CAPITOLO 28: Un Globo di Luce

Il vento sferzava sulla roccia portando con sé goccioline di pioggia che rendevano la scalata molto più insidiosa. Druge guardò in basso ma non riuscì a vedere nulla; gli anomali banchi di nebbia che erano apparsi quella mattina, si erano fusi insieme creando una specie di coltre violacea che ricopriva l’intera pianura attorno alla montagna. L’Arcon avvertì la spada pulsare nel fodero, una sensazione non spiacevole ma che lo metteva a disagio. Era lui il campione destinato a sconfiggere il Guardiano del portale? Che senso aveva tutto ciò, si chiese, ma le domande avevano ormai poca importanza. Esistevano certezze, come l’amore che provava per Mila, e il pensiero di perderla lo fece esitare. Vi era la certezza di quel mondo che stava per finire, ribadita dai lampi e dai tuoni che esplodevano sopra di lui, e poi vi era la certezza più grande, quella che gli dette nuovamente forza e lo fece avanzare senza più esitazioni; la certezza dell’amore per la vita.
Si era creduto un Elenty per un tempo innaturalmente lungo, credendo di comprendere i segreti dei primigeni, anche se non li aveva mai davvero afferrati. Era solo una copia distorta di un’entità vissuta molti cicli prima in un altro mondo, una costola di un’esistenza reale ricostruita all’interno di un mondo fatto di codici. Poteva bastare come ragione per sentirsi meno vivo? No, non credeva di sentirsi meno vivo degli Elenty, non più. Contrasse ogni muscolo del suo corpo e continuò a salire. Ormai mancavano pochi passi all’entrata della caverna. Un tuono squassò l’aria, seguito da uno stridore innaturale che lo assordì parzialmente. Ignorò il dolore all’orecchio e si issò sopra il parapetto di roccia, davanti alla bocca della caverna. «Ci siamo», sussurrò, poi estrasse la spada e con passo sicuro entrò dentro Mountoor.

Mylo aiutò Misar a trasportare il corpo senza vita di Tzadik dentro la tenda, con Jade che li seguiva da vicino. La ragazza aveva gli occhi arrossati per il pianto ma aveva smesso di singhiozzare. La nebbia limitava la visuale ad un paio di passi e penetrava dentro i vestiti depositando una patina di gelo sulla pelle. La ragazza si sentì sollevata una volta dentro la tenda.
«Che cosa succederà adesso?» chiese al vecchio Arcon, che assorto contemplava la densa bruma che nel frattempo aveva nascosto l’intero paesaggio ed era capace di attutire anche i suoni.
«Non lo so, Jade» rispose il vecchio, scuotendo la testa. «Gli eventi non sono più nelle nostre mani, e forse non lo sono mai stati…»
«Ho fatto male a consegnare a quell’uomo il medaglione?» chiese la Keeper, ma non si sentiva in colpa.
«Non credo. Le cose sono cambiate quando il mago mi ha chiesto di toglierti l’oggetto mentre cercava di risvegliarti. Da allora ho incominciato a dubitare di tutto ciò che sapevo. Quando non hai più convinzioni a cui aggrapparti, ti rimane solo due cose da fare; o lasciarti cadere, o provare a volare…»
Mylo era ancora al fianco del corpo inerte dell’amico. Osservava i colori sgargianti del pojo che Nicon aveva messo addosso al suo allievo, chiedendosi dove fosse adesso il giovane Tzadik. Secondo la mitologia Arcon le anime dei morti raggiungevano la magione di re Hope, per vivere in eterno nei giulivi lidi del padre di Seidon, ma quella, come tutto il resto, era solo un’invenzione degli uomini. Tzadik aveva semplicemente cessato di esistere? Come si poteva accettare tutto ciò?
«Io vado a vedere cosa succede!» dichiarò l’apprendista mago.
«Vengo con te» aggiunse prontamente Jade.
«Non fate gli sciocchi» li ammonì Misar. «Non c’è niente che possiate fare, e poi Limbo è troppo instabile.»
«Ma non ci riesco a stare qui» spiegò Mylo. «E poi che importanza ha ormai? Quanto credi che ci rimanga da vivere?»
Il vecchio Arcon non riuscì a rispondere a quella domanda. Abbassò la testa e non disse nient’altro. Nel silenzio innaturale di quell’ultimo margine del giorno, i due ragazzi fuoriuscirono dalla tenda, perdendosi dopo pochi passi nella nebbia violacea che annunciava la fine di Limbo.

