CAPITOLO 22 – L’Arcobaleno di Cristallo

Al mattino le tracce dei festeggiamenti erano evidenti. Mila sporse la testa fuori dalla tenda e scorse un uomo che riattizzava il fuoco e un paio di donne che raccattavano le stoviglie disseminate per l’accampamento. Nell’aria c’era un piacevole odore di cenere, e un silenzio sereno, appagato. La donna Elenty ripensò alla notte prima, al vino e ai baci del suo amato Druge, alle risate degli Arcon e agli occhi umidi del vecchio. C’era qualcosa in quell’uomo che la incuriosiva.
Druge dormiva ancora profondamente. Lei afferrò la sua tunica e scivolò fuori dalla tenda. Salutò con un cenno l’uomo intento a soffiare sulle vecchie braci, poi si avviò verso la boscaglia per svuotare la vescica. Tornando indietro decise di fare un giro per il campo. Trovò una bacinella di acqua pulita e si sciacquò il viso. La sensazione dell’acqua fredda sulla pelle le fece venire un brivido. Cercò qualcosa per asciugarsi e vide con sorpresa alcuni teli ripiegati su una panca accanto alla bacinella. Ne afferrò uno e alzò lo sguardo in direzione della tenda del vecchio. Era sveglio, a sedere su uno stoino con le gambe incrociate e la testa leggermente alzata verso il cielo, gli occhi chiusi. La sorpresa durò meno di un secondo. Mila si asciugò il viso e s’incamminò verso di lui. Gli uccelli del bosco, silenziosi fino a quel momento, si svegliarono e incominciarono a cinguettare.
«Buongiorno…» salutò il vecchio, rimanendo immobile e con le palpebre abbassate. Mila ricordò di essere un Elenty immortale e si impose di non farsi più sorprendere.
«Buongiorno, come sta?» chiese lei con genuino interesse.
«Bene, la mattina mi sento sempre molto bene. Il problema è che mi stanco troppo velocemente…»
«Capisco…»
«Avete dormito bene?»
«Benissimo, grazie. Temo che Druge non abbia seguito il suo consiglio sul vino. Sta ancora dormendo profondamente…»
«Meglio così. Il sonno è il miglior antidoto contro il vino insidioso» e detto ciò aprì gli occhi e sorrise. Di nuovo la donna Elenty non poté fare a meno di rimanere incantata dallo sguardo di quel vecchio. Aveva la profondità tipica di quello degli Elenty immortali, eppure vi era un dolcezza nuova, una specie di fuoco azzurro, rassicurante ma in qualche modo alieno.
«Oggi arriveremo a Mountoor…» disse lei, lasciando la frase a metà.
«Si, dovremo arrivarci in serata» confermò il vecchio. «Verrete insieme a noi?» chiese.
«Penso di si. Non credo che Druge abbia qualcosa in contrario.»
«Bene. Ci è molto grata la vostra compagnia.»
La donna cercò la frase giusta per affrontare insieme al vecchio alcune domande che la turbavano e che riguardavano direttamente lui, ma si sentiva in difficoltà. Non voleva inclinare gli equilibri di quella bella mattina di sole, il canto degli uccelli e la pace che si era adagiata sul suo cuore. Però non riusciva ad ignorare quel tarlo che le si era insinuato in testa. Ad un tratto, senza pensarci, disse semplicemente: «Chi sei?»
L’Arcon sorrise, un sorriso dolcissimo. «Perdonami se ti rispondo con un’altra domanda, ma secondo te chi dovrei essere?»
«Non lo so, per questo te lo chiedo.»
«Certo che lo sai. Sono il vecchio capo di questa comunità.»
La donna fece una smorfia, pensando che il vecchio si stesse prendendo gioco di lei. «C’è qualcosa di strano nei tuoi occhi. È come se tu fossi un Elenty, anzi, qualcosa di più. Non riesco a capire…» disse poi.
«Mia cara, non c’è niente da capire. Sono solo un Arcon che ha vissuto un po’ più a lungo dei normali Arcon. Tutto qui.»
«Anche Druge è un Arcon immortale, ma non ha il tuo stesso sguardo.»
«Io non so cosa tu riesca a vedere dentro i miei occhi. Non ho alcun segreto, a parte quello di vivere e di gioire della mia vita.»
«Ma…»
«Vedi, anche se sono solo un Arcon credo di aver capito una cosa; a volte si sforzano troppo gli occhi per riuscire a vedere cose che non esistono. Spesso addirittura la nostra mente ci fa degli scherzi e pensiamo di vedere quello che vogliamo vedere, anche se non c’è. Afferra la mia mano…»
La donna sentì uno strano senso di repulsione quando il vecchio le porse la sua mano piena di vene e di rughe. Vinse quella sensazione ed accettò l’invito.
«Adesso fai come me, chiudi gli occhi» disse lui.
Mila abbassò le palpebre, respirò profondamente e scacciò i cattivi pensieri dalla testa, insieme a tutti quei dubbi che la tormentavano; l’inganno di Limbo, il destino di Druge, lo scopo di Ryo e anche l’identità del vecchio. Vuota è la mia mente, pensò. Per un attimo si scoprì a desiderare di non guardare più.
«Va meglio?» domandò il vecchio.
«Si… meglio.» rispose Mila.
Più tardi tornò all’accampamento e trovò Druge sveglio e intento a prepararsi per il viaggio. Nel frattempo gli Arcon della comunità avevano incominciato a smontare le tende e a caricare sui carri le loro cose.
«Dove sei stata?» chiese il guerriero, reggendosi la testa con la mano.
«Dal vecchio…» rispose lei distrattamente.
«E allora?»
«Allora cosa?»
«Hai chiarito i tuoi dubbi?»
«Non ha più molta importanza, adesso…»
Druge la guardò di sbieco, si chiese se doveva preoccuparsi per quella misteriosa risposta ma concluse che la donna sembrava più rilassata del solito e lasciò perdere.
«Andiamo insieme a loro, va bene?» chiese lei.
«Certo. Mi sembra una buona idea» rispose lui, sorridendole. A metà del primo margine del giorno la carovana si mosse lentamente attraverso la valle. Aggirata la collina tutti la videro spuntare sopra gli alberi, celata per metà dalle nuvole. La montagna sacra.
Poi il cielo venne oscurato da una grande ombra. Silenziosa e magnificente, la biblioteca galleggiante passò sopra la processione di Arcon che si muoveva in una lunga e serpeggiante fila verso Mountoor. Mila alzò lo sguardo verso il cielo, meravigliata come tutti gli altri. In quel momento una delle tre torri di vetro che contenevano la storia del mondo andò in frantumi, e una pioggia di schegge sottili venne sollevata dal vento e portata oltre la foresta che circondava la biblioteca. Tutti potettero ammirare l’arcobaleno di mille colori che la pioggia di cristalli formò grazie a raggi del sole nascente, ma nessuno poteva sapere che tra quei riflessi era andata per sempre perduta la storia del vecchio mondo.

