CAPITOLO 20: INCONTRO NEL TELAIO DI LIMBO

L’eclisse ha annunciato il tempo dell’Emersione. Gli Arcon credono che consegnando al Guardiano di Mountoor, la montagna sacra, gli oggetti sacri di Seidon, il vecchio mondo tornerà e Limbo smetterà di essere una terra cangiante ed instabile. Gli Elenty, maghi immortali primordi, sanno che la verità è un’altra. L’Eclisse è la campana che segna la fine del lungo tempo di attesa dentro Limbo, un mondo virtuale costruito per conservare l’eredità dell’umanità perduta. Solamente gli Elenty e le loro copie conservate negli oggetti sacri saranno in grado di lasciare Limbo. Gli Arcon, essendo entità digitali fittizie, non potranno in alcun modo uscire dal loro mondo.

Fiumane di Arcon provenienti da ogni angolo delle terre di Limbo convergono verso la Montagna Sacra. La maga Davinia è invece bloccata presso le grotte dei Sewolf, popolo del mare, e attende il risveglio del suo compagno Sawar, gravemente ferito durante la battaglia contro la Gilda di Nicon e i Testimoni di Seidon. Egli è un uomo molto pericoloso, potente mago e abile spadaccino, votato da tempo immemore alla distruzione di quel mondo fasullo.