Un canto la stava chiamando, questo era tutto ciò che riusciva a percepire. Ricordava di essere caduta insieme ad altri, ricordava i lampi e i tuoni nel cielo indaco e l’odore della folgore, ma la semplice ragione della sua esistenza le sfuggiva. Qual’era il suo nome? Chi erano le persone con cui era caduta? Dove si trovava? Le domande si accavallarono senza sosta, nel buio opprimente di quella prigione della mente. A parte le tenebre, vi era il canto, un lamentevole ripetersi di parole inafferrabili proferite da una voce antica. Di chi era quella voce? L’aveva già sentita da qualche parte…
La maga seguì la canzone, non con il corpo, non con la mente, ma con l’unico mezzo in grado di comprendere davvero il mistero della musica; il cuore. “Aveva ancora un cuore?”, si chiese. Allora ricordò chi era, improvvisamente, e tutto ciò che era successo, ma ugualmente non riuscì a rispondersi. Ce l’aveva un cuore oppure no? Forse un tempo lo aveva avuto, in un mondo diverso, ma adesso non sapeva…
«Mila…» nella canzone apparve il suo nome.
«Mila, ecco la strada…» erano parole appartenenti ad una lingua sconosciuta, ma era capace di comprenderle.
«Mila, torna indietro…» la voce del vecchio, il vecchio Arcon, era lui…
«Vecchio, sei tu? Ho tante domande…»
«Non ci pensare cara, segui la strada, la mia voce, la canzone…»
Mila spalancò gli occhi ma la situazione non cambiò di molto. Al posto dell’oscurità vi era una nebbia opprimente che sembrava volerle entrare sotto pelle. Le urla dei combattimenti erano cessate e il silenzio che l’attorniava la preoccupava. Dove erano andati tutti gli Arcon? Si mosse con accortezza per il campo di battaglia ed inciampò su un corpo; era quello di Rivier. Aveva gli occhi chiusi e la sua mente era lontana, probabilmente dentro la stessa oscurità dalla quale era appena riemersa. Si inginocchiò vicino al mago e cominciò a chiamarlo, intonando le parole della canzone che l’aveva guidata fuori da quella prigione: le aveva imparate a memoria oppure erano cresciute dentro di lei? Continuò così, passando di corpo in corpo, ed uno ad uno riuscì a risvegliare tutti i caduti.

Sawar rise, come era solito fare all’alto della sua torre galleggiante mentre si adoperava a distruggere gli scenari di quel mondo insipido. Rise aggrappato alla roccia, sanguinante e dolorante, mentre la nebbia lo divorava. Rise pensando al suo strano destino, e al concetto stesso di destino dentro a una realtà fatta di impulsi elettrici. Rise e il suono della sua risata si perse nella nebbia. Per un po’ giocherellò con l’idea di lasciare quella presa; un salto nel vuoto, per chiudere una volta per tutte la scatola di quell’assurdo gioco. Probabilmente lo avrebbe fatto, se non fosse stato per Davinia. I cristalli avevano ricostruito la sua vita, mettendo ogni pezzo del puzzle al suo posto, e adesso finalmente molte cose gli erano chiare. Una di queste era il suo amore per la quella donna.
«Davinia!» urlò, ma la nebbia gli rapì la voce. Continuò a gridare quel nome, e a quel nome si aggrappò come alla roccia che lo sorreggeva. Si sorprese ad esaudire un desiderio; poterla riabbracciare ancora una volta.

