CAPITOLO 2: Sogni ricorrenti – Un canto per il padre

CAPITOLO 2
Sogni ricorrenti – Un canto per il padre

Era sorto un giorno di sole attorno alla tenda. Il giallo rimaneva sulla superficie del deserto, nella sabbia che si perdeva in dune e dossi all’orizzonte. Ma il cielo era limpido e il sole brillava di una luce fresca. Si riuscivano anche a vedere le Montagne della Notte, guardando nella direzione dalla quale il giorno prima Jade e Misar erano sopraggiunti.
La ragazza pensò che fosse una giornata inadatta ad un funerale. Troppo luminosa, troppo allegra. Era uscita presto quella mattina, poco dopo che Misar si era svegliato ed aveva trovato il corpo del suo vecchio amico già freddo. L’anziano era rimasto accanto a suo padre per un po’ di tempo, sussurrando delle parole che potevano appartenere a una canzone o a una preghiera, o forse ad entrambe le cose. I Canti di Limbo, la voce di Seidon che aleggiava nelle valli e sugli altopiani, melodie misteriose che la gente percepiva quando un evento era prossimo o appena trascorso. Questi canti si trasformavano in preghiere che la gente usava per ringraziare Seidon ed omaggiarlo.
Ma la mitologia Arcon non l’aveva mai convinta del tutto. Le vennero cosi in mente i Misteri, e si mise a ridere. Sciocchezze, pensò, e continuò verso il boschetto che si trovava oltre le prime dune nei pressi della tenda. Laggiù pascolavano i due muli che trasportavano la tenda e l’equipaggiamento di Misar e di suo padre. Adesso erano suoi, come tutto il resto, compreso il maledetto medaglione.
Yumo camminava a pochi passi da lei. Ora che l’oggetto le apparteneva, dubitava che il gigante la lasciasse da sola anche nei momenti più intimi. Se si fosse trattato di un altro Arcon la cosa l’avrebbe infastidita enormemente, ma si era subito accorta che la presenza dell’Arenty la lasciava completamente indifferente. Poteva considerarlo alla stessa stregua di un gatto o di un cavallo.
Trovò gli animali nel punto in cui le aveva detto Misar. Si assicurò che avessero abbastanza acqua e li fece camminare un piccolo tratto attraverso il boschetto. Poi tornò indietro e li legò nuovamente all’albero, assicurandosi che l’avena fosse alla loro portata.
Quel piccolo impegno la distrasse per un po’ dai pensieri che le vorticavano in testa. Quando tornò alla tenda era contenta che Misar avesse preparato qualcosa da mangiare. Si sentiva sul punto di svenire dalla fame.
Si sedettero all’ombra di un ampio telo che li riparava, oltre che dal sole, anche da un leggero vento che trasportava la fastidiosa sabbia del deserto. Jade si accorse che i suoi vestiti erano pregni di quella sabbia, così come i suoi capelli. Avrebbe voluto farsi un bagno, ma chissà quando se lo sarebbe potuto permettere.
Yumo non sedeva con loro. Era sopra una duna a una ventina di passi dalla tenda. Da quel punto leggermente rialzato riusciva ad avere un ampia visuale del paesaggio circostante. Lo spadone era sempre al suo fianco.
«Come è andata ieri notte?» domandò Misar mentre apriva delle noci e ne lasciava cadere i gherigli in una piccola ciotola davanti a lei. La ragazza mangiava di gusto sia le noci che il formaggio nel suo piatto.
«Che vuoi dire?»
«Eri con lui vero, quando è successo?»
«Come fai a saperlo? Non stavi dormendo?»
«Si dormivo… ma sognavo anche.»
Le tornò in mente il suo di sogno, ed ebbe un leggero brivido.
«Ti capita spesso di sognare eventi reali?»
«Sempre più spesso…» alzò lo sguardo verso di lei per un attimo, poi tornò a concentrarsi sulle noci. «Sono stato io a convincere tuo padre a venirti a cercare. Sapeva della malattia, ma credeva di poter andare avanti ancora fino alla prossima stagione. Poi arrivò quel sogno, e gli dissi che dovevamo partire subito.»
«Sognasti la sua morte?»
«Non proprio, ma attraverso quel sogno capì che il momento era più vicino di quanto ci aspettassimo. Sapevamo dove si trovavano gli Arcieri Rossi e ci incamminammo senza indugio verso la comunità. Per fare prima attraversammo il deserto, ma tuo padre non riusciva più ad andare avanti. Dodici giorni fa ci accampammo in questo posto. Potevamo piazzare la tenda dentro il boschetto vicino, ma tuo padre preferì farlo qui. Il deserto gli piaceva, e poi Yumo avrebbe avuto un ampia visuale, nel caso fosse arrivato qualcuno. Io continuai il viaggio da solo.»
Jade perse d´un tratto l´appetito. La tristezza le calò addosso come un drappo, apparentemente senza motivo. Rimase in silenzio per un po’, poi disse:
«Perché non è mai venuto trovarci? Non avrebbe certo messo in pericolo l’oggetto se passava ogni tanto dalla comunità, non è vero? Perché?»
Era una domanda che si era posta fin da quando era piccola. Una volta aveva visto un Keeper di un’altra comunità che trascorreva ogni primo giorno di stagione insieme alla famiglia. Poi ripartiva insieme al suo protettore e se ne stava sulle montagne, lontano dai suoi per tutta la durata della stagione, novantadue giorni. Col tempo si era convinta che l’oggetto di famiglia non era l’unica ragione per la quale suo padre se ne stava lontano da loro. Il vero motivo era che non gliene importava niente di sua madre e di lei.
Strinse le labbra mentre attendeva una risposta dal vecchio che le sedeva. Misar la guardò con occhi tristi.
«Capisco quello che provi ragazza, ma non è come tu pensi. Tuo padre vi amava molto, e proprio per questo se ne stava lontano. Vedi, gli artefatti di Seidon non sono tutti uguali. Alcuni custodiscono un potere maggiore di altri, e per questo devono essere protetti con più attenzione. Quel medaglione è molto potente Jade. Molto più potente di qualsiasi altro oggetto di cui abbia mai sentito parlare.»
Lei guardò il medaglione appoggiato sul suo petto. Lo smeraldo era privo di riflesso, come se l’oggetto stesse dormendo. Seguì con lo sguardo le linee argentee in rilievo attorno alla pietra, un disegno privo di significato.
«Perché dovrebbe essere diverso? Secondo la mitologia è comunque inutile da solo. Se il tempo dell’Emersione arrivasse, ogni oggetto di famiglia dovrà essere consegnato al guardiano della montagna sacra per far si che le antiche città ritornino. Ogni Keeper ed ogni oggetto sono determinanti per l’avvento della profezia. Non ne esistono di più o di meno importanti…»
Misar alzò la testa e si guardò attorno, come se cercasse le parole nella sabbia.
«Conosci bene la mitologia Arcon. Mi domando però, ci credi davvero?»
Jade fu sorpresa da quella domanda. Ma d’altra parte, quale altro Keeper non lo sarebbe stato.
«Che vuoi dire se ci credo. È la storia, no? Gli oggetti di famiglia vennero consegnati da Seidon agli Arcon subito dopo i due strappi del mondo. Le città si erano inabissate e gli uomini non potevano più avere una fissa dimora. Gli Arcon, figli degli Elenty, furono condannati a una vita nomade attraverso Limbo, almeno fino al giorno dell’Emersione.»
«Questa è la storia che tutti gli Arcon sanno, ragazza. Ma esistono altre storie…»
«Non mi vorrai dire che credi ai Misteri?»
Lui la guardò alzando le sopracciglia. Aveva un’espressione buffa negli occhi.
«Non posso credere ai Misteri perché non li conosco. Ma so della loro esistenza e non credo nella profezia. Anche tuo padre faceva strani sogni, e la ragione di quei sogni era quel medaglione.»
Lei sentì un brivido lungo la schiena. Ripensò a quel volto che aveva visto la notte prima e nel momento in cui era entrata nella tenda.
«A volte incontravamo altri Keeper nel nostro pellegrinare, ma nessuno di loro aveva mai avuto i sogni che tormentavano tuo padre. Vedeva un uomo dal volto scarno, un ghigno spaventoso che lo braccava, due occhi come pozzi di follia. Tuo padre era convinto che ci stesse dando la caccia. Per questo non stavamo mai fermi.
«Una notte due strane creature ci attaccarono. Non ne avevo mai viste di quel tipo. Lupi dalla testa di serpente, fatti di pietra. La spada di Yumo si scalfì più volte prima che il gigante avesse la meglio sulle belve. Da allora non ci siamo mai fermati più di una notte nello stesso posto. Ma poi i sogni sono diventati più frequenti.»