FINE DEL SECONDO LIBRO

Qui termina il secondo libro di Limbo. Nel Terzo ci si avvierà verso il finale di questa affascinante epopea cyberfantasy. Limbo tornerà a settembre.

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Published in: on luglio 1, 2010 at 7:39 pm  Lascia un commento  
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CAPITOLO 19: Verso la Montagna Sacra – Una Serata di Festa

L’eclisse ha annunciato il tempo dell’Emersione. Gli Arcon credono che consegnando al Guardiano di Mountoor, la montagna sacra, gli oggetti sacri di Seidon, il vecchio mondo tornerà e Limbo smetterà di essere una terra cangiante ed instabile. Gli Elenty, maghi immortali primordi, sanno che la verità è un’altra. L’Eclisse è la campana che segna la fine del lungo tempo di attesa dentro Limbo, un mondo virtuale costruito per conservare l’eredità dell’umanità perduta.

Solamente gli Elenty e le loro copie conservate negli oggetti sacri saranno in grado di lasciare Limbo. Gli Arcon, essendo entità digitali fittizie, non potranno in alcun modo uscire dal loro mondo.

Intanto l’ Elenty Mila e il suo compagno Druge, che ha appena scoperto di essere un Arcon, insieme alla copia di Druge creata dal framemaker Ryo, sono attaccati da uno spettro di Limbo. La creatura riesce a possedere un guerriero gemello, ma viene distrutta dalla spada di uno dei due Druge. Mila si ritrova insieme al suo compagno, ignara se colui che è sopravvissuto allo scontro sia a tutti gli effetti l’originale Druge oppure la sua copia. Ma soprattutto si chiede se tutto ciò sia davvero importante.