Druge avanzò attraverso il cunicolo di roccia con il cuore che gli batteva all’impazzata. Vide una minuscola fonte di luce nella distanza, mentre la temperatura nel corridoio incominciava ad alzarsi. Estrasse la spada nera e continuò in direzione di quel puntino luminoso, che era come una stella solitaria dentro le tenebre della montagna. La spada era leggerissima, leggermente tiepida al contatto. Riuscì a distinguere l’apertura nella roccia, ancora molti passi davanti a lui, e la luce calda e pulsante che la illuminava. Alcune gocce di sudore gli imperlarono la fronte…
Varcò la soglia della grotta di fuoco e ciò che vide lo fece perdere d’animo; su un trono di roccia sedeva il Guardiano di Mountoor, un gigante dalla pelle bronzea il cui volto era nascosto da un possente elmo d’acciaio. Druge rimase come pietrificato davanti a quella visione. Il fuoco lambiva fino al soffitto le pareti di quell’immensa caverna, una visione accecante, insopportabile. “Dov’era il portale?”, si chiese l’Arcon, non riuscendo a vedere oltre il trono del Gigante.
«Chi sei tu?» la domanda gli arrivò dentro il suo essere. Chi era lui, si chiese, ignorando la risposta. Offeso da quell’affronto, reagì d’impulso facendo una paio di passi in avanti. Il Gigante aprì gli occhi, due fiamme azzurre dietro il metallo dell’elmo.
«Come osi avvicinarti!» la voce, come il boato del fuoco, non era più dentro di lui. Le fiamme sulle pareti tremolarono, frustate dalle onde sonore emesse da quella voce titanica. Druge si arrestò coprendosi gli occhi con il braccio con cui teneva la spada. Il calore stava diventano insopportabile. “Quanto tempo gli restava”, si chiese “prima che la sua pelle incominciasse ad ustionarsi?” Mosse ancora un passo in direzione del trono, e quel gesto servì a svegliare completamente il Guardiano, che lentamente incominciò ad alzarsi. Il colosso raggiungeva quasi il soffitto della caverna, che era alta almeno dieci passi. Gli sarebbe bastato un semplice gesto per schiacciare quell’intruso, invece sollevò l’enorme ascia che teneva in mano, la cui lama era grande quanto un cavallo. Portò il colpo con una rapidità impressionante, nonostante la sua mole. Druge sentì la fine cadergli addosso, ma evitò di pensare. Pensare, in quelle circostante, era la cosa peggiore che si potesse fare. Invece chiuse gli occhi e si fece guidare dall’istinto, o da qualcosa che gli uomini chiamavano istinto e che forse apparteneva a quei codici di cui gli Elenty usavano parlare. Druge non sapeva da dove venisse quel suo intuito, ma di una cosa era certo; lo aveva salvato più di una volta.
Il guerriero Arcon saltò in direzione della gamba sinistra del Guardiano, evitando di un soffio il colpo che si abbatté sulla roccia in un’esplosione di schegge di pietra, scintille e polvere. Un solo colpo era tutto ciò che si poteva auspicare; pregò che la spada facesse il suo lavoro e affondò la lama nel piede del Gigante. La punta della spada penetrò la dura corazza di quell’essere come uno spiedo rovente nella cera. Nessun grido fuoriuscì dalla bocca del Guardiano, che era già pronto a portare un secondo terribile colpo. Druge continuava a spingere la spada dentro l’enorme piede della creatura, ignorando l’ascia che stava calando nuovamente su di lui. Chiuse gli occhi e si arrese al colpo; non c’era nient’altro da fare, pensò. Sentì il fuoco sulla pelle, un’ultima micidiale vampata di calore che gli tolse il respiro, poi più nulla. Era finita?
Druge aprì gli occhi. Le fiamme che lambivano le pareti della caverna si erano improvvisamente estinte e del Gigante non vi era più traccia, come se non fosse mai esistito. La grotta era piombata in una semioscurità rischiarata soltanto da una tenue fonte di luce che proveniva dalle profondità oltre il trono di pietra. L’Arcon cercò la spada con cui aveva portato il colpo mortale ma non la trovò. Probabilmente era scomparsa insieme al Guardiano e alle fiamme. Mosse poi alcuni passi in direzione di quella luminescenza, e più vi si avvicinava più la caverna si ristringeva, fino a diventare un budello scavato nella roccia. Nel frattempo percepì un rumore sordo in avvicinamento, come se provenisse dalle viscere della terra. Affrettò il passo fino a raggiungere la parte più stretta di quel budello, oltre la quale si apriva un’altra caverna, molto più ampia della precedente. Druge riuscì a scorgere meglio ciò che aveva dinnanzi; la luce proveniva da un globo azzurro galleggiante, posto al centro della grotta che era invasa quasi completamente dall’acqua, o da un liquido scuro incapace di riflettere la luce. Il rombo divenne più forte, la roccia della montagna vibrò. Alcune crepe si formarono sulle pareti e improvvisamente sulla superficie dell’acqua, immobile fino a quell’istante, si crearono dei gorghi. Il liquido rifluì presumibilmente dentro le crepe che andavano formandosi sul fondo del lago, mentre il globo di luce azzurra incominciò a pulsare e ad estendersi. Druge guardò indietro e capì che non sarebbe mai riuscito ad uscire dalla montagna da dove era entrato. Quella luce era il portale, l’unica possibile via di salvezza. Pensò a Mila e si chiese se l’avrebbe mai rivista. Qualcosa dentro di lui lo rassicurò; si, Mila e Druge si sarebbero rincontrati, da qualche parte, in un tempo diverso, sotto forme nuove.
Il lago era scomparso e la luce aveva nel frattempo raddoppiato le sue dimensioni. L’Arcon corse in direzione del globo, mentre parti della montagna gli crollavano attorno. Per poco non fu trascinato via da una roccia grande il doppio di lui, poi raggiunse la superficie azzurrina del portale. Quella era la fine. Quello era l’inizio.
Chiuse gli occhi ed entrò.

Published in: on luglio 22, 2011 at 9:15 am  Comments (2)  
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CAPITOLO 20: INCONTRO NEL TELAIO DI LIMBO

L’eclisse ha annunciato il tempo dell’Emersione. Gli Arcon credono che consegnando al Guardiano di Mountoor, la montagna sacra, gli oggetti sacri di Seidon, il vecchio mondo tornerà e Limbo smetterà di essere una terra cangiante ed instabile. Gli Elenty, maghi immortali primordi, sanno che la verità è un’altra. L’Eclisse è la campana che segna la fine del lungo tempo di attesa dentro Limbo, un mondo virtuale costruito per conservare l’eredità dell’umanità perduta. Solamente gli Elenty e le loro copie conservate negli oggetti sacri saranno in grado di lasciare Limbo. Gli Arcon, essendo entità digitali fittizie, non potranno in alcun modo uscire dal loro mondo.