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Jade ascoltava distante. La paura si era insediata in ogni diramazione nervosa del suo corpo.
«L’ho sognato anch’io. Ieri notte.»
Misar fissò il medaglione, poi gli occhi della ragazza.
«Dobbiamo muoverci al più presto. Tuo padre e l’oggetto sono stati fermi troppo a lungo. Oggi è il giorno del suo funerale, ma domani dobbiamo andarcene. Yumo è nervoso, riesco a percepire l’umore del gigante.»
«Allora mi seguirai?»
«Se tu lo vorrai. Ho promesso a tuo padre di starti vicino, ma il destino di un Keeper è nelle mani del Keeper. Non posso costringerti a chiedermi di seguirti.»
«Te lo chiedo.»
«Allora è deciso. Partiamo domani.»
«Per dove?»
«Io e tuo padre avevamo parlato di una possibilità. Hai mai sentito parlare della Gilda di Nicon?»
Jade cercò di ricordarsi quel nome, tra i racconti che gli arcieri si scambiavano la sera davanti al fuoco.
«Gli eretici?»
«Si. Alcuni li chiamano così. Credono nei Misteri. Forse riusciremo a capire qualcosa di più sull’uomo dei sogni se conoscessimo il significato di questi strani segreti.»
«Si dice che sia gente pericolosa, soprattutto per un Keeper.»
«Si dicono tante cose, ragazza.»
Dopotutto dovevano seguire una qualche direzione, e su una cosa Misar aveva più che ragione; il medaglione era stato fermo troppo a lungo. Pensò alle belve e al sogno che aveva avuto. Non poteva ignorare i segnali di pericolo delle sue visioni.
«Va bene!» La decisione era presa.
Si alzarono in piedi e cominciarono i preparativi per il funerale. Ogni uomo lasciava le terre di Limbo sulle note di un canto, mentre un grande fuoco gli illuminava la strada verso le terre senza nome. Anche il padre di Jade avrebbe fatto lo stesso.
Raccolsero molta legna e la posizionarono sulla duna più alta. L’Arenty scavò una fossa ai piedi della catasta pronta per essere accesa, e ci depositò il corpo di quell’uomo che aveva seguito in lungo e in largo, attraverso i mutevoli paesaggi di Limbo. Jade non sapeva se il gigante fosse addolorato per la morte di suo padre. In fondo la sua esistenza era legata all’oggetto, non al custode, e si diceva che gli Arenty non avessero sentimenti. Eppure qualcosa le diceva che Yumo era triste.
Mentre manciate di sabbia ricoprivano il corpo in fondo alla fossa, Jade cercò di imprimersi nella mente il ricordo del volto del padre. Aveva avuto poco tempo per conoscerlo, e in qualche modo le era ancora un estraneo. Credeva però che col tempo avrebbe iniziato ad amarlo, idealizzandolo forse, o più probabilmente comprendendo il significato delle sue scelte. Scelte meschine o scelte obbligate? Toccò il medaglione sul petto come se si trovasse lì la risposta, nel freddo vetro della pietra oppure più sotto, dove batteva un cuore piangente.

