CAPITOLO 23: Crepe nel Telaio di Limbo

Ritorna Limbo dopo quasi un anno di stop. Questo è l’inizio del terzo ed ultimo libro di questa avvincente avventura cyber-fantasy che, se tutto va bene, dovrebbe concludersi entro la fine di questa estate.

Nel primo libro abbiamo potuto seguire le vicende di un gruppo di Arcon alle prese con i Misteri e con il perfido Sawar, l’Elenty impazzito chiamato anche il delirante demolitore di Limbo. Jade, Mylo e Tzadik li avevamo lasciati sulle pianure del vespro insieme al mago Rivier, a Nicon, il cavaliere Arcon e al vecchio Misar, più due superstiti della Gilda. Il gruppo si era messo in viaggio per la montagna sacra.

Nel secondo libro invece abbiamo osservato più da vicino la composizione di Limbo, mondo virtuale in cui è conservata l’eredità dell’uomo, attraverso le vicende di Mila e Druge. Abbiamo conosciuto inoltre un altro lato del carattere di Davinia, la compagna di Sawar, incaricata dal Vampiro di Limbo di consegnare ad un campione la spada che potrà uccidere il Gigante di Mountoor, la creatura che fa la guardia al portale di Limbo. 

CAPITOLO 23: Crepe nel Telaio di Limbo

Tzadik mosse con un bastone le braci del bivacco per riattizzare il fuoco, vi avvicinò un paio di ceppi tagliati freschi che di lì a poco incominciarono a colare di resina e a sfrigolare, poi risistemò la pentola con lo stufato preparato da Misar che doveva ancora finire di cuocere. Soddisfatto della sua operazione, si riaccomodò a sedere accanto a Mylo e come lui continuò ad osservare il fuoco, rimuginando sui recenti trascorsi.
Era passata una decina di giorni dalla battaglia sulle pianure del vespro. Il mattino dopo Nicon e i suoi due uomini avevano richiamato alcuni dei cavalli della Gilda che, spaventati, erano fuggiti lontano dai combattimenti. Contavano così di dimezzare i tempi e di raggiungere la montagna sacra in meno di un mese, ma Rivier non si era dimostrato abbastanza soddisfatto, così aveva usato la magia per rafforzare le prestazioni dei cavalli e renderli praticamente instancabili. Poi avevano cavalcato per tutto il giorno successivo e buona parte della notte, uscendo dalla pianura e tagliando per una valle nascosta, una scorciatoia che l’Elenty sembrava conoscere bene e che nessuno altro aveva mai visto. Attraverso un basso canyon, avevano raggiunto la montagna dalla quale nasceva il fiume Serpe, oltre la quale si estendevano, fino a Mountoor, le Lande del Disordine. Rivier sperava di coprire la distanza che li separava dalla montagna sacra in meno di due settimane, un risultato che nessuno del gruppo avrebbe mai auspicato. Eppure era andata proprio così. Il giorno dopo, secondo i calcoli del primigenio, avrebbero avvistato la loro meta. Certo, il percorso non era stato dei più agevoli, ma potevano dirsi fortunati. Per un paio di giorni erano stati braccati da una piccola famiglia di troll delle sabbie che seguivano il loro odore. Nicon aveva proposto di affrontarli a viso aperto, prima che questi li attaccassero di sorpresa durante la notte, ma Rivier era stato risoluto e l’aveva convinto a proseguire. Un semplice incantesimo per cambiare la direzione del vento aveva risolto i loro problemi, mandando fuori strada i troll.
L’Elenty aveva fin da subito preso il comando della situazione, anche se Nicon preferiva non ammetterlo, ma gli eventi più recenti avevano cambiato le carte in tavola e il maestro di Tzadik sapeva che in alcune circostanze bisognava sapere mettere da parte l’orgoglio. Il ragazzo lo osservò mentre saliva a cavallo e, seguito dai suoi due uomini, si allontanava dall’accampamento per la rituale perlustrazione serale. Sarebbero tornati al termine del settimo margine per cenare insieme al resto della compagnia.
In quel momento Misar si avvicinò alla pentola e con un grosso cucchiaio si mise a girare lo stufato che aveva preparato. Lo assaggiò, si lamentò a bassa voce della sua insipidità, poi estrasse da un sacchettino di pelle che aveva in tasca una manciata di sale che vi spruzzò dentro. Girò di nuovo col cucchiaio e si allontanò soddisfatto verso la sua tenda.
«Credi davvero che domani raggiungeremo la montagna sacra?» chiese d’un tratto Tzadik, spezzando il silenzio imbarazzante tra i due ragazzi. Mylo alzò gli occhi dal fuoco ed annuì distrattamente.
«Se è il maestro a dirlo, io ci credo» rispose.
«E credi anche ai Misteri?» Il giovane mago avrebbe voluto rispondere prontamente “si”, ma qualcosa lo trattenne. Ci pensò sopra per un po’, poi sentì la necessità di dire esattamente ciò che pensava, e non ciò che reputava giusto dire.
«Lo sai che a volte non me ne importa più nulla… mi vergogno di questo, però è così.»
Tzadik ricambiò il suo sguardo con tutta la comprensione che aveva negli occhi. «Ti capisco…» disse, «…ma non credo che sia una cosa vile.»
«No?»
«Anche io mi sento così… Ho sognato per anni di diventare un cavaliere della gilda, di combattere accanto il leggendario Nicon, di cavalcare col vento in faccia ogni giorno verso una meta nuova. Beh, i miei desideri si sono avverati, eppure di notte, prima di chiudere gli occhi, i miei pensieri vanno sempre ai miei genitori, alla casa sulle montagne e alle mie due sorelline che so che non rivedrò più…»
Anche Mylo sentì di doversi confidare. «Io sono stato abbandonato… Rivier è la mia sola famiglia, ma dal giorno dell’eclisse non è più la stessa persona. C’è stato un tempo in cui non facevo che tormentarlo riguardo ai Misteri e lui si divertiva a girarci intorno, a parlarmi per enigmi. Mi mandava in bestia… Adesso capisco ciò che voleva dirmi, cioè che non li averi comunque mai capiti. Grazie tante, ne avrei fatto volentieri a meno!»
«Ma credi che quello che stiamo facendo servirà a qualcosa?» chiese Tzadik. Cercava nel nuovo amico un altro po’ di conforto. Non era sbagliato, lo facevano tutti e tre, anche la giovane Keeper. Da quando si erano incontrati si ritrovavano sempre la sera davanti al fuoco a parlare, ed insieme si davano coraggio, scacciando per un po’ le ombre della grande incognita che li attendeva.
«Rivier ha parlato di speranza… Quando gli uomini potenti come Rivier parlano di speranza, vuol dire che le cose sono messe molto peggio di quello che sembra…» e detto questo sorrise, un sorriso ironico ma contagioso. I due si misero a ridere e Jade, che passava loro vicino, chiese che cosa c’era di buffo.
«Niente, è solo la fine del mondo…» rispose Mylo, ridendo più forte. E la ragazza si unì a loro.

Il paesaggio cambiò. Una luna gialla e piena si accesa come una lanterna nel cielo e più sotto apparve anche la cometa Clessidra, sempre più vicina all’orizzonte. I tre cavalieri della gilda fecero ritorno, Rivier uscì dalla sua tenda e tutti presero posto attorno al fuoco. Misar servì lo stufato che tutti trovarono eccellente all’infuori del vecchio Arcon, che si ripromise di usare meno rosmarino la prossima volta. Alcuni, in silenzio, si chiesero se ci sarebbe stata una prossima volta.
Terminata la cena, la compagnia si preparò ad affrontare la notte. Ahmed si accomodò vicino al fuoco con una coperta sulle spalle per fare il primo turno di guardia; Lagoon gli avrebbe dato il cambio più tardi e a Nicon sarebbe toccato il terzo margine della notte, una pratica abituale. I ragazzi si erano offerti di partecipare ai turni notturni, ma gli uomini della gilda avevano prontamente rifiutato. In effetti le cavalcate erano estenuanti; Mylo e Tzadik arrivavano a sera con le gambe tremanti e le membra doloranti, ed erano più che felici di abbandonarsi a un buon sonno senza interruzioni.
«Domani ci aspetta un giorno importante» dichiarò Rivier, prima di prendere congedo. «Dormite e non pensate… è il miglior consiglio che mi sento di darvi.»
Ma nell’oscurità della tenda che Tzadik condivideva insieme ai membri restanti della gilda, l’apprendista cavaliere fece fatica a prendere sonno. Continuò per un bel po’ a rigirarsi nel suo giaciglio, cercando la posizione giusta, ma alla fine si arrese e rimase a fissare l’ombra di Amhed che il fuoco proiettava sulla parete della tenda. E improvvisamente l’ombra divenne più grande, e al ragazzo sembrò di caderci dentro. Era il sonno che finalmente veniva a ghermirlo o erano le tenebre che lo richiamavano all’oblio? Stava sognando? No, era sveglio, sentiva di essere sveglio, e teneva gli occhi spalancati alla disperata ricerca di una fonte di luce. Dov’era finito il fuoco da campo? Dov’era la luna, la cui luce giallastra rischiarava le chiome degli aceri e delle acacie della valle in cui si erano accampati? Provò a chiamare qualcuno ma si accorse che le sue corde vocali erano mute. Il panico gli fece accelerare il battito del cuore, ma non riusciva a sentirlo, come ogni altro suono, il rumore degli uccelli, il crepitio del fuoco. Gli era difficile anche respirare. Era come se qualcuno lo avesse gettato in un oceano di tenebra e lui vi stesse sprofondando. Era la fine, fu questo il suo ultimo pensiero, prima che un urlo lo riportasse indietro tra i vivi. Si ritrovò seduto nella tenda, accanto a lui Lagoon si era svegliato e lo guardava con occhi ricolmi di terrore. Anche Nicon era sveglio e visibilmente scosso.
«Che sta succedendo?» provò a chiedere il ragazzo, ma nessuno dei due seppe cosa rispondere.
Immediatamente la compagnia si riunì attorno al fuoco. L’urlo che Tzadik aveva udito era stato di Ahmed, colto anche lui dal medesimo senso di soffocamento. Tutti quanti erano stati afferrati da quell’inspiegabile onda di tenebra che li aveva strappati violentamene dai loro sogni. Il panico lasciò il posto alla curiosità. Nicon chiese all’amico che montava la guardia se si era avvicinato qualcuno o se aveva visto qualcosa, ma Ahmed scosse la testa incapace di spiegarsi quello strano fenomeno. Intanto Rivier se ne stava discostato dal resto del gruppo, con gli occhi chiusi e la testa abbassata. Mylo percepì il crepitio della magia come un suono soffuso, un ronzio leggermente fastidioso. Tutti si volsero verso l’Elenty in attesa di una spiegazione. Un minuto più tardi aprì gli occhi e a nessuno piacque l’espressione che gli si dipinse sul viso.
«La struttura di Limbo sta cedendo…» disse.
«Che significa?» lo incalzò subito Nicon. Il mago guardò il cavaliere con sgomento.
«Ho visitato il telaio attorno a questa valle, il substrato del mondo reale, per quanto reale possa essere… Il Telaio è una specie di regno onirico, ma solo con i giusti incantesimi è possibile viaggiarci liberamente. Ho visto delle crepe, dei vuoti che non dovrebbero esserci…»
«Che ha a che fare il mondo dei sogni con Limbo?» domandò Misar, abbracciando la ragazza Keeper con fare protettivo.
«Uno si poggia sull’altro, e viceversa. Sono due mondi in equilibrio… se uno dovesse sfaldarsi, anche l’altro verrebbe distrutto. Temo che la struttura del Telaio sia compromessa e quello a cui abbiamo assistito, la mancanza di luce, di suono, perfino di aria, sia una diretta conseguenza di questo fatto. Temo…» respirò a fondo il mago per trovare il coraggio di finire la frase. «Temo che l’eclisse abbia compromesso la struttura di Limbo e che il mondo stia per cadere a pezzi.»

Il giorno dopo ripresero la marcia, ma nessuno aveva voglia di parlare di quello che era accaduto durante la notte. Attraversarono la valle nella fredda luce di un mattino tinto di riflessi verdastri, un panorama che metteva i brividi, nonostante la temperatura fosse gradevole e il vento, che negli ultimi giorni aveva sferzato i volti della compagnia a cavallo, fosse finalmente calato. Rivier apriva la strada sul suo destriero, un esemplare corvino che montava a pelle. Dietro di lui venivano Mylo e Tzadik e ancora più dietro la ragazza e il vecchio Misar. Nicon e i suoi uomini chiudevano la fila, anche se regolarmente uno di loro si portava avanti in perlustrazione, oppure raggiungeva al galoppo un’altura per avere una visuale migliore dei dintorni. Ma ormai si erano lasciati alle spalle le Lande del Disordine e suoi pericoli. Il gruppo precedeva a un’andatura sostenuta, merito della magia che l’Elenty aveva usato sui cavalli. Lo scopo era quello di aggirare le colline e arrivare in serata ad avvistare la montagna sacra, che secondo i calcoli di Rivier non doveva trovarsi ormai molto lontano.
Fecero una breve sosta al termine del secondo margine, poi tirarono a diritto fino al settimo. Rivier abbandonò la pianura per tornare a salire. «Qui le colline son più basse,» spiegò. «Se riusciamo a oltrepassare quest’altura prima che scenda la notte, saremo in grado di avvistare la montagna. Poi ci accamperemo… voglio solo essere sicuro che siamo sulla giusta strada…»
Così continuarono per l’intero ultimo margine del giorno, ma la notte calò improvvisamente come un sipario mentre coprivano gli ultimi passi che li separavano dalla cima del colle. Non riuscirono a confermare le aspettative del mago, che si irritò visibilmente, e furono costretti a tornare sui loro passi per trovare un luogo riparato in cui montare le tende. Un boschetto di faggi fece al caso loro.
La luce della luna poteva bastare per organizzare il campo, anche se questa venne oscurata un paio di volte da qualcosa di indefinibile. «Era una nube, quella?» chiese Lagoon alzando la testa al cielo.
«No…» rispose seccamente Rivier. «Temo sia stato un altro errore di Limbo…» Nessuno ebbe voglia di replicare e tutti tornarono ai propri compiti. Consumarono una cena fredda con gli avanzi dei pasti passati e andarono a dormire, ma nessuno riuscì a chiudere occhio per un bel po’, per paura di rimanere soffocato dentro strani incubi.
La notte passò senza brutte sorprese, ma una pioggia sottile dentro un paesaggio brumoso dette loro il buongiorno. La visuale era limitata e per buona parte del giorno successivo non riuscirono ad accertarsi della presenza di Mountoor all’orizzonte. Solo al termine del quarto margine un vento nuovo si alzò per sgombrare le nebbie, e allora apparve in tutta la sua maestosa grandezza; la montagna sacra.
«Siamo arrivati…» sospirò Mylo con un mezzo sorriso.
«Non ancora…» lo corresse Rivier.
Poco dopo incontrarono i primi accampamenti degli Arcon che si erano riuniti per partecipare al grande evento. Molte comunità facevano festa, ringraziavano il grande Seidon, organizzavano banchetti. La strana euforia che aveva contagiato le comunità Arcon stonava visibilmente con la luce grigia del paesaggio. L’Elenty guidò la compagnia verso la base della montagna, che s’innalzava in maniera innaturale nel mezzo di un’immensa prateria. Mountoor era una specie di cono gigantesco fatto di roccia, privo di strade o mulattiere. La caverna dove dimorava il leggendario Gigante si apriva a metà della sua altezza, ma solo gli uccelli potevano raggiungere quel pertugio scuro nella roccia. La bruma si era alzata ed oscurava la visuale della parte superiore della montagna, ma alzando gli occhi Rivier poté individuare facilmente l’entrata della grotta.
«Possiamo accamparci qui…» dichiarò il mago, scendendo dal cavallo. I ragazzi e Misar obbedirono con aria assente, Nicon invece rimase in sella al suo destriero insieme ai suoi compagni. Il luogo scelto da Rivier era uno spiazzo di prateria relativamente sgombro a un migliaio di passi dalla roccia che incombeva su di loro. Erano nel mezzo a due accampamenti Arcon appartenenti a due comunità apparentemente gioviali e pacifiche, i Taruon, maestri vasai, e i Lambadi, che vestivano abiti sgargianti e amavano la musica.
«Voi restate con gli altri, io perlustrerò la zona…» disse il capo della gilda ai due uomini, poi rivolse all’Elenty uno sguardo d’intesa e si dileguò al galoppo.
«Dove va?» chiese Tzadik al mago.
«Ad assicurarsi che il suo nemico non sia già qui…» rispose Rivier. Poi iniziarono ad allestire il campo.

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Published in: on giugno 10, 2011 at 10:29 am  Comments (1)  
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CAPITOLO 13: La non-scelta

PREVIOUSLY ON LIMBO…

Jade degli Arceri Rossi è un Keeper, protettore degli oggetti sacri di Seidon. Insieme a Misar e il gigante Yumo, si reca presso la Gilda di Nicon, dove conosce il giovane Tzadik…

…nel frattempo il mago Rivier e il suo apprendista Mylo vengono catturati dai Testimoni di Seidon, fanatici religiosi pronti a muovere battaglia contro gli eretici della Gilda di Nicon. Una volta che i due prigionieri sono condotti al cospetto del primo ministro Tawares, vengono misteriosamente rilasciati…

…segretamente i due maghi fuggono dall’accampamento per andare ad avvertire Nicon dell’imminente battaglia…

…lo scontro tra i Testimoni di Seidon e la Gilda di Nicon esplode inevitabilmente sulle pianure del vespro. Il risultato della battaglia è incerto quando la torre galleggiante di Sawar irrompe sul luogo dello scontro…

…i Testimoni di Seidon si ritrovano a combattere fianco a fianco con gli uomini della gilda, per difendersi dalle orribili creature al servizio dell’Elenty corrotto. Quando ormai la battaglia sembra irrimediabilmente volgere a favore di Sawar, il sole improvvisamente si oscura decretando l’inizio dell’emersione…

… Nicon approfitta della distrazione causata dall’eclisse per infilzare l’Elenty malvagio, il cui corpo viene poi condotto poi lontano dalla battaglia dalla sua compagna Davinia.


