CAPITOLO 28: Un Globo di Luce

Il vento sferzava sulla roccia portando con sé goccioline di pioggia che rendevano la scalata molto più insidiosa. Druge guardò in basso ma non riuscì a vedere nulla; gli anomali banchi di nebbia che erano apparsi quella mattina, si erano fusi insieme creando una specie di coltre violacea che ricopriva l’intera pianura attorno alla montagna. L’Arcon avvertì la spada pulsare nel fodero, una sensazione non spiacevole ma che lo metteva a disagio. Era lui il campione destinato a sconfiggere il Guardiano del portale? Che senso aveva tutto ciò, si chiese, ma le domande avevano ormai poca importanza. Esistevano certezze, come l’amore che provava per Mila, e il pensiero di perderla lo fece esitare. Vi era la certezza di quel mondo che stava per finire, ribadita dai lampi e dai tuoni che esplodevano sopra di lui, e poi vi era la certezza più grande, quella che gli dette nuovamente forza e lo fece avanzare senza più esitazioni; la certezza dell’amore per la vita.
Si era creduto un Elenty per un tempo innaturalmente lungo, credendo di comprendere i segreti dei primigeni, anche se non li aveva mai davvero afferrati. Era solo una copia distorta di un’entità vissuta molti cicli prima in un altro mondo, una costola di un’esistenza reale ricostruita all’interno di un mondo fatto di codici. Poteva bastare come ragione per sentirsi meno vivo? No, non credeva di sentirsi meno vivo degli Elenty, non più. Contrasse ogni muscolo del suo corpo e continuò a salire. Ormai mancavano pochi passi all’entrata della caverna. Un tuono squassò l’aria, seguito da uno stridore innaturale che lo assordì parzialmente. Ignorò il dolore all’orecchio e si issò sopra il parapetto di roccia, davanti alla bocca della caverna. «Ci siamo», sussurrò, poi estrasse la spada e con passo sicuro entrò dentro Mountoor.

Mylo aiutò Misar a trasportare il corpo senza vita di Tzadik dentro la tenda, con Jade che li seguiva da vicino. La ragazza aveva gli occhi arrossati per il pianto ma aveva smesso di singhiozzare. La nebbia limitava la visuale ad un paio di passi e penetrava dentro i vestiti depositando una patina di gelo sulla pelle. La ragazza si sentì sollevata una volta dentro la tenda.
«Che cosa succederà adesso?» chiese al vecchio Arcon, che assorto contemplava la densa bruma che nel frattempo aveva nascosto l’intero paesaggio ed era capace di attutire anche i suoni.
«Non lo so, Jade» rispose il vecchio, scuotendo la testa. «Gli eventi non sono più nelle nostre mani, e forse non lo sono mai stati…»
«Ho fatto male a consegnare a quell’uomo il medaglione?» chiese la Keeper, ma non si sentiva in colpa.
«Non credo. Le cose sono cambiate quando il mago mi ha chiesto di toglierti l’oggetto mentre cercava di risvegliarti. Da allora ho incominciato a dubitare di tutto ciò che sapevo. Quando non hai più convinzioni a cui aggrapparti, ti rimane solo due cose da fare; o lasciarti cadere, o provare a volare…»
Mylo era ancora al fianco del corpo inerte dell’amico. Osservava i colori sgargianti del pojo che Nicon aveva messo addosso al suo allievo, chiedendosi dove fosse adesso il giovane Tzadik. Secondo la mitologia Arcon le anime dei morti raggiungevano la magione di re Hope, per vivere in eterno nei giulivi lidi del padre di Seidon, ma quella, come tutto il resto, era solo un’invenzione degli uomini. Tzadik aveva semplicemente cessato di esistere? Come si poteva accettare tutto ciò?
«Io vado a vedere cosa succede!» dichiarò l’apprendista mago.
«Vengo con te» aggiunse prontamente Jade.
«Non fate gli sciocchi» li ammonì Misar. «Non c’è niente che possiate fare, e poi Limbo è troppo instabile.»
«Ma non ci riesco a stare qui» spiegò Mylo. «E poi che importanza ha ormai? Quanto credi che ci rimanga da vivere?»
Il vecchio Arcon non riuscì a rispondere a quella domanda. Abbassò la testa e non disse nient’altro. Nel silenzio innaturale di quell’ultimo margine del giorno, i due ragazzi fuoriuscirono dalla tenda, perdendosi dopo pochi passi nella nebbia violacea che annunciava la fine di Limbo.