Più tardi il paesaggio cambiò bruscamente. Si alzò un vento diverso, più freddo. La notte arrivò insieme a grasse nuvole cariche di pioggia, ma il vento non le faceva fermare abbastanza perché si svuotassero. Si udivano tuoni lontani e l’aria profumava di tempesta. Eppure neanche una goccia cadde quella notte, mentre il fuoco della pira funebre si alzava in lunghe lingue di fiamma,  illuminando il cammino dello spirito del vecchio Keeper.
Immobili davanti a quel rogo, Misar, Jade e Yumo richiamavano alla mente le memorie di Ethan, amico, padre e custode. Era un rituale antico che veniva rispettato in ogni comunità.
C’era bisogno di un canto per suggellare la cerimonia, così Jade mosse un passo in avanti verso il fuoco e iniziò ad intonare il “Canto della Rondine”, un’antica melodia che le sembrava fatta a posta per suo padre. Il crepitio della legna e il brontolio del tuono facevano da sottofondo.

Il tempo scivola sulla sabbia
Il Mare Infinito ci chiama
Verrà un giorno in cui la rondine
Da terre lontane oltre lo strappo
Volerà fino a qua
E ci parlerà di città
E di un mondo perduto
Quando il sole si spengerà
E la luna lo coprirà
Allora la rondine ritornerà
Insieme alle torri e alle città.