CAPITOLO 13
La non-scelta

Il fuoco scoppiettava ma non metteva allegria. La notte era calata sulle praterie, ma i cavalieri continuavano a morire. Le belve non rispondevano più al loro capo, ma continuavano la loro missione di morte. Nicon, in piedi davanti al fuoco, guardava dentro le tenebre in direzione del campo di battaglia. Un urlo portato dal vento si alzò nel silenzio di morte. Poteva essere un suo compagno, oppure un Testimone di Seidon. Poco importava. Un altro Arcon moriva per la follia dell’Elenty corrotto. Sperava con tutto se stesso di averlo infilzato per bene, ma qualcosa gli diceva che Sawar era ancora vivo.
Erano rimasti pochi. Erano rimasti loro, perché anche nelle rappresentazioni fittizie il destino gioca le sue carte. La fine di Limbo si avvicinava, o forse si trattava di un nuovo inizio. Ognuno di loro sapeva di essere il tassello di quel disegno.
Dopo che Davinia si era allontanata insieme al suo amante, il capo della Gilda era tornato dalla ragazza Keeper e dagli altri. La battaglia infuriava a una cinquantina di passi di distanza, ma l’eclisse aveva gettato un’ombra sul campo. Tornare a combattere era una follia, ma Nicon non se la sentiva di abbandonare i suoi compagni.
«Non andare…» lo ammonì Rivier. L’Arcon gli rivolse uno sguardo carico d’odio.
«Taci Elenty!» rispose. E spronò il cavallo verso la battaglia.
Ma in quel momento due cavalieri della Gilda sbucarono dalle ombre. Uno di loro era ferito.
«Signore, sei ancora vivo! Pensavamo di averti perduto!» disse uno.
«Non c’è più niente da fare laggiù. Quei dannati mostri riescono a vedere anche al buio…» aggiunse il secondo cavaliere, tenendosi un braccio sanguinante.
Così si erano allontanati dal campo di battaglia, ma si trovavano ancora sulle pianure. Le montagne distavano una mezza giornata di viaggio. Le avrebbero raggiunte il giorno seguente, per poi proseguire in direzione della montagna sacra. Tutto ormai convergeva laggiù.
Avevano montato due tende, quella della ragazza Keeper e quella del mago. Le avrebbero divise insieme ai tre uomini della gilda superstiti e al ragazzo di nome Tzadik. I due cavalieri si chiamavano Amhed e Lagoon. Il secondo, quello ferito, era stato medicato dallo stesso Nicon dopo essersi accampati. Sedeva adesso vicino al fuoco insieme a resto della compagnia.
«Che succederà adesso?» domandò la ragazza.
Passarono alcuni istanti. Nessuno sembrava volere rispondere a quella domanda. Fu Rivier a rompere il silenzio. L’Elenty aveva recuperato parte delle forze, ma l’eclisse lo aveva cambiato. Mylo era stato il primo ad accorgersene. D’improvviso era come se riuscisse a leggergli negli occhi tutti i cicli della sua longeva esistenza.
«Dobbiamo raggiungere la montagna sacra. Devi consegnare l’oggetto, come ti è stato incaricato.»
«Ma se le leggende degli Arcon sono solo delle novelle per bambini, che importanza può avere ormai?»
«Infatti, vecchio! Che importanza può avere ormai!» Era la voce di Nicon, carica di rabbia. Con lunghe falcate si avvicinò agli altri.
Allora Rivier si alzò in piedi e a tutti sembrò diverso. Lo stesso Nicon provò compassione per lo stregone. C’era una strana rassegnazione nel suo sguardo. Gli Arcon non erano in grado di capire quello che il vecchio stava passando, ma riuscirono a intuire la mole del suo dramma.
«Avete ragione, non ha nessuna importanza per voi Arcon. Non c’è nessuna ragione per la quale dovreste fare quello che vi è stato ordinato di fare. In realtà non esiste una ragione neanche per gli Elenty, perché anche noi siamo stati ingannati. Siamo tutti sulla stessa barca, una barca di nome Limbo, una barca che presto affonderà.
«Eppure non trovo alcun motivo logico per rimanere inerti. L’esistenza di Limbo volge inesorabilmente verso questo evento. L’eclisse ha innescato dei meccanismi che porteranno un cambiamento. Forse non in questo mondo, ma sicuramente in un altro. Vi chiedo di fidarvi di me? Ebbene si, vi chiedo questo. È  il disegno che ci è stato cucito addosso, chiamatelo pure destino se vi va. Non esiste nessun altro motivo.
«Le vite che dimorano negli oggetti di famiglia vivranno ancora, in un mondo apparentemente più di reale di questo, una realtà fatta di atomi e non di impulsi. Ma forse capiranno che la vita può evolversi sotto molte forme, e malgrado tutto anche quelle degli Arcon sono esistenze che valgono la pena di essere vissute.
«Noi non possiamo chiedere a queste entità che lasceranno il nostro mondo di salvarci, ma forse sono la nostra unica possibilità di salvezza. Per questo dobbiamo raggiungere la montagna sacra. Per questo tu, Jade figlia di Ethan consegnerai il medaglione al Guardiano di Mountoor, e tu Nicon combatterai nuovamente Sawar, come è scritto nei sogni del tuo allievo. Si, egli è ancora vivo e non vede l’ora di vendicarsi. Farà tutto ciò che è in suo potere per sabotare l’Emersione. Noi saremo là ad attenderlo.»
Nicon strinse i pugni e maledisse per l’ennesima volta l’Elenty corrotto. Lo stregone diceva che era ancora vivo, ed era difficile non credergli. Guardò i suoi due uomini, tutto ciò che rimaneva della gilda, insieme al ragazzo. L’avrebbero seguito ovunque, ma nei loro occhi lesse il desiderio di accompagnare lo stregone e gli altri. Le decisioni della gilda erano sempre unanimi.
«E sia» sussurrò, volgendo nuovamente le spalle al fuoco. Altre grida si alzarono dall’oscurità. Li aspettava una lunga notte…
«Tornerà la luce?» domandò Mylo. Dall’avvento dell’eclisse i cieli di Limbo non si erano ancora rischiarati, ma ormai erano a metà dell’ottavo margine, il primo della notte.
«Non ne sono certo» rispose Rivier, «ma credo che tornerà. L’eclisse è durata quasi un intero margine, e poi è arrivata la notte. Immagino che domani il sole ritornerà a splendere, ma è tutto molto incerto. Non so davvero cosa aspettarmi…»
«Non sarà facile muoversi verso la montagna sacra nell’oscurità. Ci potremo impiegare un’intera stagione, se i miei calcoli non sono errati.» Era stato uno dei due cavalieri a parlare, Lagoon.
«Potremo sempre attingere a qualche espediente magico, ma forse daremo troppo nell’occhio» ribatté Mylo.
«Assolutamente no» ammonì Rivier. «Sawar non è l’unico pazzo in circolazione, ricordatelo. È solo il più pericoloso! Ci sono diversi Elenty che non apprezzano quello che sta per accadere, e poi naturalmente ci muoveremo attraverso le zone selvagge, abitate da bizzarri Arenty.»
«Le lande del disordine…» precisò Amhed.
«Che cosa sono?» domandò Jade.
«Si estendono per molti giorni di viaggio attorno alla montagna sacra. Le abitano i Troll delle sabbie e altre assurde creature. Ci sono passato una volta, e posso considerarmi fortunato a parlarne.»
Il cavaliere scosse la testa, riattizzò il fuoco e cambiò posizione. Per quella sera nessuno aveva più voglia di parlare. Il gruppo organizzò i turni di guardia e si preparò per la notte. Non vennero disturbati, anche se le urla dei morenti tormentarono i loro sonni fino allo spuntare delle prime luci del nuovo giorno. L’eclisse era terminata.

FINE DEL PRIMO LIBRO

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Published in: on febbraio 19, 2010 at 9:58 am  Comments (2)  
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CAPITOLO 12: La notte improvvisa

PREVIOUSLY ON LIMBO…

Jade degli Arceri Rossi è un Keeper, protettore degli oggetti sacri di Seidon. Insiema a Misar e il gigante Yumo, si reca presso la Gilda di Nicon, dove conosce il giovane Tzadik…

…nel frattempo il mago Rivier e il suo apprendista Mylo vengono catturati dai Testimoni di Seidon, fanatici religiosi pronti a muovere battaglia contro gli eretici della Gilda di Nicon. Una volta che i due prigionieri sono condotti al cospetto del primo ministro Tawares, vengono misteriosamente rilasciati…

…segretamente i due maghi fuggono dall’accampamento per andare ad avvertire Nicon dell’imminente battaglia. Una volta giunti presso la gilda irrompono nella tenda nella quale  Nicon e il gruppo di Jade discutono animatamente. Pochi istanti più tardi la ragazza viene colta da un malore…

…Jade è caduta in sonno magico propiziato da Sawar, che la cerca disperatamente manovrando la sua Torre Galleggiante e seminando distruzione in tutte le terre di Limbo. L’elenty Rivier, con l’aiuto della magia, riesce a riportare l’anima della Keeper nel suo corpo. Poi la gilda si mette in movimento, preparandosi alla battaglia contro i Testimoni…

…lo scontro tra i Testimoni di Seidon e la Gilda di Nicon esplode inevitabilmente sulle pianure del vespro. Il risultato della battaglia e’ incerto quando la torre galleggiante di Sawar irrompe sul luogo dello scontro.


CAPITOLO 12
La notte improvvisa

La Torre Galleggiante sovrastava il campo di battaglia, con le sue rocce appuntite, i bassi torrioni merlati e il grande bastione centrale. Dalla finestra più alta un uomo guardava estasiato le scene di violenza che prendevano luogo più sotto. Esseri deformi fatti di pietra e gesso azzannavano e stritolavano gli Arcon dei due schieramenti, che nella peggiore delle ipotesi si erano uniti per combattere il nemico comune. I Testimoni cadevano di fianco ai cavalieri della Gilda, fratelli di spada davanti alla follia omicida dell’Elenty corrotto.
Davinia si stringeva al suo amante e guardava oltre il mare di corpi maciullati. Avvertì l’eccitazione del suo compagno e avrebbe voluto approfittarne, ma in quei momenti Sawar non voleva essere assolutamente disturbato. Rimase vicino a lui, stringendosi ancora più addosso, accarezzandolo nelle parti intime. L’avrebbe avuto più tardi, quando tutto si sarebbe concluso e le urla sarebbero cessate.
Ma qualcosa colse la sua attenzione. Un gruppetto distaccato, un gigante Arenty, quattro cavalieri ed un mago impegnato in un complicato incantesimo. Indicò la scena al suo compagno, lo sentì irrigidirsi, maledire Limbo per l’ennesima volta.
«Fai atterrare subito la torre!» ordinò ad Ekaron, che aveva il compito di guidare l’assurda magione volante.
La struttura cominciò a muoversi verso il basso. Era un’operazione non facile ma necessaria, perché Sawar aveva intuito la natura dell’incantesimo di quel mago. Rivier, maledetto lui, pensò. Evocò una sfera di fuoco e la scagliò verso il basso. Tre cavalieri vennero arsi vivi. L’Elenty riuscì a sentirsi un po’ meglio. Poi le pareti del bastione incominciarono a tremare.
«Che succede?» domandò Davinia. Vide i suoi occhi riempirsi di collera.
«Ci sa fare con la roccia quel dannato Elenty! Dobbiamo uscire di qui. Tra poco crollerà tutto quanto!» le rispose.
«Ekaron?» chiese.
«Se riuscirà a farla atterrare prima che crolli tutto forse avrà una possibilità di salvezza… Andiamo!»
Le due figure si proiettarono fuori dalla finestra, un volo in caduta libera rallentato da alcune parole in lingua Bit. Un attimo dopo, proprio nel momento in cui la struttura volante toccava terra, il bastione centrale si sbriciolò.
La battaglia continuava ad infuriare poco distante dal luogo in cui la torre era atterrata. Nicon sapeva che le spade non erano di grande aiuto contro golem e gargoyle, almeno che non si ricoprissero di uno strato magico, poche parole per alterare la struttura della lama e far si che penetrasse nella roccia come il burro. Per questo motivo il terreno attorno al capo della Gilda era ricoperto di arti mutilati e pezzi di gesso.
Ma non tutti i cavalieri potevano avvalersi di un simile vantaggio. Le belve erano centinaia e avevano già apportato  enormi perdite nelle file dei Testimoni. Lo stesso Tawares era stato gravemente ferito ed un piccolo distaccamento dell’esercito aveva ripiegato verso le montagne, cercando di portare in salvo il proprio capo. I Testimoni di Seidon combattevano con onore, ma non avevano molte speranze.
Sawar e Davinia avevano intanto raggiunto la terra ferma. Gli scontri continuavano sempre più cruenti a pochi passi da loro, ma all’Elenty corrotto non interessavano. Era la ragazza che voleva e per raggiungerla avrebbe dovuto aggirare l’intero campo di battaglia, e affrontare quel dannato Rivier. Richiamò una decina delle sue belve. Lui e Davinia montarono in groppa a due di queste e si lanciarono al galoppo aggirando il luogo dello scontro. Presto si ritrovarono davanti al gigante.
La scena che seguì ebbe il sapore di un deja-vu per Jade; erano i frammenti dei suoi più recenti incubi. Yumo ingaggiò un feroce combattimento con le Belve che gli si gettarono contro. Spaccò zampe e teste di pietra, coprendo ogni breccia, parandosi di fronte ai suoi compagni come un muro insormontabile. Mylo e Tzadik erano pronti a dargli manforte, ma entrambi si rendevano conto che non sarebbero durati molto contro quelle creature. Più dietro Rivier doveva ancora riprendersi dal tremendo incantesimo che aveva proferito. Il potere al quale aveva attinto lo aveva prosciugato, e adesso riusciva a stento a stare in piedi.
Yumo lottò come una macchia da guerra. L’ascia perdette il filo ma continuò a spaccare, perché la forza impressa dall’Arenty era a dir poco devastante. Ma le belve erano troppe. Sawar aspettava che cadesse. Fermo sulla sua cavalcatura, Davinia al suo fianco, si compiaceva di quello scontro impari. I muscoli del gigante erano ormai ricoperti di tagli, il volto deformato da contusioni. Il sangue scorreva copioso da molte ferite. Eppure continuava a lottare, perché era nato per quello. Proteggere l’oggetto di famiglia, ad ogni costo.
Cadde in ginocchio, ma continuò a ruotare l’ascia. Recise un’altra testa di gesso, poi bocche zannute afferrarono e strapparono le carni del braccio che teneva l’arma. Cadde questa volta senza speranza, e non riuscì più a muoversi. Forse udì l’urlo di disperazione di Jade, prima di chiudere definitivamente gli occhi su Limbo.
Con Yumo fuori gioco resistere diventava inutile. La ragazza Keeper afferrò il medaglione. Forse poteva ancora salvare gli altri. Che senso aveva continuare a lottare. Il suo sguardo si perse nella distanza, dove gli uomini continuavano a combattere e a morire, per ragioni che forse non significavano niente. I Misteri, le leggende, Seidon, la montagna sacra…. Che senso aveva tutto ciò.
«È solo questo che vuoi!» urlò la ragazza rivolta all’uomo dei suoi incubi. Lo aveva riconosciuto subito. Il volto scarno, gli occhi ricolmi di follia. Sawar… «Prendilo allora, e lasciaci in pace!»
In risposta udì una risata agghiacciante. Misar le appoggiò una mano sulla spalla. Quel gesto significava che gli era vicino, che avrebbe combattuto per lei, che avrebbe assecondato le sue scelte. Anche Mylo e Tzadik, i due ragazzi che conosceva solo da un paio di giorni, le si fecero appresso.
«E dovrei rinunciare a vederti dilaniare dalle mie care bestiole?» replicò l’Elenty sogghignando.
Poi la luce cambiò.
Le variazioni di luminosità erano comuni nelle pianure del vespro, ma tutti si accorsero che c’era qualcosa di diverso in quello strano abbassamento di luce. I colori divennero smorti, le ombre sbiadirono. Jade volse lo sguardo al cielo. Istintivamente lo fecero anche gli altri, i compagni che le stavano accanto, Rivier qualche passo più indietro, stanco a tal punto da non riuscire neanche a camminare, i cavalieri che non erano impegnati a lottare. Gli stessi Sawar e Davinia non riuscirono a resistere a una strana sensazione. Guardarono in su e il loro cuore si fermò per un attimo.
Il sole si stava oscurando. Era finalmente giunto il tempo dell’Emersione, l’eclisse che segnava l’avvento del grande cambiamento, come dicevano le leggende degli Arcon e confermavano i Misteri. Il Guardiano della montagna sacra era pronto ad accettare i sacri oggetti, dopo di che una nuova era sarebbe incominciata.
«Non posso crederci…» mormorò Sawar, forse il piú meravigliato di tutti. Il volto di Davinia era bianco come la luna. Quasi perdette il controllo della sua cavalcatura. E poi Rivier, l’altro Elenty presente sul campo da battaglia. Adesso stava in piedi, con lo sguardo puntato sul sole che lentamente veniva oscurato. Gli erano ritornate le forze. Incredulo ripeté. «É arrivata…».
Mentre per i tre Elenty, che tanto avevano atteso quel momento, il tempo sembrava essersi fermato, un uomo spronò il suo cavallo oltre le belve che lo braccavano. Nicon era il suo nome. Non credeva alle leggende Arcon e ripudiava gli affari degli Elenty. Per questo motivo si mosse veloce verso il nemico. Nei suoi occhi brillava il desiderio di vendetta. Molti dei suoi compagni giacevano riversi al suolo, dilaniati da quelle assurde statue animate.
Sawar guardava ancora l’astro oscurarsi quando la lama di Nicon gli trapassò il petto. Un colpo alle spalle, forse non onorevole, ma poteva considerarsi decoroso il modo in cui l’Elenty corrotto mieteva le sue vittime?
Davinia urlò ancora prima del suo compagno. Un fiotto di sangue fuoriuscì dalla bocca di Sawar. Ruotò gli occhi, si accasciò sulla cavalcatura, l’elsa della spada gli spuntava da sotto la scapola. Allora Davinia fu rapida ad afferrare le sue redini e a lanciarsi al galoppo attraverso le praterie. Cavalcò spedita attingendo alla magia che conosceva. Nicon la inseguì per finire il lavoro, ma presto venne distanziato.
Davinia pianse mentre cavalcava, perché il suo era comunque amore, anche se distorto, come distorta era tutta quella storia, fatta di impulsi elettrici e prigioni dorate. Sawar giaceva riverso sul dorso del gargoyle, trafitto dalla spada dell’Arcon. Lei lo teneva aggrappato con un semplice incantesimo. Pregò che fosse ancora vivo, anche se non sapeva chi stava pregando. Non aveva mai creduto in Dio, né prima né dopo Limbo, ma si ritrovò a pregarlo. Per la prima volta da quando era diventata una mera sequenza di codici binari dubitò della sua non esistenza.
«Ti prego, fai che viva!» urlò alle praterie del vespro. Nel cielo il sole era diventato un disco nero.

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Published in: on gennaio 29, 2010 at 9:46 am  Comments (2)  
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CAPITOLO 11: La Battaglia

PREVIOUSLY ON LIMBO…

Jade degli Arceri Rossi è un Keeper, protettore degli oggetti sacri di Seidon. Insiema a Misar e il gigante Yumo, si reca presso la Gilda di Nicon, dove conosce il giovane Tzadik…

…nel frattempo il mago Rivier e il suo apprendista Mylo vengono catturati dai Testimoni di Seidon, fanatici religiosi pronti a muovere battaglia contro gli eretici della Gilda di Nicon. Una volta che i due prigionieri sono condotti al cospetto del primo ministro Tawares, vengono misteriosamente rilasciati…

…segretamente i due maghi fuggono dall’accampamento per andare ad avvertire Nicon dell’imminente battaglia. Una volta giunti presso la gilda irrompono nella tenda nella quale  Nicon e il gruppo di Jade discutono animatamente. Pochi istanti più tardi la ragazza viene colta da un malore…

…Jade è caduta in sonno magico propiziato da Sawar, che la cerca disperatamente manovrando la sua Torre Galleggiante e seminando distruzione in tutte le terre di Limbo. L’elenty Rivier, con l’aiuto della magia, riesce a riportare l’anima della Keeper nel suo corpo. Poi la gilda si mette in movimento, preparandosi alla battaglia contro i Testimoni.