CAPITOLO 20 – INCONTRO NEL TELAIO DI LIMBO

Lo scheletro di Limbo è un palazzo con infinite stanze. Molte di queste sono prive di finestre, altre invece danno sul mondo in costante cambiamento, e mutano insieme al resto. Pochi possiedono la chiave d’accesso al palazzo. Pochi riescono a entrarvici senza perdersi nei suoi labirinti.
Davinia raggiunse la porta di quella stanza, la loro stanza. L’avevano creata insieme, per intrattenersi e consolarsi a vicenda. La donna sapeva che appena lui si fosse destato da quello strano coma privo si sogni, l’avrebbe raggiunta laggiù. Il suo corpo giaceva ancora nella grotta dei Sewolf. I cristalli ricomponevano lentamente la sua entità digitale, ma ormai erano passati diversi giorni da quando la lama di Nicon lo aveva trafitto, facendolo sprofondare nell’oblio. “Sawar, dove sei?” pensò Davinia, poggiando la mano sulla liscia parete di quella porta. Avvertì qualcosa, un cambiamento. Qualcuno l’aveva lasciata socchiusa, invitandola ad entrare…
Lei la spalancò chiamando col pensiero il suo nome. Accecata dal desiderio di vederlo vivo, anche se solo in una rappresentazione della sua mente, si precipitò in direzione di quel letto che era stato da tempo immemore il palcoscenico delle loro notti d’amore. Corse verso quella figura, un uomo seduto sul bordo del materasso, il capo chino, il mantello scuro che, come un’ombra liquida, gli ricadeva sulle spalle, sulle lenzuola di seta del letto e sul pavimento. Quando quell’uomo, che non era Sawar, alzò lo sguardo verso Davinia, lei continuò ad ingannarsi, tanto era forte la sua convinzione. Lui allora alzò la mano, un’appendice lunga e cadaverica, e lei rimase immobile, pietrificata da una forza di cui non conosceva l’origine. Davinia mise a fuoco la figura, un uomo dal volto cereo, i capelli neri e gli occhi cremisi. I canini sporgevano dalle sue labbra in maniera innaturale, e a lei le vennero in mente le storie di vampiri, quelle dell’altro mondo, il mondo prima di Limbo.
«Chi diavolo sei?» Le parole le uscirono dalle labbra da sole. Appena sputate fuori se ne pentì, perché una paura nuova e aliena le si era posata sul cuore.
«Priscilla Mills, mi ricordo bene di te… Non eri adatta al progetto, ma gli altri erano di un’opinione diversa…» Quel nome le arrivò addosso come un pungo. Quanto tempo era passato dall’ultima volta che lo aveva udito? Stagioni, cicli, anni, secoli…
«Beh, il tempo mi ha dato ragione. Ribelle durante il primo stadio, vittima di una serie di stati depressivi che ti hanno portato più volte vicino al baratro d’appagamento, compagna e complice dell’Elenty più deleterio del progetto… insomma, non proprio il soggetto ideale per qualcosa di grandioso come Limbo.»
Davinia si sentì ribollire di rabbia. «Proprio tu mi parli di correttezza?» Ignorava l’identità di quell’avatar, ma aveva intuito chi c’era dietro; la Rete di Hope, i programmatori di Limbo.
«Se ti riferisci all’inganno dei Frame, sappi che anche quella non era una mia idea, altrimenti non sarei qui, non pensi? Comunque, credo che neanche io col mio carattere sarei riuscito a reggere una vita immortale senza fare qualche danno, per questo dormo la maggior parte del tempo…»
La donna chinò il capo, cercando di riacquistare la calma. «Ci ho provato anch’io, ma ogni volta tornavo qui. Che luogo è questo?»
«È il Telaio, una sorta di virtuale nel virtuale. I miei sonni sono schermati, perciò non vi accedo quando dormo. Molto meglio, se vuoi mantenerti puro…»
Davinia continuava a rimanere immobile, anche se non era più bloccata dal volere di quell’uomo. Si accorse di aver ripreso possesso della sua proiezione, ma rimase dov’era, con altre mille domande in testa.
«Che cosa vuoi?»
«Dritta al punto, bene… Ciò che ti sto per rivelare è di importanza cruciale per tutto il progetto, perciò mi devi convincere di crederci ancora un po’.»
«Mi chiedi già molto…» ribatté la donna. Non ricordava quand’era stata l’ultima volta che aveva covato una speranza del genere. Limbo era un gioco, solamente un brutto gioco… altro che salvezza!
«Come ho già detto, conosco bene i tuoi limiti, ma se sono venuto da te c’è un motivo…»
Davinia corrugò la fronte e alzò lo sguardo verso il vampiro «Quale?»
«Te lo dirò solo se accatterai l’incarico che ti darò» rispose la figura cinerea ed immobile sul bordo del letto.
