpo e cercare di afferrare il rosso frutto attaccato a quel ramo, ma le sue dita non riuscivano neanche a sfiorarlo.
Finalmente la stanchezza della giornata prese possesso di quei pensieri e li richiuse in una stanza vuota della sua mente, guidandolo poi verso un sonno profondo e privo di sogni.

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Published in: on settembre 18, 2009 at 7:14 am  Comments (2)  
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CAPITOLO 2: Sogni ricorrenti – Un canto per il padre

CAPITOLO 2
Sogni ricorrenti – Un canto per il padre

Era sorto un giorno di sole attorno alla tenda. Il giallo rimaneva sulla superficie del deserto, nella sabbia che si perdeva in dune e dossi all’orizzonte. Ma il cielo era limpido e il sole brillava di una luce fresca. Si riuscivano anche a vedere le Montagne della Notte, guardando nella direzione dalla quale il giorno prima Jade e Misar erano sopraggiunti.
La ragazza pensò che fosse una giornata inadatta ad un funerale. Troppo luminosa, troppo allegra. Era uscita presto quella mattina, poco dopo che Misar si era svegliato ed aveva trovato il corpo del suo vecchio amico già freddo. L’anziano era rimasto accanto a suo padre per un po’ di tempo, sussurrando delle parole che potevano appartenere a una canzone o a una preghiera, o forse ad entrambe le cose. I Canti di Limbo, la voce di Seidon che aleggiava nelle valli e sugli altopiani, melodie misteriose che la gente percepiva quando un evento era prossimo o appena trascorso. Questi canti si trasformavano in preghiere che la gente usava per ringraziare Seidon ed omaggiarlo.
Ma la mitologia Arcon non l’aveva mai convinta del tutto. Le vennero cosi in mente i Misteri, e si mise a ridere. Sciocchezze, pensò, e continuò verso il boschetto che si trovava oltre le prime dune nei pressi della tenda. Laggiù pascolavano i due muli che trasportavano la tenda e l’equipaggiamento di Misar e di suo padre. Adesso erano suoi, come tutto il resto, compreso il maledetto medaglione.
Yumo camminava a pochi passi da lei. Ora che l’oggetto le apparteneva, dubitava che il gigante la lasciasse da sola anche nei momenti più intimi. Se si fosse trattato di un altro Arcon la cosa l’avrebbe infastidita enormemente, ma si era subito accorta che la presenza dell’Arenty la lasciava completamente indifferente. Poteva considerarlo alla stessa stregua di un gatto o di un cavallo.
Trovò gli animali nel punto in cui le aveva detto Misar. Si assicurò che avessero abbastanza acqua e li fece camminare un piccolo tratto attraverso il boschetto. Poi tornò indietro e li legò nuovamente all’albero, assicurandosi che l’avena fosse alla loro portata.
Quel piccolo impegno la distrasse per un po’ dai pensieri che le vorticavano in testa. Quando tornò alla tenda era contenta che Misar avesse preparato qualcosa da mangiare. Si sentiva sul punto di svenire dalla fame.
Si sedettero all’ombra di un ampio telo che li riparava, oltre che dal sole, anche da un leggero vento che trasportava la fastidiosa sabbia del deserto. Jade si accorse che i suoi vestiti erano pregni di quella sabbia, così come i suoi capelli. Avrebbe voluto farsi un bagno, ma chissà quando se lo sarebbe potuto permettere.
Yumo non sedeva con loro. Era sopra una duna a una ventina di passi dalla tenda. Da quel punto leggermente rialzato riusciva ad avere un ampia visuale del paesaggio circostante. Lo spadone era sempre al suo fianco.
«Come è andata ieri notte?» domandò Misar mentre apriva delle noci e ne lasciava cadere i gherigli in una piccola ciotola davanti a lei. La ragazza mangiava di gusto sia le noci che il formaggio nel suo piatto.
«Che vuoi dire?»
«Eri con lui vero, quando è successo?»
«Come fai a saperlo? Non stavi dormendo?»
«Si dormivo… ma sognavo anche.»
Le tornò in mente il suo di sogno, ed ebbe un leggero brivido.
«Ti capita spesso di sognare eventi reali?»
«Sempre più spesso…» alzò lo sguardo verso di lei per un attimo, poi tornò a concentrarsi sulle noci. «Sono stato io a convincere tuo padre a venirti a cercare. Sapeva della malattia, ma credeva di poter andare avanti ancora fino alla prossima stagione. Poi arrivò quel sogno, e gli dissi che dovevamo partire subito.»
«Sognasti la sua morte?»
«Non proprio, ma attraverso quel sogno capì che il momento era più vicino di quanto ci aspettassimo. Sapevamo dove si trovavano gli Arcieri Rossi e ci incamminammo senza indugio verso la comunità. Per fare prima attraversammo il deserto, ma tuo padre non riusciva più ad andare avanti. Dodici giorni fa ci accampammo in questo posto. Potevamo piazzare la tenda dentro il boschetto vicino, ma tuo padre preferì farlo qui. Il deserto gli piaceva, e poi Yumo avrebbe avuto un ampia visuale, nel caso fosse arrivato qualcuno. Io continuai il viaggio da solo.»
Jade perse d´un tratto l´appetito. La tristezza le calò addosso come un drappo, apparentemente senza motivo. Rimase in silenzio per un po’, poi disse:
«Perché non è mai venuto trovarci? Non avrebbe certo messo in pericolo l’oggetto se passava ogni tanto dalla comunità, non è vero? Perché?»
Era una domanda che si era posta fin da quando era piccola. Una volta aveva visto un Keeper di un’altra comunità che trascorreva ogni primo giorno di stagione insieme alla famiglia. Poi ripartiva insieme al suo protettore e se ne stava sulle montagne, lontano dai suoi per tutta la durata della stagione, novantadue giorni. Col tempo si era convinta che l’oggetto di famiglia non era l’unica ragione per la quale suo padre se ne stava lontano da loro. Il vero motivo era che non gliene importava niente di sua madre e di lei.
Strinse le labbra mentre attendeva una risposta dal vecchio che le sedeva. Misar la guardò con occhi tristi.
«Capisco quello che provi ragazza, ma non è come tu pensi. Tuo padre vi amava molto, e proprio per questo se ne stava lontano. Vedi, gli artefatti di Seidon non sono tutti uguali. Alcuni custodiscono un potere maggiore di altri, e per questo devono essere protetti con più attenzione. Quel medaglione è molto potente Jade. Molto più potente di qualsiasi altro oggetto di cui abbia mai sentito parlare.»
Lei guardò il medaglione appoggiato sul suo petto. Lo smeraldo era privo di riflesso, come se l’oggetto stesse dormendo. Seguì con lo sguardo le linee argentee in rilievo attorno alla pietra, un disegno privo di significato.
«Perché dovrebbe essere diverso? Secondo la mitologia è comunque inutile da solo. Se il tempo dell’Emersione arrivasse, ogni oggetto di famiglia dovrà essere consegnato al guardiano della montagna sacra per far si che le antiche città ritornino. Ogni Keeper ed ogni oggetto sono determinanti per l’avvento della profezia. Non ne esistono di più o di meno importanti…»
Misar alzò la testa e si guardò attorno, come se cercasse le parole nella sabbia.
«Conosci bene la mitologia Arcon. Mi domando però, ci credi davvero?»
Jade fu sorpresa da quella domanda. Ma d’altra parte, quale altro Keeper non lo sarebbe stato.
«Che vuoi dire se ci credo. È la storia, no? Gli oggetti di famiglia vennero consegnati da Seidon agli Arcon subito dopo i due strappi del mondo. Le città si erano inabissate e gli uomini non potevano più avere una fissa dimora. Gli Arcon, figli degli Elenty, furono condannati a una vita nomade attraverso Limbo, almeno fino al giorno dell’Emersione.»
«Questa è la storia che tutti gli Arcon sanno, ragazza. Ma esistono altre storie…»
«Non mi vorrai dire che credi ai Misteri?»
Lui la guardò alzando le sopracciglia. Aveva un’espressione buffa negli occhi.
«Non posso credere ai Misteri perché non li conosco. Ma so della loro esistenza e non credo nella profezia. Anche tuo padre faceva strani sogni, e la ragione di quei sogni era quel medaglione.»
Lei sentì un brivido lungo la schiena. Ripensò a quel volto che aveva visto la notte prima e nel momento in cui era entrata nella tenda.
«A volte incontravamo altri Keeper nel nostro pellegrinare, ma nessuno di loro aveva mai avuto i sogni che tormentavano tuo padre. Vedeva un uomo dal volto scarno, un ghigno spaventoso che lo braccava, due occhi come pozzi di follia. Tuo padre era convinto che ci stesse dando la caccia. Per questo non stavamo mai fermi.
«Una notte due strane creature ci attaccarono. Non ne avevo mai viste di quel tipo. Lupi dalla testa di serpente, fatti di pietra. La spada di Yumo si scalfì più volte prima che il gigante avesse la meglio sulle belve. Da allora non ci siamo mai fermati più di una notte nello stesso posto. Ma poi i sogni sono diventati più frequenti.»