Fiumane di Arcon provenienti da ogni angolo delle terre di Limbo convergono verso la Montagna Sacra. La maga Davinia è invece bloccata presso le grotte dei Sewolf, popolo del mare, e attende il risveglio del suo compagno Sawar, gravemente ferito durante la battaglia contro la Gilda di Nicon e i Testimoni di Seidon. Egli è un uomo molto pericoloso, potente mago e abile spadaccino, votato da tempo immemore alla distruzione di quel mondo fasullo.

CAPITOLO 20 – INCONTRO NEL TELAIO DI LIMBO

Lo scheletro di Limbo è un palazzo con infinite stanze. Molte di queste sono prive di finestre, altre invece danno sul mondo in costante cambiamento, e mutano insieme al resto. Pochi possiedono la chiave d’accesso al palazzo. Pochi riescono a entrarvici senza perdersi nei suoi labirinti.
Davinia raggiunse la porta di quella stanza, la loro stanza. L’avevano creata insieme, per intrattenersi e consolarsi a vicenda. La donna sapeva che appena lui si fosse destato da quello strano coma privo si sogni, l’avrebbe raggiunta laggiù. Il suo corpo giaceva ancora nella grotta dei Sewolf. I cristalli ricomponevano lentamente la sua entità digitale, ma ormai erano passati diversi giorni da quando la lama di Nicon lo aveva trafitto, facendolo sprofondare nell’oblio. “Sawar, dove sei?” pensò Davinia, poggiando la mano sulla liscia parete di quella porta. Avvertì qualcosa, un cambiamento. Qualcuno l’aveva lasciata socchiusa, invitandola ad entrare…
Lei la spalancò chiamando col pensiero il suo nome. Accecata dal desiderio di vederlo vivo, anche se solo in una rappresentazione della sua mente, si precipitò in direzione di quel letto che era stato da tempo immemore il palcoscenico delle loro notti d’amore. Corse verso quella figura, un uomo seduto sul bordo del materasso, il capo chino, il mantello scuro che, come un’ombra liquida, gli ricadeva sulle spalle, sulle lenzuola di seta del letto e sul pavimento. Quando quell’uomo, che non era Sawar, alzò lo sguardo verso Davinia, lei continuò ad ingannarsi, tanto era forte la sua convinzione. Lui allora alzò la mano, un’appendice lunga e cadaverica, e lei rimase immobile, pietrificata da una forza di cui non conosceva l’origine. Davinia mise a fuoco la figura, un uomo dal volto cereo, i capelli neri e gli occhi cremisi. I canini sporgevano dalle sue labbra in maniera innaturale, e a lei le vennero in mente le storie di vampiri, quelle dell’altro mondo, il mondo prima di Limbo.
«Chi diavolo sei?» Le parole le uscirono dalle labbra da sole. Appena sputate fuori se ne pentì, perché una paura nuova e aliena le si era posata sul cuore.
«Priscilla Mills, mi ricordo bene di te… Non eri adatta al progetto, ma gli altri erano di un’opinione diversa…» Quel nome le arrivò addosso come un pungo. Quanto tempo era passato dall’ultima volta che lo aveva udito? Stagioni, cicli, anni, secoli…
«Beh, il tempo mi ha dato ragione. Ribelle durante il primo stadio, vittima di una serie di stati depressivi che ti hanno portato più volte vicino al baratro d’appagamento, compagna e complice dell’Elenty più deleterio del progetto… insomma, non proprio il soggetto ideale per qualcosa di grandioso come Limbo.»
Davinia si sentì ribollire di rabbia. «Proprio tu mi parli di correttezza?» Ignorava l’identità di quell’avatar, ma aveva intuito chi c’era dietro; la Rete di Hope, i programmatori di Limbo.
«Se ti riferisci all’inganno dei Frame, sappi che anche quella non era una mia idea, altrimenti non sarei qui, non pensi? Comunque, credo che neanche io col mio carattere sarei riuscito a reggere una vita immortale senza fare qualche danno, per questo dormo la maggior parte del tempo…»
La donna chinò il capo, cercando di riacquistare la calma. «Ci ho provato anch’io, ma ogni volta tornavo qui. Che luogo è questo?»
«È il Telaio, una sorta di virtuale nel virtuale. I miei sonni sono schermati, perciò non vi accedo quando dormo. Molto meglio, se vuoi mantenerti puro…»
Davinia continuava a rimanere immobile, anche se non era più bloccata dal volere di quell’uomo. Si accorse di aver ripreso possesso della sua proiezione, ma rimase dov’era, con altre mille domande in testa.
«Che cosa vuoi?»
«Dritta al punto, bene… Ciò che ti sto per rivelare è di importanza cruciale per tutto il progetto, perciò mi devi convincere di crederci ancora un po’.»
«Mi chiedi già molto…» ribatté la donna. Non ricordava quand’era stata l’ultima volta che aveva covato una speranza del genere. Limbo era un gioco, solamente un brutto gioco… altro che salvezza!