Un canto la stava chiamando, questo era tutto ciò che riusciva a percepire. Ricordava di essere caduta insieme ad altri, ricordava i lampi e i tuoni nel cielo indaco e l’odore della folgore, ma la semplice ragione della sua esistenza le sfuggiva. Qual’era il suo nome? Chi erano le persone con cui era caduta? Dove si trovava? Le domande si accavallarono senza sosta, nel buio opprimente di quella prigione della mente. A parte le tenebre, vi era il canto, un lamentevole ripetersi di parole inafferrabili proferite da una voce antica. Di chi era quella voce? L’aveva già sentita da qualche parte…
La maga seguì la canzone, non con il corpo, non con la mente, ma con l’unico mezzo in grado di comprendere davvero il mistero della musica; il cuore. “Aveva ancora un cuore?”, si chiese. Allora ricordò chi era, improvvisamente, e tutto ciò che era successo, ma ugualmente non riuscì a rispondersi. Ce l’aveva un cuore oppure no? Forse un tempo lo aveva avuto, in un mondo diverso, ma adesso non sapeva…
«Mila…» nella canzone apparve il suo nome.
«Mila, ecco la strada…» erano parole appartenenti ad una lingua sconosciuta, ma era capace di comprenderle.
«Mila, torna indietro…» la voce del vecchio, il vecchio Arcon, era lui…
«Vecchio, sei tu? Ho tante domande…»
«Non ci pensare cara, segui la strada, la mia voce, la canzone…»
Mila spalancò gli occhi ma la situazione non cambiò di molto. Al posto dell’oscurità vi era una nebbia opprimente che sembrava volerle entrare sotto pelle. Le urla dei combattimenti erano cessate e il silenzio che l’attorniava la preoccupava. Dove erano andati tutti gli Arcon? Si mosse con accortezza per il campo di battaglia ed inciampò su un corpo; era quello di Rivier. Aveva gli occhi chiusi e la sua mente era lontana, probabilmente dentro la stessa oscurità dalla quale era appena riemersa. Si inginocchiò vicino al mago e cominciò a chiamarlo, intonando le parole della canzone che l’aveva guidata fuori da quella prigione: le aveva imparate a memoria oppure erano cresciute dentro di lei? Continuò così, passando di corpo in corpo, ed uno ad uno riuscì a risvegliare tutti i caduti.

Sawar rise, come era solito fare all’alto della sua torre galleggiante mentre si adoperava a distruggere gli scenari di quel mondo insipido. Rise aggrappato alla roccia, sanguinante e dolorante, mentre la nebbia lo divorava. Rise pensando al suo strano destino, e al concetto stesso di destino dentro a una realtà fatta di impulsi elettrici. Rise e il suono della sua risata si perse nella nebbia. Per un po’ giocherellò con l’idea di lasciare quella presa; un salto nel vuoto, per chiudere una volta per tutte la scatola di quell’assurdo gioco. Probabilmente lo avrebbe fatto, se non fosse stato per Davinia. I cristalli avevano ricostruito la sua vita, mettendo ogni pezzo del puzzle al suo posto, e adesso finalmente molte cose gli erano chiare. Una di queste era il suo amore per la quella donna.
«Davinia!» urlò, ma la nebbia gli rapì la voce. Continuò a gridare quel nome, e a quel nome si aggrappò come alla roccia che lo sorreggeva. Si sorprese ad esaudire un desiderio; poterla riabbracciare ancora una volta.

