CAPITOLO 30: La Migrazione

Lontano, in una torre sotto l’oceano, Wirlock spense i monitor e si alzò dalla console. Una nuova crepa si formò su una delle vetrate che davano sui fondali marini. Il vampiro non ci fece caso e attraversò la stanza di controllo per sedersi al tavolo in cui le proiezioni degli ultimi programmatori della Rete di Hope usavano ritrovarsi per discutere del destino di Limbo. Erano passati molti cicli dall’ultima volta che si erano ritrovati; Wirlock ricordava bene quell’occasione. In verità, anche i suoi sogni erano tormentati dal rimorso per il modo in cui aveva tradito i suoi compagni, seguendo un progetto tutto suo, ma quel progetto era finalmente arrivato ad una conclusione, nel bene o nel male. La storia dell’uomo era andata per sempre perduta. Malgrado gli sforzi, non era riuscito ad isolare l’impulso inaspettato che aveva guidato la mano di Viktor, l’Aviatores che aveva cancellato il supporto in cui era scritta la storia del vecchio mondo. Wirlock non era riuscito ad isolare neanche la strana forza che aveva richiamato Mila fuori dall’oscurità, e la canzone che la stessa donna Elenty aveva usato per salvare gli altri maghi. Era come se una forza esterna agisse dentro Limbo, seguendo un piano più grande del suo. Anche il destino di Druge era un mistero. Era stato il vampiro a fare intervenire il framemaker per rivelare la vera natura dell’Arcon, ma incomprensibilmente Ryo aveva atteso molte stagioni prima di rivelarsi, anche lui guidato da una forza esterna, ignorando il programma che lo aveva generato. Aveva salvato la vita di Druge diventando il suo doppione, e poi era stato lo stesso Druge a portare a termine la missione che Wirlock aveva pensato per Sawar oppure Nicon. Wirlock si sorprese a pensare che neanche un mondo interamente generato dalla mente umana è esente da alcune inconoscibili forze dell’universo.
Davanti al vampiro vi era una bottiglia di vino, l’ultimo programma a cui aveva dato il via prima di prendere congedo dalla console. Stappò la bottiglia e si versò un bicchiere abbondante di quel liquido ambrato. Un’altra crepa apparve sulla vetrata, insieme al ghigno malefico di uno degli squali giganti che facevano la ronda attorno alla guglia.
Wirlock bevve, alla sua salute e a quella degli squali, cercando di convincersi che ne era valsa comunque la pena. La migrazione poteva essere una nuova risposta, pensò. Qualcuno all’interno del progetto ci credeva a quella teoria, e forse all’insaputa di tutti aveva innescato l’input nella matrice di Limbo. Gli Elenty avevano fatto il resto. “Interessante”, pensò, e si versò un altro bicchiere.
Un rivolo d’acqua incominciò a fuoriuscire attraverso la crepa sulla vetrata; una pausa, forse due prima che l’oceano invadesse l’interno della torre, mettendo fine una volta per tutte alla sua esistenza. Il Telaio era andato. Viaggiarci attraverso per raggiungere il portale, nel quale si riversavano gli Arcon provenienti dai remoti angoli di Limbo, poteva costargli la vita, o quella sorta di simulazione vampiresca di cui era prigioniero, ma in fondo che cosa aveva da perdere… Bevve l’ultimo sorso, chiuse gli occhi e proiettò la sua mente nell’infrastruttura di quel mondo digitale. Un’ultima volta ancora…