La melodia si ripeteva cambiando tonalità e Jade riusciva ad impostare la voce in maniera impeccabile. Aveva un bel timbro. Misar si accorse che la ragazza stava piangendo, ma la sua voce non subiva alterazioni. Si librava leggera dentro la notte come se davvero accompagnasse lo spirito del padre attraverso i misteriosi luoghi dei morti.
Il vento frastagliava le fiamme che divampavano sopra di loro, la sabbia formava piccoli mulinelli, come se stesse danzando al suono della voce di Jade, il tuono continuava il suo monotono brontolio. La cerimonia continuò fino alla fine dell’ottavo margine del giorno, il primo margine della notte, poi i tre tornarono alla tenda lasciandosi le braci alle spalle.
Li aspettava un viaggio lungo ed incerto. Limbo era il mondo in continuo cambiamento, dove le comunità nomadi non sostavano mai più di qualche giorno nello stesso luogo. Trovare la Gilda di Nicon poteva rivelarsi un compito estremamente difficile.
Prima che Jade si abbandonasse ad un sonno profondo e senza incubi, pensò al viaggio che l’aspettava e alla condanna del suo solitario pellegrinare. Percepì un vuoto intenso dentro di se, e si accorse che già le mancava suo padre.

Continua venerdì 18 settembre 2009

Scarica l’illustrazione  in alta risoluzione e il pdf del primo capitolo.

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Published in: on settembre 11, 2009 at 7:53 am  Comments (2)  
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CAPITOLO 1: Gli oggetti di famiglia – La morte di un padre – Il destino di un Keeper

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Il sole era nascosto da un velo di foschia color ocra, il paesaggio era privo di ombre e baluginava come una visione di un sogno, il vento soffiava ma era muto.
Jade vide la tenda in mezzo alle dune. Si proteggeva gli occhi con una mano mentre la sabbia le vorticava intorno. Sentiva il terreno sotto i piedi pulsare, oppure era il suo cuore che batteva più forte del normale e le rimbombava in ogni centimetro del corpo. Non avrebbe saputo dirlo. Ciò che sapeva era che suo padre si trovava in quella tenda, ed era sul punto di morire.
Si era fermata a due passi dalla sua guida, un uomo che si faceva chiamare Misar. Era vecchio, ma aveva un portamento elegante. Si sorreggeva con un bastone e la guardava con due occhi profondi, due fessure verdi sotto folte sopracciglia striate di grigio.
Lei era minuta ma aveva il volto fiero. I capelli le accarezzavano in onde brune gli alti zigomi. Gli occhi erano due pozze di tenebra, ma il loro taglio era dolce. Erano gli occhi di sua madre.
Lui la guardò come per assicurarsi che avesse capito. Lei gli rispose con un cenno; la tenda era il luogo verso cui erano diretti. Avevano oltrepassato le Montagne della Notte, percorso il Fiume Serpe fino alle cascate dei Dowa, attraversato la foresta fino ai margini del deserto che segnava il confine con le Terre Desolate. Avevano camminato per cinque giorni e finalmente il viaggio stava per concludersi.
Jade non si era mai allontanata così tanto dalla comunità degli Arceri Rossi, da sua madre che intesseva le corde e fabbricava le frecce, dallo zio Ulkan che le aveva insegnato a tirare bendata. Era rimasta vicina a quella strana piccola famiglia con cui era cresciuta, dimenticandosi di avere un padre e rifiutando il suo destino di erede all’oggetto di famiglia.
“Tuo padre è un Keeper, per questo è dovuto partire” le aveva detto sua madre quella mattina di molto tempo prima, quando lei era solo una bambina e non riusciva a capire il significato di quello che le era successo. Sopravvivere alla morte di un genitore era diverso dal vivere sapendo che tuo padre era lontano e non sarebbe mai più tornato. Ma questo era il fato di ogni Keeper, e presto sarebbe stato anche il suo.
Si rimisero in cammino, stringendosi nei manti che li proteggevano dal vento e dalla sabbia. Le Terre Desolate erano luoghi dai quali era bene tenersi alla larga, dicevano gli uomini della sua comunità. Regioni sperdute abitate da strane creature, terreni aspri in cui il tempo cambiava repentinamente e una bufera poteva coglierti impreparato.