Druge avanzò attraverso il cunicolo di roccia con il cuore che gli batteva all’impazzata. Vide una minuscola fonte di luce nella distanza, mentre la temperatura nel corridoio incominciava ad alzarsi. Estrasse la spada nera e continuò in direzione di quel puntino luminoso, che era come una stella solitaria dentro le tenebre della montagna. La spada era leggerissima, leggermente tiepida al contatto. Riuscì a distinguere l’apertura nella roccia, ancora molti passi davanti a lui, e la luce calda e pulsante che la illuminava. Alcune gocce di sudore gli imperlarono la fronte…
Varcò la soglia della grotta di fuoco e ciò che vide lo fece perdere d’animo; su un trono di roccia sedeva il Guardiano di Mountoor, un gigante dalla pelle bronzea il cui volto era nascosto da un possente elmo d’acciaio. Druge rimase come pietrificato davanti a quella visione. Il fuoco lambiva fino al soffitto le pareti di quell’immensa caverna, una visione accecante, insopportabile. “Dov’era il portale?”, si chiese l’Arcon, non riuscendo a vedere oltre il trono del Gigante.
«Chi sei tu?» la domanda gli arrivò dentro il suo essere. Chi era lui, si chiese, ignorando la risposta. Offeso da quell’affronto, reagì d’impulso facendo una paio di passi in avanti. Il Gigante aprì gli occhi, due fiamme azzurre dietro il metallo dell’elmo.
«Come osi avvicinarti!» la voce, come il boato del fuoco, non era più dentro di lui. Le fiamme sulle pareti tremolarono, frustate dalle onde sonore emesse da quella voce titanica. Druge si arrestò coprendosi gli occhi con il braccio con cui teneva la spada. Il calore stava diventano insopportabile. “Quanto tempo gli restava”, si chiese “prima che la sua pelle incominciasse ad ustionarsi?” Mosse ancora un passo in direzione del trono, e quel gesto servì a svegliare completamente il Guardiano, che lentamente incominciò ad alzarsi. Il colosso raggiungeva quasi il soffitto della caverna, che era alta almeno dieci passi. Gli sarebbe bastato un semplice gesto per schiacciare quell’intruso, invece sollevò l’enorme ascia che teneva in mano, la cui lama era grande quanto un cavallo. Portò il colpo con una rapidità impressionante, nonostante la sua mole. Druge sentì la fine cadergli addosso, ma evitò di pensare. Pensare, in quelle circostante, era la cosa peggiore che si potesse fare. Invece chiuse gli occhi e si fece guidare dall’istinto, o da qualcosa che gli uomini chiamavano istinto e che forse apparteneva a quei codici di cui gli Elenty usavano parlare. Druge non sapeva da dove venisse quel suo intuito, ma di una cosa era certo; lo aveva salvato più di una volta.
Il guerriero Arcon saltò in direzione della gamba sinistra del Guardiano, evitando di un soffio il colpo che si abbatté sulla roccia in un’esplosione di schegge di pietra, scintille e polvere. Un solo colpo era tutto ciò che si poteva auspicare; pregò che la spada facesse il suo lavoro e affondò la lama nel piede del Gigante. La punta della spada penetrò la dura corazza di quell’essere come uno spiedo rovente nella cera. Nessun grido fuoriuscì dalla bocca del Guardiano, che era già pronto a portare un secondo terribile colpo. Druge continuava a spingere la spada dentro l’enorme piede della creatura, ignorando l’ascia che stava calando nuovamente su di lui. Chiuse gli occhi e si arrese al colpo; non c’era nient’altro da fare, pensò. Sentì il fuoco sulla pelle, un’ultima micidiale vampata di calore che gli tolse il respiro, poi più nulla. Era finita?
Druge aprì gli occhi. Le fiamme che lambivano le pareti della caverna si erano improvvisamente estinte e del Gigante non vi era più traccia, come se non fosse mai esistito. La grotta era piombata in una semioscurità rischiarata soltanto da una tenue fonte di luce che proveniva dalle profondità oltre il trono di pietra. L’Arcon cercò la spada con cui aveva portato il colpo mortale ma non la trovò. Probabilmente era scomparsa insieme al Guardiano e alle fiamme. Mosse poi alcuni passi in direzione di quella luminescenza, e più vi si avvicinava più la caverna si ristringeva, fino a diventare un budello scavato nella roccia. Nel frattempo percepì un rumore sordo in avvicinamento, come se provenisse dalle viscere della terra. Affrettò il passo fino a raggiungere la parte più stretta di quel budello, oltre la quale si apriva un’altra caverna, molto più ampia della precedente. Druge riuscì a scorgere meglio ciò che aveva dinnanzi; la luce proveniva da un globo azzurro galleggiante, posto al centro della grotta che era invasa quasi completamente dall’acqua, o da un liquido scuro incapace di riflettere la luce. Il rombo divenne più forte, la roccia della montagna vibrò. Alcune crepe si formarono sulle pareti e improvvisamente sulla superficie dell’acqua, immobile fino a quell’istante, si crearono dei gorghi. Il liquido rifluì presumibilmente dentro le crepe che andavano formandosi sul fondo del lago, mentre il globo di luce azzurra incominciò a pulsare e ad estendersi. Druge guardò indietro e capì che non sarebbe mai riuscito ad uscire dalla montagna da dove era entrato. Quella luce era il portale, l’unica possibile via di salvezza. Pensò a Mila e si chiese se l’avrebbe mai rivista. Qualcosa dentro di lui lo rassicurò; si, Mila e Druge si sarebbero rincontrati, da qualche parte, in un tempo diverso, sotto forme nuove.
Il lago era scomparso e la luce aveva nel frattempo raddoppiato le sue dimensioni. L’Arcon corse in direzione del globo, mentre parti della montagna gli crollavano attorno. Per poco non fu trascinato via da una roccia grande il doppio di lui, poi raggiunse la superficie azzurrina del portale. Quella era la fine. Quello era l’inizio.
Chiuse gli occhi ed entrò.

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Published in: on luglio 22, 2011 at 9:15 am  Comments (2)  
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CAPITOLO 27: Un Campione per il Gigante di Mountoor