«Beh, si vedrà…» la donna aveva riacquistato quella freddezza tipica di chi non ha niente da perdere. Un gioco in più o in meno che importanza poteva avere a quel punto, pensò.
«Hai visto l’eclisse, no?» domandò lui, per niente infastidito da quella reazione.
«Un altro dei vostri trucchi… chi mi assicura che non ci sia dietro un nuovo inganno? Ne avete fatte di promesse in passato… ci avete usato come cavie, ci avete replicato nei Frame e poi avete cercato di eliminarci. Avete creato migliaia di vite artificiali, illudendole con i soliti misticismi.»
«Parli degli Arcon? Pensavo che li odiassi…»
«Oh certo che li odio, come odio tutto il resto di questo stupido mondo fittizio…»
«E se ti dicessi che è quasi finita… che presto potrai lasciare questo mondo, e non solamente tu e gli altri Elenty, ma tutte le entità digitali di Limbo, compresi Arcon e Arenty…»
Davanti a quelle parole la donna non riuscì a nascondere il suo stupore. «Che vuoi dire? Il Gigante non permetterà alle entità artificiali di uscire.»
«Il Gigante di Mountoor ha il compito di non far entrare nessuno e di non far uscire nessuno, almeno fino a dopo il tempo dell’Emersione, annunciato giorni fa dall’eclisse. Qualcuno all’esterno deve per forza aver azionato i comandi per la fase finale del progetto Limbo, altrimenti non si spiegherebbe l’oscuramento improvviso del sole. L’altro importante segnale che preannuncia l’avvento dell’Emersione doveva essere il risveglio del Gigante, che però non è avvenuto. Questo significa che c’è qualcosa che non va nel programma del Guardiano. Come sai bene, il Gigante è a protezione della connessione che dà accesso all’esterno. Nessuno può avvicinarsi a quel portale senza risvegliare la sua ira…»
Davinia, che un tempo si chiamava Priscilla, si chiese se una volta uscita di lì avrebbe tenuto il suo nome. Scacciò quel pensiero sciocco ma allettante, e cercò di seguire il ragionamento del vampiro. Quelle cose le sapeva; il progetto, il Guardiano, il portale… la cosa che non sapeva ancora era perché quell’uomo aveva scelto di parlare a lei…
«Sono andato di persona dal Guardiano, gli ho parlato, ho cercato di convincerlo, ma è irremovibile.  D’altra parte è solo un programma…» ammise ironicamente lui. «Non crede affatto che il tempo dell’Emersione sia giunto, nessun segnale lo ha avvertito in merito, per questo continuerà a difendere la sua postazione, e come sai bene non esiste creatura più forte e pericolosa di lui. Per quanto abbia accesso alla struttura del mondo, non sono in grado di cancellare i programmi vita… L’unico modo per continuare il processo di Emersione è quello di eliminare il Gigante.»
«Ma lo hai detto tu stesso, non esiste nessuno in grado di sconfiggerlo…» replicò prontamente la donna.
«È vero, per questo ho programmato una spada…»
«Una spada?»
«È per il più grande guerriero di Limbo. Lui la brandirà, entrerà nella caverna sotto Mountoor ed infilzerà il guardiano. Gli basterà un colpo…» spiegò il vampiro.
«E chi sarà?»
«Secondo i miei calcoli il tuo compagno Sawar è quello che ha più possibilità. Entrambi però conosciamo il suo carattere e la rabbia che cova nei riguardi di tutto il progetto… Sarai capace di convincerlo?»
La donna rimase in silenzio, pensierosa. «Non lo so…»
«La spada si trova in una delle numerose caverne dei Sewolf. L’ho messa lì perché tu la potessi recuperare. Non avrai bisogno di cercare, sarà lei che ti chiamerà…» spiegò il vampiro.
«E se lui non volesse?» domandò lei.
«Allora dovrai darla a Nicon. È lui il più forte dopo Sawar.»
Quel nome la fece ribollire di rabbia. «Quel codardo di un Arcon!»
La mano dell’uomo scattò veloce afferrando il mento della donna. Il tocco fu gentile ma risoluto. Le girò il volto e la ancorò ai suoi occhi sanguigni.
«Priscilla, smettila. Smettila di pensare che questo sia solo un gioco. Non lo è. Non lo è più! Fai ciò che ti dico, e Limbo sarà presto solo un ricordo… per tutti noi…»
Poi il vampiro svanì, lasciandola sola in quella stanza della mente. Lei cercò conforto nell’odore di quelle sete che molte volte l’avevano avvolta insieme al suo amore. Si addormentò, nel sogno dentro il sogno, e al suo risveglio qualcuno le accarezzava le spalle ed i capelli.
«Davinia, amore… sono tornato…» sussurrò l’ombra di Sawar, il delirante demolitore di Limbo.