Il velo di nebbia era così spesso da nascondere anche la Cometa Clessidra, azzurra fiamma dei cieli di Limbo che scandiva i cicli e le stagioni. Jade la cercò sopra di se nel punto in cui l’aveva vista la notte prima, ma la gialla foschia aveva inghiottito ogni cosa. Si sentiva in un mondo di ori e di ocra, di gialli e di beige, intrappolata in un dipinto ad olio in cui il pittore cercava mille sfumature per rappresentare la sabbia ed il cielo. L’unica cosa che interrompeva quel mondo giallo era la tenda verso la quale erano diretti. Spiccava sopra la sabbia nel suo azzurro morente, squassata dal vento ma ben ancorata al terreno.
“Essere Keeper è il più alto riconoscimento per un Arcon” le aveva detto suo zio mentre la salutava cinque giorni prima. Misar la aspettava fuori dal campo degli arcieri, mentre lei cercava negli occhi di sua madre un pretesto per restare. Ma lei non aveva voluto sentire discussioni. Alla chiamata del padre Jade doveva rispondere, perché era lei l’erede, perché quello era il suo destino. Il destino di un Keeper.
Si avvicinarono alla tenda nel punto in cui un’apertura nel telo era tenuta chiusa da una corda che passava attraverso degli anelli di metallo. Misar, appoggiando un ginocchio nella sabbia, si chinò a sciogliere il nodo che fermava la corda. Un attimo dopo il telo veniva spostato per consentire alla ragazza di entrare.
Jade si accorse in quel preciso istante di non essere preparata a quello che l’aspettava là dentro. Aveva avuto giorni per riflettere e capire quello che provava, e adesso era lì davanti alla tenda in cui suo padre, che quasi non conosceva, stava esalando gli ultimi respiri.  Che cosa gli avrebbe detto? Cosa avrebbe fatto? Avrebbe pianto e sarebbe rimasta immobile come una statua mentre lui le consegnava l’oggetto? Non riusciva a sentire niente. Era come se la sabbia del deserto le fosse entrata in ogni poro otturando ogni sua sensazione. Si sentiva totalmente incapace di percepire alcunché.
Mentre varcava la soglia un unico pensiero le balenò in testa, un’immagine sfuggente che riuscì a riconoscere solo in un secondo momento. Era il volto di un uomo sconosciuto, evocato in una visione insieme alle sillabe che componevano il suo nome. Provò a ripeterle sottovoce mentre le uscivano velocemente dalla testa, ma le aveva già dimenticate.
L’interno della tenda era più ampio di quello che si era immaginata, una stanza di forma esagonale, buia e piacevolmente fresca. Il pavimento era cosparso di tappeti e cuscini. Al centro vi era un basso tavolo con delle pergamene e alcune candele spente. Oltre il tavolo si intravedevano due cassapanche di legno aperte dalle quale fuoriuscivano alcune vesti.
Per un momento pensò che nella tenda non ci fosse nessuno, che suo padre se ne fosse andato o addirittura che non fosse mai esistito. Sapeva che non era così, ma per un attimo si aggrappò a questa speranza. Poi vide il gigante, nell’ombra più scura della stanza.
Stava in piedi e misurava tutta l’altezza della tenda, più di due metri. Un perizoma di cuoio e una larga cintura erano i suoi unici indumenti, e sopra di questi ostentava un possente torace completamente glabro. Il suo volto era cupo, lo sguardo basso, i capelli ricci che ricadevano sulle spalle. Teneva le mani appoggiate sul pomo di un enorme spadone conficcato nella sabbia davanti a lui. Se ne stava immobile come una statua.
Jade rimase come folgorata da quell’apparizione. Poi vide il corpo dell’uomo che giaceva accanto al gigante e capì tutto. Il guerriero con lo spadone non poteva che essere il Protettore di suo padre.
Le tornarono in mente le storie narrate dagli arcieri, nelle serate di bivacco quando veniva cacciato il cervo e tutti si ritrovavano davanti al fuoco a bere vino caldo. Lei ascoltava attentamente le storie che riguardavano i Keeper e gli oggetti di famiglia, anche se non lo dava a vedere. Tutti sapevano di suo padre e del suo destino, e ciò la metteva in imbarazzo. Una parte di lei avrebbe rinunciato volentieri a quel grande onore di cui tutti parlavano, ma vi era anche un lato orgoglioso e curioso che a volte affiorava, ed era proprio quel lato che le faceva tendere l’orecchio e carpire qualsiasi cosa venisse detta a riguardo.
Gli oggetti di famiglia erano artefatti creati dagli dei e consegnati alle famiglie più onorevoli, nei lontani giorni in cui Limbo era giovane e le memorie del vecchio mondo ancora fresche. Gli oggetti erano la chiave per far riemergere dagli abissi le perdute città del vecchio mondo, quando il tempo fosse giunto. Fino ad allora i Keeper avrebbero custodito questi oggetti lontano dall’avidità degli uomini, in solitari pellegrinaggi in compagnia solamente del proprio Protettore, un guerriero Arenty al servizio dell’oggetto e del suo Keeper.