«Perché quella donna è slegata?» esclamò Nicon irrompendo nella radura davanti alla tenda di Rivier e puntando l’indice sulla prigioniera.
«Calmati Arcon, c’è una spiegazione» provò a riassicurarlo il mago.
«La spiegazione è che abbiamo un accordo, io e te; quella donna è mia prigioniera» ribatté il cavaliere.
Gli errori di Limbo si erano nel frattempo intensificati. Porzioni di pareti della tenda scomparivano e riapparivano ad intermittenza. Dagli accampamenti Arcon si alzavano urla improvvise, come se qualcuno si fosse addormentato e per poco non fosse annegato nel Telaio di Limbo, divenuto un oceano di tenebra. Addormentarsi poteva a questo punto rivelarsi alquanto pericoloso. Mancavano due margini alla notte e Rivier temeva che molti Arcon non sarebbe sopravvissuti fino al mattino. Dovevano fare qualcosa alla svelta, non potevano aspettare un altro giorno.
«Calmati Nicon, lei è qui per aiutarci» disse il mago, piantandosi davanti alla donna. «Consegnagli la spada, Davinia. Non possiamo attendere l’arrivo di Sawar… Sarà lui ad uccidere il Gigante…»
Nicon indietreggiò. «Che cosa dici, mago?»
«È l’unica salvezza» spiegò Rivier, indicando le pareti della tenda. «Garda, non c’è più tempo.» Poi si rivolse al cavaliere. «Davinia porta la spada che può uccidere il Gigante. Una volta sconfitto, potremo accedere al portale, tutti quanti, Elenty, Arcon, Arenty… tutti. Nessuna arma è in grado di scalfire quella creatura, a parte questa spada, forgiata dall’ultimo programmatore di Limbo per il più grande campione.»
«Non è così che deve essere, mago…» cercò di resistere Davinia. «Dobbiamo aspettare Sawar…»
«Non c’è più tempo. Dagli la spada!»
Poi la folgore esplose tra Nicon e Rivier, un lampo di luce azzurra che accecò per un attimo gli astanti. Mylo, Jade e Tzadik, che si trovavano più distanti accanto al vecchio Misar, si avvidero subito della presenza dell’uomo. Lo avevano visto solo in un’occasione, anche se la ragazza lo aveva sognato più volte, eppure lo riconobbero all’istante. Il volto scarno, privo di quel ghigno che usava terrorizzare le notti della giovane Keeper, era rivolto verso il suo acerrimo nemico, Nicon. Questa volta era stato lui a prenderlo di sorpresa.
«Eccomi, Arcon… Sono venuto a finirti, prima che questo stupido mondo finisca tutti noi…» disse Sawar, estraendo la sua spada. Nicon cercò di rialzarsi ma l’esplosione di luce azzurra lo aveva frastornato. Rimase in ginocchio, passandosi la mano sugli occhi.
«Sawar, non è necessario che tu faccia questo» disse Rivier.
L’Elenty corrotto lo ignorò, guardando oltre la sua figura ammantata di bianco. «Davinia, amore… perché sei scappata?» disse, rivolto alla donna, ma lei non rispose. Non c’era tempo per le risposte, il cavaliere Arcon si stava rialzando. Sawar si mosse come un felino e con un balzo si portò sopra la sua preda. Rivier provò a mettersi nel mezzo, ma il movimento dell’uomo era stato preciso e fulmineo.
«Questo è per il vile colpo alle spalle che mi ha quasi ucciso…» disse, portando un fendente mortale al ventre del suo nemico. Nicon non ebbe il tempo di rispondere a quell’attacco, sentì la lama fendere l’aria, il rumore del metallo contro la sua armatura, la penetrazione dentro il cuoio fino alla pelle, poi non sentì altro. Ma in quell’istante un urlo si alzò dall’accampamento. Era stato il giovane Tzadik, che riviveva il suo sogno più ricorrente, a ridosso della montagna sacra. Nel fianco del ragazzo si era aperta un’ampia e profonda ferita dalla quale fuoriuscivano fiotti di sangue scuro. Jade urlò, Misar afferrò il ragazzo prima che crollasse a terra. Milo invece provò con le mani a tappare quello squarcio apparso d’improvviso nel ventre dell’amico. Sentì sui palmi il calore delle sue viscere, e spinse come poté, in un disperato tentativo di rimettergliele dentro la pancia, ma la vita stava già abbandonando il corpo del ragazzo.
Tutti guardavano adesso in direzione del povero Tzadik sanguinante. Anche Sawar, accortosi di non aver provocato alcuna ferita al suo avversario, era rimasto immobile con la spada rivolta a terra. Nicon, che si era rimesso finalmente in piedi, corse verso il suo allievo, gli circondò le spalle con un braccio, lo sorresse chiedendosi che cosa avesse potuto innescare quella serie bizzarra di eventi. Sawar lo aveva colpito mortalmente, ma la ferita si era aperta nel corpo del giovane cavaliere.
«Era questo il richiamo…» disse con un filo di voce il ragazzo. «Il mio sogno…»
«Perché?» chiese Nicon, non riuscendo a contenere le lacrime per quel ragazzino che conosceva appena.