«Come ho già detto, conosco bene i tuoi limiti, ma se sono venuto da te c’è un motivo…»
Davinia corrugò la fronte e alzò lo sguardo verso il vampiro «Quale?»
«Te lo dirò solo se accatterai l’incarico che ti darò» rispose la figura cinerea ed immobile sul bordo del letto.
«Beh, si vedrà…» la donna aveva riacquistato quella freddezza tipica di chi non ha niente da perdere. Un gioco in più o in meno che importanza poteva avere a quel punto, pensò.
«Hai visto l’eclisse, no?» domandò lui, per niente infastidito da quella reazione.
«Un altro dei vostri trucchi… chi mi assicura che non ci sia dietro un nuovo inganno? Ne avete fatte di promesse in passato… ci avete usato come cavie, ci avete replicato nei Frame e poi avete cercato di eliminarci. Avete creato migliaia di vite artificiali, illudendole con i soliti misticismi.»
«Parli degli Arcon? Pensavo che li odiassi…»
«Oh certo che li odio, come odio tutto il resto di questo stupido mondo fittizio…»
«E se ti dicessi che è quasi finita… che presto potrai lasciare questo mondo, e non solamente tu e gli altri Elenty, ma tutte le entità digitali di Limbo, compresi Arcon e Arenty…»
Davanti a quelle parole la donna non riuscì a nascondere il suo stupore. «Che vuoi dire? Il Gigante non permetterà alle entità artificiali di uscire.»
«Il Gigante di Mountoor ha il compito di non far entrare nessuno e di non far uscire nessuno, almeno fino a dopo il tempo dell’Emersione, annunciato giorni fa dall’eclisse. Qualcuno all’esterno deve per forza aver azionato i comandi per la fase finale del progetto Limbo, altrimenti non si spiegherebbe l’oscuramento improvviso del sole. L’altro importante segnale che preannuncia l’avvento dell’Emersione doveva essere il risveglio del Gigante, che però non è avvenuto. Questo significa che c’è qualcosa che non va nel programma del Guardiano. Come sai bene, il Gigante è a protezione della connessione che dà accesso all’esterno. Nessuno può avvicinarsi a quel portale senza risvegliare la sua ira…»
Davinia, che un tempo si chiamava Priscilla, si chiese se una volta uscita di lì avrebbe tenuto il suo nome. Scacciò quel pensiero sciocco ma allettante, e cercò di seguire il ragionamento del vampiro. Quelle cose le sapeva; il progetto, il Guardiano, il portale… la cosa che non sapeva ancora era perché quell’uomo aveva scelto di parlare a lei…
«Sono andato di persona dal Guardiano, gli ho parlato, ho cercato di convincerlo, ma è irremovibile.  D’altra parte è solo un programma…» ammise ironicamente lui. «Non crede affatto che il tempo dell’Emersione sia giunto, nessun segnale lo ha avvertito in merito, per questo continuerà a difendere la sua postazione, e come sai bene non esiste creatura più forte e pericolosa di lui. Per quanto abbia accesso alla struttura del mondo, non sono in grado di cancellare i programmi vita… L’unico modo per continuare il processo di Emersione è quello di eliminare il Gigante.»
«Ma lo hai detto tu stesso, non esiste nessuno in grado di sconfiggerlo…» replicò prontamente la donna.
«È vero, per questo ho programmato una spada…»
«Una spada?»
«È per il più grande guerriero di Limbo. Lui la brandirà, entrerà nella caverna sotto Mountoor ed infilzerà il guardiano. Gli basterà un colpo…» spiegò il vampiro.
«E chi sarà?»
«Secondo i miei calcoli il tuo compagno Sawar è quello che ha più possibilità. Entrambi però conosciamo il suo carattere e la rabbia che cova nei riguardi di tutto il progetto… Sarai capace di convincerlo?»
La donna rimase in silenzio, pensierosa. «Non lo so…»
«La spada si trova in una delle numerose caverne dei Sewolf. L’ho messa lì perché tu la potessi recuperare. Non avrai bisogno di cercare, sarà lei che ti chiamerà…» spiegò il vampiro.
«E se lui non volesse?» domandò lei.
«Allora dovrai darla a Nicon. È lui il più forte dopo Sawar.»
Quel nome la fece ribollire di rabbia. «Quel codardo di un Arcon!»
La mano dell’uomo scattò veloce afferrando il mento della donna. Il tocco fu gentile ma risoluto. Le girò il volto e la ancorò ai suoi occhi sanguigni.
«Priscilla, smettila. Smettila di pensare che questo sia solo un gioco. Non lo è. Non lo è più! Fai ciò che ti dico, e Limbo sarà presto solo un ricordo… per tutti noi…»
Poi il vampiro svanì, lasciandola sola in quella stanza della mente. Lei cercò conforto nell’odore di quelle sete che molte volte l’avevano avvolta insieme al suo amore. Si addormentò, nel sogno dentro il sogno, e al suo risveglio qualcuno le accarezzava le spalle ed i capelli.
«Davinia, amore… sono tornato…» sussurrò l’ombra di Sawar, il delirante demolitore di Limbo.