CAPITOLO 11 – La battaglia

Si accese un’alba fredda, striata di viola, in un cielo in cui si rincorrevano strati sottili di nubi accompagnati da un vento gelido. Gli uomini di Nicon avevano già smontato l’accampamento. Si sarebbero divisi in tre gruppi, procedendo parallelamente verso le montagne. In caso di attacco, avrebbero cercato di evitare l’accerchiamento, puntando sulle loro qualità di cavalieri. Ma la magia poteva fare la differenza. Nicon si avvaleva di un’ampia conoscenza magica e sperava che l’Elenty potesse apportare il suo contributo. Insieme forse sarebbe riusciti a spaventare i Testimoni inducendoli ad un ritirata.
Rivier e Mylo restarono nel gruppo di Nicon, quello che procedeva centralmente. Cavalcavano vicino a Jade, ai suoi due compagni, e al giovane Tzadik. Tutti però facevano fatica a parlare. Gli occhi dei cavalieri erano puntati in avanti, alla ricerca del nemico.
«Li avremo di fronte alla fine del terzo margine» dichiarò Rivier. Aveva proiettato la sua vista verso l’orizzonte, calcolando lo spazio che separava le due armate. Alcuni cavalieri si girarono a guardare lo stregone, incerti se credere alle sue parole oppure no. Poco importava in fondo. Lo scontro era ormai inevitabile. I Testimoni di Seidon procedevano attraverso le pianure in formazione allargata, per evitare di venire aggirati dal loro obbiettivo. Ma adesso la gilda poteva avvalersi del fattore sorpresa, o per meglio dire, del fatto che i testimoni credevano di poter portare il primo attacco inaspettatamente, causando paura e scompiglio. Invece la sorpresa sarebbe stata solo loro, quando li avessero visti in formazione pronti allo scontro.
«Come ti senti?» Domandò Tzadik rivolgendosi alla ragazza Keeper.  Lei si voltò di scatto, cercando una risposta soddisfacente a quell’inaspettata domanda.
«Meglio…» riuscì a dire. La sua mente era distante. Pensava all’uomo dei suoi incubi; Sawar. Le sfuggì un sorriso, ma era forzato e tutti lo capirono, anche Mylo che cavalcava poco più dietro. Jade cercò con lo sguardo l’Elenty, sperando in una parola d’incoraggiamento. Il consiglio di un Elenty immortale era tutto ciò che le rimaneva. Ma Rivier non la notò, o fece finta di niente. Continuava a cavalcare scrutando l’orizzonte.
«Dovrei lasciarvi. Forse sarebbe meglio per tutti…» provò a dire. Ma la paura tradì la sua voce.
«Non lo pensare neanche» ribatté l’allievo della gilda, stupendosi dell’impeto con cui era intervenuto.
«Invece forse è la soluzione migliore. Potrei andare avanti, dai Testimoni. Loro forse potrebbero proteggermi dall’uomo che vuole il mio medaglione…»
«In questo modo riveleresti la nostra posizione e perderemo il fattore sorpresa.» Era stato Nicon a parlare, dalla prima fila dello schieramento. Nonostante la distanza era riuscito a sentire le parole della ragazza.
«Non dirò niente…»
«È troppo tardi ormai. E poi ti ritroveresti comunque dentro la battaglia, ma dalla loro parte. È davvero laggiù che vuoi stare?» La domanda di Nicon rimase sospesa. Jade non sapeva cosa rispondere. Quelle persone l’avevano aiutata, malgrado non fossero minimamente interessate al compito che perseguiva. Se si fosse attenuta alle regole di un Keeper, avrebbe dovuto lasciare immediatamente la gilda, anzi non avrebbe dovuto neanche cercarla. Ma adesso che era a conoscenza dei Misteri, le cose stavano diversamente. Non era più sicura di niente, e tutto ciò che riusciva a fare era lasciarsi andare al flusso degli eventi, come una zattera in preda alle correnti del fiume. Guardò il gigante Arenty, impassibile accanto a lei, e poi l’amico di suo padre, il vecchio Misar. Anche lui era confuso, ma le rivolse uno sguardo carico di amore. Sentì che quell’uomo era davvero speciale.
«Può darsi che Sawar si trasformi nella nostra salvezza. Chissà…» Era stato Rivier a parlare. Si, anche questa era una possibilità. Se la contingenza dei due eventi fosse avvenuta,  non era detto che la gilda si sarebbe ritrovata tra l’incudine e il martello. Per il ministro Tawares, Sawar era un nemico ancora più pericoloso di Nicon. In tal caso le parti dello scontro sarebbero state stravolte, e gli uomini della gilda potevano ritrovarsi a combattere a fianco dei religiosi.
«Non auguriamoci niente» ammonì Nicon. «Noi combatteremo solo per i nostri ideali, per ciò in cui crediamo. Chiunque alzerà la spada contro di noi sarà nostro nemico, e chi l’alzerà accanto a noi sarà nostro amico. Questo si vedrà.»
Nessuno disse altro. Solo il rumore degli zoccoli continuò ad accompagnare i sibili di un vento sempre più gelido. Sulle pianure del vespro, tre manipoli di cavalieri divergevano gradualmente verso il loro destino. La battaglia era vicina.
Tzadik cavalcava a testa alta, respirando l’aria fredda satura di un sapore che lo faceva sentire vivo. Non aveva paura, ed era strano, pensò. Quello sarebbe stato il suo primo vero scontro. Non gli aspettavano i lividi delle spade di legno, ma il freddo e letale filo del metallo sulla nuda pelle. Eppure sentiva che la sua vita si stava intrecciando con quella di altri; la ragazza, il vecchio Elenty, e naturalmente Nicon. Si avvicinavano gli eventi da lui sognati, i messaggi che lo avevano indotto ad abbandonare la sua famiglia e ad abbracciare il ruolo di cavaliere della gilda.
I corni suonarono molto prima della fine del terzo margine. Erano distanti, ma facilmente distinguibili nel vento che li trasportava. Gli esploratori dei testimoni avvertirono il reggimento. Nessuna sorpresa, dunque, pensò Nicon, né da una parte né dall’altra. Solo uno scontro aperto, schieramento contro schieramento, sulle pianure sconfinate del vespro. Ordinò agli uomini di muoversi al trotto. Adesso era importante intuire le mosse del nemico, ascoltare il cuore del guerriero e la mente del mago,  voci interiori che attraverso le stagioni ogni cavaliere della gilda aveva imparato a codificare. Potevano farcela, ma lo scopo non era quello di sbaragliare l’esercito nemico. L’essenziale era sopravvivere, per il bene di ogni Arcon e per il futuro di Limbo.
Nei riflessi rosati nei quali si perdeva l’orizzonte, apparvero i Testimoni di Seidon. Uno schieramento ordinato di lance e vessilli, una formazione allargata in semicerchio che poteva contare almeno un migliaio di elementi. Nicon si chiese se fossero solo quelli. Il rapporto era di dieci a uno, ma gli uomini della gilda avevano la magia dalla loro parte, e questo non era un vantaggio da poco. Le due falangi laterali dello schieramento di Nicon si erano perse nella distanza, ma l’accerchiamento poteva essere evitato solamente se i suoi uomini avessero agito con tempismo. Le armate stavano ancora studiandosi.
Un vessillo bianco svettò sopra gli altri, e un corno intimò ai Testimoni di fermarsi. Nicon rallentò l’avanzata ma non si fermò. Sentiva i cavalli dei suoi uomini scalpitare alle sue spalle, consci di ciò che li aspettava. Bisbigliò poche parole in lingua Bit, e la sua vista, amplificata dalla magia, riuscì a vedere chiaramente quello che stava succedendo nei pressi del vessillo appena issato. Un uomo afferrò un rotolo di pergamena dalle mani di un cavaliere più anziano, probabilmente lo stesso primo ministro Tawares. Poi il messaggero spronò il suo cavallo allontanandosi dal reggimento.  Si arrestò a una cinquantina di passi dal gruppo di Nicon, che nel frattempo si era fermato.
«Ho una consegna per il vostro capo» disse il messaggero, alzando la mano e mostrando la pergamena.
Nicon ordinò ad uno dei suoi uomini di andare a prendere l’ambasciata. Tutto si svolse nel silenzio rotto dai fischi del vento e dallo scalpiccio dei cavalli. Il messaggero e il cavaliere della gilda tornarono alle rispettive guarnigioni.
Nicon lesse il messaggio. Lo lesse a tutti quanti, perché non aveva segreti per i suoi uomini, e le decisioni che lui prendeva erano sempre condizionate dall’umore di tutto il gruppo. La gilda agiva come un’entità unica, la cui coscienza era la somma delle coscienze di tutti gli uomini.

“Anime perdute, uomini senza più fede, io mi rivolgo a voi come il pastore si rivolge alle sue pecore, che in preda alla follia si gettano in una corsa sfrenata verso le oscurità del bosco, dove le aspetta un branco di lupi affamati. Io sono il primo ministro dei testimoni che portano la parola del grande Seidon, e il mio nome è Tawares. Siete ancora in tempo per redimervi, per abbracciare la parola del sommo padre. Deponete le spade e allargate le vostre braccia in modo che noi possiamo abbracciarvi, e condurvi alla conoscenza. Altrimenti saremo costretti a fermarvi, e fermare così la diffusione delle vostre assurde dicerie, che corrompono le anime di ogni Arcon di Limbo. Alzate il vessillo bianco ed arrendetevi, perché l’unica altra vostra alternativa è la morte.”

Attese alcuni istanti prima di chiedere ai suoi uomini cosa avrebbe dovuto rispondere. Gli occhi gli caddero sul volto dell’Elenty, deformato da un bizzarro sorriso. C’era poco da ridere, pensò.
«Cosa rispondete, uomini?» chiese.
E i suoi uomini risposero con un grido di battaglia. I cavalli si mossero irrequieti, ma un attimo dopo vennero spronati al galoppo. Due urli identici si alzarono oltre le file dei Testimoni di Seidon. Le falangi li avevano superati e adesso si trovavano alle loro spalle. La battaglia ebbe inizio.
Gli incantesimi vennero lanciati, e subito incominciarono le allucinazioni. I Testimoni urlarono davanti alle apparizioni di creature deformi e abominevoli. Nicon sperava di infliggere subito un colpo vincente, per potersi ritirare verso le montagne ed attendere le conseguenze di una piccola vittoria. Forse Tawares li avrebbe lasciati stare per un po’. In fondo la sua idea non era mai stata quella di sbaragliare l’esercito nemico, ma di prendere tempo. I Testimoni erano Arcon come lui, ignari della verità su Limbo e accecati da stupide menzogne.
Le urla si mischiarono, quelle di orrore da una parte e quelle di grinta e determinazione da un’altra. Le tre falangi piombarono sulle linee dei religiosi con una forza distruttiva. Una buona parte dei Testimoni stava combattendo contro i propri incubi, suscitati dalla magia dei loro nemici. Chi riusciva a vedere oltre le creazioni spettrali, ingaggiò il corpo a corpo. In quella situazione l’equilibrio numerico era stato ripristinato, ma presto l’effetto delle visioni sarebbe terminato e i Testimoni avrebbero riconquistato il vantaggio.
Tzadik roteò la spada cercando l’elmo di un avversario. Una mossa azzardata che portò i suoi frutti. Il cavaliere venne disarcionato dal proprio cavallo, e crollò al suolo con un tonfo sordo. Più tardi il giovane avrebbe ricordato solo quell’evento nei minimi particolari. Il resto era una confusa accozzaglia di immagini di violenza ed assordanti cozzi di metalli.
Yumo fece quello per cui era nato e presto creò un vuoto attorno a Jade e al vecchio Misar. L’Arenty era privo di cavalcatura, ma superava in altezza la testa di qualsiasi cavaliere. Piantato saldamente sulle sue gambe, roteava l’ascia in micidiali fendenti. Caddero tre teste prima che i Testimoni si rendessero conto che non conveniva farglisi vicino.
Rivier si tenne defilato, con Mylo sempre accanto. Innalzò una protezione attorno a loro e attese. I Testimoni sembravano ignorare i due, o forse non riuscivano a vederli. Mylo si tenne vicino al maestro cercando di ricordare le parole che controllavano gli elementi. Scoprì presto che la battaglia e le esercitazioni erano due cose completamente diverse.
Nonostante la forza d’urto di quel primo impatto, le file dei Testimoni si ricomposero velocemente, e fu inevitabile l’accerchiamento. Nicon teneva impegnati tre cavalieri, ma riuscì a scorgere con la coda dell’occhio un paio di compagni cadere sotto i colpi dei nemici. Dovevano uscire da quella situazione, altrimenti non ci sarebbe stato scampo. Evocò uno strappo di luce che accecò temporaneamente i suoi contendenti. Ordinò di sfondare l’accerchiamento, ma il caos era pressoché totale. Fu in quel momento di scompiglio che Rivier spaccò la terra sotto i piedi dei cavalieri. Nessuno aveva mai assistito ad un portento simile. La terra smossa formò uno sbarramento. I cavalieri della gilda si mossero rapidi, salirono sul terrapieno e si prodigarono in una veloce ritirata. Poi ripresero formazione fuori dall’accerchiamento. I due schieramenti erano di nuovo faccia a faccia.
Lontano i corni strillarono nel vento delle praterie. Nicon si voltò e vide ciò aveva temuto di più. Una seconda armata, almeno cinquecento elementi, stava sopraggiungendo alle loro spalle. Era la fine. Dovevano fuggire, adesso, in qualsiasi modo. Dovevano spaccare le linee, oppure dividersi, perdersi nelle pianure. Forse si sarebbero riuniti un giorno. Forse la Gilda sarebbe tornata ad esistere, forse…
Era pronto a dare il segnale di ripiegamento ma qualcosa lo fece fermare. Il suono dei corni non era quello di una carica ma di una ritirata. E allora apparve, magnifica e terribile, un’isola galleggiante nel cielo rosato delle pianure, tutta a rocce e a guglie, nera come l’ebano, scintillante come la pirite. Sawar stava arrivando.
La battaglia s’interruppe. Gli uomini abbassarono le armi. Davanti a quella visione apocalittica nessuno riuscì a muoversi. I Testimoni videro i loro compagni cadere uno a uno, afferrati sadicamente da quelle creature di pietra che le leggende chiamavano Belve. In realtà Gargoyle oppure Golem sarebbero stati termini più appropriati, dato che Sawar era capace di animare ciò che era inanimato, e trasformare statue di roccia in micidiali macchine da guerra.
La ritirata dei Testimoni si stava trasformando in un’autentica carneficina.  Nicon ordinò di serrare le file, volgendo le spalle si loro contendenti. Lentamente anche i Testimoni presero posizione. Era avvenuto ciò che si era aspettato. Sawar era il nemico comune e lo avrebbero combattuto insieme; il diritto alla vita degli Arcon contro la follia dell’Elenty corrotto.
«Seguitemi!» disse Rivier rivolto ai due ragazzi che gli erano  vicino, l’apprendista Mylo e  il giovane Tzadik. I tre si diressero dietro le formazioni dei cavalieri. Incontrarono anche la ragazza Keeper e i suoi compagni, i quali si unirono a loro ed insieme uscirono dai manipoli. La torre si avvicinava velocemente. Ancora qualche istante e le belve avrebbero attaccato le prime file occupate dagli uomini di Nicon.
«Ho bisogno di tutto il tempo che riuscirete a darmi. Se vogliamo fermare quel pazzo, dovrò usare ogni stratagemma di mia conoscenza, ma avrò bisogno di concentrazione. Per questo vi ho portato qua…» Rivier era sceso da cavallo. Stava già componendo dei disegni con le mani, e il crepitio aleggiava nell’aria.
Jade spiegò all’Arenty cosa doveva fare, e il gigante si posizionò davanti al gruppo. Mylo e Tzadik si appostarono con i cavalli poco più dietro. Anche Misar e la ragazza erano pronti a combattere. L’evocazione dell’Elenty ebbe inizio, e il crepitio divenne un suono così sgradevole che ritornò sovente negli incubi di coloro che lo udirono.

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Published in: on gennaio 15, 2010 at 8:25 am  Comments (2)  
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CAPITOLO 10: Ritorno dall’abisso – Prepararsi alla battaglia

PREVIOUSLY ON LIMBO…

Jade degli Arceri Rossi è un Keeper, protettore degli oggetti sacri di Seidon. Insiema a Misar e il gigante Yumo, si reca presso la Gilda di Nicon, dove conosce il giovane Tzadik…

…nel frattempo il mago Rivier e il suo apprendista Mylo vengono catturati dai Testimoni di Seidon, fanatici religiosi pronti a muovere battaglia contro gli eretici della Gilda di Nicon. Una volta che i due prigionieri sono condotti al cospetto del primo ministro Tawares, vengono misteriosamente rilasciati…

…segretamente i due maghi fuggono dall’accampamento per andare ad avvertire Nicon dell’imminente battaglia. Una volta giunti presso la gilda irrompono nella tenda nella quale  Nicon e il gruppo di Jade discutono animatamente. Pochi istanti più tardi la ragazza viene colta da un malore…

…intanto la torre galleggiante di Sawar  avanza portando con se distruzione e morte. Lo stregone corrotto è ossessionato dalla ragazza e dal suo oggetto.

CAPITOLO 10: Ritorno dall’abisso – Prepararsi alla battaglia

Nella tenda che era stata del padre di Jade, il respiro della ragazza era lieve ma regolare. Misar le teneva la mano, mormorandole parole rassicuranti. Si augurava che se fosse riuscita ad agguantare anche una singola sillaba di quel turpiloquio, sarebbe stata capace di risalire dall’abisso in cui era sprofondata.  Yumo stava in piedi a due passi da loro. Non si muoveva e teneva l’ascia pronta. Nella tenda c’era anche Nicon, ma il gigante non gli permetteva di avvicinarsi. Stava per concludersi il quinto margine, e presto la notte improvvisa di Limbo sarebbe calata accendendo nel cielo la cometa. Il capo della gilda era combattuto. L’Elenty gli aveva parlato di un possibile attacco a sorpresa da parte dei Testimoni di Seidon. Lui avrebbe volentieri ignorato quel segnale, ma qualcosa gli diceva che il Primigenio non stava mentendo. D’altra parte però non potevano muoversi, se non volevano mettere in pericolo la ragazza, e per quanto a lui non interessasse il destino di un Keeper, rimaneva un uomo d’onore. L’ospitalità era sacra, e se fosse capitato qualcosa alla ragazza non se lo sarebbe mai perdonato.
Pensava a tutto ciò mentre osservava il gigante Arenty ed il vecchio, in ginocchio accanto al gracile corpo di Jade. Aveva offerto il suo aiuto, aveva provato ad attingere alle sue conoscenze magiche per riportare indietro la ragazza, ma non ci era riuscito. Qualcosa di oscuro e potente l’aveva colpita. In principio credeva fosse opera di quel Rivier, per questo motivo gli aveva intimato di allontanarsi dalla ragazza. Adesso invece credeva che dietro al sortilegio ci fosse qualcun altro, un nome che era ben conosciuto in tutta Limbo, ma che nessuno osava pronunciare.
«L’Elenty dice che forse potrebbe aiutarla» disse Nicon, rivolto al vecchio. Misar interruppe la litania e aprì gli occhi.
«Hai detto che non c’è da fidarsi di lui.»
«Beh, vorrei non essere costretto a fidarmi, ma se avesse ragione e i Testimoni ci sorprendessero davvero in queste pianure, non avremo scampo, né i miei uomini né tanto meno voi tre. »
Misar annuì, accarezzando la fronte della ragazza.
«Perché ce l’hai con lui?»
«Vecchio, non ho nulla contro di lui in particolare, ma ce l’ho con gli Elenty, e se tu avessi a cuore il destino di ogni Arcon come ne ho io, anche tu faresti fatica a fidarti di uno come lui.»
«Ancora i Misteri? E se ti sbagliassi?» La domanda di Misar rimase sospesa. Nicon gli regalò un sorriso amichevole, che nascondeva un pizzico di arroganza.
«Va bene, digli di venire» concluse il vecchio, tornando a guardare la ragazza.
Nicon uscì dalla tenda e si avviò verso il limitare dell’accampamento, oltre una duna ricoperta di sterpaglie rivolta verso le lontane montagne. Laggiù c’erano i due stranieri, e insieme a loro il giovane Tzadik. C’era qualcosa che lo affascinava in quel ragazzo. Gli ricordava la sua adolescenza. La curiosità, la caparbietà e la purezza, qualità essenziali per chi voleva conoscere i Misteri e difendere Limbo dall’ignoranza dei religiosi e dagl’infimi progetti dei Primigeni.
Decise che avrebbe assecondato la sua indiscrezione, ignorandolo di proposito, lasciando il guinzaglio il più lungo possibile.
«Se le tue non sono fandonie, non ci rimane molto tempo per organizzare una controffensiva» esordì Nicon, appressandosi ai tre. Si alzò un vento caldo che portava il profumo del mare infinito. Ma il mare distava molti giorni di marcia dalle pianure del vespro.
«Bene, finalmente possiamo muoverci…» borbottò Rivier sottovoce. Mylo soffocò un sorriso. L’Elenty s’incamminò speditamente verso la tenda di Jade. Non degnò Nicon neanche di uno sguardo. Il capo della gilda rimase immobile, scrutando l’orizzonte.
«Sono laggiù?» domandò.
Mylo si schiarì la voce.
«Si…» fu tutto quello che disse.
Tzadik, in attesa di una ramanzina, si tenne a qualche passo di distanza, ma Nicon continuò ad ignorarlo. Presto sarebbero giunte le tenebre, e di notte i Testimoni non avrebbero di sicuro attaccato la carovana. Manipolando la realtà, gli uomini di Nicon potevano vedere molto meglio al buio.
La battaglia, se ci sarebbe stata, li aspettava il giorno dopo.