Immagine di Willoclick

CAPITOLO 19: Verso la Montagna Sacra – Una Serata di Festa

Uscirono dalla foresta di abeti nel momento in cui la luce del cielo cambiava repentinamente colore. Due lune apparvero all’orizzonte, grande e rossa la prima e poco più di una falce la seconda, bianca e striata di venature bluastre. La notte di Limbo nascondeva sempre qualche sorpresa. Le stelle avevano disegni complicati, privi di senso. A volte degli ampi agglomerati di luci e scie fumogene si stagliavano sul cielo nero, affascinanti rappresentazioni di galassie e nebulose lontane, appartenenti ad un altro mondo. Solo un oggetto rimaneva invariato e tornava puntualmente ogni notte; la cometa clessidra. Per undici cicli aveva attraversato la volta di Limbo. Forse questo dodicesimo passaggio sarebbe stato l’ultimo, pensò Mila abbassando lo sguardo.
Si accamparono su un basso promontorio erboso, sotto una grande quercia che spiccava solitaria sulla bassa vegetazione. Druge accese un fuoco con alcuni fuscelli trovati lungo il sentiero poi si assentò qualche minuto per trovare della legna più consistente. Tornò con alcuni rami secchi e un paio di grossi ciocchi di ulivo.
«Dovrebbero bastare per scaldare un po’ d’acqua…» disse il guerriero.
«Potevo accendere un fuoco magico» ribatté la maga, che nel frattempo si era seduta sotto l’albero con le spalle appoggiate al tronco.
«L’incantesimo della teca ti ha consumato. Devi riposare…» spiegò l’Arcon, soffiando sul fuoco per dare ossigeno alla fiamma. Mila rimase in silenzio. Pensò nuovamente a quello che era appena successo, allo spettro che si era impossessato di uno dei due gemelli e al successivo scontro al quale Druge era scampato. Non si domandava più quale dei due guerrieri fosse sopravvissuto, si chiedeva se fosse importante saperlo. Se quell’uomo che le stava davanti fosse stato Ryo, il framemaker che solo il giorno prima si era trasformato in Druge, che differenza poteva fare? I framemaker copiavano esattamente l’entità digitale, dal primo impulso del programma struttura fino all’ultima informazione mnemonica. Quell’uomo aveva il medesimo sguardo, lo stesso odore e sapore dell’uomo che amava. Poteva essere davvero lui o la sua copia, ma nessuno, neanche lei che lo conosceva da centinaia di stagioni, avrebbe potuto riconoscerlo.
«Forse era questo il destino di Ryo…» Il pensiero di Mila si trasformò in parole senza che lei se ne accorgesse. Druge alzò la testa discostandosi dal fuoco e la guardò.
«Che vuoi dire?»
«Diventare te per salvarti dal Draugur…»
Il guerriero rifletté sulle parole della donna, poi rispose: «Oppure per salvare te. In fondo che importanza potrebbe mai avere la vita di un Arcon…»
Ammise di non averci ancora pensato. Lei? Per quale motivo? Si passò una mano sugli occhi, cercò di ignorare l’inganno della stanchezza che le faceva sentire il corpo pesante e dolere le gambe. Gli Elenty  sapevano aggirare molti programmi che influenzavano i sensi. Potevano alterare i codici vita e diventare immortali, deformare i LAS, programmi struttura, viaggiare con la mente nel telaio di Limbo, ma esistevano due cose che nessun Elenty era in grado di fare: ripristinare un entità cancellata ed ignorare il programma stanchezza, specialmente dopo aver sprecato tutte le proprie energie nelle pratiche magiche.
Druge scaldò dell’acqua e preparò un infuso di erbe. Il calore della tisana la confortò, facendole dimenticare la gelida carezza dello spettro. Secondo i loro calcoli avrebbero dovuto continuare nella direzione prestabilita per almeno altri dieci giorni. Era difficile orientarsi dentro a quel mondo instabile, ma i due si erano ormai abituati ai repentini cambiamenti di Limbo e conoscevano quel territorio come le loro tasche. La foresta di abeti era stata una scorciatoia, un imprevisto che poteva costare loro molto caro. Druge aveva deciso di non rischiare oltre e di percorrere il sentiero a loro conosciuto. Non potevano permettersi altre spiacevoli sorprese.
Mila dormì buona parte della notte e recuperò le forze. Druge, dopo aver fatto la guardia per oltre due margini, si appisolò quel tanto che gli bastava per continuare la marcia. La donna nel frattempo riattizzò il fuoco e preparò un po’ di colazione. Quando la notte finì il cielo assunse uno spiacevole colore verdemare, striato qua e là di lembi grigi. L’aria era pesante, elettrica. Nessuno dei due aveva voglia di parlare. Mangiarono in silenzio e a metà del primo margine del giorno si rimisero in cammino.
I giorni trascorsero monotoni. Incontrarono alcuni pellegrini, fedeli alla parola di Seidon, che come loro si stavano recando verso la montagna sacra. Qualcuno si lasciò scappare un mormorio di disappunto al loro passaggio. Erano fin troppo evidenti i legami della donna con la magia, una pratica considerata blasfema da chi venerava Seidon. Alcuni maghi evitavano di dare nell’occhio per non trovarsi a fronteggiare uno squadrone di Testimoni di Seidon, i cavalieri fanatici devoti al dio Arcon. Mila invece sfoggiava con disinvoltura la sua tunica ricamata di simboli bit, catene più o meno lunghe di zeri e di uni. Ma a Druge bastò uno sguardo per mettere a tacere le malelingue.
L’ottavo giorno dopo l’incontro con lo spettro i due incontrarono un’intera comunità nomade che si stava spostando in direzione di Mountoor. Gli Arcon si erano accampati vicino al sentiero, un piccola tribù di un centinaio di anime. Il campo sorgeva attorno ad un enorme falò sul quale erano state messe ad arrostire alcune bestie, presumibilmente capretti. C’era aria di festa. I nomadi si riempivano le tazze da due grosse botti, un arpista suonava con euforia invitando i compagni alla danza. Qualcuno andò incontro a due viaggiatori invitandoli a prender parte ai festeggiamenti.
«Che cosa celebrate?» domandò Druge sospettoso.
«Niente in particolare. È dal giorno dell’eclisse che ogni sera facciamo festa» rispose l’uomo che doveva essere già un po’ brillo.
«Per quale motivo?» chiese Mila.
«Non lo so… Il vecchio ha deciso così…» e detto ciò tornò alle botti a riempirsi il bicchiere.
Il vecchio era probabilmente il capo della comunità. Mila era stanca di camminare e la musica che proveniva dal campo le aveva messo allegria. Sapeva che Druge non avrebbe accettato così alla leggera quell’invito, così decise di non farne una questione e camminò con sicurezza verso il falò. Il guerriero rimase per un attimo interdetto. La sua relazione con la donna Elenty era un’altalena di slanci ribelli. Entrambi erano anime libere e forti, convergenti nel momento del bisogno e solitarie quando la loro individualità veniva messa in dubbio. L’Arcon scrollò le spalle e seguì la compagna che si faceva largo tra i nomadi. Qualcuno prestò loro attenzione ma sempre col sorriso ben stampato in faccia. Malgrado la situazione inusuale Druge riconobbe che neanche il suo sesto senso di guerriero riusciva a percepire un qualche pericolo. Mila si servì da bere e porse una tazza al compagno che bevve di gusto, ma solo dopo aver annusato perbene il vino.
«Voglio conoscere questo vecchio» dichiarò la donna Elenty. Le sue guance avevano preso subito colore.
«Credo si trovi in quella tenda laggiù. È la più grande dell’accampamento…» spiegò Druge, riempiendosi un’altra coppa.
Insieme si diressero verso la tenda indicata dal guerriero. La gente formicolava per il campo lavorando e ridendo. Qualcuno rivolse loro un cenno di cortesia e questa volta anche il sospettoso Druge ricambiò il saluto. Raggiunta la tenda scoprirono che in realtà non era affatto l’abitazione del vecchio ma la dispensa. Domandarono ad un uomo che stava affettando del formaggio dove si trovasse il capo della comunità perché volevano ringraziarlo di persona dell’ospitalità. L’uomo offrì loro una fetta di cacio, peraltro ottimo, poi li guidò fuori dalla tenda e indicò una piccola tenda ai margini dell’accampamento, a ridosso di un enorme faggio.
«Laggiù, ma assicuratevi che non stia dormendo…» spiegò il nomade. «Sapete, è molto vecchio…»
Di nuovo i due attraversarono il campo, tra i sorrisi e gli schiamazzi della gente. L’arpista continuava a suonare con trasporto il suo strumento e tre giovani coppie ballavano attorno al fuoco. Giunti nei pressi della piccola tenda Mila si voltò a guardare Druge. «E adesso?» sussurrò.
«Entrate pure, non sto dormendo.» La voce veniva da dentro. I due si scambiarono un’occhiata, poi Mila scostò il telo e precedette il compagno in un luogo angusto, poco illuminato e saturo di un aroma pungente ma piacevole. Un uomo era disteso su un letto di cuscini colorati, ricamati pregevolmente da abili mani. Un braciere ardeva poco distante, probabile causa di quello strano profumo. L’uomo era molto vecchio, aveva barba e capelli lanuginosi e lunghi, del colore dell’argento, ma i suoi occhi sembravano ancora più vecchi. Per un attimo Mila pensò di trovarsi davanti ad un Elenty come lei, ma il suo istinto di maga le diceva che non era così. Si chiese come poteva continuare a fidarsi di quell’istinto, dato che era stata ingannata dal momento in cui aveva conosciuto Druge. Eppure sapeva che quel vecchio era un Arcon, come Arcon erano i membri della comunità e il suo compagno di vita.
«Salve, non volevamo disturbarla. Desideravamo soltanto ringraziarla per l’ospitalità. Il vostro vino è molto buono» disse la donna.
«L’abbiamo vendemmiato prima di partire per la montagna sacra. È un vino nuovo, state attenti, inganna…» sorrise il vecchio. La sua voce era calda e musicale.
«Ci chiedevamo il motivo della vostra euforia. È dovuta all’Emersione, immagino…»
«Si, in un certo senso…»
«Però non venerate Seidon, o sbaglio?» La donna sapeva che se i nomadi avessero adorato il dio degli Arcon non l’avrebbero mai accolta a braccia aperte. I marchi sulla sua tunica erano chiari.
«Oh cielo, no… Non crediamo nel dio Arcon…»
Druge non riuscì a nascondere la sua meraviglia. Sapeva che esistevano migliaia di comunità di Arcon in giro per le terre cangianti di Limbo, diverse tra loro anche nell’aspetto. Esistevano gli uomini gatto del deserto, i Sewolf che abitavano le caverne sulle coste del mare infinito, dalla pelle color cobalto,  i Dowa incantati, che abitavano le Cascate dell’Eternità. Ognuna di queste tribù aveva le sue particolarità, ma negli ultimi tempi i Testimoni di Seidon erano riusciti a riunire tutte queste realtà distinte sotto un’unica fede. Era raro trovare qualcuno così apertamente schierato contro il dogmatismo religioso dei Testimoni.
«Beh, la Montagna Sacra non è di sicuro il posto più sicuro per un ateo, soprattutto di questi tempi» constatò il guerriero.
«Il mio compagno ha ragione. Mountoor pullulerà di Testimoni di Seidon e altri fedeli. Perché vi state dirigendo laggiù?» domandò Mila.
«Curiosità, immagino…» rispose allegramente il vecchio. «Ma non dovete preoccuparvi per noi. Sappiamo fingere molto bene quando ci conviene…»
Mila e Druge non riuscirono a trattenersi e risero apertamente a quella battuta. Rimasero a parlare per un altro po’ con quello strano vecchio, poi si unirono agli altri nomadi, mangiarono di gusto la carne degli arrosti e si unirono alle danze. Mila aveva altre domande da chiedere al vecchio, ma potevano attendere. Il giorno dopo avrebbe soddisfatto le sue curiosità.
Risero, bevvero e danzarono, e i misteri di Limbo diventarono un sogno, la mente vagò libera a metà strada tra il reale e la finzione, la carne tornò ad essere carne, l’amore riacquistò il significato perduto. Mila e Druge si amarono ancora, per la prima volta da quando avevano incontrato lo spettro. Mila non si chiese chi era quell’uomo. Lo accolse dentro di se, sentì il calore dentro al suo corpo e la leggerezza nella sua mente. Tornò a vivere il momento, dimenticandosi di quegli assurdi progetti e quelle vane speranze di cui si era sentita per troppo tempo prigioniera.