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Published in: on maggio 21, 2010 at 11:02 am  Comments (2)  
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CAPITOLO 2: Sogni ricorrenti – Un canto per il padre

CAPITOLO 2
Sogni ricorrenti – Un canto per il padre

Era sorto un giorno di sole attorno alla tenda. Il giallo rimaneva sulla superficie del deserto, nella sabbia che si perdeva in dune e dossi all’orizzonte. Ma il cielo era limpido e il sole brillava di una luce fresca. Si riuscivano anche a vedere le Montagne della Notte, guardando nella direzione dalla quale il giorno prima Jade e Misar erano sopraggiunti.
La ragazza pensò che fosse una giornata inadatta ad un funerale. Troppo luminosa, troppo allegra. Era uscita presto quella mattina, poco dopo che Misar si era svegliato ed aveva trovato il corpo del suo vecchio amico già freddo. L’anziano era rimasto accanto a suo padre per un po’ di tempo, sussurrando delle parole che potevano appartenere a una canzone o a una preghiera, o forse ad entrambe le cose. I Canti di Limbo, la voce di Seidon che aleggiava nelle valli e sugli altopiani, melodie misteriose che la gente percepiva quando un evento era prossimo o appena trascorso. Questi canti si trasformavano in preghiere che la gente usava per ringraziare Seidon ed omaggiarlo.
Ma la mitologia Arcon non l’aveva mai convinta del tutto. Le vennero cosi in mente i Misteri, e si mise a ridere. Sciocchezze, pensò, e continuò verso il boschetto che si trovava oltre le prime dune nei pressi della tenda. Laggiù pascolavano i due muli che trasportavano la tenda e l’equipaggiamento di Misar e di suo padre. Adesso erano suoi, come tutto il resto, compreso il maledetto medaglione.
Yumo camminava a pochi passi da lei. Ora che l’oggetto le apparteneva, dubitava che il gigante la lasciasse da sola anche nei momenti più intimi. Se si fosse trattato di un altro Arcon la cosa l’avrebbe infastidita enormemente, ma si era subito accorta che la presenza dell’Arenty la lasciava completamente indifferente. Poteva considerarlo alla stessa stregua di un gatto o di un cavallo.
Trovò gli animali nel punto in cui le aveva detto Misar. Si assicurò che avessero abbastanza acqua e li fece camminare un piccolo tratto attraverso il boschetto. Poi tornò indietro e li legò nuovamente all’albero, assicurandosi che l’avena fosse alla loro portata.
Quel piccolo impegno la distrasse per un po’ dai pensieri che le vorticavano in testa. Quando tornò alla tenda era contenta che Misar avesse preparato qualcosa da mangiare. Si sentiva sul punto di svenire dalla fame.
Si sedettero all’ombra di un ampio telo che li riparava, oltre che dal sole, anche da un leggero vento che trasportava la fastidiosa sabbia del deserto. Jade si accorse che i suoi vestiti erano pregni di quella sabbia, così come i suoi capelli. Avrebbe voluto farsi un bagno, ma chissà quando se lo sarebbe potuto permettere.
Yumo non sedeva con loro. Era sopra una duna a una ventina di passi dalla tenda. Da quel punto leggermente rialzato riusciva ad avere un ampia visuale del paesaggio circostante. Lo spadone era sempre al suo fianco.
«Come è andata ieri notte?» domandò Misar mentre apriva delle noci e ne lasciava cadere i gherigli in una piccola ciotola davanti a lei. La ragazza mangiava di gusto sia le noci che il formaggio nel suo piatto.
«Che vuoi dire?»
«Eri con lui vero, quando è successo?»
«Come fai a saperlo? Non stavi dormendo?»
«Si dormivo… ma sognavo anche.»
Le tornò in mente il suo di sogno, ed ebbe un leggero brivido.
«Ti capita spesso di sognare eventi reali?»
«Sempre più spesso…» alzò lo sguardo verso di lei per un attimo, poi tornò a concentrarsi sulle noci. «Sono stato io a convincere tuo padre a venirti a cercare. Sapeva della malattia, ma credeva di poter andare avanti ancora fino alla prossima stagione. Poi arrivò quel sogno, e gli dissi che dovevamo partire subito.»
«Sognasti la sua morte?»
«Non proprio, ma attraverso quel sogno capì che il momento era più vicino di quanto ci aspettassimo. Sapevamo dove si trovavano gli Arcieri Rossi e ci incamminammo senza indugio verso la comunità. Per fare prima attraversammo il deserto, ma tuo padre non riusciva più ad andare avanti. Dodici giorni fa ci accampammo in questo posto. Potevamo piazzare la tenda dentro il boschetto vicino, ma tuo padre preferì farlo qui. Il deserto gli piaceva, e poi Yumo avrebbe avuto un ampia visuale, nel caso fosse arrivato qualcuno. Io continuai il viaggio da solo.»
Jade perse d´un tratto l´appetito. La tristezza le calò addosso come un drappo, apparentemente senza motivo. Rimase in silenzio per un po’, poi disse:
«Perché non è mai venuto trovarci? Non avrebbe certo messo in pericolo l’oggetto se passava ogni tanto dalla comunità, non è vero? Perché?»
Era una domanda che si era posta fin da quando era piccola. Una volta aveva visto un Keeper di un’altra comunità che trascorreva ogni primo giorno di stagione insieme alla famiglia. Poi ripartiva insieme al suo protettore e se ne stava sulle montagne, lontano dai suoi per tutta la durata della stagione, novantadue giorni. Col tempo si era convinta che l’oggetto di famiglia non era l’unica ragione per la quale suo padre se ne stava lontano da loro. Il vero motivo era che non gliene importava niente di sua madre e di lei.
Strinse le labbra mentre attendeva una risposta dal vecchio che le sedeva. Misar la guardò con occhi tristi.
«Capisco quello che provi ragazza, ma non è come tu pensi. Tuo padre vi amava molto, e proprio per questo se ne stava lontano. Vedi, gli artefatti di Seidon non sono tutti uguali. Alcuni custodiscono un potere maggiore di altri, e per questo devono essere protetti con più attenzione. Quel medaglione è molto potente Jade. Molto più potente di qualsiasi altro oggetto di cui abbia mai sentito parlare.»
Lei guardò il medaglione appoggiato sul suo petto. Lo smeraldo era privo di riflesso, come se l’oggetto stesse dormendo. Seguì con lo sguardo le linee argentee in rilievo attorno alla pietra, un disegno privo di significato.
«Perché dovrebbe essere diverso? Secondo la mitologia è comunque inutile da solo. Se il tempo dell’Emersione arrivasse, ogni oggetto di famiglia dovrà essere consegnato al guardiano della montagna sacra per far si che le antiche città ritornino. Ogni Keeper ed ogni oggetto sono determinanti per l’avvento della profezia. Non ne esistono di più o di meno importanti…»
Misar alzò la testa e si guardò attorno, come se cercasse le parole nella sabbia.
«Conosci bene la mitologia Arcon. Mi domando però, ci credi davvero?»
Jade fu sorpresa da quella domanda. Ma d’altra parte, quale altro Keeper non lo sarebbe stato.
«Che vuoi dire se ci credo. È la storia, no? Gli oggetti di famiglia vennero consegnati da Seidon agli Arcon subito dopo i due strappi del mondo. Le città si erano inabissate e gli uomini non potevano più avere una fissa dimora. Gli Arcon, figli degli Elenty, furono condannati a una vita nomade attraverso Limbo, almeno fino al giorno dell’Emersione.»
«Questa è la storia che tutti gli Arcon sanno, ragazza. Ma esistono altre storie…»
«Non mi vorrai dire che credi ai Misteri?»
Lui la guardò alzando le sopracciglia. Aveva un’espressione buffa negli occhi.
«Non posso credere ai Misteri perché non li conosco. Ma so della loro esistenza e non credo nella profezia. Anche tuo padre faceva strani sogni, e la ragione di quei sogni era quel medaglione.»
Lei sentì un brivido lungo la schiena. Ripensò a quel volto che aveva visto la notte prima e nel momento in cui era entrata nella tenda.
«A volte incontravamo altri Keeper nel nostro pellegrinare, ma nessuno di loro aveva mai avuto i sogni che tormentavano tuo padre. Vedeva un uomo dal volto scarno, un ghigno spaventoso che lo braccava, due occhi come pozzi di follia. Tuo padre era convinto che ci stesse dando la caccia. Per questo non stavamo mai fermi.
«Una notte due strane creature ci attaccarono. Non ne avevo mai viste di quel tipo. Lupi dalla testa di serpente, fatti di pietra. La spada di Yumo si scalfì più volte prima che il gigante avesse la meglio sulle belve. Da allora non ci siamo mai fermati più di una notte nello stesso posto. Ma poi i sogni sono diventati più frequenti.»