Rivier si avvicinò alla ragazza protendendo entrambe le mani. L’Arenty non lo perdeva d’occhio. Misar si era spostato ed osservava la scena da un angolo della tenda.
L’Elenty appoggiò i palmi sul petto che si alzava ed abbassava dolcemente, ma evitò di toccare il medaglione legato al collo. Iniziò a deformare la realtà con parole sottili, muovendo impercettibilmente i polpastrelli. Era un lavoro alquanto delicato, comparabile ad un’operazione chirurgica. Recuperare l’entità e riportarla nel corpo senza danneggiarne la struttura. Un compito non facile ma fattibile. Eppure c’era qualcosa che ostacolava il ritorno.
«Misar, ho bisogno del tuo aiuto…» sussurrò l’Elenty rimanendo con le mani sopra il torace della ragazza. Il vecchio gli si fece accanto.
«Dimmi…» domandò.
«Devi fidarti di me. Dimentica per un momento le regole e le leggende. Non aver paura…» Rivier si fermò, per dare la possibilità al vecchio Arcon di comprendere bene quello che gli aveva appena chiesto. Poi riprese a parlare.
«Devi rimuovere il medaglione» disse.
Misar non nascose la meraviglia. Gli oggetti di famiglia erano sacri. Solamente gli ereditari potevano rimuoverli dai Keeper, e le leggende Arcon parlavano chiaro riguardo alle maledizioni che cadevano su coloro che si permettevano di fare una cosa del genere senza il consenso dello stesso Keeper. Adesso quell’Elenty, vera e propria leggenda vivente al suo cospetto, gli chiedeva di rimuovere l’oggetto da Jade.
«Arcon, se vuoi che lei si risvegli, fai quello che ti dico» incalzò Rivier. Erano le parole di cui Misar aveva bisogno. Avrebbe fatto qualsiasi cosa per quella ragazza che sentiva come sua figlia. Aveva promesso al suo amico Ethan che l’avrebbe protetta, e la paura di una maledizione non l’avrebbe certo fermato.
Avvicinò le dita alla catena del medaglione, aspettandosi di rimanere fulminato. Invece non successe niente. Fece passare l’oggetto oltre la testa della ragazza dormiente, e lo depose accanto, felice di liberarsene il più velocemente possibile.
Rivier tornò a blaterare in quella lingua complicata che era il Bit, l’idioma dei maghi. Trascorsero attimi che parvero a Misar interi cicli. La fronte dell’Elenty s’imperlò di sudore, ma alla fine un sorriso gli si disegnò sul volto. Disse «Ci siamo…», e un attimo dopo la ragazza riaprì gli occhi.
«Chi sei?» sussurrò. Poi la mano le andò di scatto al collo. Sbarrò gli occhi quando si accorse che il medaglione non era più lì, ma Misar fu svelto a rimetterglielo al collo. Il volto di Jade si rilassò, ma aspettava una risposta.
«Mi chiamo Rivier. Qualcuno ha estirpato la tua entità. Eri davvero lontana, ma sono riuscito a riportarti da noi…»
La ragazza cercò di tirarsi su, ma capì che non era una buona idea. Rimase supina e cercò con gli occhi i suoi due amici, che non si erano mai mossi dal suo cospetto.
«È vero, ero molto lontana. È stato lui…» la frase le morì in gola.
«Ancora quell’uomo?» domandò Misar, prendendole la mano.
«Sawar è il suo nome. Il Delirante Demolitore di Limbo.» Quelle poche parole, pronunciate a voce alta dall’Elenty, rimbombarono nella testa di Jade. Sawar era una leggenda, un brutta storia da raccontare ai bambini cattivi, un nome che metteva i brividi e che pochi avevano il coraggio di pronunciare.
«Ma come è possibile…» Misar non riuscì a terminare la frase.
«Cosa sapete di Sawar?» domandò Rivier, alzandosi in piedi. Jade lo guardò dal basso, leggenda tra le leggende, Elenty immortale, mago e divinità al tempo stesso. O forse solamente un uomo.
«Ho sempre creduto che fosse una favola, come quella degli orchi…»
«Sawar è tutt’altro che una favola. Egli è molto più reale di quello che immagini. Naviga Limbo su una Torre Galleggiante, distruggendo tutto quello che incontra. Anche lui è un Elenty come me, ma al pari dei suoi amici, Davinia la perfida ed Ekaron il matto, desidera solo una cosa: distruggere Limbo e tutti gli Arcon che lo abitano.» Poi la voce dell’immortale si affievolì. Tornò a guardare negli occhi la ragazza.
«Il tuo medaglione. Lui lo vuole, e farà tutto ciò che è in suo potere per averlo. Per interi cicli lo ha cercato in lungo e in largo, e adesso è riuscito finalmente a localizzarlo. Sarà qui presto, temo. Voleva rallentarti e ci è riuscito, ma se non ti avessi risvegliato per te non ci sarebbe stato scampo.»
«Perché io? Perché il medaglione?» La voce di Jade era strozzata da un senso di disperazione.
«Il medaglione contiene il doppione di Sawar, la sua entità duplicata. Crede che gli appartenga, ma non è così. Ma è inutile che provi a spiegarvi oltre. Sappiate soltanto che Sawar farà di tutto per averlo.»
«Ma come potrei fronteggiare un mostro come Sawar?» Non sembrava esserci una risposta a quella domanda. Rivier rimase in silenzio, osservando l’Arenty. Il gigante non sarebbe durato molto contro le belve al servizio dell’Elenty corrotto.
«È solo il medaglione che vuole. Dopotutto non vale un granché, se non credi alle leggende Arcon» affermò Rivier con leggerezza. Jade gli rivolse uno sguardo carico d’odio. Come poteva chiedergli una cosa simile? Abbandonare l’oggetto di famiglia era il gesto più disonorevole che si potesse compiere. Nessuna comunità l’avrebbe più accettata, tranne forse la Gilda di Nicon, per non parlare dei Testimoni che l’avrebbero accusata di alta eresia, e condannata al rogo. E poi, malgrado le cose che aveva sentito, lei credeva ancora nella sua missione.
«Non posso decidere per te, ragazza. Comprendo benissimo come ti senti, ma io ti ho solo detto come la penso. Spero di esservi stato d’aiuto. Se desiderate altre risposte, potete trovarmi nella mia tenda.» E dettò ciò Rivier uscì, nelle ombre del primo margine della notte.
Jade lo guardò allontanarsi, quasi incapace di pensare. In meno di un giorno l’intera sua percezione del mondo era cambiata, la lotta interiore per accettare il suo destino di Keeper si era trasformata nel disappunto di essere un inutile pedina di un gioco troppo grande. Verità, mezze verità, verità incomprese ed incomprensibili. Forse la notte avrebbe portato consiglio, almeno che l’uomo dei suoi incubi non l’avesse sorpresa nel sonno.

Rivier si recò da Nicon. Questa volta l’Arcon lo ricevette senza mostrare reticenza. Sentiva che qualcosa di brutto stava per succedere. A suggerirglielo erano i suoi sensi di mago, e di loro si era sempre fidato.
«Come sta la ragazza?» domandò secco il capo della gilda.
«Adesso bene, ma le cose potrebbero mettersi ancora peggio di come sono.»
«Cosa vuoi dire?»
«Lo stregone che ha giocato con la sua anima sta venendo qua. Vuole il medaglione che ha al collo, l’oggetto sacro…»
Nicon scrutò le espressioni indefinibili dell’immorale. Cercava un appiglio per rifiutare quello che aveva appena intuito.
«Sawar…» sussurrò l’Arcon.
«Proprio lui» annuì Rivier.
Trovarsi tra l’incudine e il martello era una situazione che lasciava solo una possibilità. Bisognava trasformare quella terribile contingenza in un’arma a proprio favore. Nicon riunì i suoi uomini davanti al fuoco. Rivelò loro ciò che sarebbe successo il giorno dopo, la morsa letale nella quale si trovavano. Disse di dormire un buon sonno, perché poteva essere l’ultimo. Non servivano vere e proprie strategie, perché nessuno poteva davvero prevedere cosa sarebbe successo. Ma Nicon parlò molto quella sera, e tutti lo ascoltarono, anche la ragazza e il vecchio, con l’Arenty muto che non li perdeva d’occhio. Rivier, insieme al suo allievo, riconobbe il valore di quell’uomo, la risolutezza nella sua voce e nel suo volto, rischiarato dalle fiamme del campo. Forse poteva esserci una speranza per la gilda. Forse.
Ed infine Tzadik, che credeva di aver trovato dei nuovi amici. Aveva parlato molto insieme a quel ragazzo, apprendista stregone e compagno dell’Elenty. Mylo era il suo nome, e in qualche modo lo sentiva vicino. Le strade si erano incrociate. Succede sempre così, quando la storia si avvicina ad una svolta. Qualcosa di grande stava per succedere, e tutti, chi più chi meno, riuscivano a sentirlo.
Eppure nessuno poté immaginare quello che accadde il giorno che seguì.

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Published in: on gennaio 8, 2010 at 8:35 am  Comments (2)  
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CAPITOLO 9: Nella Tenda di Nicon

In questo capitolo i protagonisti del libro finalmente s’incontrano ed i Misteri vengono in parte rivelati. É un momento importante per la storia perché si forma ufficialmente la compagnia d’avventura, nel classico stile della campaign classic, un vero e proprio “must” della fantasy moderna.

L’illustrazione di Charles Huxley sará disponibile nei prossimi giorni.

Dopo una lunga giornata a cavallo, Nicon ordinò finalmente di innalzare il campo per la notte. Le piane si estendevano fin dove l’occhio si perdeva, in ogni direzione. Era un paesaggio inconsueto per Limbo. Le terre che fuoriuscivano dallo strappo sotto il Sole Azzurro si alternavano in modo del tutto casuale, e solo raramente nascevano distese sconfinate come le pianure del vespro. Per attraversarle totalmente sarebbero state necessarie altre tre intere giornate di marcia.
Jade sperava di poter finalmente chiarire alcuni punti scuri della vicenda. La sera prima Nicon li aveva accolti calorosamente, ma non si era intrattenuto oltre il tempo dei convenevoli. Misar aveva accennato qualcosa, Nicon sembrava aver capito, ed aveva più volte rivolto lo sguardo verso il medaglione. Ma la giornata era stata faticosa e poi c’era la festa, il vino e gli uomini della Gilda che aspettavano il loro capo. Li aveva chiesto di dormire nella sua tenda, un gesto di grande ospitalità, e poi si era dileguato, con la promessa che il giorno dopo si sarebbe intrattenuto con loro più a lungo.
Ma la mattina, poco dopo lo strano incontro con quel ragazzo, la carovana si era messa subito in viaggio. Nicon voleva attraversare le piane al più presto. Non si sentiva sicuro in quel paesaggio così esposto, e quelli erano tempi strani. I Testimoni di Seidon erano diventati astiosi e c’erano stati degli scontri. Nicon si era affacciato nella sua tenda e aveva dato il buongiorno a lei e ai suoi amici. Sarebbero partiti al più presto, e un volta accampati di nuovo avrebbero parlato. Jade adesso ci contava.
Yumo iniziò a montare la tenda, non distante da quella del capo della carovana. Misar lo aiutava mentre Jade accendeva un piccolo fuoco. Non poté fare a meno di notare quel ragazzo in cui era inciampata quella mattina. Si dava da fare, in maniera un po’ maldestra, con un groviglio di funi. Era a pochi passi da lei. I loro occhi s’incrociarono ed entrambi percepirono che non era una coincidenza. Jade si sentì un po’ ridicola e attaccò a parlare.
«Hai bisogno d’aiuto con quelle corde?» chiese.
«No, grazie. Tutto a posto…» rispose Tzadik, continuando il suo lavoro. Ma la situazione lo aveva confuso e le funi si erano aggrovigliate ancora di più. Jade si avvicinò e lui gettò per terra la matassa di corda sbuffando. Poi tutti e due si misero a ridere.
«Che imbranato che sono!» ammise sconsolato il ragazzo.
«Ma no, che dici!» lo confortò lei. Ed insieme, in pochi istanti, disciolsero i nodi.
«Sei un Keeper, vero?» la domanda gli era sorta d’impulso. Non ci aveva neanche pensato, si sentì irriverente, arrossì non riuscendo a capacitarsi del perché gli era uscita dalla bocca. Ma Jade non rimase né sorpresa né tanto meno offesa.
«Peggio di una lanterna nel buio, non credi!» rispose ridendo.
«Che vuoi dire?»
«Il gigante Arenty che non mi lascia sola un momento, il medaglione al collo… Come potrei passare inosservata?»
«Beh, perché dovresti? I Keeper sono rispettati in tutte le terre.»
«É vero, ma hanno anche loro dei nemici. Per questo viaggiano da soli, insieme ai loro Protettori.» Jade si era riaccostata al suo fuoco. Il ragazzo l’aveva seguita a due di passi di distanza.
«Scusami, ma non ce la faccio proprio a resistere. So che non sono affari miei, ma perché siete venuti da Nicon? In tutta Limbo forse è lui l’unico che non vede di buon occhio i Keeper e le leggende della montagna sacra.» Tzadik conosceva bene l’inclinazione del proprio maestro. La Gilda rispettava i Keeper, perché erano Arcon e rappresentavano per ogni Arcon la speranza di un mondo nuovo. Ma gli oggetti di famiglia erano legati agli affari degli Elenty e Nicon provava un odio profondo per i primigeni. Tzadik non conosceva ancora a fondo i Misteri, e sentiva che gli mancava qualcosa per riuscire ad afferrare il senso del disegno.
«Ho bisogno di conoscere i Misteri e nessuno meglio di lui può darmi le risposte che cerco.» Jade si sentiva stranamente tranquilla. Stava rivelando troppo a quel ragazzino? Beh, se anche fosse stato così, sentiva che poteva fidarsi.
«Un Keeper che vuole conoscere i Misteri? Se Tawares lo venisse a sapere ti farebbe togliere l’oggetto.» A queste parole Jade fece un passo all’indietro afferrandosi il medaglione. Ma quello che diceva Tzadik era vero. Per i Testimoni i Keeper erano dei santi, discendenti dei prescelti da Seidon per portare a compimento la grande missione. Ogni Keeper onorava il suo compito con la consapevolezza di essere parte della speranza del popolo Arcon. Quando il tempo dell’Emersione sarebbe giunto e gli oggetti fossero stati portati alla montagna sacra, le antiche città sarebbero tornate ed il mondo si sarebbe finalmente fermato. Chi credeva ai Misteri, da quanto ne sapeva lei, reputava tutta questa faccenda una grossa invenzione.
«É vero quello che dici, ma ho bisogno di sapere…»
La conversazione era terminata ed entrambi lo sapevano. Rimasero ancora un po’ a vedere ardere i tizzoni del fuoco, poi il ragazzo salutò la ragazza e se ne tornò alla sua tenda. Mentre le pianure si coloravano di vermiglione, Jade seppe che il settimo margine stava per finire. Presto Nicon l’avrebbe ricevuta.