Non avevano forma, anche se un prodotto evoluto della chimica del carbonio le avrebbe chiamate “onde” solamente dopo averle analizzate attraverso un sofisticato strumento. Sicuramente, processate in un certo modo, avrebbero potuto trasformarsi in suoni, privi di una logica musicale, ma comunque suoni.
«Puoi sentirmi?»
«Qual’era il mio nome?»
«Chi eri tu?»
«Dove stiamo andando?»
Non potevano chiamarla oscurità, anche se la luce ormai era alle loro spalle. Erravano in una placenta vibrante, uno spazio infinito ma allo stesso tempo contenuto. La sensazione non era quella del volo; c’era stata una spinta, subito dopo aver varcato la porta di luce, ma si era esaurita velocemente. Adesso semplicemente erravano, guidati da una miriade di possibilità, puntini più o meno luminosi percepibili nella distanza. Un viaggio, non condizionato dal fattore tempo, li attendeva tutti, Arcon, Elenty ed Arenty. Quei codici si sarebbero comunque evoluti in qualcos’altro, proiezioni filiformi di vita innescate in rappresentazioni più o meno nuove.
«Rimaniamo insieme…»
«Stai tranquilla, non ti lascerò mai più.»
E ancora…
«Sei tu?»
«Si sono io.»
«Allora seguimi…»
E ancora…
«E se non mi riconoscerai nella mia forma nuova?»
«Non temere; ti riconoscerò…»
Nel viaggio le entità incontrarono altri semi di vita. Non avevano nomi come loro, non sapevano da dove venivano ed ignoravano le loro mete. Qualcuno si accarezzò e si innestò all’altro combaciando come pezzi di un puzzle, ed insieme puntarono su una stella meno fulgida ma più nitida. Laggiù li attendeva qualcosa di diverso, forse più reale, forse semplicemente diverso.
E continuarono così, ingannando il tempo e lo spazio, spargendo i semi di nuove incredibili storie.

FINE

Published in: on luglio 29, 2011 at 8:13 am  Comments (1)  
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CAPITOLO 26: La Speranza di una Migrazione