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Jade ascoltava distante. La paura si era insediata in ogni diramazione nervosa del suo corpo.
«L’ho sognato anch’io. Ieri notte.»
Misar fissò il medaglione, poi gli occhi della ragazza.
«Dobbiamo muoverci al più presto. Tuo padre e l’oggetto sono stati fermi troppo a lungo. Oggi è il giorno del suo funerale, ma domani dobbiamo andarcene. Yumo è nervoso, riesco a percepire l’umore del gigante.»
«Allora mi seguirai?»
«Se tu lo vorrai. Ho promesso a tuo padre di starti vicino, ma il destino di un Keeper è nelle mani del Keeper. Non posso costringerti a chiedermi di seguirti.»
«Te lo chiedo.»
«Allora è deciso. Partiamo domani.»
«Per dove?»
«Io e tuo padre avevamo parlato di una possibilità. Hai mai sentito parlare della Gilda di Nicon?»
Jade cercò di ricordarsi quel nome, tra i racconti che gli arcieri si scambiavano la sera davanti al fuoco.
«Gli eretici?»
«Si. Alcuni li chiamano così. Credono nei Misteri. Forse riusciremo a capire qualcosa di più sull’uomo dei sogni se conoscessimo il significato di questi strani segreti.»
«Si dice che sia gente pericolosa, soprattutto per un Keeper.»
«Si dicono tante cose, ragazza.»
Dopotutto dovevano seguire una qualche direzione, e su una cosa Misar aveva più che ragione; il medaglione era stato fermo troppo a lungo. Pensò alle belve e al sogno che aveva avuto. Non poteva ignorare i segnali di pericolo delle sue visioni.
«Va bene!» La decisione era presa.
Si alzarono in piedi e cominciarono i preparativi per il funerale. Ogni uomo lasciava le terre di Limbo sulle note di un canto, mentre un grande fuoco gli illuminava la strada verso le terre senza nome. Anche il padre di Jade avrebbe fatto lo stesso.
Raccolsero molta legna e la posizionarono sulla duna più alta. L’Arenty scavò una fossa ai piedi della catasta pronta per essere accesa, e ci depositò il corpo di quell’uomo che aveva seguito in lungo e in largo, attraverso i mutevoli paesaggi di Limbo. Jade non sapeva se il gigante fosse addolorato per la morte di suo padre. In fondo la sua esistenza era legata all’oggetto, non al custode, e si diceva che gli Arenty non avessero sentimenti. Eppure qualcosa le diceva che Yumo era triste.
Mentre manciate di sabbia ricoprivano il corpo in fondo alla fossa, Jade cercò di imprimersi nella mente il ricordo del volto del padre. Aveva avuto poco tempo per conoscerlo, e in qualche modo le era ancora un estraneo. Credeva però che col tempo avrebbe iniziato ad amarlo, idealizzandolo forse, o più probabilmente comprendendo il significato delle sue scelte. Scelte meschine o scelte obbligate? Toccò il medaglione sul petto come se si trovasse lì la risposta, nel freddo vetro della pietra oppure più sotto, dove batteva un cuore piangente.