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Jade ascoltava distante. La paura si era insediata in ogni diramazione nervosa del suo corpo.
«L’ho sognato anch’io. Ieri notte.»
Misar fissò il medaglione, poi gli occhi della ragazza.
«Dobbiamo muoverci al più presto. Tuo padre e l’oggetto sono stati fermi troppo a lungo. Oggi è il giorno del suo funerale, ma domani dobbiamo andarcene. Yumo è nervoso, riesco a percepire l’umore del gigante.»
«Allora mi seguirai?»
«Se tu lo vorrai. Ho promesso a tuo padre di starti vicino, ma il destino di un Keeper è nelle mani del Keeper. Non posso costringerti a chiedermi di seguirti.»
«Te lo chiedo.»
«Allora è deciso. Partiamo domani.»
«Per dove?»
«Io e tuo padre avevamo parlato di una possibilità. Hai mai sentito parlare della Gilda di Nicon?»
Jade cercò di ricordarsi quel nome, tra i racconti che gli arcieri si scambiavano la sera davanti al fuoco.
«Gli eretici?»
«Si. Alcuni li chiamano così. Credono nei Misteri. Forse riusciremo a capire qualcosa di più sull’uomo dei sogni se conoscessimo il significato di questi strani segreti.»
«Si dice che sia gente pericolosa, soprattutto per un Keeper.»
«Si dicono tante cose, ragazza.»
Dopotutto dovevano seguire una qualche direzione, e su una cosa Misar aveva più che ragione; il medaglione era stato fermo troppo a lungo. Pensò alle belve e al sogno che aveva avuto. Non poteva ignorare i segnali di pericolo delle sue visioni.
«Va bene!» La decisione era presa.
Si alzarono in piedi e cominciarono i preparativi per il funerale. Ogni uomo lasciava le terre di Limbo sulle note di un canto, mentre un grande fuoco gli illuminava la strada verso le terre senza nome. Anche il padre di Jade avrebbe fatto lo stesso.
Raccolsero molta legna e la posizionarono sulla duna più alta. L’Arenty scavò una fossa ai piedi della catasta pronta per essere accesa, e ci depositò il corpo di quell’uomo che aveva seguito in lungo e in largo, attraverso i mutevoli paesaggi di Limbo. Jade non sapeva se il gigante fosse addolorato per la morte di suo padre. In fondo la sua esistenza era legata all’oggetto, non al custode, e si diceva che gli Arenty non avessero sentimenti. Eppure qualcosa le diceva che Yumo era triste.
Mentre manciate di sabbia ricoprivano il corpo in fondo alla fossa, Jade cercò di imprimersi nella mente il ricordo del volto del padre. Aveva avuto poco tempo per conoscerlo, e in qualche modo le era ancora un estraneo. Credeva però che col tempo avrebbe iniziato ad amarlo, idealizzandolo forse, o più probabilmente comprendendo il significato delle sue scelte. Scelte meschine o scelte obbligate? Toccò il medaglione sul petto come se si trovasse lì la risposta, nel freddo vetro della pietra oppure più sotto, dove batteva un cuore piangente.