Published in: on aprile 30, 2010 at 7:19 pm  Comments (2)  
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CAPITOLO 18: Draugur

L’eclisse ha annunciato il tempo dell’Emersione. Gli Arcon credono che consegnando al Guardiano di Mountoor, la montagna sacra, gli oggetti sacri di Seidon, il vecchio mondo tornerà e Limbo smetterà di essere una terra cangiante ed instabile. Gli Elenty, maghi immortali primordi, sanno che la verità è un’altra. L’Eclisse è la campana che segna la fine del lungo tempo di attesa dentro Limbo, un mondo virtuale costruito per conservare l’eredità dell’umanità perduta.

Solamente gli Elenty e le loro copie conservate negli oggetti sacri saranno in grado di lasciare Limbo. Gli Arcon, essendo entità digitali fittizie, non potranno in alcun modo uscire dal loro mondo.

La maga Elenty Mila e il suo compagno Druge che ha appena scoperto di essere un Arcon, si ritrovano a pensare a loro strano destino, al significato del framemaker Ryo e alla possibilità che uno dei programmatori di Limbo controlli ancora il mondo dall’esterno. Il suo nome è Wirlock, il vampiro di Limbo.

Questa illustrazione è di Willoclick. Speriamo che Charles Huxley torni presto ad omaggiarci dei suoi capolavori in photoshop.