Tzadik non perse d’occhio per tutta la sera le due tende vicine alla sua. A destra c’era quella della ragazza, del vecchio e del gigante. Dietro, a una ventina di passi di distanza, si ergeva quella di Nicon. Nel campo c’era un gran movimento, ma quando arrivò l’ora di cena, tutti si ritirarono nelle loro tende, meno che una decina di uomini che avevano il compito di rimanere di guardia. Nelle piane si aggiravano lupi, iene, e altre creature poco amichevoli. Era sempre meglio rimanere all’erta.
Il ragazzo si era sentito subito attratto dalla Keeper, ma non era una questione fisica. Entrambi si trovavo in una fase della loro adolescenza in cui i tumulti emozionali erano una norma, ma tra di loro sembrava esserci qualcos’altro. Era la stessa sensazione che aveva sentito quella notte, svegliato dal sogno in cui Nicon chiedeva il suo aiuto, sotto la montagna sacra. Quel sogno aveva stravolto la sua intera esistenza e con tutta probabilità, se avesse ascoltato nuovamente la sua voce interiore, si sarebbe presto cacciato in una altro bel guaio.
Nell’oscurità rischiarata a tratti dai falò del campo, Tzadik vide i tre stranieri uscire dalla tenda e approssimarsi a quella di Nicon. Le guardie parlarono a bassa voce con la ragazza, poi scostarono le falde che nascondevano l’entrata lasciandoli passare. Il ragazzo si mosse veloce come un gatto. Disse ai suoi compagni di tenda, allievi come lui, che aveva bisogno di un po’ d’aria, e sgattaiolò di soppiatto oltre la visuale delle guardie. Aggirò la tenda in cui era entrata la ragazza, seguita dal vecchio e dal gigante, e si accasciò in un angolo d’ombra dal quale avrebbe potuto origliare indisturbato. Si sentì in imbarazzo solo per un momento, poi le persone all’interno incominciarono a parlare, e lui fece del suo meglio per non farsi sfuggire nemmeno una parola.
«Vorrei innanzitutto ringraziarti per la tua ospitalità. I tuoi uomini sono molto gentili con noi.» Era la voce della ragazza, riconoscibilissima.
«É quello che ci si aspetta, no?» Nicon non perse tempo a manifestare la propria posizione. I Keeper erano ben voluti nella Gilda, ma a lui non piacevano.
«Non c’è bisogno di essere scortesi…» era il vecchio che stava parlando. «Sappiamo che a voi non interessa il compito dei Keeper, ma se siamo venuti a cercarvi e a chiedere il vostro consiglio è perché crediamo che voi siate la persona giusta per parlare di certe cose.»
Dal silenzio che era calato improvvisamente Tzadik intuì che il maestro era rimasto colpito dall’intervento di quell’uomo.
«Ebbene, parlate allora. Come posso aiutarvi?»
La ragazza continuò.
«Recentemente ho avuto in consegna da mio padre l’oggetto di famiglia, il medaglione che porto al collo. Già prima che il passaggio fosse compiuto avvertivo qualcosa di strano, una presenza legata all’oggetto. Misar, fedele compagno di mio padre, mi ha poi rivelato che non era la prima volta che succedeva. Anche mio padre aveva avvertito una presenza strana, legata al medaglione. Dal giorno in cui lo indosso, il volto deforme di un uomo tormenta i miei sogni, e più di una volta ho avvertito il tocco di un’energia aliena, distante e incredibilmente potente. Le storie dei Keeper nella mitologia Arcon non parlano di cose del genere. Noi crediamo che questa presenza abbia a che fare con i Misteri.»
Il volto deforme di un uomo? Chi era quest’uomo? Tzadik accostò l’orecchio alla tenda, rischiando d’inciampare e di rivelare la sua presenza.
«Un Keeper che vuole conoscere i Misteri? Attenta ragazza, l’ignoranza è la migliore amica delle persone semplici. Potresti rimpiangere certe conoscenze.»
«Non ho paura di sapere quello che credi tu. So farmi le mie idee e comportarmi di conseguenza, ma spero di riuscire a far finire i sogni, o almeno a capire da dove vengono.»
«Va bene, ti dirò la verità, perché ragazza, sei libera di pensarla come vuoi, ma ricordati…» la pausa enfatizzò le parole di Nicon, «…quella che ti sto per rivelare è la sola verità.»
Ancora una pausa, e poi il maestro tornò a parlare.
«Probabilmente è l’inizio di un nuovo corso, perciò é bene incoraggiarlo. La presenza che tu senti dentro l’oggetto è l’Elenty a cui esso è legato. Che io sappia non è mai successo che un Keeper riuscisse a sentirla, ma forse sei una ragazza sensibile, o più probabilmente l’Elenty in questione è molto potente. Per quanto incredibile vi possa sembrare, Limbo non è stato creato da Seidon. Seidon, per quanto ne so io, potrebbe anche non esistere. Limbo è la creazione degli Elenty, i primigeni. Essi, per scampare alla distruzione del loro mondo, crearono un luogo d’attesa, un mondo fittizio in cui risiedere fino al giorno dell’Emersione. Se quel giorno arriverà, le essenze vitali degli Elenty, racchiuse negli oggetti di famiglia, lasceranno Limbo attraverso la montagna sacra. Niente città sepolte, nessun miracolo divino. Quando gli Elenty lasceranno questo mondo, Limbo non servirà più al loro scopo, perciò verrà distrutto.»
Le ultime parole di Nicon fecero fatica a prendere significato nella testa di Tzadik. Non ebbe neanche il tempo di reagire. Il maestro tornò a parlare.
«Avrete sentito parlare della magia, ma è probabile che nessuno di voi sappia che cosa sia. La magia esiste perché il mondo in cui viviamo è imperfetto, ed è imperfetto perché è stato creato dagli Elenty. Gli Elenty non sono dei, ma sono uomini come noi, e per quanto possano essere saggi e capaci, il mondo che hanno creato presenta dei difetti. È attraverso questi difetti che il mago manipola la realtà…»
Tzadik avvertì il tipico crepitio che anticipava un incantesimo. Il suo maestro stava dando una dimostrazione delle sue conoscenze magiche. Si augurò che anche lui presto sarebbe stato capace di manipolare la realtà. Era stanco degli esercizi fisici e della spada. Perso in questo pensiero, non si accorse che il lembo di tenda al quale era accostato si era sollevato. Era stata la magia di Nicon a rivelare la presenza del ragazzo.
«Come vedete può risultare molto utile conoscere qualche trucchetto. Il mondo è pieno di topastri ficcanaso.» Le parole del maestro trafissero Tzadik peggio di uno stiletto. Fece due passi dentro la tenda, anche se non aveva ben chiaro quello che avrebbe dovuto fare. Si sentiva gli occhi della ragazza addosso. Il sangue gli pompava in testa. Che figuraccia, pensò.
Ma in quel momento due guardie entrarono nella tenda e l’attenzione degli astanti fu immediatamente distolta. Nicon si voltò verso i due uomini chiedendo le ragioni di quell’incursione. Uno dei due parlò.
«Due persone si sono avvicinate al campo; un uomo anziano ed un ragazzo.»
«Chi sono?» la domanda di Nicon era incalzante.
«Il vecchio dice di chiamarsi Rivier. Il ragazzo invece Mylo. Dicono di avere delle informazioni importanti.»
«Offrite loro ospitalità e diteli che li raggiungerò al più presto, appena avrò finito con queste persone» ordinò il capo della gilda. Ma i due uomini rimasero fermi. Parlò il secondo, questa volta.
«Il vecchio sembrava impaziente di comunicare il messaggio. Ci ha detto che è una questione di vita o di morte.»
Nicon sbuffò. Era irritato e non  aveva premura di nasconderlo.
«Va bene allora! Fateli venire qui!»
Nel frattempo Tzadik era rimasto immobile, in attesa di conoscere il suo destino. Un affronto del genere poteva costare l’espulsione dalla gilda, ma il maestro non sembrò badare a lui. Si mise a camminare avanti e indietro nella tenda, in attesa che questi due nuovi misteriosi personaggi facessero il loro ingresso.
La ragazza e i suoi amici rimasero in silenzio, anche loro in attesa. Tzadik non sapeva cosa gli sarebbe aspettato, ma di una cosa era certo: la sua voce interiore lo aveva cacciato in un altro guaio.
Nel momento in cui Rivier fece il suo ingresso, preceduto dalle due guardie, Nicon scartò di lato ed estrasse la sua spada. Nei suoi occhi baluginò un lampo d’odio. Tra i denti sibilò le parole: «Tu, qui!»
Jade indietreggiò e Yumo le si piazzò davanti. Il gigante estrasse l’ascia, pronto a colpire. Le guardie si fecero di lato ed estrassero anche loro le armi. Nella tenda le fiamme delle lanterne sembravano si fossero smorzate da sole. Un manto d’ombra calò improvvisamente sulla scena.
«Che succede?» domandò Misar rivolto al capo della gilda.
Rivier si era fermato davanti all’ingresso, con Mylo accanto. Teneva le mani alzate in segno di resa, e sul suo volto placido gli si era dipinto un sorriso. Nicon però non ci badò.
«Che ci fai tu qui?» domandò, rimanendo in guarda con la spada.
«È  una questione importante, Arcon. Meglio che abbassi quella lama.» Anche Mylo rimase sorpreso da quelle parole. Non erano state pronunciate dalla voce del maestro Rivier, ma da una potenza che trascendeva la sua stessa immaginazione. Si voltò e vide il vecchio illuminarsi, un riverbero dorato che si spanse attraverso la tenda, scacciando le ombre. Tzadik aveva la bocca aperta, Jade era paralizzata, Misar mormorava tra se una preghiera a Seidon. Nicon rimase al suo posto, ma la spada gli si abbassò, e lui fu incapace di trattenerla. Yumo fu l’unico a rimanere impassibile, l’ascia pronta a scattare.
«La gilda è in pericolo. Tra due giorni al massimo il vostro manipolo verrò attaccato di sorpresa dai testimoni di Seidon. Non una semplice guarnigione, ma l’intero esercito guidato dal primo ministro Tawares in persona. Non è necessario avercela con noi. Portiamo solo il messaggio…» La luminescenza si abbassò. L’ombra tornò e poi si dissolse. Le luci nella tenda erano ritornate a fare il loro dovere, ma ancora nessuno si muoveva. Tutti sembravano attendere la reazione di Nicon.
«E perché dovrei credere alle parole di un Elenty?»
Il mistero era stato svelato. I presenti ci erano quasi arrivati da soli, ma quelle parole avevano distolto totalmente il velo. Quel vecchio era un Elenty, un primigenio, una delle creature più antiche di Limbo.
«Nicon, conosco la tua visione e so cosa pensi degli Elenty, ma so anche che sei un Arcon saggio e dai buoni propositi. Se Tawares sgomina la gilda, e ti assicuro che con gli uomini che ha raccolto al suo seguito riuscirà sicuramente a sconfiggervi, sarà un male per tutti. Le credenze degli Arcon prenderanno il sopravvento. Tawares cova in segreto una follia: distruggere il guardiano di Mountoor. Questo significherebbe la fine di Limbo.»
«Perché mai farebbe una sciocchezza simile?» domandò Nicon, incredulo.
«Lui crede che egli sia un demone al servizio di Kyos e che una volta rimosso arriverà il tempo dell’Emersione, i Keeper potranno recapitare gli oggetti sacri alla montagna e le antiche città torneranno dagli abissi. Sai bene che è tutta un’illusione…»
Nicon annuì, ma non disse niente. Rivier continuò a parlare.
«Se il gigante viene debellato, ed è comunque molto difficile che succeda, più nessuno proteggerà Limbo dai demoni esterni. Il Guardiano, come sai, non è solo uno strumento legato all’Emersione, ma è anche il custode del portale esterno…»
Rivier disse molte altre cose, ma i tre ragazzi, che si erano finalmente incontrati, non capirono quasi più nulla. In quella tenda si stavano prendendo delle grandi decisioni. Un pericolo gravava su Limbo, strani meccanismi erano stati innescati. Jade, Tzadik e Mylo, tutti e tre, capirono una cosa all’istante. In quella tenda le loro vite si erano intersecate, perché un disegno stava prendendo forma.
Poi Jade si accasciò per terra. Nicon e Rivier smisero di parlare, entrambi sorpresi dall’evento. Misar e Yumo si chinarono sul corpo della giovane Keeper.  Respirava ancora. Appena un alito di vita…

Continua la prossima settimana…

Published in: on dicembre 4, 2009 at 8:44 am  Comments (2)  
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CAPITOLO 7: La Gilda di Nicon

«Muovi quelle gambe!» disse l’uomo senza capelli.
«Lo sto facendo, maledizione!» rispose il giovane, mentre cercava di evitare i fendenti del maestro.
«Solo quelle possono salvarti» aggiunse l’uomo disarmando alfine il suo allievo.
Tzadik si afferrò le ginocchia e provò a riprendere fiato. La sua spada di legno giaceva a qualche passo di distanza, sprofondata nell’alta erba delle piane. Riusciva a percepire lo sguardo di Nicon sopra di lui.
«Stai migliorando, ma non abbastanza…»
«Non è vero. Tre stagioni fa non riuscivo neanche ad impugnare una spada, mentre adesso…»
«Adesso la tieni in pugno, per pochi istanti» terminò per lui l’uomo calvo.
Il giovane avvertì la tentazione di abbandonarsi allo sconforto. Era una trappola del maestro, lo sapeva. L’addestramento non si limitava ad affinare le abilità fisiche dell’allievo, ma anche quelle psicologiche. Le lezioni finivano spesso con un litigio o con un pianto. Nicon era abilissimo a farti arrabbiare. Si stupì del fatto che nessuno aveva mai perso la testa al punto da volerlo uccidere, o forse qualcuno ci aveva anche provato, pagandone ovviamente le conseguenze.
Nicon era un uomo straordinario. Non solo un abile cavaliere e uomo di spada, ma anche uno studioso dotato di una vasta conoscenza magica. Il gruppo di uomini che aveva richiamato attorno a se, durante le sue pellegrinazioni attraverso Limbo, lo amava e rispettava. Solo gli allievi lo odiavano, e questo la diceva lunga sui suoi metodi d’insegnamento.
La Gilda contava in totale un centinaio d elementi, e al momento vi erano altri cinque allievi insieme a Tzadik, ragazzi che come lui avevano ascoltato per tutta l’infanzia le leggende di Nicon e avevano sognato da sempre di far parte della sua carovana.
Gli allievi vestivano ancora i loro normali indumenti. Una volta  diventati a tutti gli effetti cavalieri della gilda, avrebbero finalmente indossato le vesti tipiche, sgargianti pantaloni giallo e rossi e il famoso “pojo”, la casacca colorata che altro non era se non una coperta di forma rotonda con un’apertura centrale dalla quale far passare la testa.
«Dai, torniamo all’accampamento. La lezione è terminata.»
Nicon gli voltò le spalle e s’incamminò in direzione delle tende e dei carri. Il suo pojo era diverso da quello degli altri, se possibile ancora più acceso e colorato. Tzadik alzò lo sguardo e sentì la rabbia sciogliersi come neve al sole. L’ammirazione per quell’uomo prese il posto della collera. Raccolse la spada di legno e lo seguì verso il campo dove li aspettavano i compagni.
Il settimo margine era appena iniziato e l’accampamento si stava preparando all’avvento della notte. Il grande cinghiale cacciato quella mattina sfrigolava sopra il fuoco, e gli uomini attendevano il manipolo che si era spinto fino alle fattorie dei contadini per acquistare una damigiana di vino . La festa sarebbe presto incominciata.
Non succedeva spesso, ma Nicon riteneva importante concedersi ogni tanto un banchetto. Era il suo modo per ringraziare Limbo della vita donata agli Arcon, una celebrazione della terra e del mutamento. Non credeva in Seidon e non percepiva il mutamento del mondo come una maledizione. L’idea che una ipotetica emersione riportasse indietro le antiche città non lo sfiorava neanche. Limbo era il mondo degli Arcon, ed ogni uomo avrebbe dovuto amarlo e rispettarlo come faceva lui.
Mentre camminava dietro al suo maestro Tzadik ripensò agli eventi che lo avevano condotto all’accampamento della Gilda, quel giorno di tre stagioni prima. Era cresciuto tra gli uomini delle montagne, non una vera e propria comunità ma un agglomerato di famiglie che abitavano gli altopiani centrali di Limbo, oggi ormai in procinto di scomparire oltre il Sole Rosso. Suo padre gli aveva insegnato come mettere le trappole nei boschi circostanti e quando e come tagliare la legna. Era un boscaiolo, una persona senza pretese. Ma con l’adolescenza la casa dei suoi genitori cominciò a stargli stretta.
Un giorno il capo villaggio tornò con le notizie della Colonna che si trovava a valle. La Gilda di Nicon voleva attraversare le montagne ed era probabile che sarebbe passata dai loro insediamenti. Ci fu subito un gran parlare e l’eccitazione contagiò tutti quanti. Molti fomentarono uno sgomento che poi si rilevò assolutamente immotivato. La carovana passò gli altopiani ma si accampò lontano dal villaggio, e gli uomini delle montagne potevano appena distinguere il fumo del bivacco sulla cresta opposta.
Quella notte Tzadik dormì un sonno poco tranquillo. I sogni lo condussero in strani luoghi, e vide due uomini che combattevano una battaglia all’ultimo sangue. Il cielo era nero sopra di loro e sullo sfondo vi era un’alta montagna. Poteva essere la montagna sacra.
Ad un tratto uno dei due uomini gli ordinò di andarlo ad aiutare. Lui si accorse di impugnare una spada, e di saperla usare. Poi il sogno si dissolse, lasciandolo ansimante tra le coperte del letto. A quel tormentato risveglio Tzadik seppe che l’uomo che lo aveva invitato alla battaglia era Nicon.
I suoi genitori dormivano ancora nella stanza accanto alla sua. La notte era alla fine del suo secondo margine. Lasciò un messaggio vergato di fretta, e qualche lacrima cadde sull’inchiostro, poi uscì di casa e seguì i sentieri che conosceva a memoria, tra boschi di bassi abeti e strette mulattiere. Il paesaggio diurno irruppe sulle montagne quando lui entrò nell’accampamento della Gilda.
Disse: «Un sogno mi ha detto che appartengo qui.»
Così gli uomini lo condussero da Nicon.
Il resto erano storie di addestramento, litigi e fatiche, momenti di sconforto in cui pensava ai suoi genitori e alle sue due sorelle. Più di una volta avrebbe voluto tornare su suoi passi, sgattaiolare di nascosto come fece quella notte, ma questa volta per tornare da dove era fuggito.
Raggiunsero il campo nel quale era evidente una certa frenesia per la festa in preparazione. Ognuno aveva un compito ben preciso e lo assolveva con la massima dedizione.  Non c’era posto per gente pigra nella Gilda di Nicon.
Due uomini si avvicinarono a Nicon prima che scomparisse dentro la sua tenda. Gli parlarono sottovoce e brevemente. Tzadik non riuscì a capire cosa stessero dicendo, ma vide il volto del suo maestro corrugarsi leggermente, mentre congedava i due uomini con nuovi ordini. I due cavalieri si allontanarono frettolosamente in direzione dei cavalli. Tzadik li seguì con lo sguardo, li vide raggrupparsi insieme ad altri quattro compagni e spronare le cavalcature attraverso le piane. In pochi istanti le sei figure divennero dei punti confusi sopra l’erba alta, poi scomparvero del tutto alla vista del ragazzo.
L’evento lo aveva molto incuriosito. Continuò ad aggirarsi per l’accampamento facendo finta di essere impegnato in qualche faccenda, ma tenne d’occhio l’orizzonte nel caso i cavalieri facessero ritorno. Nel frattempo arrivò il vino e l’atmosfera cambiò. Nicon uscì dalla tenda e dedicò un primo brindisi molto particolare alla terra. Parlò brevemente, nel silenzio che era improvvisamente calato sopra il campo, e alzò la coppa di liquido ambrato in segno di ringraziamento. Tutti i cavalieri ripeterono il gesto e così la festa ebbe inizio.
Il settimo margine era finito ed il cielo incominciò velocemente ad imbrunirsi. La cometa si accese nel cielo come una lanterna e le stelle brillarono formando disegni sconosciuti. Tzadik perse di vista l’orizzonte e dopo il terzo bicchiere di vino smise di pensare al misterioso compito dei sei cavalieri.
Trumad, uno degli uomini più anziani della compagnia,  conosceva molti Canti di Limbo ed aveva una bella voce. Intonò la storia del “vecchio sotto il tiglio”, mentre le fiamme gli illuminavano il viso e le corde del suo strumento, una mandola a otto corde, vibravano note dolci e tristi. Tutta la comunità era raccolta attorno al fuoco. La carne del cinghiale era tenera e saporita, il vino leggero ed insidioso. Tzadik si accorse che non tutti però si lasciavano andare alla bevuta. Lo stesso Nicon evitava di riempire il bicchiere e sembrava riporre una parte della sua attenzione altrove.
Mentre le note della canzone si spegnevano nel silenzio delle piane, si udì distintamente il rumore di alcune cavalcature in avvicinamento. Nonostante la festa ed il vino, gli uomini di Nicon scattarono in piedi con estrema prontezza. Ma fu lo stesso Nicon a intervenire tranquillizzando i compagni. I cavalieri che lui aveva mandato in ricognizione stavano tornando.
Tzadik se ne stava appoggiato contro la ruota di un carro, il bicchiere in una mano e un grosso pezzo di carne nell’altra. Aveva una visuale ampia della scena, e nel silenzio pressoché totale del campo, riusciva a sentire ogni singola parola. Ma le visioni di quella sera, riportate faticosamente alla memoria il giorno dopo, erano una confusa accozzaglia di immagini annegate nel vino.
Ricordava il piccolo drappello di cavalieri che scortava i tre stranieri, un vecchio, un gigante e una ragazza. Erano davanti a Nicon e gli chiedevano ospitalità. Si erano seduti accanto al maestro, e la serata era continuata all’insegna della festa. Poco dopo i tre si erano ritirati nella tenda di Nicon, e lui non ci aveva più pensato.

l7

Nella pungente aria mattutina delle piane, Tzadik sporse il naso fuori dalla sua tenda. L’accampamento era ancora immerso nel sonno. Si sentivano solo i sussurri dei tre uomini di guardia, nei pressi del fuoco del campo ormai diventato un letto di braci. Stavano preparando il tè.
Il ragazzo si trascinò all’esterno della tenda e si avviò fuori dall’accampamento, in direzione di alcuni alberi di basso fusto che formavano una piccola macchia. La testa gli pulsava ed aveva un bisogno disperato di svuotare la vescica. Mentre entrava nel boschetto, maledisse il vino dei contadini, così leggero e traditore. Non si accorse di niente fino a quando non si ritrovò disteso su un letto di foglie bagnate.
«Perché non guardi dove metti i piedi!»
Tzadik alzò lo sguardo e cercò di capire quello che era successo. Di chi era quella voce? Chi lo aveva fatto inciampare? Si afferrò la testa che adesso sembrava sul punto di esplodere.
«Ehi, mi ascolti?»
Era la voce di una ragazza. Mise a fuoco quel volto che si trovava proprio sopra di lui. Minuta, capelli castani, due occhi in cui annegare. Non sapeva proprio cosa rispondere, ma non gli importava. Voleva solo continuare a guardarla.
«Ragazzo? Che ti succede?»
«Scusami… Non ti ho vista arrivare.»
Lei gli offrì la mano per aiutarlo a rimettersi in piedi. In principio si sentì imbarazzato ad accettare l’aiuto di una ragazza, ma nello stesso tempo non voleva mostrarsi scortese. Afferrò la sua mano e si tirò su.
«Grazie, e scusami ancora.»
«Non ci pensare. Sei giovane per essere un cavaliere.»
«Non lo sono ancora. Mi stanno addestrando. Ti ho vista arrivare ieri sera insieme ai tuoi amici. Da dove venite?»
«Dalle terre dei laghi.»
Per un momento gli occhi di Tzadik andarono verso il medaglione che la ragazza portava al collo. Lei sembrò notare quello sguardo e istintivamente fece un passo all’indietro.
«Adesso devo tornare» disse lei.
«Si, certo. Ci vediamo al campo.»
In un attimo sparì alla sua vista. Lui rimase per un po’ immobile, cercando di metabolizzare quello strano ed improvviso incontro. L’insolito oggetto che portava al collo, le terre dei laghi, il gigante ed il vecchio che erano i suoi compagni di viaggio. Pensò distrattamente a tutto questo, ma scoprì che la cosa che lo aveva più colpito di quella misteriosa ragazza erano stati i suoi occhi.