«Mio padre… diceva che esistono i segni…» rispose Tzadik, e nel mistero di quella frase chiuse gli occhi per non riaprirli mai più. Era stato un segno del destino o un altro degli errori di Limbo, si chiese Nicon, asciugandosi gli occhi con una mano. Adagiò il corpo del giovane sull’erba, poi si tolse il suo pojo e glielo calzò come veniva usato fare durante l’investitura di cavaliere della Gilda. «Ecco, adesso sei uno di noi, Tzadik…» sussurrò l’Arcon.
Un fulmine spezzò il cielo indaco di quel sesto margine del giorno, seguito dallo squasso del tuono il cui suono si distorse nel vento, trasformandosi in un lamento metallico. Altri lampi apparvero all’orizzonte, seguiti da altrettanti tuoni deformati, mentre dagli accampamenti si alzarono nuove grida. Il terreno assunse colorazioni vermiglie e un vento gelido, che sembrava provenire da tutte le direzioni, si alzò improvvisamente.
«Non c’è più tempo!» urlò Rivier, ma il vento cercò di strappargli via quelle parole. «Non c’è più tempo» ripeté, «sta cadendo a pezzi. Dobbiamo muoverci!»
Davinia si avvicinò a Sawar, ancora immobile e con la spada abbassata.
«Che sta succedendo?»
«Rivier ha ragione, amore, non abbiamo più molto tempo. Prendi questa spada» disse la maga, porgendo al suo uomo la nera lama.
«Che cos’è?» chiese lui, mentre il tuono esplodeva nel cielo.
«Con questa ucciderai il Guardiano» spiegò la donna.
«Perché mi chiedi questo?»
Lei cercò le parole giuste, ma non le trovò. Riuscì solamente a dire: «Perché ho ancora voglia di vivere…»
L’Elenty non disse altro. Estrasse dal fodero la spada che la donna teneva ancora legata alla schiena, poi diresse il suo sguardo verso Jade. La ragazza, ancora piangente accanto al corpo dell’amico Tzadik, sentì quei due occhi sul suo corpo come una lama affilata appoggiata sulla sua gola. Rivier notò quello sguardo ed intervenne; «Dagli l’oggetto, ragazza!»
Jade si portò la mano sul medaglione. Tutto per nulla, pensò, ricordando i dolorosi eventi che l’avevano condotta sino a lì; suo padre morente dentro la tenda nel deserto, il sacrificio di Yumo sulle pianure del vespro e la tragica morte del suo nuovo amico.
«Consegnagli l’oggetto e non avrai nulla da temere» ripeté il mago dalla veste bianca. Lei si alzò sulle gambe tremanti e mosse piccoli passi verso l’uomo che dominava i suoi incubi. Il vento le sferzava la faccia, asciugandole le lacrime. Si sganciò il medaglione che teneva legata al collo. Non lo aveva mai sentito così pesante come adesso. Guardò negli occhi dell’Elenty corrotto, temette di sprofondarci dentro, ma vide soltanto determinazione, non odio. Gli consegnò il medaglione e lui l’afferrò con la mano che teneva ancora libera. Non disse niente, le volse le spalle e s’incamminò verso la montagna, brandendo la spada nera e il medaglione che conteneva il suo doppione.
«Guardate laggiù!» disse qualcuno dietro di loro. Era stato Druge, che era rimasto insieme al gruppo di Khandir vicino all’entrata della tenda. Tutti voltarono lo sguardo nella direzione indicata dall’Arcon. Alla base della montagna sacra sfilava una colonna di cavalieri, un centinaio in totale. Non vi erano dubbi su chi fossero: Testimoni di Seidon.
«Che cosa stanno facendo?» si chiese Khandir.
«Temo che vogliano scalare la montagna…» rispose Rivier, «dobbiamo impedirglielo. Lassù li aspetta una morte certa.»
Tutti si mossero in direzione della montagna, a parte Misar, Mylo e Jade che rimasero accanto alle spoglie del giovane Tzadik. Sawar, raggiunta la base di quell’enorme cono di pietra, mormorò un sottile incantesimo che gli avrebbe permesso di volare fino all’entrata della caverna, molte braccia sopra di lui, ma un dolore lancinante lo fece indietreggiare.
«Non puoi usare la magia… Limbo non te lo permetterà» gli gridò Rivier, che stava sopraggiungendo insieme agli altri. Sawar attese che il dolore passasse, volse lo sguardo alla sua sinistra dove la colonna di cavalieri si faceva strada verso di lui. Rivier e Khandir, seguiti dagli altri Elenty ed Arcon, lo avevano nel frattempo raggiunto. «Stanno arrivando…» disse Khandir. A guidare la colonna, riconoscibile nella sua tunica bianca e rossa, vi era il primo ministro Tawares.
«Toglietevi di mezzo, eretici! Il grande giorno è arrivato, Seidon farà riemergere le antiche città…» disse il religioso, con un sguardo carico di fanatismo.
«Sei tu che devi tornare indietro, Arcon…» replicò Rivier, «se tu e i tuoi uomini tenete ancora alla vostra vita.»
«Ah, sei tu. Ti sei spacciato per un amico usando parole proibite, giocando con la mia mente… La tua sfacciataggine ti costerà cara. Abbiamo raccolto gli oggetti sacri» spiegò il religioso, mostrando il sacco rigonfio che teneva in mano. «Li porteremo dal Guardiano e lui li consegnerà a Seidon in persona, dopodiché il vecchio mondo risorgerà.» Poi, rivolgendosi ai cavalieri, ordinò: «Uomini, fermate quegli infedeli!»