CAPITOLO 18: Draugur

Proseguivano in silenzio verso l’unico luogo plausibile, perché era impossibile ignorare il segnale che preannunciava l’Emersione. Nonostante le ultime rivelazioni e l’incertezza di quel destino ambiguo che penzolava inesorabilmente sulle loro teste, la donna Elenty e il guerriero Arcon procedevano lungo il sentiero in direzione di Mountdoor, due pedine di un gioco troppo complesso per poter essere compreso a pieno. Era così che si sentivano entrambi, eppure erano esseri immortali, capaci di grandi cose. Qualsiasi Arcon, nel percepire il potere che emanavano, avrebbe chinato la testa in segno di rispetto al loro passaggio. Malgrado ciò, Mila e Druge si sentivano piccoli ed incapaci di riprendere in mano le redini delle loro vite. Seguivano il richiamo della Montagna Sacra covando la falsa speranza che una volta raggiunta tutto si sarebbe chiarito. Un inganno, niente più. Entrambi sapevano che oltre velo dei misteri di Limbo ne esisteva un altro, e poi un altro ancora…
L’Arcon che era stato Ryo e che adesso aveva assunto le sembianze dell’amico Druge, li seguiva a qualche metro di distanza. I due amanti si domandavano cosa pensasse, quale fosse il suo compito e se fosse giusto portarselo dietro come una specie di animale domestico. Quell’uomo era tale e quale a Druge, e solo nel momento della sua creazione, avvenuta il giorno prima a bordo della nave dei Veggenti, aveva incominciato a distinguersi dal suo gemello. Perché la scissione di un’esistenza divide il corso di un solo destino in due distinte direzioni.
Il sentiero procedeva dentro un folto boschetto di abeti di basso fusto. Si udivano i rumori degli animali che si tenevano ben nascosti nella fitta selva, ma a Mila venne l’idea bizzarra che quei leggeri scalpiccii e quei trillanti richiami d’uccello non fossero altro che la colonna sonora di quel paesaggio, e che in realtà non appartenessero ad alcun animale. Poi si sentì stupida a cercare di discernere il reale dentro un mondo come Limbo.
Sentiva il bisogno di distrarsi, di non pesare. Cercò un pretesto per cogliere l’attenzione di Druge, che procedeva sicuro a qualche metro davanti a lei, ma inciampò nel solito argomento, quello che il guerriero Arcon voleva in tutti i modi evitare.
«Che senso ha ormai?» La domanda era un pensiero ad alta voce. Druge la ignorò e continuò a camminare. La donna pensò che non l’avesse sentita e lasciò perdere.
«Voglio uscire da questo bosco prima dell’inizio del prossimo margine» disse lui, chiudendo ogni spiraglio. Mila ritrasse le lacrime che le salivano agli occhi, si volse verso il gemello che camminava dietro di lei, la testa china e il passo sicuro, identico in tutto e per tutto a quello del suo amore, poi tornò a guardare avanti. Un vento tiepido, profumato di sale, le accarezzò la faccia. Chiuse gli occhi, inspirò profondamente ricordando il mare, quello vero, ma una lieve crepa nel programma che le faceva odorare il salmastro la fece arrestare. Spalancò gli occhi, i nervi tesi come quelli di un animale braccato. Mila aveva fiutato un pericolo antico e vicinissimo.
«Fermati!» disse. Druge avvertì la tensione nella voce della sua donna. Restò immobile e sfoderò la spada. Per risposta ebbe il medesimo gesto dal parte del gemello. Il rumore del sottobosco era cessato. Si sentiva adesso solo il vento che muoveva dolcemente le punte dei sempreverdi. Uno spicchio di luce illuminava a giorno il sentiero, ma nella foresta che li circondava dimoravano le ombre più cupe. La temperatura calò d’improvviso. La luce cambiò, assumendo una tonalità azzurrina. Mila e Druge si guardarono negli occhi cercando la conferma delle reciproche intuizioni. Entrambi sapevano che cosa li stava braccando.
Mila disegnò con la bocca il labiale di una parola che metteva i brividi nel cuore di ogni Arcon: Draugur, gli spettri di Limbo. Quando il sistema non riusciva a cancellare del tutto un’entità digitale, restava una scia distorta, una creatura rarefatta capace di alterare pericolosamente la struttura di Limbo e di prendere possesso delle altre entità digitali. Di solito questa scia rimaneva vincolata ad un luogo ben preciso, in questo caso la foresta. Mila sapeva bene di cosa si trattava. Ne aveva visti di luoghi assurdi nella sua immortale esistenza. Solamente il Sole Rosso era capace di cancellare definitivamente questi programmi difettosi.
Attinse velocemente alle sue conoscenze di maga, mentre i due guerrieri gemelli le si stringevano attorno. Lo spettro era veloce, impalpabile. Poteva colpirli da un momento all’altro, gettarsi come un’ombra dalle chiome degli abeti vicini, emergere da sotto i loro piedi come una pianta assassina, oppure apparire d’improvviso alle loro spalle e colpirli nel profondo, appropriandosi dei loro impulsi vitali.
Mila bisbigliò velocemente una frase in bit, si udì distintamente il crepitio nell’aria, mentre attorno ai tre incominciò a consolidarsi una parete di luce. L’istante dopo i due guerrieri e la donna si trovavano dentro una teca di energia protettiva. La temperatura continuava a calare, unico segnale della presenza dello spettro.
«Riesci a vederlo?» domandò allora Druge.
«No, ma credo sia molto vicino…» rispose la donna, la cui concentrazione era in parte destinata a tenere insieme l’incantesimo della teca protettiva.
«Dobbiamo uscire da questa foresta…» concluse il guerriero.
«Posso muovere la protezione, ma devo rimanere immobile e concentrata» spiegò Mila.
«Ti porteremo noi. Forza!»
Così i tre si rimisero in marcia, lentamente. Druge teneva la sua donna tra le braccia, mentre l’Arcon che era stato Ryo faceva da apri strada, la spada in pugno. La teca magica si muoveva con loro, lasciando fuori per il momento la creatura invisibile che li braccava.
Percorsero un centinaio di metri. Nessuno di tre aveva idea di quanto fosse grande quel bosco, e soprattutto nessuno poteva sapere fino a dove lo spettro poteva spingersi. Il freddo non aumentava ma rimaneva costante. Druge pensò che la creatura dovesse trovarsi da qualche parte sopra di loro, in attesa di trovare una breccia per poterli colpire. Continuarono ad avanzare un po’ più lentamente, perché il potere di Mila si stava pian piano esaurendo. Il Draugur non li mollava, invisibile, impercepibile se non  per quello strano sbalzo di temperatura.
«Mila, quanto tempo abbiamo?» domandò il guerriero Arcon che la teneva stretta tra le braccia. Lei aprì gli occhi ma rimase concentrata. Riuscì a sussurrare un paio di parole soltanto: «Non molto…»
Druge guardò il gemello. Nono c’erano bisogno di frasi per capirsi. I due uomini erano come due gocce d’acqua.
«Adesso ti metto a terra» disse, sempre rivolto alla donna. «Riduci la protezione alla tua persona, mi hai capito?»
«No!» provò a dire lei, ma l’uomo le avvicinò dolcemente l’indice alle labbra.
«È la nostra unica possibilità…» spiegò lui.
«Non è vero. Posso tenere la protezione ancora per un po’. Forse lo spettro ci lascerà andare…» replicò lei con un filo di voce.
«Adesso!» ordinò Druge, implorandola con lo sguardo.
Allora Mila, incapace di resistere a quella supplica d’amore, chiuse nuovamente gli occhi. Le pareti della teca si restrinsero, lasciando fuori i due guerrieri Arcon, spalle contro spalle, in attesa del gelido tocco del loro avversario.
«Sai quello che devi fare, vero?» domandò Druge al gemello.
«Certo. Dopotutto io sono te» rispose lui.
Un urlo di dolore o forse di disperazione si alzò sopra la foresta. La maga Elenty rimase immobile, sforzandosi di tenere gli occhi chiusi. Non doveva guardare, lo sapeva bene. A volte gli inganni sono solo nella nostra mente…
Udì altri rumori, gli schianti del metallo sul metallo, gli stridii delle lame delle spade, gli aliti d’aria dei fendenti, lo scalpiccio degli stivali sul terreno, ed infine un grido e un rantolo di morte. Il silenzio. L’attesa…
«Mila?» Una voce la chiamava. Di chi era quella voce? Di sicuro non era quella dello spettro che si era impossessato di uno dei due gemelli. Era la voce di Druge, quello ancora vivo. Ma quale dei due?
«Mila, apri gli occhi…»
La donna interruppe l’incantesimo, la teca s’infranse come una bolla di sapone. Poi guardò. Davanti a lei c’era Druge, il suo amore. A pochi metri di distanza, riverso in una pozza di sangue, c’era Druge, il suo amore.
«Chi sei?» domandò la donna.
«Che importanza ha…» rispose lui. Poi la tirò a se e la baciò.

Published in: on aprile 23, 2010 at 10:58 am  Comments (2)  
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CAPITOLO 15: Un destino non ancora scritto

PREVIOUSLY ON LIMBO

L’eclisse ha annunciato il tempo dell’Emersione. Gli Arcon credono che consegnando al Guardiano di Mountoor, la montagna sacra, gli oggetti sacri di Seidon, il vecchio mondo tornerà e Limbo smetterà di essere una terra cangiante ed instabile. Gli Elenty, maghi immortali primordi, sanno che la verità è un’altra. L’Eclisse è la campana che segna la fine del lungo tempo di attesa dentro Limbo, un mondo virtuale costruito per conservare l’eredità dell’umanità perduta.

Solamente gli Elenty e le loro copie conservate negli oggetti sacri saranno in grado di lasciare Limbo. Gli Arcon, essendo entità digitali fittizie, non potranno in alcun modo uscire dal loro mondo.

Accanto a Misar e a Jade, la ragazza Keeper protettrice di un oggetto sacro, si sono uniti nuovi compagni di viaggio; Nicon e il giovane Tzadik, più due superstiti della Gilda, e poi Mylo e il mago Elenty Rivier. Insieme dovranno attraversare le Lande del Disordine per raggiungere la montagna sacra,

Da un’altra parte Druge e la sua compagna Mila hanno appena scoperto un’amara verità: Druge, che si era sempre creduto un Elenty, è in realtà un Arcon.