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Published in: on novembre 6, 2009 at 9:06 am  Comments (2)  
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CAPITOLO 6: La Terra dei Laghi – Gli Ittici – La Colonna delle Voci

Gli specchi d’acqua riflettevano il magenta del cielo, fin dove l’occhio arrivava. L’orizzonte si perdeva tra le nebbie, insieme al riverbero di quella moltitudine di laghi, tra la bassa vegetazione e le canne di bambù che affioravano un po’ ovunque. L’aria odorava di orchidee.
Jade osservava quel nuovo paesaggio mentre discendeva l’altura insieme ai suoi due compagni. Misar le camminava accanto aiutandosi con il suo bastone, mentre Yumo li seguiva qualche passo più indietro. Guidava i due muli attraverso il sentiero, guardandosi intorno di tanto in tanto. Il senso del pericolo del Protettore, affinato come in nessun altro, era costantemente all’erta.
Erano trascorsi una quindicina giorni da quando avevano lasciato il deserto. Misar sperava di poter avere qualche informazione sulla posizione della gilda attraverso la consultazione di una Colonna delle Voci. Per questo si erano diretti verso i laghi. Il vecchio era convinto che da qualche parte laggiù doveva essercene una. Il padre di Jade gliene aveva parlato una volta.
La posizione di questi luoghi di sapere e di scambio di informazioni, che secondo la mitologia Arcon furono messi dallo stesso Seidon per aiutare gli uomini a rintracciarsi in quel mondo così mutevole, cambiava insieme a tutto il resto, ma gli erranti divulgavano con impegno la conoscenza delle loro ubicazioni. Si diceva che venivano addirittura disegnate delle mappe speciali chiamate Carte a Proiezione, in cui venivano tracciate le possibili traiettorie di spostamento delle colonne. Jade non ne aveva mai viste, ma ne intuiva il loro funzionamento.
Molti studiosi avevano cercato di trovare un senso allo spostamento delle terre di Limbo. In realtà la deriva del mondo verso il Sole Rosso, lo strappo all’orizzonte che risucchia le terre in eccesso, avviene in modo abbastanza casuale. Ma alcune proiezioni rinvenute attraverso attente osservazioni di questi mutamenti sono risultate esatte. Per questo i Cartografi, rari personaggi che errano Limbo studiandone la sua mutevolezza, hanno una grande reputazione tra le comunità Arcon.
In quel momento un Cartografo sarebbe stato per loro di grande aiuto. Anche se la Colonna doveva trovarsi in quel luogo, potevano impiegarci un’intera stagione prima di riuscire  trovarla, e solamente dopo aver setacciato quelle terre in lungo e in largo.
Misar si fermò d’un tratto, scrutando l’orizzonte in direzione degli specchi d’acqua. Cercava di attutirne il riflesso con l’aiuto della mano. Gli occhi divennero due fessure e le folte sopracciglia si incurvarono.
«Laggiù!» disse.
Jade si era fermata accanto al vecchio e anche lei sondava il paesaggio alla ricerca di qualche traccia che indicasse loro una direzione da prendere. Seguì l’indicazione di Misar, che puntava il dito verso una larga distesa d’acqua sul lato sinistro del bacino verso cui discendevano, ma non vide niente.
«Cosa?»
«Un pescatore. Deve essersi insediata una comunità. Forse sapranno dirci qualcosa…»
Finalmente la ragazza riuscì a vedere quella striscia galleggiante che era la barca di un pescatore. Si rimisero in marcia puntando verso quella direzione, tenendo gli occhi ben aperti nella speranza di trovare altre tracce di una comunità presente nel luogo.
Jade aveva avuto altri sogni. La maggior parte di questi l’avevano confusa, altri invece l’avevano terrorizzata. Poco prima, mentre discendevano il sentiero, si era sentita come toccare da qualcosa. Una parte di lei aveva riconosciuto in quel tocco interiore la presenza dell’uomo dei sogni. Si era fermata ascoltando, mentre i suoi compagni la guardavano chiedendosi il motivo di quella strana sosta. Era stata questione di un momento. Un tocco lieve ma profondo, che l’aveva trapassata dalla testa ai piedi. E proprio attraverso le dita dei suoi piedi aveva avvertito quella presenza andarsene. Qualcosa le diceva che l’uomo dal volto scarno e gli occhi di ghiaccio era molto vicino.
Il sentiero, una volta raggiunta la piana più sotto, si perdeva nella bassa vegetazione che circondava i laghi. Il terreno era più morbido e l’aria più pesante. L’odore delle orchidee si era fatto quasi insopportabile, e Jade si augurò che trovassero in fretta ciò che stavano cercando. Non credeva di poter abituarsi a quell’odore.
Aggirarono alcuni stagni percorrendone le rive. Il terreno diventava sempre più melmoso e i loro stivali affondavano abbondantemente nel terreno. I muli si lamentavano di quel cammino, ma Yumo sapeva come tranquillizzarli. Si diceva che gli Arenty avessero una speciale empatia con gli animali, e che riuscissero a comunicare con loro in una forma sconosciuta di linguaggio.

cap6p
Raggiunsero il luogo dove avevano avvistato il pescatore. La barca galleggiava solitaria in mezzo a quello specchio d’acqua, e un uomo molto alto e sottile se ne stava in piedi al centro di questa. Jade ne riusciva a scorgere solo la sagoma, nel riflesso abbagliante della superficie del lago. L’uomo era immobile e teneva una lancia da pesca alta sopra la testa, pronta per trafiggere la preda appena questa si fosse avvicinata alla barca. Portava un ampio cappello di forma conica, indumento che lo identificava come appartenente alla comunità degli Ittici. I tre rimasero in silenzio osservando la scena che stava per compiersi. Qualsiasi rumore avrebbe spaventato il pesce e deconcentrato il cacciatore pronto al colpo.
La lancia saettò dalle mani dell’uomo immergendosi quasi totalmente. L’acqua ribollì accanto alla barca, segno che preda si stava dimenando. Quindi il pescatore caricò sulla barca il pesce infilzato, un esemplare grande quanto un bambino. Poi, come se si fosse accorto in anticipo della presenza dei tre, guidò la barca verso di loro.
Gli Ittici erano i pescatori di Limbo, un comunità antica e pacifica che aveva pochi contatti con gli altri Arcon. Non pescavano mai più di quello che serviva a loro e quindi non commerciavano il loro prodotto come facevano invece la maggior parte delle comunità, ma a volte davano delle grandi feste in riva ai laghi o ai fiumi. Arrostivano grossi pesci e suonavano i loro flauti di bambù per la gente che voleva partecipare. Tutti erano invitati e le feste potevano durare anche due o tre giorni consecutivi.
Pescavano su imbarcazioni leggere, facili da trasportare nel momento in cui cambiavano insediamento. Spesso risalivano i fiumi cercando nuove zone di pesca, ma rimanevano sempre nell’entroterra di Limbo. Come altre comunità, temevano il mare e lo evitavano di proposito.
La barca scivolò dolcemente lungo la riva, fermandosi a pochi passi da loro. Il pescatore rimase in piedi dov’era e salutò i tre con un cenno della mano. Sembrava restio a scendere sulla terra ferma. Il cappello proiettava un’ampia ombra sul suo volto nascondendone i lineamenti.
«Salve pescatore» salutò di rimando Misar. «Ci hai fatto assistere ad un grande spettacolo di caccia.»
L’uomo chinò la testa in risposta al complimento del vecchio. Gli Ittici erano famosi per la loro parsimonia comunicativa. Parlavano solo quando era necessario, e a volte neanche allora. Misar conosceva bene la loro reputazione, così non perse tempo in altri convenevoli ed arrivò subito al punto.
«Ci è stato detto che in questo luogo si trova una Colonna. Vorremmo aggiornarci sul tempo e su altre questioni del mondo. È molto importante per noi consultarla. La tua gente sa dove si trova?»
Immobile e silenzioso, l’Ittico sembrava non aver udito una parola di quello che il vecchio gli aveva appena detto. Jade era sul punto di spazientirsi, ma si accorse che l’uomo la stava osservando. Anzi, osservava il medaglione che portava intorno al collo. Con un gesto istintivo si portò una mano al petto, cercando con lo sguardo il suo Protettore. Yumo si era già accorto dell’occhiata che il pescatore aveva dato all’oggetto, e Jade poteva quasi udire il rumore della tensione dei muscoli del gigante muto.
Ma il pescatore non sembrò fare caso a tutto ciò. D’un tratto parlò, e la sua voce era sottile e armoniosa.
«Kawen sa dove si trova. Dovete seguirmi.»
E detto ciò smontò dall’imbarcazione e si caricò il grosso pesce sulle spalle. Poi si incamminò lungo la riva del lago, in direzione di un insenatura oltre la quale la bassa vegetazione lasciava il posto ad alte canne di bambù. I tre lo seguirono non senza qualche difficoltà. L’uomo si muoveva rapido nonostante il fardello che si portava sulle spalle. Aggirarono l’insenatura e attraversarono quella che sembrava un’apertura attraverso il canneto. Il terreno del sentiero diventò più solido a mano a mano che si allontanavano dal lago. Erano completamente circondati da alte e svettanti piante di bambù.
D’un tratto l’uomo si fermò voltandosi verso di loro.
«Avete bisogno di ristoro?»
La domanda suonava forzata. Misar declinò l’invito.
«No, ma avete la nostra gratitudine.»
«Va bene. Aspettatemi qui.»
Poi proseguì lungo il sentiero scomparendo velocemente alla loro vista.
«Che succede?» domandò Jade con un leggero nervosismo. Ricordava lo sguardo che l’uomo aveva dato all’amuleto. Ne era forse stato incantato? Si diceva che gli oggetti di famiglia facessero questo effetto su alcuni uomini. La sola vista poteva indurre al delitto…
«Non preoccuparti…» cercò di tranquillizzarla Misar. Ma anche lui sembrava teso. Intanto Yumo aveva estratto lo spadone. Per il gigante non si poteva essere mai troppo cauti.
Attesero oltre il tempo di una pausa, avvertendo la tensione salire. Jade era sul punto di chiedere al compagno di tornare indietro. Nel silenzio irreale di quel canneto, in cui le foglie dei flessuosi bambù si muovevano appena, la giovane Keeper si sentiva come un topolino in gabbia.
Poi udì dei passi che venivano dal lato in cui si era allontanata la loro guida. Apparve il pescatore ed insieme a lui c’era un altro uomo, di aspetto simile e con un identico cappello. Doveva trattarsi di Kawen.
L’uomo che li aveva guidati nel canneto parlò.
«Lui può aiutarvi. Io ho compiuto il dovuto. Adesso devo lasciarvi» e con un gesto del capo salutò i tre, poi ritornò sui suoi passi e scomparve tra il fitto bambù.
Anche Kawen aveva gli stessi modi distaccati del suo compagno. Disse loro solo una parola: “seguitemi”. Poi partì di gran lena in direzione del lago in cui avevano visto il pescatore. Aggirarono la distesa d’acqua ed entrarono in una zona molto più paludosa. I muli facevano fatica a proseguire anche a causa del pesante carico. Ma l’Ittico assicurò loro che il tratto sarebbe stato breve.
Al profumo nauseante delle orchidee si erano aggiunti gli insetti della palude. Ci fu un momento in cui Jade pensò di non riuscire più ad andare avanti. La testa incominciò a girarle e le si annebbiò la vista. Si sentì afferrare per un braccio, una stretta tempestiva ma gentile. Si accorse che Yumo la stava sorreggendo, mostrandole un sorriso piatto che le fece comunque piacere.
Kawen aveva detto la verità. Il terreno tornò ad essere meno paludoso e gli insetti diminuirono. Entrarono in un boschetto di felci e proseguirono per uno stretto sentiero. Il percorso non era dei più facili, ma almeno l’odore delle orchidee si era attenuato e Jade ritrovò la lucidità necessaria per proseguire da sola. Ringraziò il gigante muto che le rispose con uno sguardo di adorazione.
Uscirono dalla bassa vegetazione e si ritrovarono davanti ad un ampia distesa d’erba alta. In mezzo alla pianura, come uno specchio incorniciato, vi era una distesa d’acqua argentata di forma quasi perfettamente rotonda. Si era alzato un vento leggero che accarezzava il prato e increspava lievemente la superficie del lago. Vi era un salice dalla gigantesca chioma che cresceva sulla riva. Il vento lo faceva danzare dolcemente al ritmo di una musica inudibile.
«Laggiù!» disse l’Ittico indicando l’albero danzante. «Proprio sotto quel salice si nasconde la colonna.»
«Vi siamo molto grati pescatore» rispose Misar. «Possiamo ripagarvi della vostra gentilezza in qualche modo?»
Kawen guardò il vecchio da sotto l’ampio cappello conico. Jade non riusciva ad indovinare la sua espressione, ma per un attimo ebbe la sensazione che lo sguardo dell’uomo si fosse posato sul suo amuleto. La Keeper pregò che non chiedesse l’oggetto come pegno del suo servizio.
Anche Misar sembrò accorgersi di quello sguardo. Allungò la mano in direzione dell’uomo porgendogli un piccolo sacchetto di pelle.
«Ecco qua. Non è molto, ma credo che possano piacere alla tua compagna.»
Kawen afferrò il sacchetto e lo aprì. Una manciata di piccole perle di fiume scivolarono nella sua mano. L’Ittico le osservò di sfuggita, poi tornò a guardare in direzione di Misar, e forse anche di Jade. Sembrava sul punto di voler fare un’altra proposta, ma cambiò idea. Rimise le perle nel sacchetto e se lo infilò nella tasca dei sui larghi pantaloni da pescatore.
«Avete bisogno di ristoro?»
Era il codice del pescatore. Ogni Ittico era obbligato ad offrire il ristoro agli erranti, malgrado quello che pensasse di loro. Jade si domandò se non fosse proprio a causa dell’amuleto che i due pescatori si erano dimostrati così distaccati nei loro confronti.
«Grazie, ma non possiamo» rispose Misar. «Ma portate i nostri saluti e ringraziamenti a tutta la vostra comunità. Possa Seidon abbracciarvi col suo amore.»
Kawen ringraziò con un cenno con il capo, poi tornò sui suoi passi in direzione della palude. In un attimo i tre non furono più in grado di vederlo.
Misar guidò il gruppo lungo la riva dello specchio d’acqua. Il salice si trovava sulla sponda opposta, un esemplare gigantesco le cui fronde ricadevano sulla superficie del lago creando una zona d’ombra imperscrutabile. Le colonne erano sempre legate ad un luogo particolare che molti Arcon avrebbero definito magico. In realtà la magia risiedeva unicamente nella colonna, e non nel paesaggio circostante. Jade però non poté fare a meno di pensare che quel luogo fosse in qualche modo incantato, uscito da una terra di sogno o da una favola per bambini. L’argento del lago era abbagliante, il prato sfumava dal giallo oro al verde più intenso, mentre le carezze del vento giocavano insieme alle sfumature creando strani effetti ottici. E poi c’era l’albero, il sovrano assoluto di quel luogo circoscritto, apparso d’improvviso all’interno di un bosco di felci. Per un attimo si sentì parte di una rappresentazione, protagonista o pedina di una storia narrata intorno al fuoco.
Si fermarono a una decina di passi dal grande salice. Non riuscivano a vederne il tronco a causa delle abbondanti fronde che lo ricoprivano formando una specie di tenda naturale. La colonna doveva trovarsi al suo interno, nascosta nell’ombra di quello strano antro.
Yumo si avvicinò alle fronde e ne scostò un drappo, sbirciando all’interno alla ricerca di qualche pericolo. Dalle ombre sotto il salice provenne un odore pungente di sottobosco e di funghi insieme ad un riverbero rosato di natura indefinita. Jade sporse la testa verso l’apertura cercando di vedere meglio. Vi era un basso piedistallo di forma cilindrica che spuntava da un tappeto di foglie umide. La colonna era levigata come madreperla e trasparente come il quarzo. Emanava una strana luminescenza che variava dal rosa all’arancio, in una pulsazione regolare che poteva ricordare il battito di un cuore.
Misar fece strada all’interno dell’antro, seguito dappresso dalla ragazza. Yumo assicurò i muli legandoli ad un ramo e poi entrò insieme ai suoi compagni. Nonostante la sua mole, la cupola di fronde poteva accoglierlo tranquillamente.
Una volta sotto il salice Jade si sentì come trasportare in un luogo diverso. Il lago rotondo ed il prato d’erba alta non erano scomparsi solo alla sua vista, ma qualsiasi altra sensazione le diceva che non esistevano più. Avvertiva che oltre quel drappo di fronde che li circondava non ci fosse più niente. Il vuoto assoluto.
La sensazione durò un istante, poi tornò a concentrarsi sull’oggetto che aveva davanti, la Colonna delle Voci. Non ne aveva mai vista una prima di allora. Nella sua comunità solo i primi cacciatori si recavano a volte a consultarle, quando fortuitamente s’imbattevano in una di queste. Misar invece sembrava conoscerle. Posò entrambe le mani sull’estremità di quel cilindro rosato che spuntava dal terreno in maniera così innaturale, e chiuse gli occhi invitando i suoi compagni a non far rumore. La lettura avveniva in silenzio e poteva durare anche la metà di un margine, a seconda delle informazioni che si cercava.
Nessuno sapeva quante colonne ci fossero su Limbo. Anche queste si spostavano insieme alle terre, ma erano disseminate in maniera uniforme, così da poter raggiungere tutte le comunità erranti e stabili del mondo. Chiunque poteva utilizzarle, lasciandovi notizie oppure consultandole. Bisognava fare attenzione a non venire ingannati dalle false indicazioni. Vi erano insidie nei messaggi lasciati, e qualcuno parlava dei Corruttori di Menti, gente astuta che manipolava le persone attraverso insidiosi messaggi.
Misar rimase attaccato alla colonna per il tempo di due pause. Yumo e Jade restarono accanto al vecchio per tutta la durata della consultazione. La ragazza notò che all’interno della cupola di fronde anche tutti i suoni esterni erano attutiti. Il vento, che soffiava leggero sul lago e l’erba alta, sembrava scomparso. La sensazione di trovarsi in un luogo distante non l’abbandonò per tutto il tempo in cui rimasero là dentro. Quando finalmente Misar staccò le mani dalla colonna, chiese agli altri di uscire. Anche per lui quel luogo era diventato fatto soffocante.
Una volta fuori dalla cupola il vecchio parlò.
«Ho letto solo parte delle notizie più recenti. È un periodo di fermento, sembrerebbe. Stanno accadendo molte cose, la maggior parte delle quali sono per me indecifrabili.»
«Che genere di cose?» domandò la ragazza.
«I Testimoni di Seidon si stanno allargando, perseguitando i maghi e gli eretici. La Torre Galleggiante è in movimento, portando con se distruzione e follia. Erano molte stagioni che non se ne sentiva parlare. I Dowa dedicano molti canti al cielo, segno che la paura accarezza il mondo. Qualcuno dice anche che il tempo dell’Emersione è vicino, ma non darei molta importanza a questa notizia. C’è sempre qualcuno che profetizza un imminente avvento dell’eclisse.»
Mentre parlava, cercando di ricordare quello che aveva decifrato durante la consultazione, Misar osservava assorto la superficie argentea del lago. Jade ebbe un brivido quando sentì nominare la Torre Galleggiante. Il delirante demolitore di Limbo, lo stregone Sawar. Più volte aveva pensato e temuto e che l’uomo dei sogni fosse proprio lui. No, non era una storia per bambini. La Torre esisteva per davvero.
«E la gilda?» chiese lei.
«Siamo fortunati ragazza. La gilda è passata di qua non molto tempo fa. Era diretta verso le piane oltre i laghi. Forse riusciremo a raggiungerla se la comunità ha deciso di accamparsi.»
Jade non poté fare a meno di notare l’ansia che era scesa sull’espressione del vecchio. Continuava ad osservare il lago, perso in pensieri insondabili.
«Cosa c’è che non va?»
«Niente, probabilmente. Vi era un messaggio strano nella colonna. Non sono riuscito a capirlo, ma nascondeva qualcosa.»
«Che diceva?»
«Una frase senza senso, ma che non riesco a togliermi dalla testa. La frase occupava ogni spazio della colonna, come un libro scarabocchiato con un inchiostro rosso.»
Il vecchio voltò lo sguardo verso la ragazza, due fessure cespugliose.
«Diceva: nella verità muore la speranza!»