Published in: on maggio 21, 2010 at 11:02 am  Comments (2)  
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APPENDICI V

5. LA MITOLOGIA ARCON

Esiste una storia che narra della creazione di Limbo secondo gli Arcon, una genesi che non ha nulla a che fare con mondi virtuali ed esperimenti. Gli Arcon sono a tutti gli effetti degli uomini che vivono (o cercano di vivere) un’esistenza normale dentro un mondo che a livello percettivo non ha nulla di sbagliato. La Mitologia Arcon, per quanto fantasiosa possa essere, serve a consolidare il senso di realtà per tutte le creature abitanti Limbo.
La storia narra dei due Dei di Limbo, Poseidon e Loke (nella lingua Bit), che nel comune Sint sono conosciuti coi rispettivi nomi di Seidon e Kyos. Essi erano fratelli, figli di un grande re chiamato Hope. All’epoca di Re Hope il mondo era piatto e delimitato dal mare che lo circondava. I due fratelli amavano molto quel mondo e ne conoscevano ogni collina, ogni fiume e ogni albero. Lo attraversavano in lungo e in largo a cavallo di due stalloni, uno bianco per Seidon ed uno nero per Kyos.  A quel tempo il sole saliva e scendeva nel cielo seguendo un corso preciso ed il tempo veniva spezzato dal suo spostamento. La Cometa Clessidra non esisteva e le stagioni erano segnate dai cambiamenti climatici.
Il mondo era ordinato e perfettamente congegnato, ma per il giovane Kyos divenne troppo prevedibile e scontato, così un giorno rivelò al fratello il suo disappunto. Seidon capiva le ragioni del fratello minore ma sapeva che l’ordine del mondo faceva si che tutte le creature che vi abitavano potessero vivere insieme felici e tranquille. Kyos però non riusciva più a tollerare quel continuo susseguirsi dei giorni tutti uguali. All’epoca gli uomini costruivano grandi edifici di pietra e splendide città. Essi erano i figli di Hope, di Seidon e di Kyos, discendenti della famiglia divina, ed erano chiamati Elenty.
Ma quando Re Hope morì lasciando il trono in eredità a suo figlio maggiore Seidon, Kyos divenne ancora più insoddisfatto. Un giorno fece costruire una grande nave e confessò al fratello di voler andare a vedere dove nascesse il sole. Così salpò verso oriente e non si vide più.
Ma dopo qualche tempo il clima cambiò repentinamente e ci furono tempeste, uragani e maremoti. Anche il terreno sembrava in tumulto, ed alcuni edifici crollarono a causa di improvvisi terremoti.  Seidon andò presso la tomba del padre per chiedere al suo spirito il motivo di quei disastri, ed il padre gli rispose che suo fratello aveva raggiunto l’orizzonte ad oriente ed aveva lacerato il drappo che conteneva il mondo, facendo entrare nuove terre. Ma il mondo non poteva contenerle tutte. C’era bisogno di un apertura per farle uscire.
Così Seidon fece anch’egli costruire una nave e salpò verso occidente, fino a raggiungere l’altro orizzonte. Con la sua spada dorata fendette il drappo su cui il sole moriva, facendo uscire il mare e le terre in eccesso. Fu così che Limbo venne creato, che le città scomparvero risucchiate nello strappo dell’orizzonte e che gli uomini Arcon figli degli Elenty furono condannati ad un esistenza errante in un mondo in continuo cambiamento.
Come si è detto, nella mitologia Arcon gli Elenty sono i figli di Seidon e di Kyos e molti di loro abitavano le grandi città che vennero inghiottite dallo strappo. Preferirono perire tra le mura dei loro imponenti edifici che essere condannati ad un vita nomade in un mondo sconosciuto. Alcuni invece accettarono quell’infausto destino e partirono all’esplorazione delle nuove terre. Questi furono chiamati Arcon, il popolo errante.
Un signore Elenty chiamato Fergus aveva molte greggi a cui badare, ma non abbastanza uomini per accudirle. Fergus era anche un grande mago, parente stretto dei due Dei (infatti era cugino di Seidon e di Kyos). Egli creò il popolo Arenty per servirlo.
Nella Mitologia Arcon Mountoor è un luogo infestato da demoni, un posto estremamente pericoloso dal quale è meglio stare alla larga. In tempi remoti strane creature provenienti da assurde dimensioni facevano la loro comparsa attraverso la montagna, quando riuscivano ad oltrepassare il Guardiano e le altre protezioni innalzate dalla Guglia.
Il Guardiano è in realtà un potente programma di protezione ed assume le forme più svariate. Nella mitologia Arcon egli è un demone dagli occhi di fuoco, per metà uomo e metà uccello. Il suo sguardo può pietrificarti e il suo urlo può portarti alla follia. La “Connessione” (Portale Dimensionale) si trova nel cuore della montagna ed assume la forma di un globo di luce azzurra. Questo globo galleggia a mezz’aria sopra un lago nero come la notte che occupa quasi l’intera superficie di un’ampia grotta. Nella grotta risiede anche il Guardiano.
Secondo la Mitologia Arcon solamente durante il tempo dell’Emersione gli uomini potranno recarsi presso Mountoor senza timore di essere aggrediti dal Gigante, perchè quello sarà il momento in cui gli oggetti sacri di Seidon verranno consegnati al Guardiano. Allora il dio degli Arcon metterà fine al moto perpetuo di Limbo e le antiche città risorgeranno.