Presto la nuova illustrazione di Charles Huxley.

LIMBO CAPITOLO 15: Un destino non ancora scritto

Le navi ripreso la rotta verso la Biblioteca Volante, leggiadre veleggiavano nel cielo come aquiloni, silenziose sparivano nella distanza, tra le nuvole ed i riflessi porporini dei cieli di Limbo. I tre erano stati riportati a terra, su un promontorio smeraldino puntellato di viole e di narcisi, e nel discendere verso valle si potevano scorgere alcuni ulivi antichi, anche se non potevano dirsi davvero antichi perché tutto il paesaggio era un mero disegno digitale insensibile al tempo. Druge guardò la sua compagna Mila e vi lesse nello sguardo sgomento e rassegnazione. Poi si volse verso il suo gemello che era stato Ryo, amico e compagno di spada.
«Chi diavolo è?» chiese, rivolto alla donna.
«Un Framemaker» rispose lei, con la voce rotta da un irrefrenabile senso di disperazione. «Ce li misero a nostra insaputa per copiare le informazioni digitali di noi Elenty e conservarle allo stato “puro”. Per non rischiare il rigetto d’identità, i Framemaker, una volta trasformatisi nella copia identica del soggetto, prendevano la forma di un prezioso monile. È così che furono creati gli oggetti di famiglia, quelli che gli Arcon venerano quali artefatti del loro dio Seidon.»
I due uomini si fronteggiavano, identici come un’immagine riflessa in uno specchio.
«Il rigetto d’identità avviene istintivamente in un Elenty» continuò la donna. «Trattandosi di un’entità unica, non può sopportare la presenza di una gemella. Gli Arcon furono creati ad immagine e somiglianza degli Elenty, ma vennero alterati alcuni loro codici per evitare il rigetto. I Framemaker però erano in grado di acquisire l’entità digitale e in un secondo tempo trasformarsi nella copia esatta dell’Elenty in una forma “congelata”, racchiusa dentro un oggetto. In questo modo l’Elenty non poteva sentire la presenza del suo doppione. Se parlo al passato è perché, a quanto sapevo, i Framemaker terminarono il loro lavoro di copiatura al termine del primo ciclo di Limbo, e credevo che non ne esistessero più…»
Druge avvicinò la mano all’elsa della spada, guidato dall’idea ingannevole che se si fosse convinto di essere in preda ad un rigetto d’identità, forse poteva ancora dirsi un Elenty. Come se avesse letto i suoi pensieri, il gemello fece il suo stesso gesto. “Che stupido”, pensò allora l’Arcon. “Non posso continuare ad ingannarmi. Io non provo nulla per questo uomo…”
«Non sapevo che i Framemaker potessero copiare anche gli Arcon. Credo che Ryo avesse una missione da compiere, come hanno detto i Veggenti, ed era quella di rivelare la tua vera natura… » proseguì Mila. «Ma tutto ciò è molto strano…»
«Perché?» chiese Druge, continuando a fronteggiare il gemello.
«Perché il disegno di Limbo fu chiuso molto prima della fine del primo ciclo, ed allora nessuno poteva sapere che gli Elenty, né tanto meno gli Arcon, sarebbero diventati immortali.»
«Che significa?»
Lei allora gli afferrò un braccio chiedendogli di guardarla. «Druge, amore mio, adesso mi è finalmente chiaro il motivo per il quale non riesci ad afferrare completamente il senso di Limbo. In passato ho temuto più volte che tu potessi essere un Arcon, non perché non ti saresti meritato il mio amore, ma semplicemente perché non avrei più potuto sperare in una vita diversa, fuori da questa prigione, insieme a te. Credevo che il tempo avesse eroso i tuoi ricordi, come la pioggia fa con la roccia, eppure tu mi parlavi dei sogni che facevi e di luoghi che ho visto soltanto fuori da Limbo. Ma adesso non m’importa più. Non voglio uscire, non m’interessa l’Emersione, voglio rimanere qui insieme a te, per sempre…»
Lui le cinse la vita e la tirò a se baciandola, riversando nella sua bocca tutta l’energia del suo amore, tutto il calore della sua passione.
«Tu devi uscire Mila! È il tuo destino…»
«No…» La donna non riuscì a trattenere le lacrime, combattuta dal desiderio di rivedere la luce del sole, quello vero, ed il bisogno di stare accanto all’uomo che amava.
«Cosa volevano dire le tue parole? Cos’è che non capisci?» domandò Druge, cercando di distrarla dalla tempesta di emozioni che la scuotevano. Mila respirò piano, riacquistò la calma e provò a spiegare all’Arcon, con parole semplici, quale erano le ragioni dei suoi dubbi.
«Ryo è nato dopo…»
«Che vuoi dire?»
«I Framemaker avevano una missione ben precisa. Furono introdotti all’inizio per copiare gli Elenty presenti in Limbo. Una volta terminate le loro missioni, questi si trasformavano negli oggetti sacri di Seidon. Per ogni Elenty vi era un Framemaker, né uno di più né uno di meno. I Framemaker non erano in grado di rinascere. Erano Arcon creati nel disegno primordiale di Limbo. Ma la missione di Ryo era un’altra; rivelare la tua vera natura. I Veggenti sapevano… Questo può voler dire solamente una cosa, che qualcuno è ancora capace di alterare il disegno di Limbo dall’esterno… »
«Vuoi dire che c’è ancora un carceriere vivo?»
«Credo di si…»
Il settimo margine sfumò in quel momento, la luna sgusciò fuori dall’orizzonte e la cometa clessidra brillò violentemente della sua luce azzurra, alla fine del primo quarto di cielo. Da qualche parte un antico mago guidava un gruppo di uomini e una ragazza verso la montagna sacra, mentre in una grotta sulla spiaggia del mare infinito, una donna pregava per la vita del suo amore. Quella donna era Davinia, maga suprema e compagna di Sawar, il delirante demolitore di Limbo.

Published in: on marzo 12, 2010 at 8:50 am  Comments (2)  
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CAPITOLO 14: I Veggenti di Mnemonia

Col precedente capitolo si è conclusa la prima parte della storia che riguarda gli eventi del 12esimo ciclo di Limbo. L’attenzione a questo punto si sposta su dei nuovi personaggi e su un nuovo scenario.

Presto anche questo episodio della saga verrà accompagnato da una spettacolare illustrazione di Charles Huxley.