Più tardi il paesaggio cambiò bruscamente. Si alzò un vento diverso, più freddo. La notte arrivò insieme a grasse nuvole cariche di pioggia, ma il vento non le faceva fermare abbastanza perché si svuotassero. Si udivano tuoni lontani e l’aria profumava di tempesta. Eppure neanche una goccia cadde quella notte, mentre il fuoco della pira funebre si alzava in lunghe lingue di fiamma,  illuminando il cammino dello spirito del vecchio Keeper.
Immobili davanti a quel rogo, Misar, Jade e Yumo richiamavano alla mente le memorie di Ethan, amico, padre e custode. Era un rituale antico che veniva rispettato in ogni comunità.
C’era bisogno di un canto per suggellare la cerimonia, così Jade mosse un passo in avanti verso il fuoco e iniziò ad intonare il “Canto della Rondine”, un’antica melodia che le sembrava fatta a posta per suo padre. Il crepitio della legna e il brontolio del tuono facevano da sottofondo.

Il tempo scivola sulla sabbia
Il Mare Infinito ci chiama
Verrà un giorno in cui la rondine
Da terre lontane oltre lo strappo
Volerà fino a qua
E ci parlerà di città
E di un mondo perduto
Quando il sole si spengerà
E la luna lo coprirà
Allora la rondine ritornerà
Insieme alle torri e alle città.

La melodia si ripeteva cambiando tonalità e Jade riusciva ad impostare la voce in maniera impeccabile. Aveva un bel timbro. Misar si accorse che la ragazza stava piangendo, ma la sua voce non subiva alterazioni. Si librava leggera dentro la notte come se davvero accompagnasse lo spirito del padre attraverso i misteriosi luoghi dei morti.
Il vento frastagliava le fiamme che divampavano sopra di loro, la sabbia formava piccoli mulinelli, come se stesse danzando al suono della voce di Jade, il tuono continuava il suo monotono brontolio. La cerimonia continuò fino alla fine dell’ottavo margine del giorno, il primo margine della notte, poi i tre tornarono alla tenda lasciandosi le braci alle spalle.
Li aspettava un viaggio lungo ed incerto. Limbo era il mondo in continuo cambiamento, dove le comunità nomadi non sostavano mai più di qualche giorno nello stesso luogo. Trovare la Gilda di Nicon poteva rivelarsi un compito estremamente difficile.
Prima che Jade si abbandonasse ad un sonno profondo e senza incubi, pensò al viaggio che l’aspettava e alla condanna del suo solitario pellegrinare. Percepì un vuoto intenso dentro di se, e si accorse che già le mancava suo padre.

Continua venerdì 18 settembre 2009

Scarica l’illustrazione  in alta risoluzione e il pdf del primo capitolo.

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Published in: on settembre 11, 2009 at 7:53 am  Comments (2)  
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