Gli eventi si successero in rapida successione. Druge, Nicon e gli altri tre membri della Gilda, estrassero le armi e si frapposero tra i cavalieri e gli Elenty, ormai incapaci di utilizzare la magia a causa dell’instabilità di Limbo. La prima fila di testimoni si riversò al galoppo contro i quattro Arcon, le lame cozzarono, si alzarono delle grida, mentre i fulmini continuavano la loro danza nel cielo. Nel frattempo Sawar aveva incominciato ad arrampicarsi sulla liscia parete di roccia, cosa tutt’altro che facile. Tawares, ritiratosi nelle retrovie della guarnigione, ordinò ai suoi arcieri di mirare all’uomo sulla montagna. Un nugolo di frecce venne scagliato nel cielo lampeggiante, molte delle quali andarono a colpire la nuda roccia attorno a Sawar. Un paio si infransero sulla sua armatura, senza causare alcun danno, ma una raggiunse la sua gamba di striscio. L’Elenty ignorò il dolore e continuò a salire, mentre più sotto la battaglia infuriava. Lagoon disarcionò ed uccise tre Testimoni prima che la lancia di un cavaliere gli perforasse il fianco facendolo crollare al suolo sanguinante. Ad Ahmed non andò molto meglio; il suo cavallo venne abbattuto da un vile colpo di spada, e si ritrovò ad imprecare dal dolore quando si accorse che la sua gamba era rimasta sotto il corpo esangue della sua cavalcatura. Ravina, Nicon e Druge menavano colpi a ripetizione, ma sapevano che non sarebbe durata. Senza l’aiuto della magia, l’Elenty non sarebbe mai riuscito a raggiungere le caverne incolume.
Un nuovo nugolo di frecce venne lanciato nel cielo e questa volta due di queste raggiunsero il bersaglio; una s’infilzò nella coscia e l’altra nel fianco di Sawar. L’Elenty lasciò andare la presa, scivolò sulla nuda roccia per molte braccia, poi fortunatamente riuscì a trovare un appiglio, ma gli sarebbe ormai stato impossibile risalire.
«Khandir, dobbiamo tentare qualcosa…» dichiarò Rivier, rivolto all’amico.
«Che cosa vuoi dire?»
«Forse se uniamo le nostre forze siamo ancora in grado di richiamare la magia. Dobbiamo rallentare i Testimoni…»
«Lo sai quello può voler dire?»
«Si, lo so» ammise il mago dalla veste bianca. «Sei pronto?»
I due Elenty salmodiarono codici in bit e il crepitio si trasformò in scariche di elettricità. Nei volti dei due primigeni era possibile leggere il dolore causato dallo sfacelo di Limbo. Mila si avvicinò ai due maghi, unì la sua voce a quell’incantesimo e subito una fitta lancinante le perforò la testa. Anche Davinia partecipò a quel tormento, e poi si unirono anche gli altri due Elenty, Lizar e Gaya, e l’allievo di Khandir, un ragazzo di nome Atom. Insieme riuscirono a rimpadronirsi della struttura di Limbo ed a piegarla alla loro volontà. Il vento che soffiava da ogni parte venne canalizzato in un soffio gelido che i maghi spararono senza pietà addosso alle file dei Testimoni di Seidon. I cavalieri vennero letteralmente spazzati via, ma il vortice di ghiaccio trascinò con sé anche i cavalli di Nicon e Ravina, che combattevano fianco a fianco per respingere l’attacco. Solo Druge riuscì, aggrappandosi caparbiamente ad una roccia, ad uscire incolume da quella tempesta incantata.
La cerchia di maghi che avevano per l’ultima volta richiamato la magia su Limbo, crollò al suolo all’unisono. Druge corse verso Mila, la sua amata, le cercò il battito per capire se era ancora viva. La donna viveva ancora, ma la sua mente, come quella degli altri maghi, si era probabilmente perduta dentro la struttura corrotta di Limbo.
«Arcon, non c’è tempo per piangere…» urlò qualcuno sopra di lui. Druge si voltò e vide Sawar aggrappato alla montagna, sanguinante in più punti. «Tocca a te adesso!»
«Cosa?» urlò l’Arcon, che non riusciva a capire.
«Prendi la spada! È nel mio fodero…» spiegò l’Elenty, imprecando ancora per il dolore.
«Io?»
«Sei l’unico rimasto… Dovrai raggiungere le caverne e farla finita, una volta per tutte…»
Era allora questo il suo destino, si chiese il guerriero Arcon. Era questo il motivo per cui Ryo lo aveva salvato dal Draugur, diventando la sua copia? Tutto per arrivare a questo? Ma se Limbo era davvero un mondo creato dall’uomo, come poteva un uomo prevedere così tante variabili? Le domande si affollarono nella sua mente e lui le scacciò, come sapeva fare ogni volta che una nuova sfida gli si poneva davanti. Baciò la sua donna, riversa ancora al suolo, e iniziò ad arrampicarsi verso l’Elenty.
«È tua, adesso» disse Sawar, estraendo la spada nera e consegnandola all’Arcon.
«Ti porto giù» propose Druge, ma l’Elenty scosse la testa. «Non c’è tempo. Vai!»
Poi continuò l’arrampicata, verso le caverne del Gigante, verso il portale di Limbo, verso l’ultima battaglia.