Un guerriero Arenty non era altro che una macchina di morte, un combattente privo di sentimenti che aveva un’unica ragione di vivere; portare a compimento la sua missione. E lo scopo dei Protettori era quello di difendere in tutti i modi l’oggetto di famiglia e il suo custode.
Jade si mosse con gambe instabili verso l’uomo supino ai piedi del gigante. Si accorse che stava dormendo e che il suo respiro era lento e leggero. Se l’era immaginato molto più vecchio, forse perché era in punto di morte, ma adesso le sovvenne che era solo un uomo di mezz’età, stroncato nel fisico da una strana malattia. I capelli erano striati di grigio così come la leggera barba che gli ricopriva le guance, ma non era vecchio.
Vederlo dormire, inerte su quello scomodo giaciglio di tappeti, le mosse qualcosa dentro. Provò pena per quell’uomo che era suo padre, per la condanna che lo aveva fatto allontanare dalla sua famiglia quel giorno in cui venne chiamato ad adempiere la missione di Keeper dal fratello di sua madre. Non lo vide più come il diretto responsabile di quell’assurda missione nella quale era a sua volta implicata, ma come una pedina che come lei aveva dovuto un giorno rispondere a una chiamata indesiderata. E mentre questa sensazione le inumidiva gli occhi, suo padre la guardò.
«Dhora…» sussurrò con un filo di voce. Era il nome di sua madre.
«No padre. Sono Jade…» le parole rimasero come ferme nell’aria. Gli occhi di lui si corrugarono cercando un appiglio. Lei lo aiutò concludendo la frase «…tua figlia.»
Suo padre si chiamava Ethan, che nella lingua Sint significava rondine. Il fato lo aveva legato al suo nome, offrendogli una vita che era stata come una lunga migrazione. Ma in fondo questo era il destino di ogni abitante di Limbo, il mondo in continuo cambiamento.
Non esistevano né città né alcun tipo di insediamento permanente. Tutto scorreva, tutto passava e si trasformava, mentre la Cometa Clessidra scandiva le stagioni ed il cammino della montagna sacra segnava il passaggio dei cicli. Mountooor era l’unico paesaggio che rimaneva inalterato, la montagna presso la quale gli oggetti di famiglia sarebbero stati portati se il tempo dell’Emersione fosse giunto.
Si chiese perché le venissero in mente tutte queste cose in quell’istante. Forse era già entrata nel suo nuovo ruolo. Forse era sempre stata una Keeper.
«Sei bella quanto lei…» la voce di lui scacciò via quei pensieri.
Rimasero in silenzio per alcuni istanti. Lei incapace di continuare a parlare, lui in contemplazione di quel viso angelico che sembrava annunciargli il dolce momento del trapasso. Sopra di loro la possente figura del Protettore rimaneva immobile.
«Non è facile, lo so» incominciò lui. La sua voce era un sussurro. «Entrambi non abbiamo avuto scelta. Col tempo forse riuscirai ad accettarlo, come ho fatto io.»
Jade sperava che lui riuscisse a capirla attraverso il suo sguardo. La sua bocca era come immobilizzata, ma dentro di lei tutto era in tumulto. “Dammi quel dannato oggetto e facciamola finita” pensò. Poi si vergognò subito di quel pensiero. Abbassò gli occhi e non riuscì a trattenere le lacrime che iniziarono a sgorgare.
Lo sentiva muoversi accanto, ma non alzò lo sguardo. Continuò a piangere scossa da singulti, poi una mano le sfiorò la spalla e qualcosa di freddo le toccò la nuca. Una catena. Un medaglione. L’oggetto.
Suo padre glielo aveva appeso al collo e adesso avvertiva il tocco di quello strano amuleto sul suo petto. Era più leggero di quello che sembrava. Ne vide la forma, confusa dalle lacrime che continuavano a scorrere annebbiandole la vista. Un ovale di un metallo argenteo con una pietra verde incastonata, probabilmente uno smeraldo.
«Perdonami…» lo avevano detto insieme. Lei alzò lo sguardo con il cenno di un sorriso che le illuminava gli occhi. Lui le rispose con una bassa risata.
Jade prese la mano di suo padre e gliela strinse forte tra le sue. Rimasero così per un po’, senza dire niente. Il vento continuava a soffiare fuori dalla tenda mentre Misar raccoglieva la legna per il fuoco. In Limbo le tenebre potevano calare in qualsiasi istante, il clima cambiare dall’oggi al domani e la luce assumere le più svariate e inafferrabili sfumature.
Era ormai finito il settimo margine del giorno quando gli ocra e i gialli si dissolsero insieme alla nebbia. Il cielo divenne di un blu acceso ed il vento cessò di colpo. Misar osservava il cambiamento cercando di percepire in anticipo quello che il paesaggio sarebbe presto diventato.
Il cielo baluginò di un rosso cupo e poi divenne notte. Si accesero molte stelle e la cometa si affacciò in tutto il suo splendore. Segnava gli ultimi giorni di quell’ennesima stagione, la ventisettesima del terzo quarto del dodicesimo ciclo.
Misar accese il fuoco e rosse lingue di fiamma si alzarono verso le stelle.