Buona lettura.

«Riesci a vedere anche tu quello che vedo io?»
«Sono le navi dei Veggenti, non è vero Mila?»
La donna annuì col capo ma non disse nulla. Si erano arrampicati su uno degli alberi-montagna che spiccavano alti sopra la foresta. Spesso venivano usati dalle comunità Rednakes come rifugi. L’ombra proiettata da due enormi vascelli volanti si muoveva lentamente verso di loro. Quando le navi furono esattamente sopra le loro teste, il sole si nascose e smise di abbagliarli, così furono in grado di scorgere i particolari dello scafo, gli intagli pregiati nel legno magico e la forma inconsueta del timone.
«Dove vanno?» domandò Ryo, che all’apparenza sembrava solo un ragazzo. La verità però era un’altra, e neanche i suoi amici più cari potevano immaginarla.
«Non lo so…» rispose Druge, il fiero guerriero immortale.
«Portano gli aggiornamenti…» spiegò Mila, incapace di distogliere lo sguardo dalla meraviglia che li sovrastava. «Escono da Mnemonia solamente di rado ed esclusivamente per portare le novità di Limbo agli archivi della Biblioteca Volante.»
«Non credi che la loro apparizione abbia in qualche modo a che fare con l’eclisse?» chiese il giovane Ryo.
«Può darsi, ma non ne sono sicura» rispose la donna Elenty. «E comunque vanno nella direzione opposta alla nostra. Mountoor si trova dall’altra parte» concluse, indicando le montagne alla loro sinistra.
All’indomani del segnale che preannunciava l’Emersione, i tre amici si erano subito messi in viaggio verso la montagna sacra. Da diverse stagioni vivevano appartati nella foresta, nei pressi di un’antica quercia nella quale si nascondeva l’oracolo di Kyos, il fratello di Seidon che gli Arcon consideravano responsabile di tutti i loro guai. Alcuni Elenty, una volta scoperto l’inganno dei Frame, avevano incominciato a studiare la struttura di Limbo in tutti i suoi aspetti, partendo proprio dall’ascolto degli oracoli. In questo modo molti erano diventati immortali e avevano imparato ad usare la magia. Lo studio di queste “bocche divine” poteva schiudere ancora moltissimi misteri, e per questo motivo gli Elenty e gli Arcon più evoluti continuavano ad ascoltarle.
«La montagna può aspettare…» affermò Druge. Gli occhi gli brillavano della brama di conoscenza. Mila rimase stupita da quella reazione. Tra di loro correva un vincolo molto più forte dell’amicizia. Insieme avevano viaggiato attraverso Limbo per numerosi cicli, fidandosi ciecamente l’uno dell’altra, rincuorandosi a vicenda nei momenti più cupi. Solo così erano riusciti a non farsi corrompere dagli inganni di quell’esistenza fittizia. Eppure Mila sapeva quanto impazientemente Druge avesse atteso il momento dell’Emersione, forse più di qualsiasi altro Elenty. Il fatto che la sua curiosità lo portasse a rallentare la loro marcia verso la montagna sacra, la meravigliava e in qualche modo tranquillizzava. Mila infatti conservava nel cuore un antico timore, sbiadito attraverso le stagioni trascorse accanto al suo amore, e quella paura le sussurrava un’assurda verità: Druge non era un Elenty e perciò non gli era permesso di uscire da Limbo.
«Mila, mi hai sentito?»
«Perdonami amore, avevo la testa fra le nuvole…»
«Abbiamo poco tempo, se vogliamo riuscire ad arrampicarci sugli scafi. Unendo i nostri canti forse riusciremo a sollevarci fino a raggiungere quel timone. Poi potremo arrampicarci facilmente oltre la balaustra…» spiegò il guerriero.
«Si, e che cosa diciamo ai Veggenti?» chiese Ryo con una punta di sarcasmo.
«Ci penseremo appena saremo sopra…» e con una scrollata di spalle Druge liquidò la questione. Subito i tre sillabarono le parole in bit di un complicato incantesimo. Il crepitio li avvolse e i loro corpi iniziarono a sollevarsi oltre l’immensa chioma dell’albero-montagna. Rompere le regole di gravità di quel mondo non era difficile, il problema era il controllo. Solo i maghi più potenti erano capaci di volare a loro piacimento. Per un attimo Mila temette che non sarebbero riusciti a guadagnare il timone della seconda nave, poi Druge, rischiando di mettere in pericolo tutti quanti, ruppe l’incantesimo e artigliò l’aria cercando una presa. Riuscì ad afferrare l’appendice dello scafo e ad issare tutti quanti sopra il timone. I tre ripreso fiato, sorrisero, poi iniziarono ad arrampicarsi, mentre gli alberi della foresta scorrevano a diverse centinaia di metri sotto di loro. Con l’aiuto delle sue possenti braccia, Druge riuscì a sporgere il capo oltre la balaustra, gettando rapidamente uno sguardo sul ponte della nave. Nessuno era in vista e così incitò i suoi compagni a seguirlo. Un attimo dopo si trovavano tutti e tre sul vascello. Il mondo ai loro piedi aveva assunto una strana colorazione, come se un filtro fosse stato adagiato tra la terra ed il cielo e colorasse tutto d’argento e d’oro. Mila e Ryo rimasero esterrefatti dalla visione, ma Druge non perse d’occhio il ponte, la mano salda attorno all’elsa della spada che gli pendeva dal fianco sinistro.
Con movimenti fluidi e veloci una colonna di uomini avvolti in sottili tuniche blu aggirò l’albero maestro precipitandosi verso il gruppetto di clandestini. Druge ebbe l’impressione che fossero spuntati dal nulla. Si disposero silenziosamente in semicerchio di fronte a loro, dodici in totale, e occuparono buona parte del ponte di poppa. Erano minuti, smilzi e le tuniche provviste di cappuccio celavano i loro lineamenti. Anche le mani, consorte dentro le ampie maniche della veste, erano nascoste alla vista dei tre.
«Qualche idea?» chiese Ryo, con un mezzo sorriso. Druge lo fulminò con lo sguardo, fece per muoversi di un passo verso i Veggenti, ma si arrestò quando si accorse che Mila lo aveva preceduto.
«Perdonate la nostra intrusione, ma il recente evento che ha annunciato l’avvento dell’Emersione ci ha scossi molto. Non abbiamo potuto fare a meno di pensare che il vostro passaggio sia in qualche modo connesso con la passata eclisse, per questo motivo…»
«…vi siete intrufolati sulla nostra nave?» la interruppe una voce sibilante che proveniva dal centro del cuneo di uomini. Mila perse il filo del discorso, pensò velocemente a qualcos’altro da aggiungere ma rimase in silenzio, conscia di non avere una scusa plausibile. Allora fu Druge a parlare.
«Proprio così, e se per voi è un problema risolvere la questione civilmente, sarei lieto di farlo in maniera più movimentata…» disse il guerriero, accarezzando il pomo della spada.
«Povero Arcon…» rise la solita voce, e prima che Druge si risentisse dell’affronto aggiunse: «ma non è assolutamente nostra intenzione contrastarvi. Diteci semplicemente quello che volete e cercheremo di soddisfare le vostre richieste, dopo di che vi riporteremo a terra.»
I tre amici rimasero interdetti, leggermente sorpresi da quella reazione. Ancora non erano sicuri di chi stesse parlando, e a Mila le venne la bizzarra idea che forse quella che sentivano era la voce di tutti e dodici i Veggenti, che agivano come un’entità unica. Gli uomini intonacati rimanevano completamente immobili e anche le loro vesti parevano ingannare il programma “vento” che sferzava sul ponte della nave.
«Potete dirci qualcosa sull’Emersione? È davvero giunto il momento?» chiese la donna Elenty.
«Beh, sembrerebbe così» risposero i Veggenti.
«Quindi la vostra uscita da Mnemonia non ha nulla a che fare con l’eclisse?» aggiunse Druge, cercando di contenere la sua impazienza.
«In qualche modo si. Portiamo gli aggiornamenti anche se siamo decisamente in anticipo. Il motivo è semplice; l’eclisse ha scatenato una serie di eventi che richiederanno tutti i supporti di memoria a nostra disposizione. Abbiamo svuotato le cartelle, compresso i dati, selezionato gli eventi più importanti e adesso li stiamo portando alla biblioteca. Ci aspetta un grande lavoro al nostro ritorno.»
«Sei riuscita a capirci qualcosa Mila?» chiese Druge, guardando negli occhi la sua amante.
«Credo di si, e credo anche che stiamo perdendo tempo.»
«Proprio così» affermarono i Veggenti, con un una nota sarcastica nella voce.
Druge sentiva che c’era qualcosa che non andava, che non stavano dicendo tutto quello che c’era da dire. Druge era un guerriero immortale, un Elenty primogenito, anche se in passato la stessa Mila aveva messo in dubbio la sua vera identità. Attraverso i cicli aveva sviluppato una straordinaria capacità di discernere il falso dal vero, una tecnica mentale paragonabile alla sua abilità di spadaccino. E anche per questo i Veggenti non lo videro arrivare.
Si lasciò guidare dal suo intuito, balzò come un felino sul penultimo uomo sulla destra, e anche se la voce che era di tutti e dodici proveniva dal centro del cuneo, Druge sentì che quella era la figura che catalizzava le menti di tutto il gruppo. Con estrema precisione descrisse un fendente che andò a fermarsi a un paio di centimetri dalla gola dell’uomo. Poi tirò fuori la sua voce più feroce e persuasiva: «Non vi credo, ma vi do un’altra possibilità.»
Il silenzio era rotto solo dal vento che scuoteva le vele del vascello. Ryo aveva estratto la sua spada, ma era rimasto immobile accanto a Mila, che si fidava del suo amante anche se non riusciva ad abituarsi alla sua impulsività.
«Mio caro Arcon, anche se ti dicessi il resto non capiresti un bel niente» affermò la voce dei Veggenti, ricolma di ironia.
«Io non sono un Arcon!» urlò di rimando Druge, e Mila pensò che era sul punto di esplodere. Invece trattenne la mano e rimase in attesa.
«Forza, tocca a te adesso. Mostraglielo, è giunto il momento.» La voce si rivolgeva al giovane Ryo, che alzò la testa e spalancò gli occhi come se si risvegliasse da un sogno. Lasciò cadere la spada che rotolò rumorosamente sul ponte della nave. Solo in quel momento Druge e Mila capirono che i Veggenti si erano rivolti al loro compagno.
«Che significa?» provò a chiedere la donna Elenty.
«Lo vedrai…» risposero i Veggenti.
Ryo si mosse verso l’amico di spada, allungò una mano e afferrò gentilmente la sua spalla. Druge non ebbe il tempo di reagire. Percepì un flusso caldo percorrergli il corpo, non proprio doloroso ma di cattivo gusto. Si voltò di scatto, pronto a sferrare un colpo al suo amico, invece rimase immobile, esterrefatto, incapace di respirare. Di fronte a lui non c’era più Ryo, il giovane guerriero che per innumerevoli stagioni aveva combattuto al suo fianco. Vi era invece l’identica copia di Druge, l’immagine specchiata del guerriero immortale che si era sempre creduto un Elenty, una persona vera prigioniera di un mondo fasullo, non una manciata di codici binari.
Ma gli Elenty, per la loro natura unica, non potevano essere replicati.