Published in: on luglio 15, 2011 at 7:31 am  Comments (1)  
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CAPITOLO 22 – L’Arcobaleno di Cristallo

Al mattino le tracce dei festeggiamenti erano evidenti. Mila sporse la testa fuori dalla tenda e scorse un uomo che riattizzava il fuoco e un paio di donne che raccattavano le stoviglie disseminate per l’accampamento. Nell’aria c’era un piacevole odore di cenere, e un silenzio sereno, appagato. La donna Elenty ripensò alla notte prima, al vino e ai baci del suo amato Druge, alle risate degli Arcon e agli occhi umidi del vecchio. C’era qualcosa in quell’uomo che la incuriosiva.
Druge dormiva ancora profondamente. Lei afferrò la sua tunica e scivolò fuori dalla tenda. Salutò con un cenno l’uomo intento a soffiare sulle vecchie braci, poi si avviò verso la boscaglia per svuotare la vescica. Tornando indietro decise di fare un giro per il campo. Trovò una bacinella di acqua pulita e si sciacquò il viso. La sensazione dell’acqua fredda sulla pelle le fece venire un brivido. Cercò qualcosa per asciugarsi e vide con sorpresa alcuni teli ripiegati su una panca accanto alla bacinella. Ne afferrò uno e alzò lo sguardo in direzione della tenda del vecchio. Era sveglio, a sedere su uno stoino con le gambe incrociate e la testa leggermente alzata verso il cielo, gli occhi chiusi. La sorpresa durò meno di un secondo. Mila si asciugò il viso e s’incamminò verso di lui. Gli uccelli del bosco, silenziosi fino a quel momento, si svegliarono e incominciarono a cinguettare.
«Buongiorno…» salutò il vecchio, rimanendo immobile e con le palpebre abbassate. Mila ricordò di essere un Elenty immortale e si impose di non farsi più sorprendere.
«Buongiorno, come sta?» chiese lei con genuino interesse.
«Bene, la mattina mi sento sempre molto bene. Il problema è che mi stanco troppo velocemente…»
«Capisco…»
«Avete dormito bene?»
«Benissimo, grazie. Temo che Druge non abbia seguito il suo consiglio sul vino. Sta ancora dormendo profondamente…»
«Meglio così. Il sonno è il miglior antidoto contro il vino insidioso» e detto ciò aprì gli occhi e sorrise. Di nuovo la donna Elenty non poté fare a meno di rimanere incantata dallo sguardo di quel vecchio. Aveva la profondità tipica di quello degli Elenty immortali, eppure vi era un dolcezza nuova, una specie di fuoco azzurro, rassicurante ma in qualche modo alieno.
«Oggi arriveremo a Mountoor…» disse lei, lasciando la frase a metà.
«Si, dovremo arrivarci in serata» confermò il vecchio. «Verrete insieme a noi?» chiese.
«Penso di si. Non credo che Druge abbia qualcosa in contrario.»
«Bene. Ci è molto grata la vostra compagnia.»
La donna cercò la frase giusta per affrontare insieme al vecchio alcune domande che la turbavano e che riguardavano direttamente lui, ma si sentiva in difficoltà. Non voleva inclinare gli equilibri di quella bella mattina di sole, il canto degli uccelli e la pace che si era adagiata sul suo cuore. Però non riusciva ad ignorare quel tarlo che le si era insinuato in testa. Ad un tratto, senza pensarci, disse semplicemente: «Chi sei?»
L’Arcon sorrise, un sorriso dolcissimo. «Perdonami se ti rispondo con un’altra domanda, ma secondo te chi dovrei essere?»
«Non lo so, per questo te lo chiedo.»
«Certo che lo sai. Sono il vecchio capo di questa comunità.»
La donna fece una smorfia, pensando che il vecchio si stesse prendendo gioco di lei. «C’è qualcosa di strano nei tuoi occhi. È come se tu fossi un Elenty, anzi, qualcosa di più. Non riesco a capire…» disse poi.
«Mia cara, non c’è niente da capire. Sono solo un Arcon che ha vissuto un po’ più a lungo dei normali Arcon. Tutto qui.»
«Anche Druge è un Arcon immortale, ma non ha il tuo stesso sguardo.»
«Io non so cosa tu riesca a vedere dentro i miei occhi. Non ho alcun segreto, a parte quello di vivere e di gioire della mia vita.»
«Ma…»
«Vedi, anche se sono solo un Arcon credo di aver capito una cosa; a volte si sforzano troppo gli occhi per riuscire a vedere cose che non esistono. Spesso addirittura la nostra mente ci fa degli scherzi e pensiamo di vedere quello che vogliamo vedere, anche se non c’è. Afferra la mia mano…»
La donna sentì uno strano senso di repulsione quando il vecchio le porse la sua mano piena di vene e di rughe. Vinse quella sensazione ed accettò l’invito.
«Adesso fai come me, chiudi gli occhi» disse lui.
Mila abbassò le palpebre, respirò profondamente e scacciò i cattivi pensieri dalla testa, insieme a tutti quei dubbi che la tormentavano; l’inganno di Limbo, il destino di Druge, lo scopo di Ryo e anche l’identità del vecchio. Vuota è la mia mente, pensò. Per un attimo si scoprì a desiderare di non guardare più.
«Va meglio?» domandò il vecchio.
«Si… meglio.» rispose Mila.
Più tardi tornò all’accampamento e trovò Druge sveglio e intento a prepararsi per il viaggio. Nel frattempo gli Arcon della comunità avevano incominciato a smontare le tende e a caricare sui carri le loro cose.
«Dove sei stata?» chiese il guerriero, reggendosi la testa con la mano.
«Dal vecchio…» rispose lei distrattamente.
«E allora?»
«Allora cosa?»
«Hai chiarito i tuoi dubbi?»
«Non ha più molta importanza, adesso…»
Druge la guardò di sbieco, si chiese se doveva preoccuparsi per quella misteriosa risposta ma concluse che la donna sembrava più rilassata del solito e lasciò perdere.
«Andiamo insieme a loro, va bene?» chiese lei.
«Certo. Mi sembra una buona idea» rispose lui, sorridendole. A metà del primo margine del giorno la carovana si mosse lentamente attraverso la valle. Aggirata la collina tutti la videro spuntare sopra gli alberi, celata per metà dalle nuvole. La montagna sacra.
Poi il cielo venne oscurato da una grande ombra. Silenziosa e magnificente, la biblioteca galleggiante passò sopra la processione di Arcon che si muoveva in una lunga e serpeggiante fila verso Mountoor. Mila alzò lo sguardo verso il cielo, meravigliata come tutti gli altri. In quel momento una delle tre torri di vetro che contenevano la storia del mondo andò in frantumi, e una pioggia di schegge sottili venne sollevata dal vento e portata oltre la foresta che circondava la biblioteca. Tutti potettero ammirare l’arcobaleno di mille colori che la pioggia di cristalli formò grazie a raggi del sole nascente, ma nessuno poteva sapere che tra quei riflessi era andata per sempre perduta la storia del vecchio mondo.