Continua venerdí prossimo

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Published in: on ottobre 23, 2009 at 7:28 am  Comments (2)  
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CAPITOLO 2: Sogni ricorrenti – Un canto per il padre

CAPITOLO 2
Sogni ricorrenti – Un canto per il padre

Era sorto un giorno di sole attorno alla tenda. Il giallo rimaneva sulla superficie del deserto, nella sabbia che si perdeva in dune e dossi all’orizzonte. Ma il cielo era limpido e il sole brillava di una luce fresca. Si riuscivano anche a vedere le Montagne della Notte, guardando nella direzione dalla quale il giorno prima Jade e Misar erano sopraggiunti.
La ragazza pensò che fosse una giornata inadatta ad un funerale. Troppo luminosa, troppo allegra. Era uscita presto quella mattina, poco dopo che Misar si era svegliato ed aveva trovato il corpo del suo vecchio amico già freddo. L’anziano era rimasto accanto a suo padre per un po’ di tempo, sussurrando delle parole che potevano appartenere a una canzone o a una preghiera, o forse ad entrambe le cose. I Canti di Limbo, la voce di Seidon che aleggiava nelle valli e sugli altopiani, melodie misteriose che la gente percepiva quando un evento era prossimo o appena trascorso. Questi canti si trasformavano in preghiere che la gente usava per ringraziare Seidon ed omaggiarlo.
Ma la mitologia Arcon non l’aveva mai convinta del tutto. Le vennero cosi in mente i Misteri, e si mise a ridere. Sciocchezze, pensò, e continuò verso il boschetto che si trovava oltre le prime dune nei pressi della tenda. Laggiù pascolavano i due muli che trasportavano la tenda e l’equipaggiamento di Misar e di suo padre. Adesso erano suoi, come tutto il resto, compreso il maledetto medaglione.
Yumo camminava a pochi passi da lei. Ora che l’oggetto le apparteneva, dubitava che il gigante la lasciasse da sola anche nei momenti più intimi. Se si fosse trattato di un altro Arcon la cosa l’avrebbe infastidita enormemente, ma si era subito accorta che la presenza dell’Arenty la lasciava completamente indifferente. Poteva considerarlo alla stessa stregua di un gatto o di un cavallo.
Trovò gli animali nel punto in cui le aveva detto Misar. Si assicurò che avessero abbastanza acqua e li fece camminare un piccolo tratto attraverso il boschetto. Poi tornò indietro e li legò nuovamente all’albero, assicurandosi che l’avena fosse alla loro portata.
Quel piccolo impegno la distrasse per un po’ dai pensieri che le vorticavano in testa. Quando tornò alla tenda era contenta che Misar avesse preparato qualcosa da mangiare. Si sentiva sul punto di svenire dalla fame.
Si sedettero all’ombra di un ampio telo che li riparava, oltre che dal sole, anche da un leggero vento che trasportava la fastidiosa sabbia del deserto. Jade si accorse che i suoi vestiti erano pregni di quella sabbia, così come i suoi capelli. Avrebbe voluto farsi un bagno, ma chissà quando se lo sarebbe potuto permettere.
Yumo non sedeva con loro. Era sopra una duna a una ventina di passi dalla tenda. Da quel punto leggermente rialzato riusciva ad avere un ampia visuale del paesaggio circostante. Lo spadone era sempre al suo fianco.
«Come è andata ieri notte?» domandò Misar mentre apriva delle noci e ne lasciava cadere i gherigli in una piccola ciotola davanti a lei. La ragazza mangiava di gusto sia le noci che il formaggio nel suo piatto.
«Che vuoi dire?»
«Eri con lui vero, quando è successo?»
«Come fai a saperlo? Non stavi dormendo?»
«Si dormivo… ma sognavo anche.»
Le tornò in mente il suo di sogno, ed ebbe un leggero brivido.
«Ti capita spesso di sognare eventi reali?»
«Sempre più spesso…» alzò lo sguardo verso di lei per un attimo, poi tornò a concentrarsi sulle noci. «Sono stato io a convincere tuo padre a venirti a cercare. Sapeva della malattia, ma credeva di poter andare avanti ancora fino alla prossima stagione. Poi arrivò quel sogno, e gli dissi che dovevamo partire subito.»
«Sognasti la sua morte?»
«Non proprio, ma attraverso quel sogno capì che il momento era più vicino di quanto ci aspettassimo. Sapevamo dove si trovavano gli Arcieri Rossi e ci incamminammo senza indugio verso la comunità. Per fare prima attraversammo il deserto, ma tuo padre non riusciva più ad andare avanti. Dodici giorni fa ci accampammo in questo posto. Potevamo piazzare la tenda dentro il boschetto vicino, ma tuo padre preferì farlo qui. Il deserto gli piaceva, e poi Yumo avrebbe avuto un ampia visuale, nel caso fosse arrivato qualcuno. Io continuai il viaggio da solo.»
Jade perse d´un tratto l´appetito. La tristezza le calò addosso come un drappo, apparentemente senza motivo. Rimase in silenzio per un po’, poi disse:
«Perché non è mai venuto trovarci? Non avrebbe certo messo in pericolo l’oggetto se passava ogni tanto dalla comunità, non è vero? Perché?»
Era una domanda che si era posta fin da quando era piccola. Una volta aveva visto un Keeper di un’altra comunità che trascorreva ogni primo giorno di stagione insieme alla famiglia. Poi ripartiva insieme al suo protettore e se ne stava sulle montagne, lontano dai suoi per tutta la durata della stagione, novantadue giorni. Col tempo si era convinta che l’oggetto di famiglia non era l’unica ragione per la quale suo padre se ne stava lontano da loro. Il vero motivo era che non gliene importava niente di sua madre e di lei.
Strinse le labbra mentre attendeva una risposta dal vecchio che le sedeva. Misar la guardò con occhi tristi.
«Capisco quello che provi ragazza, ma non è come tu pensi. Tuo padre vi amava molto, e proprio per questo se ne stava lontano. Vedi, gli artefatti di Seidon non sono tutti uguali. Alcuni custodiscono un potere maggiore di altri, e per questo devono essere protetti con più attenzione. Quel medaglione è molto potente Jade. Molto più potente di qualsiasi altro oggetto di cui abbia mai sentito parlare.»
Lei guardò il medaglione appoggiato sul suo petto. Lo smeraldo era privo di riflesso, come se l’oggetto stesse dormendo. Seguì con lo sguardo le linee argentee in rilievo attorno alla pietra, un disegno privo di significato.
«Perché dovrebbe essere diverso? Secondo la mitologia è comunque inutile da solo. Se il tempo dell’Emersione arrivasse, ogni oggetto di famiglia dovrà essere consegnato al guardiano della montagna sacra per far si che le antiche città ritornino. Ogni Keeper ed ogni oggetto sono determinanti per l’avvento della profezia. Non ne esistono di più o di meno importanti…»
Misar alzò la testa e si guardò attorno, come se cercasse le parole nella sabbia.
«Conosci bene la mitologia Arcon. Mi domando però, ci credi davvero?»
Jade fu sorpresa da quella domanda. Ma d’altra parte, quale altro Keeper non lo sarebbe stato.
«Che vuoi dire se ci credo. È la storia, no? Gli oggetti di famiglia vennero consegnati da Seidon agli Arcon subito dopo i due strappi del mondo. Le città si erano inabissate e gli uomini non potevano più avere una fissa dimora. Gli Arcon, figli degli Elenty, furono condannati a una vita nomade attraverso Limbo, almeno fino al giorno dell’Emersione.»
«Questa è la storia che tutti gli Arcon sanno, ragazza. Ma esistono altre storie…»
«Non mi vorrai dire che credi ai Misteri?»
Lui la guardò alzando le sopracciglia. Aveva un’espressione buffa negli occhi.
«Non posso credere ai Misteri perché non li conosco. Ma so della loro esistenza e non credo nella profezia. Anche tuo padre faceva strani sogni, e la ragione di quei sogni era quel medaglione.»
Lei sentì un brivido lungo la schiena. Ripensò a quel volto che aveva visto la notte prima e nel momento in cui era entrata nella tenda.
«A volte incontravamo altri Keeper nel nostro pellegrinare, ma nessuno di loro aveva mai avuto i sogni che tormentavano tuo padre. Vedeva un uomo dal volto scarno, un ghigno spaventoso che lo braccava, due occhi come pozzi di follia. Tuo padre era convinto che ci stesse dando la caccia. Per questo non stavamo mai fermi.
«Una notte due strane creature ci attaccarono. Non ne avevo mai viste di quel tipo. Lupi dalla testa di serpente, fatti di pietra. La spada di Yumo si scalfì più volte prima che il gigante avesse la meglio sulle belve. Da allora non ci siamo mai fermati più di una notte nello stesso posto. Ma poi i sogni sono diventati più frequenti.»

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Jade ascoltava distante. La paura si era insediata in ogni diramazione nervosa del suo corpo.
«L’ho sognato anch’io. Ieri notte.»
Misar fissò il medaglione, poi gli occhi della ragazza.
«Dobbiamo muoverci al più presto. Tuo padre e l’oggetto sono stati fermi troppo a lungo. Oggi è il giorno del suo funerale, ma domani dobbiamo andarcene. Yumo è nervoso, riesco a percepire l’umore del gigante.»
«Allora mi seguirai?»
«Se tu lo vorrai. Ho promesso a tuo padre di starti vicino, ma il destino di un Keeper è nelle mani del Keeper. Non posso costringerti a chiedermi di seguirti.»
«Te lo chiedo.»
«Allora è deciso. Partiamo domani.»
«Per dove?»
«Io e tuo padre avevamo parlato di una possibilità. Hai mai sentito parlare della Gilda di Nicon?»
Jade cercò di ricordarsi quel nome, tra i racconti che gli arcieri si scambiavano la sera davanti al fuoco.
«Gli eretici?»
«Si. Alcuni li chiamano così. Credono nei Misteri. Forse riusciremo a capire qualcosa di più sull’uomo dei sogni se conoscessimo il significato di questi strani segreti.»
«Si dice che sia gente pericolosa, soprattutto per un Keeper.»
«Si dicono tante cose, ragazza.»
Dopotutto dovevano seguire una qualche direzione, e su una cosa Misar aveva più che ragione; il medaglione era stato fermo troppo a lungo. Pensò alle belve e al sogno che aveva avuto. Non poteva ignorare i segnali di pericolo delle sue visioni.
«Va bene!» La decisione era presa.
Si alzarono in piedi e cominciarono i preparativi per il funerale. Ogni uomo lasciava le terre di Limbo sulle note di un canto, mentre un grande fuoco gli illuminava la strada verso le terre senza nome. Anche il padre di Jade avrebbe fatto lo stesso.
Raccolsero molta legna e la posizionarono sulla duna più alta. L’Arenty scavò una fossa ai piedi della catasta pronta per essere accesa, e ci depositò il corpo di quell’uomo che aveva seguito in lungo e in largo, attraverso i mutevoli paesaggi di Limbo. Jade non sapeva se il gigante fosse addolorato per la morte di suo padre. In fondo la sua esistenza era legata all’oggetto, non al custode, e si diceva che gli Arenty non avessero sentimenti. Eppure qualcosa le diceva che Yumo era triste.
Mentre manciate di sabbia ricoprivano il corpo in fondo alla fossa, Jade cercò di imprimersi nella mente il ricordo del volto del padre. Aveva avuto poco tempo per conoscerlo, e in qualche modo le era ancora un estraneo. Credeva però che col tempo avrebbe iniziato ad amarlo, idealizzandolo forse, o più probabilmente comprendendo il significato delle sue scelte. Scelte meschine o scelte obbligate? Toccò il medaglione sul petto come se si trovasse lì la risposta, nel freddo vetro della pietra oppure più sotto, dove batteva un cuore piangente.

Più tardi il paesaggio cambiò bruscamente. Si alzò un vento diverso, più freddo. La notte arrivò insieme a grasse nuvole cariche di pioggia, ma il vento non le faceva fermare abbastanza perché si svuotassero. Si udivano tuoni lontani e l’aria profumava di tempesta. Eppure neanche una goccia cadde quella notte, mentre il fuoco della pira funebre si alzava in lunghe lingue di fiamma,  illuminando il cammino dello spirito del vecchio Keeper.
Immobili davanti a quel rogo, Misar, Jade e Yumo richiamavano alla mente le memorie di Ethan, amico, padre e custode. Era un rituale antico che veniva rispettato in ogni comunità.
C’era bisogno di un canto per suggellare la cerimonia, così Jade mosse un passo in avanti verso il fuoco e iniziò ad intonare il “Canto della Rondine”, un’antica melodia che le sembrava fatta a posta per suo padre. Il crepitio della legna e il brontolio del tuono facevano da sottofondo.

Il tempo scivola sulla sabbia
Il Mare Infinito ci chiama
Verrà un giorno in cui la rondine
Da terre lontane oltre lo strappo
Volerà fino a qua
E ci parlerà di città
E di un mondo perduto
Quando il sole si spengerà
E la luna lo coprirà
Allora la rondine ritornerà
Insieme alle torri e alle città.

La melodia si ripeteva cambiando tonalità e Jade riusciva ad impostare la voce in maniera impeccabile. Aveva un bel timbro. Misar si accorse che la ragazza stava piangendo, ma la sua voce non subiva alterazioni. Si librava leggera dentro la notte come se davvero accompagnasse lo spirito del padre attraverso i misteriosi luoghi dei morti.
Il vento frastagliava le fiamme che divampavano sopra di loro, la sabbia formava piccoli mulinelli, come se stesse danzando al suono della voce di Jade, il tuono continuava il suo monotono brontolio. La cerimonia continuò fino alla fine dell’ottavo margine del giorno, il primo margine della notte, poi i tre tornarono alla tenda lasciandosi le braci alle spalle.
Li aspettava un viaggio lungo ed incerto. Limbo era il mondo in continuo cambiamento, dove le comunità nomadi non sostavano mai più di qualche giorno nello stesso luogo. Trovare la Gilda di Nicon poteva rivelarsi un compito estremamente difficile.
Prima che Jade si abbandonasse ad un sonno profondo e senza incubi, pensò al viaggio che l’aspettava e alla condanna del suo solitario pellegrinare. Percepì un vuoto intenso dentro di se, e si accorse che già le mancava suo padre.

Continua venerdì 18 settembre 2009

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Published in: on settembre 11, 2009 at 7:53 am  Comments (2)  
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CAPITOLO 1: Gli oggetti di famiglia – La morte di un padre – Il destino di un Keeper

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Il sole era nascosto da un velo di foschia color ocra, il paesaggio era privo di ombre e baluginava come una visione di un sogno, il vento soffiava ma era muto.
Jade vide la tenda in mezzo alle dune. Si proteggeva gli occhi con una mano mentre la sabbia le vorticava intorno. Sentiva il terreno sotto i piedi pulsare, oppure era il suo cuore che batteva più forte del normale e le rimbombava in ogni centimetro del corpo. Non avrebbe saputo dirlo. Ciò che sapeva era che suo padre si trovava in quella tenda, ed era sul punto di morire.
Si era fermata a due passi dalla sua guida, un uomo che si faceva chiamare Misar. Era vecchio, ma aveva un portamento elegante. Si sorreggeva con un bastone e la guardava con due occhi profondi, due fessure verdi sotto folte sopracciglia striate di grigio.
Lei era minuta ma aveva il volto fiero. I capelli le accarezzavano in onde brune gli alti zigomi. Gli occhi erano due pozze di tenebra, ma il loro taglio era dolce. Erano gli occhi di sua madre.
Lui la guardò come per assicurarsi che avesse capito. Lei gli rispose con un cenno; la tenda era il luogo verso cui erano diretti. Avevano oltrepassato le Montagne della Notte, percorso il Fiume Serpe fino alle cascate dei Dowa, attraversato la foresta fino ai margini del deserto che segnava il confine con le Terre Desolate. Avevano camminato per cinque giorni e finalmente il viaggio stava per concludersi.
Jade non si era mai allontanata così tanto dalla comunità degli Arceri Rossi, da sua madre che intesseva le corde e fabbricava le frecce, dallo zio Ulkan che le aveva insegnato a tirare bendata. Era rimasta vicina a quella strana piccola famiglia con cui era cresciuta, dimenticandosi di avere un padre e rifiutando il suo destino di erede all’oggetto di famiglia.
“Tuo padre è un Keeper, per questo è dovuto partire” le aveva detto sua madre quella mattina di molto tempo prima, quando lei era solo una bambina e non riusciva a capire il significato di quello che le era successo. Sopravvivere alla morte di un genitore era diverso dal vivere sapendo che tuo padre era lontano e non sarebbe mai più tornato. Ma questo era il fato di ogni Keeper, e presto sarebbe stato anche il suo.
Si rimisero in cammino, stringendosi nei manti che li proteggevano dal vento e dalla sabbia. Le Terre Desolate erano luoghi dai quali era bene tenersi alla larga, dicevano gli uomini della sua comunità. Regioni sperdute abitate da strane creature, terreni aspri in cui il tempo cambiava repentinamente e una bufera poteva coglierti impreparato.