Il romanzo Limbo torna venerdì prossimo con il capitolo 20.

Published in: on maggio 7, 2010 at 11:13 am  Comments (1)  
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APPENDICI IV

4.10. I CIELI DI LIMBO

I Cieli di Limbo sono molteplici e cambiano a seconda dello scenario in cui ci si trova. Limbo non rispetta regole fisiche, temporali o meteriologiche come il mondo reale. Luce, umidità, temperatura e venti sono relativi ai paesaggi e gradualmente cambiano insieme a questi. Ecco allora che si potranno avere pianure piovose accanto a montagne assolate, e oltre queste declivi notturni illuminati da una luna rossa.

4.10.1. LA BIBLIOTECA VOLANTE

Nei cieli multicolori di Limbo si trova la Biblioteca Volante, isola galleggiante non appartenente alla struttura di Limbo e per questo libera di spostarsi in ogni dove. Gli Aviatores, popolo Arenty dall’aspetto fuggente, alti e vestiti in  nero con lunghi capelli bianchi, custodiscono i segreti della biblioteca e guidano l’isola galleggiante attraverso lo spazio e il tempo di Limbo. La grande piattaforma sulla quale si erge la biblioteca ha un diametro di circa un chilometro ed è ricoperta dalla vegetazione. Un bellissimo giardino ricco di rarità botaniche (vere e create dall’immaginazione dei programmatori, incluse terribili piante carnivore) circonda tre costruzioni di vetro scuro. Una custodisce la storia del mondo esterno, ma a nessuno è permesso consultarla ne’ accedervi. E’ superprotetta e neanche gli Aviatores sono autorizzati a consultare i suoi libri. Una seconda costruzione detiene la storia di Limbo e la bugia della sua natura (reale e organica a differenza di quella vera, fatta di byte e programmi). Questa è ovviamente accessibile a tutti. Infine la terza contiene i segreti della magia di Limbo ed è accessibile a pochi.
Gli Aviatores guidano l’Isola Volante attraverso la struttura di Limbo con il preciso incarico di consegnare al guardiano di Mountoor l’eredità del vecchio mondo al momento dell’Emersione.
Ogni tanto una misteriosa confraternita chiamata i “Veggenti di Mnemonia” compare sull’isola insieme a nuovi volumi per la grande biblioteca. Provengono dai remoti confini di Limbo alle porte di Mnemonia, la terra dei ricordi. Vivono su delle grandi navi e sono a guardia del passaggio verso quelle terre proibite.

4.11. IL GUARDIANO DI MOUNTOOR

Il Guardiano di Mountoor è un gigante immortale dalla pelle bronzea, un’Arenty di enorme forza e potere con il compito di proteggere l’accesso alle grotte che nascondono il portale esterno. Brandisce una grande ascia ed indossa un elmo di acciaio indistruttibile.
E’ sicuramente la creatura di Limbo più imponente. Egli vive per adempiere al suo compito. L’Emersione segnerà la fine della sua missione.

4.12. LE LINGUE DI LIMBO

La lingua ufficiale di Limbo è il Sint, un derivato di tutte le lingue conosciute. Si parlano però anche altri idiomi, estrapolazioni di conoscenze Elenty evolute da comunità Arcon, evoluzioni comunicative legate ai diversi gruppi sociali, codificazioni impostate da Limbo stesso.
Esiste poi la lingua dei maghi, chiamata anche “Bit”, derivata dai linguaggi degli stessi programmatori. Il Bit ha la capacità di alterare gli stessi programmi.

4.13. GLI SPETTRI DI LIMBO

Se un programma vivente viene ucciso è possibile che il sistema non lo cancelli del tutto. In tal caso rimane nel mondo virtuale una sorta di scia, di ombra dell’essere che fu. Questa creatura è chiamata Spettro o Draugur ed il suo principale intento è quello di penetrare un altro programma vivente e “possederlo” per prenderne il controllo.
Apparizioni fotocromatiche, squarci nei programmi struttura, suoni stridenti ingiustificati ed altre manifestazioni sono la prova della presenza di questi esseri.

“…nella foresta regnava l’oscurità, squarciata qua e là dai bagliori della luna sopra le chiome degli alberi. La temperatura era calata d’improvviso insieme al vento che frusciava e soffiava. Ora tutto taceva, tutto tranne che un suono acuto e distante, una melodia ripetitiva di tre note battute su uno strumento metallico: tin, tin, tin…
D’un tratto le radici di un enorme quercia incominciarono a risplendere di una luce argentata che pareva viva, e subito la fluorescenza percorse il tronco dell’albero fino a raggiungerne le alte fronde. L’apparizione durò pochi istanti e fu accompagnata da un leggero boato, poi tutto tornò come prima, e il vento riprese a cantare…”

Tratto da “Lo Spettro della Foresta”.