La mattina dopo Rivier fece ritorno all’accampamento e non era da solo. Aveva trascorso la maggior parte della notte a parlare con il gruppo di Khandir, ed insieme avevano cercato di fare il punto della situazione. L’amico era stato uno dei primi a raggiungere Mountoor dopo l’eclisse e da allora non aveva mai perduto d’occhio la montagna. Nessuno si era avvicinato all’entrata delle caverne del gigante, per quanto ne sapeva lui. I due Elenty parlarono dei tempi che furono, della Rete di Hope, del progetto Limbo, cercando di ricordare qualcosa che potesse indirizzarli verso il misterioso vampiro che si era incontrato con il gigante. Già il nome era un quesito, dato che i vampiri erano una leggenda sia nel vecchio mondo che in quello in cui vivevano adesso. Chi poteva essere, si chiesero. Un Elenty molto probabilmente, oppure un Arcon dotato di grandi capacità magiche. Mentre discutevano vivamente davanti alle fiamme del campo, Mila, che sedeva in disparte tra le braccia di Druge, richiamò la loro attenzione. Raccontò dettagliatamente le cose che le erano successe, soffermandosi sulla storia di Ryo, il framemaker che si era rivelato per mostrare la vera identità di Druge e che poi aveva salvato la vita di entrambi sacrificandosi contro il Draugur. Anche se ancora non sapeva il perché, era certa che quegli eventi non erano accaduti per caso. L’esistenza di un framemaker in un epoca postuma al salvataggio dei frame, poteva voler dire solamente che qualcuno era ancora capace di alterare il disegno di Limbo. Rivier le aveva dato ragione. Chiunque fosse questo vampiro, doveva aver accesso a segreti ancora più profondi di quelli conosciuti dagli Elenty. Forse era proprio così; l’ultimo creatore di Limbo viveva ancora, e continuava segretamente a giocare con le loro esistenze.
«Dove sono i ragazzi?» chiese il mago a Misar, che stava riordinando il campo. Il vecchio squadrò i nuovi venuti con un espressione vagamente accigliata.
«Sono andati a divertirsi…» rispose con un’alzata di spalle.
Rivier borbottò qualcosa sottovoce per esternare il suo disappunto, poi si diresse verso la tenda di Nicon. L’Arcon ne uscì prima che il mago, seguito da Khandir e gli altri, la raggiungesse. Rapidamente il mago aggiornò il cavaliere riguardo agli ultimi eventi. Vennero poi fatte le presentazioni, che Nicon fece più per cortesia che per genuino interesse, poi venne deciso che il gruppo di Khandir si sarebbe accampato insieme a loro, perché c’era ancora molto da discutere e da decidere. Se il primo cavaliere della Gilda rimase scocciato dalla decisione presa dal mago, non lo dette a vedere. Con un cenno raggiunse il suo cavallo e poche pause più tardi si dileguò tra le tende degli altri accampamenti.
All’inizio del secondo margine una nebbia innaturale si alzò in banchi anomali, una bruma dai riflessi violacei che gelava il sangue nelle vene, e che forse era causata da un altro errore di Limbo. Gli Arcon giustificavano tutti questi eventi con le loro superstizioni, gridando al prodigio ogni volta che succedeva qualcosa. Seidon stava già cambiando il mondo, secondo loro, e la scomparsa della cometa Clessidra in cielo era il segnale più evidente.