Published in: on febbraio 26, 2010 at 12:20 pm  Comments (2)  
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IL PIANTO DI MILA

La trovò che piangeva con lo sguardo rivolto al mare infinito.
«Mila, che cosa c’é?»
«Non ce la faccio più!» singhiozzò lei.
Lui le circondò le spalle, la strinse a se.
«Non ne posso di questa assurda prigione, questo mondo fasullo!» continuò la donna Elenty.
«Guardami!» le disse lui. «Ti prometto che usciremo di qui. Arriverà il tempo dell’Emersione ed insieme lasceremo Limbo»
Mila guardò negli occhi il suo uomo e si sentì ancora più triste.
“Druge, amor mio, tu sei solo un Arcon. Non ti è permesso di uscire da questo mondo” pensò.
Ma non ebbe il coraggio di dirglielo.

http://101parole.blogspot.com/

La realizzazione di questo videoracconto é stata possibile grazie al movimento creative commons, che permette di utilizzare a piacimento immagini e musica per trasformarli in nuove creazioni. Ho estratto uno dei miei tanti racconti di 101 Parole inerente al progetto Limbo e vi ho costruito sopra un piccolo video con la musica dei SoLaRis e alcune foto in CC elaborate in photoshop.
Questo scambio e riutilizzo di informazioni é sempre accaduto, e solo nell’ultimo secolo, con l’invenzione dei diritti d’autore, ci é stato proibito di trasformare liberamente, come hanno sempre fatto tutti i piú grandi artisti della storia.

Musica: SoLaRis The SoLaRiS Archives Vol 1 – Treasure On The Mountain

http://www.jamendo.com/it/album/52636#

Published in: on ottobre 30, 2009 at 8:17 am  Lascia un commento  
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