Più tardi il paesaggio cambiò bruscamente. Si alzò un vento diverso, più freddo. La notte arrivò insieme a grasse nuvole cariche di pioggia, ma il vento non le faceva fermare abbastanza perché si svuotassero. Si udivano tuoni lontani e l’aria profumava di tempesta. Eppure neanche una goccia cadde quella notte, mentre il fuoco della pira funebre si alzava in lunghe lingue di fiamma,  illuminando il cammino dello spirito del vecchio Keeper.
Immobili davanti a quel rogo, Misar, Jade e Yumo richiamavano alla mente le memorie di Ethan, amico, padre e custode. Era un rituale antico che veniva rispettato in ogni comunità.
C’era bisogno di un canto per suggellare la cerimonia, così Jade mosse un passo in avanti verso il fuoco e iniziò ad intonare il “Canto della Rondine”, un’antica melodia che le sembrava fatta a posta per suo padre. Il crepitio della legna e il brontolio del tuono facevano da sottofondo.

Il tempo scivola sulla sabbia
Il Mare Infinito ci chiama
Verrà un giorno in cui la rondine
Da terre lontane oltre lo strappo
Volerà fino a qua
E ci parlerà di città
E di un mondo perduto
Quando il sole si spengerà
E la luna lo coprirà
Allora la rondine ritornerà
Insieme alle torri e alle città.

La melodia si ripeteva cambiando tonalità e Jade riusciva ad impostare la voce in maniera impeccabile. Aveva un bel timbro. Misar si accorse che la ragazza stava piangendo, ma la sua voce non subiva alterazioni. Si librava leggera dentro la notte come se davvero accompagnasse lo spirito del padre attraverso i misteriosi luoghi dei morti.
Il vento frastagliava le fiamme che divampavano sopra di loro, la sabbia formava piccoli mulinelli, come se stesse danzando al suono della voce di Jade, il tuono continuava il suo monotono brontolio. La cerimonia continuò fino alla fine dell’ottavo margine del giorno, il primo margine della notte, poi i tre tornarono alla tenda lasciandosi le braci alle spalle.
Li aspettava un viaggio lungo ed incerto. Limbo era il mondo in continuo cambiamento, dove le comunità nomadi non sostavano mai più di qualche giorno nello stesso luogo. Trovare la Gilda di Nicon poteva rivelarsi un compito estremamente difficile.
Prima che Jade si abbandonasse ad un sonno profondo e senza incubi, pensò al viaggio che l’aspettava e alla condanna del suo solitario pellegrinare. Percepì un vuoto intenso dentro di se, e si accorse che già le mancava suo padre.

Continua venerdì 18 settembre 2009

Scarica l’illustrazione  in alta risoluzione e il pdf del primo capitolo.

serpelupo2 limbo 02 – PDF

Published in: on settembre 11, 2009 at 7:53 am  Comments (2)  
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