Il velo di nebbia era così spesso da nascondere anche la Cometa Clessidra, azzurra fiamma dei cieli di Limbo che scandiva i cicli e le stagioni. Jade la cercò sopra di se nel punto in cui l’aveva vista la notte prima, ma la gialla foschia aveva inghiottito ogni cosa. Si sentiva in un mondo di ori e di ocra, di gialli e di beige, intrappolata in un dipinto ad olio in cui il pittore cercava mille sfumature per rappresentare la sabbia ed il cielo. L’unica cosa che interrompeva quel mondo giallo era la tenda verso la quale erano diretti. Spiccava sopra la sabbia nel suo azzurro morente, squassata dal vento ma ben ancorata al terreno.
“Essere Keeper è il più alto riconoscimento per un Arcon” le aveva detto suo zio mentre la salutava cinque giorni prima. Misar la aspettava fuori dal campo degli arcieri, mentre lei cercava negli occhi di sua madre un pretesto per restare. Ma lei non aveva voluto sentire discussioni. Alla chiamata del padre Jade doveva rispondere, perché era lei l’erede, perché quello era il suo destino. Il destino di un Keeper.
Si avvicinarono alla tenda nel punto in cui un’apertura nel telo era tenuta chiusa da una corda che passava attraverso degli anelli di metallo. Misar, appoggiando un ginocchio nella sabbia, si chinò a sciogliere il nodo che fermava la corda. Un attimo dopo il telo veniva spostato per consentire alla ragazza di entrare.
Jade si accorse in quel preciso istante di non essere preparata a quello che l’aspettava là dentro. Aveva avuto giorni per riflettere e capire quello che provava, e adesso era lì davanti alla tenda in cui suo padre, che quasi non conosceva, stava esalando gli ultimi respiri.  Che cosa gli avrebbe detto? Cosa avrebbe fatto? Avrebbe pianto e sarebbe rimasta immobile come una statua mentre lui le consegnava l’oggetto? Non riusciva a sentire niente. Era come se la sabbia del deserto le fosse entrata in ogni poro otturando ogni sua sensazione. Si sentiva totalmente incapace di percepire alcunché.
Mentre varcava la soglia un unico pensiero le balenò in testa, un’immagine sfuggente che riuscì a riconoscere solo in un secondo momento. Era il volto di un uomo sconosciuto, evocato in una visione insieme alle sillabe che componevano il suo nome. Provò a ripeterle sottovoce mentre le uscivano velocemente dalla testa, ma le aveva già dimenticate.
L’interno della tenda era più ampio di quello che si era immaginata, una stanza di forma esagonale, buia e piacevolmente fresca. Il pavimento era cosparso di tappeti e cuscini. Al centro vi era un basso tavolo con delle pergamene e alcune candele spente. Oltre il tavolo si intravedevano due cassapanche di legno aperte dalle quale fuoriuscivano alcune vesti.
Per un momento pensò che nella tenda non ci fosse nessuno, che suo padre se ne fosse andato o addirittura che non fosse mai esistito. Sapeva che non era così, ma per un attimo si aggrappò a questa speranza. Poi vide il gigante, nell’ombra più scura della stanza.
Stava in piedi e misurava tutta l’altezza della tenda, più di due metri. Un perizoma di cuoio e una larga cintura erano i suoi unici indumenti, e sopra di questi ostentava un possente torace completamente glabro. Il suo volto era cupo, lo sguardo basso, i capelli ricci che ricadevano sulle spalle. Teneva le mani appoggiate sul pomo di un enorme spadone conficcato nella sabbia davanti a lui. Se ne stava immobile come una statua.
Jade rimase come folgorata da quell’apparizione. Poi vide il corpo dell’uomo che giaceva accanto al gigante e capì tutto. Il guerriero con lo spadone non poteva che essere il Protettore di suo padre.
Le tornarono in mente le storie narrate dagli arcieri, nelle serate di bivacco quando veniva cacciato il cervo e tutti si ritrovavano davanti al fuoco a bere vino caldo. Lei ascoltava attentamente le storie che riguardavano i Keeper e gli oggetti di famiglia, anche se non lo dava a vedere. Tutti sapevano di suo padre e del suo destino, e ciò la metteva in imbarazzo. Una parte di lei avrebbe rinunciato volentieri a quel grande onore di cui tutti parlavano, ma vi era anche un lato orgoglioso e curioso che a volte affiorava, ed era proprio quel lato che le faceva tendere l’orecchio e carpire qualsiasi cosa venisse detta a riguardo.
Gli oggetti di famiglia erano artefatti creati dagli dei e consegnati alle famiglie più onorevoli, nei lontani giorni in cui Limbo era giovane e le memorie del vecchio mondo ancora fresche. Gli oggetti erano la chiave per far riemergere dagli abissi le perdute città del vecchio mondo, quando il tempo fosse giunto. Fino ad allora i Keeper avrebbero custodito questi oggetti lontano dall’avidità degli uomini, in solitari pellegrinaggi in compagnia solamente del proprio Protettore, un guerriero Arenty al servizio dell’oggetto e del suo Keeper.
Un guerriero Arenty non era altro che una macchina di morte, un combattente privo di sentimenti che aveva un’unica ragione di vivere; portare a compimento la sua missione. E lo scopo dei Protettori era quello di difendere in tutti i modi l’oggetto di famiglia e il suo custode.
Jade si mosse con gambe instabili verso l’uomo supino ai piedi del gigante. Si accorse che stava dormendo e che il suo respiro era lento e leggero. Se l’era immaginato molto più vecchio, forse perché era in punto di morte, ma adesso le sovvenne che era solo un uomo di mezz’età, stroncato nel fisico da una strana malattia. I capelli erano striati di grigio così come la leggera barba che gli ricopriva le guance, ma non era vecchio.
Vederlo dormire, inerte su quello scomodo giaciglio di tappeti, le mosse qualcosa dentro. Provò pena per quell’uomo che era suo padre, per la condanna che lo aveva fatto allontanare dalla sua famiglia quel giorno in cui venne chiamato ad adempiere la missione di Keeper dal fratello di sua madre. Non lo vide più come il diretto responsabile di quell’assurda missione nella quale era a sua volta implicata, ma come una pedina che come lei aveva dovuto un giorno rispondere a una chiamata indesiderata. E mentre questa sensazione le inumidiva gli occhi, suo padre la guardò.
«Dhora…» sussurrò con un filo di voce. Era il nome di sua madre.
«No padre. Sono Jade…» le parole rimasero come ferme nell’aria. Gli occhi di lui si corrugarono cercando un appiglio. Lei lo aiutò concludendo la frase «…tua figlia.»
Suo padre si chiamava Ethan, che nella lingua Sint significava rondine. Il fato lo aveva legato al suo nome, offrendogli una vita che era stata come una lunga migrazione. Ma in fondo questo era il destino di ogni abitante di Limbo, il mondo in continuo cambiamento.
Non esistevano né città né alcun tipo di insediamento permanente. Tutto scorreva, tutto passava e si trasformava, mentre la Cometa Clessidra scandiva le stagioni ed il cammino della montagna sacra segnava il passaggio dei cicli. Mountooor era l’unico paesaggio che rimaneva inalterato, la montagna presso la quale gli oggetti di famiglia sarebbero stati portati se il tempo dell’Emersione fosse giunto.
Si chiese perché le venissero in mente tutte queste cose in quell’istante. Forse era già entrata nel suo nuovo ruolo. Forse era sempre stata una Keeper.
«Sei bella quanto lei…» la voce di lui scacciò via quei pensieri.
Rimasero in silenzio per alcuni istanti. Lei incapace di continuare a parlare, lui in contemplazione di quel viso angelico che sembrava annunciargli il dolce momento del trapasso. Sopra di loro la possente figura del Protettore rimaneva immobile.
«Non è facile, lo so» incominciò lui. La sua voce era un sussurro. «Entrambi non abbiamo avuto scelta. Col tempo forse riuscirai ad accettarlo, come ho fatto io.»
Jade sperava che lui riuscisse a capirla attraverso il suo sguardo. La sua bocca era come immobilizzata, ma dentro di lei tutto era in tumulto. “Dammi quel dannato oggetto e facciamola finita” pensò. Poi si vergognò subito di quel pensiero. Abbassò gli occhi e non riuscì a trattenere le lacrime che iniziarono a sgorgare.
Lo sentiva muoversi accanto, ma non alzò lo sguardo. Continuò a piangere scossa da singulti, poi una mano le sfiorò la spalla e qualcosa di freddo le toccò la nuca. Una catena. Un medaglione. L’oggetto.
Suo padre glielo aveva appeso al collo e adesso avvertiva il tocco di quello strano amuleto sul suo petto. Era più leggero di quello che sembrava. Ne vide la forma, confusa dalle lacrime che continuavano a scorrere annebbiandole la vista. Un ovale di un metallo argenteo con una pietra verde incastonata, probabilmente uno smeraldo.
«Perdonami…» lo avevano detto insieme. Lei alzò lo sguardo con il cenno di un sorriso che le illuminava gli occhi. Lui le rispose con una bassa risata.
Jade prese la mano di suo padre e gliela strinse forte tra le sue. Rimasero così per un po’, senza dire niente. Il vento continuava a soffiare fuori dalla tenda mentre Misar raccoglieva la legna per il fuoco. In Limbo le tenebre potevano calare in qualsiasi istante, il clima cambiare dall’oggi al domani e la luce assumere le più svariate e inafferrabili sfumature.
Era ormai finito il settimo margine del giorno quando gli ocra e i gialli si dissolsero insieme alla nebbia. Il cielo divenne di un blu acceso ed il vento cessò di colpo. Misar osservava il cambiamento cercando di percepire in anticipo quello che il paesaggio sarebbe presto diventato.
Il cielo baluginò di un rosso cupo e poi divenne notte. Si accesero molte stelle e la cometa si affacciò in tutto il suo splendore. Segnava gli ultimi giorni di quell’ennesima stagione, la ventisettesima del terzo quarto del dodicesimo ciclo.
Misar accese il fuoco e rosse lingue di fiamma si alzarono verso le stelle.

«Cosa facevi prima di unirti a lui?»
Misar la guardò attraverso le fiamme. Il padre di Jade dormiva profondamente dentro la tenda, mentre Yumo, l’Arenty legato all’oggetto, se ne stava in disparte a finire la sua cena. Era muto, o forse semplicemente non riteneva importante comunicare.  Qualunque fosse la causa del suo silenzio, un fatto era certo: il gigante non aveva mai proferito parola.
«Abitavo coi Falconieri, nella Valle dei Canti. Li conosci?»
«Si, ci siamo passati una volta. É stato almeno quindici stagioni fa.»
«La valle si sta avvicinando al sole rosso ormai. Mio fratello dovrà mettersi in viaggio e trovare presto un altro luogo per la comunità. È il primo cacciatore del villaggio.»
«Lo ricordo. Un uomo alto e gentile. Ci ha ospitati per due notti presso il suo fuoco. Noi arcieri ripartimmo ristorati ed allegri, ed in dono gli consegnammo uno dei nostri più raffinati archi da caccia. La corda l’aveva intrecciata mia madre…»
Jade ricordava i lineamenti di quell’uomo e si accorse dell’assomiglianza. Anche Misar esternava la stessa cordialità del fratello. Un volto elegante che nascondeva un cuore gentile.
«Una notte arrivò tuo padre. La gente lo accolse con affetto, come tutti i Keeper. Le nostre donne danzarono attorno al fuoco e vennero arrostiti cinghiali e fagiani. I colori del mattino ci sorpresero ancora svegli, mentre io e tuo padre continuavamo ad attizzare il fuoco e a bere vino. Quella notte capì che ero destinato a seguirlo.»
«Ma i Keeper non dovrebbero viaggiare da soli con il loro Protettore? Non è contro le regole…»
L’anziano la interruppe. «Non esistono regole, ragazza. Essere Keeper è un onore che il destino ti ha elargito, ma sta a te capire quale è il miglior modo per perseguirlo. Gli oggetti attraggono le persone. È rischioso rimanere in una comunità quando sei il custode di un dono di Seidon. Questo non significa che un Keeper debba per forza rimanere da solo.»
«Allora perché mia madre non è andata con lui?»
«Quando Adernoth, lo zio di tuo padre, lo venne a cercare per consegnargli l’oggetto, tua madre era appena rimasta incinta. Entrambi sapevano che la cosa migliore da fare era separarsi, per il bene tuo e per il bene di tuta la comunità degli Arcieri Rossi.»
Queste ultime parole la colpirono violentemente. Non era stupida. Era stato davvero un gesto d’amore per lei, il sacrificio dei suoi genitori, o si trattava soltanto della soluzione più sicura per quel maledetto oggetto? Era più importante lei o quello stupido medaglione?
Sapeva dentro di se di bestemmiare, ma non riusciva a farne a meno. Era arrabbiata. Abbassò lo sguardo e vide brillare la pietra verde alla luce del fuoco. “Paccottiglia”, pensò.
«E poi?»
Misar attizzò il fuoco con un paio di grossi ceppi, poi tornò a guardare la ragazza.
«É passato molto tempo da allora, almeno cinquanta stagioni… Il giorno della partenza di tuo padre gli dissi di volerlo accompagnare per un pezzo, forse per un paio di giorni. Poi i giorni sono diventati stagioni e tutto ha seguito un suo corso. Capimmo entrambi che era giusto così, perciò rimasi al suo fianco, fino ad oggi…»
Jade sentì la stanchezza delle giornate di viaggio e del tumulto emozionale piombarle addosso d’improvviso. Voleva riposare e non pensare. Forse domani avrebbe visto la sua situazione da un nuovo punto di vista, e tutto le sarebbe stato più chiaro.
«Credo che andrò a dormire» disse lei, alzandosi in piedi.
«É stata una lunga giornata. Anch’io cercherò di riposare. Yumo monterà la guardia tutta la notte, quindi non c’è bisogno di preoccuparsi.»
Jade osservò il gigante muto. Un Arenty. Un servo senza volontà. Secondo la mitologia degli Arcon gli Arenty erano stati creati dal cugino di Seidon, un Elenty di nome Fergus, per badare alle molte greggi che possedeva. Vi era una piccola famiglia di Arenty tra gli arcieri. Cucinavano per la comunità e vivevano in disparte, parlando sottovoce, lavorando senza mai fermarsi. Non li aveva mai visti dormire.
«Non dorme?» chiese all’anziano come per soddisfare quella curiosità che le era appena sovvenuta.
«No. Non dorme mai»
I due entrarono nella tenda lasciandosi alle spalle il deserto ed il fuoco che rischiarava di rosso la sabbia circostante. Seduto con le gambe incrociate, Yumo rimase a scrutare il buio e i riverberi dei paesaggi lontani che lampeggiavano all’orizzonte. La grande spada era al suo fianco, infilzata nella sabbia e pronta a scattare.

Il sogno diventa sogno solo al risveglio. Fino a quel momento è un esperienza di percezione pari alla vita reale. É un’immersione in un mondo che è dentro te, una terra di misteri nella quale puoi trovare le risposte che cerchi, oppure rimanere intrappolato nelle ragnatele di nuove domande.
Jade vide nuovamente quel volto che le era apparso nel momento in cui entrava nella tenda. Un viso scarno, gli occhi sbarrati e scuri come la notte, il naso adunco e la pelle come pergamena. Le parlava senza proferire alcuna parola. Lei provò a leggergli le labbra e in quel momento un serpente gli fuoriuscì dalla bocca scagliandosi verso di lei.
Cadde per molto tempo, poi sentì la sabbia del deserto sotto la sua guancia. Alzò lo sguardo e vide la tenda. Era gialla, mentre la nebbia e il paesaggio che la circondavano erano dello stesso azzurro morente che aveva la tenda nella realtà. Tutti i colori erano invertiti. Il verde del suo mantello era diventato scarlatto, la rossa impugnatura dell’arco era diventata grigia, e la sua pelle era dello stesso verde del medaglione.
Mentre pensava a questa somiglianza cercò l’oggetto appeso al collo. Non c’era. Il cuore le fece un balzo. Poteva averlo perduto?
Si avvicinò alla tenda e in quell’istante il gigante Arenty uscì fuori e venne verso di lei. Brandiva il suo enorme spadone e stava per calare un fendente micidiale. Lei s’inginocchiò accettando la morte che le piombava addosso, poi vide il guerriero sorpassarla, scagliandosi incontro alla creatura alle sue spalle. Lo spadone la infilzò. Era una belva dagli occhi di ghiaccio, un lupo con la testa di lucertola. La spada stridette mentre penetrava le carni che parevano di pietra.
Ma oltre il corpo ormai inerte di quella terribile creatura, ne scorse altre cento che si avvicinavano, teste di salamandre dallo sguardo assente e corpi canini. Yumo iniziò a menare un colpo dopo l’altro, squarciando ossa di pietra e carni di gesso, lasciando attorno a se una montagna di     cadaveri e di polvere. Ma nonostante la sua ammirevole abilità e potenza, le creature erano troppo numerose e alla fine riuscirono a sopraffarlo.
Lentamente si mossero verso di lei, passi felpati che scivolavano sulla sabbia, ghigni di animali non vivi ma assolutamente letali. Lei indietreggiò di qualche passo, cercando il coraggio di non votarsi e correre via.
«Cosa volete da me? Non ce l’ho il medaglione!» urlò alle belve.
Queste continuarono ad avanzare. Erano a pochi passi da lei. Avrebbe potuto sentire i loro respiri se fossero state vive. Ma non lo erano.
Voleva voltarsi. Tutto il suo corpo le diceva di voltarsi e scappare. Solo una piccola voce nella sua testa continuava a ripeterle di non avere paura, di continuare a fronteggiare quelle assurde creature.
Lei ascoltava la vocina, voleva ascoltarla fino in fondo, ma le belve erano troppo vicine e lei non riusciva più ad indietreggiare. Avrebbe potuto inciampare da un momento all’altro, ed allora sarebbe stata la fine.
Non voleva, non avrebbe voluto, ma alla fine si voltò.

Si svegliò nell’oscurità della tenda. Sentiva il vento accarezzare le pareti e soffiare tra la sabbia, ma faceva solo da sottofondo ad un altro rumore. Era il respiro di suo padre, profondo e irregolare.
Si avvicinò al suo giaciglio facendo attenzione a non svegliare Misar che dormiva a poca distanza. Si sedette accanto a lui e gli guardò il volto deformato dal delirio. Le bastò un occhiata per capire che era la fine.
Lei gli prese la mano ed appoggiò il capo accanto alla sua spalla. Chiuse gli occhi e rimase ad ascoltare quel respiro finché non si spense nella notte.
Era troppo vuota dentro per riuscire a versare una lacrima. Rimase accanto a corpo inerte di suo padre fino al mattino, dormendo un sonno quieto, ovattato dal dolore.

Continua venerdì 11 settembre 2009

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