«Cosa facevi prima di unirti a lui?»
Misar la guardò attraverso le fiamme. Il padre di Jade dormiva profondamente dentro la tenda, mentre Yumo, l’Arenty legato all’oggetto, se ne stava in disparte a finire la sua cena. Era muto, o forse semplicemente non riteneva importante comunicare.  Qualunque fosse la causa del suo silenzio, un fatto era certo: il gigante non aveva mai proferito parola.
«Abitavo coi Falconieri, nella Valle dei Canti. Li conosci?»
«Si, ci siamo passati una volta. É stato almeno quindici stagioni fa.»
«La valle si sta avvicinando al sole rosso ormai. Mio fratello dovrà mettersi in viaggio e trovare presto un altro luogo per la comunità. È il primo cacciatore del villaggio.»
«Lo ricordo. Un uomo alto e gentile. Ci ha ospitati per due notti presso il suo fuoco. Noi arcieri ripartimmo ristorati ed allegri, ed in dono gli consegnammo uno dei nostri più raffinati archi da caccia. La corda l’aveva intrecciata mia madre…»
Jade ricordava i lineamenti di quell’uomo e si accorse dell’assomiglianza. Anche Misar esternava la stessa cordialità del fratello. Un volto elegante che nascondeva un cuore gentile.
«Una notte arrivò tuo padre. La gente lo accolse con affetto, come tutti i Keeper. Le nostre donne danzarono attorno al fuoco e vennero arrostiti cinghiali e fagiani. I colori del mattino ci sorpresero ancora svegli, mentre io e tuo padre continuavamo ad attizzare il fuoco e a bere vino. Quella notte capì che ero destinato a seguirlo.»
«Ma i Keeper non dovrebbero viaggiare da soli con il loro Protettore? Non è contro le regole…»
L’anziano la interruppe. «Non esistono regole, ragazza. Essere Keeper è un onore che il destino ti ha elargito, ma sta a te capire quale è il miglior modo per perseguirlo. Gli oggetti attraggono le persone. È rischioso rimanere in una comunità quando sei il custode di un dono di Seidon. Questo non significa che un Keeper debba per forza rimanere da solo.»
«Allora perché mia madre non è andata con lui?»
«Quando Adernoth, lo zio di tuo padre, lo venne a cercare per consegnargli l’oggetto, tua madre era appena rimasta incinta. Entrambi sapevano che la cosa migliore da fare era separarsi, per il bene tuo e per il bene di tuta la comunità degli Arcieri Rossi.»
Queste ultime parole la colpirono violentemente. Non era stupida. Era stato davvero un gesto d’amore per lei, il sacrificio dei suoi genitori, o si trattava soltanto della soluzione più sicura per quel maledetto oggetto? Era più importante lei o quello stupido medaglione?
Sapeva dentro di se di bestemmiare, ma non riusciva a farne a meno. Era arrabbiata. Abbassò lo sguardo e vide brillare la pietra verde alla luce del fuoco. “Paccottiglia”, pensò.
«E poi?»
Misar attizzò il fuoco con un paio di grossi ceppi, poi tornò a guardare la ragazza.
«É passato molto tempo da allora, almeno cinquanta stagioni… Il giorno della partenza di tuo padre gli dissi di volerlo accompagnare per un pezzo, forse per un paio di giorni. Poi i giorni sono diventati stagioni e tutto ha seguito un suo corso. Capimmo entrambi che era giusto così, perciò rimasi al suo fianco, fino ad oggi…»
Jade sentì la stanchezza delle giornate di viaggio e del tumulto emozionale piombarle addosso d’improvviso. Voleva riposare e non pensare. Forse domani avrebbe visto la sua situazione da un nuovo punto di vista, e tutto le sarebbe stato più chiaro.
«Credo che andrò a dormire» disse lei, alzandosi in piedi.
«É stata una lunga giornata. Anch’io cercherò di riposare. Yumo monterà la guardia tutta la notte, quindi non c’è bisogno di preoccuparsi.»
Jade osservò il gigante muto. Un Arenty. Un servo senza volontà. Secondo la mitologia degli Arcon gli Arenty erano stati creati dal cugino di Seidon, un Elenty di nome Fergus, per badare alle molte greggi che possedeva. Vi era una piccola famiglia di Arenty tra gli arcieri. Cucinavano per la comunità e vivevano in disparte, parlando sottovoce, lavorando senza mai fermarsi. Non li aveva mai visti dormire.
«Non dorme?» chiese all’anziano come per soddisfare quella curiosità che le era appena sovvenuta.
«No. Non dorme mai»
I due entrarono nella tenda lasciandosi alle spalle il deserto ed il fuoco che rischiarava di rosso la sabbia circostante. Seduto con le gambe incrociate, Yumo rimase a scrutare il buio e i riverberi dei paesaggi lontani che lampeggiavano all’orizzonte. La grande spada era al suo fianco, infilzata nella sabbia e pronta a scattare.