Mylo, Jade e Tzadik fecero ritorno all’accampamento e si misero al servizio di Misar. C’era molto da fare; bisognava dare da mangiare ai cavalli, sistemare il fuoco, preparare la cena. Il vecchio mandò l’apprendista mago a cercare un po’ di carne, dato che le loro scorte erano ormai quasi terminate. Tornò qualche pausa più tardi con una coscia di maiale sulle spalle e un sorriso stampato sulla fronte. «Come sei riuscito a pagarlo?» gli chiese Tzadik.
«Ho vinto una scommessa…» rispose l’amico facendogli l’occhiolino.
«Hai usato la magia, vero? Sei pazzo… se ti avessero scoperto…»
«Non mi hanno scoperto, e poi, anche se avessero avuto un ripensamento, nessuno avrebbe potuto inseguirmi con questa nebbia…» assicurò Mylo, consegnando il suo bottino al vecchio Arcon.
La giornata proseguì senza sorprese. I ragazzi continuarono a lavorare al campo e ogni tanto gettavano uno sguardo verso la tenda dove Rivier e i suoi amici stavano discutendo.
«Chissà che cosa stanno escogitando…» pensò ad alta voce Jade.
«Se vuoi posso cercare di scoprirlo» propose Tzadik.
«Se non ricordo male, l’ultima volta che hai cercato di orecchiare dentro una tenda hai fatto una pessima figura…» constatò la ragazza, facendo arrossire il giovane cavaliere. «E poi non credo che mi interessi molto.» Jade si portò la mano al medaglione. «Che devo fare con questo?»
«Rivier saprà cosa fare…» cercò di assicurarla Mylo, ma non ci credeva neanche lui più di tanto.

Dalla nebbia spuntarono i cavalieri. I cavalli nitrirono e scalpitarono intorno alla tenda.
«Elenty, guarda…» esclamò Nicon che guidava il gruppo. Dietro di lui vi erano i suoi uomini, Lagoon, Amhed e la donna che si chiamava Ravina. Il mago uscì dalla tenda seguito dall’amico Khandir e dagli altri Elenty ed Arcon.
«Che succede Nicon? Cos’è questo fracasso?» domandò Rivier, scrutando in direzione del cavaliere che teneva qualcosa sulla sella; un prigioniero. A quelle domande Nicon si fece più vicino e lasciò cadere il suo fardello ai piedi del mago. «L’hanno trovata i miei uomini…» spiegò.
«Davinia…» sibilò Rivier, avvicinando il suo volto a quello della donna ancora addormentata. «Che cosa ha dietro la schiena?»
«È una spada» rispose prontamente il cavaliere. «Non ne ho mai vista una simile, deve essere magica. Lagoon per poco non ha perso la mano quando l’ha toccata…»
«Portatela dentro e tenetela d’occhio» ordinò il mago a Druge e ad Atom, l’apprendista di Khandir. «E attenti a non toccare quella spada» precisò.
«Dove l’hanno trovata?» chiese poi rivolto nuovamente a Nicon.
«Si stava avvicinando alla montagna, da sola.»
«Nessuna traccia di Sawar?»
«No, nessuna…»
«Sono stati fortunati i tuoi uomini…»
«Si, lo so.» ammise Nicon. «Che cosa vuoi farne?»
«Dobbiamo sapere che cosa vuole, ma soprattutto che cosa porta. Quella spada…»
«Mago, lo sai benissimo che quella donna è la mia unica arma contro Sawar.»
«Lo so, ma in questo momento è più importante sapere che cosa ha da raccontarci, dopodiché potrai farne quello che vuoi.»
Nicon annuì soddisfatto. «Rimaniamo qui intorno, noi. Non si sa mai…» disse, dando disposizioni ai compagni. Rivier assentì, poi si rivolse a Khandir: «Finalmente qualche riposta…»