4.14. LA MUSICA IN LIMBO

La Rete di Hope si convinse che il patrimonio musicale dell’uomo dovesse fare da ossatura morale del mondo di Limbo, come se la presenza reale delle melodie più importanti della storia dell’uomo potessero armonizzare quell’universo virtuale. Per questo i programmatori disseminarono le canzoni del nostro mondo in ogni angolo di Limbo, e i programmi viventi  possono accedervi nelle situazioni più disparate; il profumo di un fiore, il raggiungimento della vetta di un monte, il gusto di una bacca, la scoperta di una caverna, l’ascolto di una conchiglia, il sonno presso un antico albero, la caduta di una foglia ecc.
Ovviamente Arcon ed Elenty svilupparono la volontà di riprodurre queste melodie che venivano percepite in ogni angolo di Limbo (i Canti di Limbo). Esistono menestrelli Arcon e menestrelli Arenty. Quest’ultimi hanno un impostazione musicale fin dalla nascita e un grande repertorio.

“…Mirror alzò gli occhi verso il cielo purpureo su cui brillava fievolmente la coda della Cometa Clessidra, mentre il vento del mare gli asciugava il sudore sulla fronte. Stringeva nella mano destra l’ascia insanguinata con la quale aveva appena decapitato il Troll delle Sabbie. L’elettricità della morte scivolava insieme al sangue sulla lama scura dell’arma. Il cielo si tinse di giallo per qualche istante, mentre una nube viola oscurava il sole del quinto margine.
Mirror riconobbe la sensazione arrivare. Era una melodia blasfema e tagliente, che cavalcava ritmi ancestrali, mentre il rullare dei tamburi si fondeva con le graffianti melodie di strumenti sconosciuti. Chiuse gli occhi per farsi riempire dalla sensazione. La morte cantava, e Mirror ne assaporava la suadente voce…”

Tratto dai “Misteri di Limbo”, in cui si narrano le avventure di Mirror, spirito libero schiavo di mille perché.

4.15. LE LANDE DEL DISORDINE

I Troll delle Sabbie sono creature Arenty molto pericolose. Il loro aspetto è umanoide e muscoloso, hanno una pelle gommosa e due fessure per occhi. Abitano le dune di sabbia e i deserti di Limbo, ed il loro cromatismo dorato li rende quasi invisibili all’interno del loro habitat. Si cibano dei vermi delle sabbie, altre creature terribili, manifestazioni virtuali del caos appartenenti alle recondite lande di Limbo.
Le Lande del Disordine sono una costante nel processo creatore dei programmi struttura. Stimolano nei programmi viventi la percezione del pericolo e del dolore allontanando il rischio del “baratro dell’appagamento”. Improbabili vegetazioni, ameni declivi, spaventose paludi sono gli scenari tipici di queste terre. Ogni programma vivente all’interno di Limbo conosce le orribili storie e leggende delle Lande del Disordine, e le favole che vengono raccontate ai bambini sono spesso originarie di quei luoghi oscuri.

“…Diamond vide riflesso negli occhi dell’uomo una vita lontana milioni di ere. Sembrava che l’intera figura, alta una spanna più di lui, emanasse una strana fluorescenza. L’uomo delle montagne era muto, ma parlava con gli occhi.
– Ragazzo, che pena mi fa la tua vera natura, la tua sola bugia…-
Le parole dell’uomo non avevano suono, ma la mente di Diamond riusciva a percepirle. Ma quale fosse il loro significato non avrebbe mai potuto intuirlo. Il ragazzo si voltò di scatto e si gettò nella foresta, alla ricerca di quel sentiero che lo avrebbe ricondotto a casa…”

Tratto da “L’Uomo sulla Montagna”, dicerie di un mondo lontano e di un esistenza fittizia. Il significato dell’Elenty e il mistero di una vita virtuale. Diamond è un ragazzo Arcon appartenente a una piccola comunità nomade di Falconieri. Un giorno, vagando presso le pendici delle montagne incontra Rivier, un Elenty immortale. Incomincia per il giovane un percorso di conoscenza che lo porterà davanti a sconcertanti rivelazioni sul significato dell’esistenza di ogni abitante di Limbo.

4.16. IL MARE INFINITO

Il mare di Limbo è un estensione infinita di un programma che si ripete, una sorta di paesaggio che si specchia in due specchi paralleli e viene riprodotto all’infinito. Il mare è una costante nella struttura di Limbo, ma a differenza di Mountoor non appartiene veramente alla geografia del mondo virtuale. E’ infatti una sorta di confine, un luogo sfuggente e pericoloso. Pochi lo navigano, a parte i Veggenti di Mnemonia, che hanno la loro flotta nei pressi del Vortice della Memoria, il passaggio da Limbo alle terre di Mnemonia.