Il sogno diventa sogno solo al risveglio. Fino a quel momento è un esperienza di percezione pari alla vita reale. É un’immersione in un mondo che è dentro te, una terra di misteri nella quale puoi trovare le risposte che cerchi, oppure rimanere intrappolato nelle ragnatele di nuove domande.
Jade vide nuovamente quel volto che le era apparso nel momento in cui entrava nella tenda. Un viso scarno, gli occhi sbarrati e scuri come la notte, il naso adunco e la pelle come pergamena. Le parlava senza proferire alcuna parola. Lei provò a leggergli le labbra e in quel momento un serpente gli fuoriuscì dalla bocca scagliandosi verso di lei.
Cadde per molto tempo, poi sentì la sabbia del deserto sotto la sua guancia. Alzò lo sguardo e vide la tenda. Era gialla, mentre la nebbia e il paesaggio che la circondavano erano dello stesso azzurro morente che aveva la tenda nella realtà. Tutti i colori erano invertiti. Il verde del suo mantello era diventato scarlatto, la rossa impugnatura dell’arco era diventata grigia, e la sua pelle era dello stesso verde del medaglione.
Mentre pensava a questa somiglianza cercò l’oggetto appeso al collo. Non c’era. Il cuore le fece un balzo. Poteva averlo perduto?
Si avvicinò alla tenda e in quell’istante il gigante Arenty uscì fuori e venne verso di lei. Brandiva il suo enorme spadone e stava per calare un fendente micidiale. Lei s’inginocchiò accettando la morte che le piombava addosso, poi vide il guerriero sorpassarla, scagliandosi incontro alla creatura alle sue spalle. Lo spadone la infilzò. Era una belva dagli occhi di ghiaccio, un lupo con la testa di lucertola. La spada stridette mentre penetrava le carni che parevano di pietra.
Ma oltre il corpo ormai inerte di quella terribile creatura, ne scorse altre cento che si avvicinavano, teste di salamandre dallo sguardo assente e corpi canini. Yumo iniziò a menare un colpo dopo l’altro, squarciando ossa di pietra e carni di gesso, lasciando attorno a se una montagna di     cadaveri e di polvere. Ma nonostante la sua ammirevole abilità e potenza, le creature erano troppo numerose e alla fine riuscirono a sopraffarlo.
Lentamente si mossero verso di lei, passi felpati che scivolavano sulla sabbia, ghigni di animali non vivi ma assolutamente letali. Lei indietreggiò di qualche passo, cercando il coraggio di non votarsi e correre via.
«Cosa volete da me? Non ce l’ho il medaglione!» urlò alle belve.
Queste continuarono ad avanzare. Erano a pochi passi da lei. Avrebbe potuto sentire i loro respiri se fossero state vive. Ma non lo erano.
Voleva voltarsi. Tutto il suo corpo le diceva di voltarsi e scappare. Solo una piccola voce nella sua testa continuava a ripeterle di non avere paura, di continuare a fronteggiare quelle assurde creature.
Lei ascoltava la vocina, voleva ascoltarla fino in fondo, ma le belve erano troppo vicine e lei non riusciva più ad indietreggiare. Avrebbe potuto inciampare da un momento all’altro, ed allora sarebbe stata la fine.
Non voleva, non avrebbe voluto, ma alla fine si voltò.

Si svegliò nell’oscurità della tenda. Sentiva il vento accarezzare le pareti e soffiare tra la sabbia, ma faceva solo da sottofondo ad un altro rumore. Era il respiro di suo padre, profondo e irregolare.
Si avvicinò al suo giaciglio facendo attenzione a non svegliare Misar che dormiva a poca distanza. Si sedette accanto a lui e gli guardò il volto deformato dal delirio. Le bastò un occhiata per capire che era la fine.
Lei gli prese la mano ed appoggiò il capo accanto alla sua spalla. Chiuse gli occhi e rimase ad ascoltare quel respiro finché non si spense nella notte.
Era troppo vuota dentro per riuscire a versare una lacrima. Rimase accanto a corpo inerte di suo padre fino al mattino, dormendo un sonno quieto, ovattato dal dolore.

Continua venerdì 11 settembre 2009

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