Davina, colta da un improvviso senso di soffocamento, sbarrò gli occhi cercando di afferrare l’aria. Per un attimo temette di non riuscire più a respirare. La vista appannata, ogni suono attutito… dove si trovava? L’aria le si riversò nei polmoni riportando luce e suono. Era legata ad una sedia, dentro una tenda che non conosceva, e davanti a lei vi erano delle figure, alcune sconosciute, altre sembravano appartenere a dei ricordi sbiaditi, o più probabilmente a dei sogni. Sentiva la spada ancora legata alla schiena, il suo pulsare, il suo calore rassicurante. Era prigioniera, ma non potevano levarle la spada. No, non potevano…
«Ci sono molte domande alle quali dovrai rispondere…» disse una voce vagamente familiare. La donna cercò la figura alla quale apparteneva quella voce. La sua vista era ancora leggermente sbiadita. Eccola… Maledetto Rivier, pensò.
«Perché dovrei rispondere a te?» disse sprezzante la maga.
«Vuoi davvero continuare a giocare, Davinia? Non ti è bastato il bagno nell’oceano di tenebra dal quale sei riuscita a malapena a riemergere?» La maga guardò il suo interlocutore come un serpente guarda la sua preda. Si, aveva sentito il vuoto che la tirava giù, una sensazione asfissiante.
«Che cos’è?» domandò.
«È la fine di Limbo, mia cara. Tutto ciò che tu e il tuo compagno avete sempre voluto… Sta succedendo, adesso…»
«No, non è la fine…» replicò lei, cercando con la mano la spada, ma era legata e non poteva fare altro che divincolarsi inutilmente.
«Che cosa vuoi dire?»
«Non è la fine, mago! Slegami e ti mostrerò cosa voglio dire.»
«Non provare a giocare con me. Sai bene che non ti libererò, almeno fino a quando non riuscirai a convincermi di certe cose, cose che non so neanche se esistono… Cos’è quella spada?»
Davinia era combattuta. Poteva fidarsi del mago oppure no? Se le avesse detto che la spada era per Sawar, che cosa avrebbe fatto? Non potevano levarle la spada da viva, ma se l’avessero uccisa per prendergliela?
«Serve ad uccidere il Gigante» disse, pregando di aver fatto la scelta giusta. Un mormorio si levò dal gruppo di persone che si trovavano nella tenda. Questa volta fu Khandir a parlare.
«Uccidere il Gigante? E per quale motivo avresti intenzione di uccidere il Gigante di Mountoor?»
«Non io… il campione.»
«Il campione?»
«Davinia, la tua follia e quella dell’uomo che tu segui appartengono ormai al tempo prima dell’eclisse» spiegò a questo punto Rivier. «Mettiamo da parte i nostri rancori e cerchiamo di risolvere una volta per tutte questa questione. Io sono pronto a liberarti se tu t’impegnerai a condividere con noi i tuoi intenti. Sai bene che Limbo sta cadendo a pezzi e non ci rimane molto tempo. Parla…»
Davinia guardò l’uomo vestito di bianco, suo antico nemico per cause ormai insignificanti, o forse solamente per una stupida questione d’orgoglio. Se esisteva ancora una speranza di uscire da quella prigione digitale, avrebbero dovuto lavorare insieme per poterla realizzare.
«Dopo la battaglia alle pianure del vespro ci siamo rifugiati nelle caverne dei Sewolf. Sawar era ferito gravemente ed aveva bisogno di cure. Per giorni ho aspettato vicino al letto di cristalli che rigenerava lentamente la sua entità digitale. Poi una notte qualcuno mi è apparso in sogno, l’ultimo membro della Rete di Hope, rimasto dentro Limbo all’insaputa degli altri programmatori nella sua forma digitale di vampiro.» A quella parola Rivier sbatté gli occhi e guardò l’amico che gli stava accanto. La donna continuava a raccontare. «Mi ha parlato degli errori di Limbo e di speranza…» Quella parola non fu facile da pronunciare. «Mi ha dato questa spada con il compito di consegnarla al più grande campione di Limbo. Solo lui con l’aiuto di quest’arma potrà sconfiggere il Gigante di Mountoor ed accedere al portale esterno, dopodiché tutti potremo uscire, Elenty, Arcon, tutti quanti…»
«Uscire dove?» chiese a quel punto Mila, che si era tenuta in disparte. Tutti la guardarono, condividendo la stessa domanda, ma nessuno poté risponderle.
«Non lo so dove» continuò Davinia, «fuori di qui, immagino.»
«La migrazione…» sussurrò Khandir, con una luce negli occhi.
«Cosa?» chiese Rivier.
«Ne abbiamo parlato, ti ricordi… molti cicli fa. La migrazione, il grande viaggio. Se uscendo dal portale non troveremo alcun corpo da abitare, saremo lanciati nell’etere, e viaggeremo nella forma di onde fino a quando non troveremo un altro luogo in cui vivere.»
«Vuoi dire, un altro Limbo?» insinuò Mila, scettica.
«Si, oppure…» rispose Khandir, cercando lo sguardo di Riviere. L’amico, che aveva intuito il ragionamento, continuò per lui.
«La migrazione è una teoria speculativa, ma non troppo campata in aria. Nessuno di noi è mai stato lanciato nell’etere. La nostra entità digitale è stata innestata via cavo dentro Limbo, perché, in quanto entità digitali senzienti, quando veniamo lanciati abbiamo la capacità di alterare la nostra frequenza e decidere la nostra direzione, perciò nessun programma, vivente o artificiale, è controllabile nell’etere, a parte forse gli Aerenty. Il Gigante serve proprio a questo, a tenere fuori da Limbo i programmi esterni che vogliono entrare qui dentro.»
«Si, va bene, ma di quale speranza parlate?» intervenne nuovamente Mila.
«Già, dalla prigione di Limbo ad un’esistenza nomade nell’universo. Non so che cosa sia meglio» disse Davinia, scuotendo la testa.
«Non ho finito» continuò Rivier, interrompendo le polemiche delle due donne Elenty. «Che cosa siamo realmente, noi?»
Davinia lo guardò interdetta. «Programmi?» rispose.
«Si, programmi. Catene più o meno lunghe di informazioni, almeno dal punto di vista di un processore. Nell’etere saremo delle onde, dei flussi di entità, dei codici astratti… A cosa ti fa pensare questo?»
La donna scrutò oltre il volto del mago che la guardava, provò a carpire quell’intuizione, solo una misera e folle intuizione, che però poteva aver senso. Poteva bastare come speranza?
«A una migrazione… di anime…» sussurrò.

Continua…

Published in: on luglio 8, 2011 at 2:42 pm  Comments (1)  
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