FINE DEL SECONDO LIBRO

Qui termina il secondo libro di Limbo. Nel Terzo ci si avvierà verso il finale di questa affascinante epopea cyberfantasy. Limbo tornerà a settembre.

Published in: on luglio 1, 2010 at 7:39 pm  Lascia un commento  
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CAPITOLO 19: Verso la Montagna Sacra – Una Serata di Festa

L’eclisse ha annunciato il tempo dell’Emersione. Gli Arcon credono che consegnando al Guardiano di Mountoor, la montagna sacra, gli oggetti sacri di Seidon, il vecchio mondo tornerà e Limbo smetterà di essere una terra cangiante ed instabile. Gli Elenty, maghi immortali primordi, sanno che la verità è un’altra. L’Eclisse è la campana che segna la fine del lungo tempo di attesa dentro Limbo, un mondo virtuale costruito per conservare l’eredità dell’umanità perduta.

Solamente gli Elenty e le loro copie conservate negli oggetti sacri saranno in grado di lasciare Limbo. Gli Arcon, essendo entità digitali fittizie, non potranno in alcun modo uscire dal loro mondo.

Intanto l’ Elenty Mila e il suo compagno Druge, che ha appena scoperto di essere un Arcon, insieme alla copia di Druge creata dal framemaker Ryo, sono attaccati da uno spettro di Limbo. La creatura riesce a possedere un guerriero gemello, ma viene distrutta dalla spada di uno dei due Druge. Mila si ritrova insieme al suo compagno, ignara se colui che è sopravvissuto allo scontro sia a tutti gli effetti l’originale Druge oppure la sua copia. Ma soprattutto si chiede se tutto ciò sia davvero importante.

Immagine di Willoclick

CAPITOLO 19: Verso la Montagna Sacra – Una Serata di Festa

Uscirono dalla foresta di abeti nel momento in cui la luce del cielo cambiava repentinamente colore. Due lune apparvero all’orizzonte, grande e rossa la prima e poco più di una falce la seconda, bianca e striata di venature bluastre. La notte di Limbo nascondeva sempre qualche sorpresa. Le stelle avevano disegni complicati, privi di senso. A volte degli ampi agglomerati di luci e scie fumogene si stagliavano sul cielo nero, affascinanti rappresentazioni di galassie e nebulose lontane, appartenenti ad un altro mondo. Solo un oggetto rimaneva invariato e tornava puntualmente ogni notte; la cometa clessidra. Per undici cicli aveva attraversato la volta di Limbo. Forse questo dodicesimo passaggio sarebbe stato l’ultimo, pensò Mila abbassando lo sguardo.
Si accamparono su un basso promontorio erboso, sotto una grande quercia che spiccava solitaria sulla bassa vegetazione. Druge accese un fuoco con alcuni fuscelli trovati lungo il sentiero poi si assentò qualche minuto per trovare della legna più consistente. Tornò con alcuni rami secchi e un paio di grossi ciocchi di ulivo.
«Dovrebbero bastare per scaldare un po’ d’acqua…» disse il guerriero.
«Potevo accendere un fuoco magico» ribatté la maga, che nel frattempo si era seduta sotto l’albero con le spalle appoggiate al tronco.
«L’incantesimo della teca ti ha consumato. Devi riposare…» spiegò l’Arcon, soffiando sul fuoco per dare ossigeno alla fiamma. Mila rimase in silenzio. Pensò nuovamente a quello che era appena successo, allo spettro che si era impossessato di uno dei due gemelli e al successivo scontro al quale Druge era scampato. Non si domandava più quale dei due guerrieri fosse sopravvissuto, si chiedeva se fosse importante saperlo. Se quell’uomo che le stava davanti fosse stato Ryo, il framemaker che solo il giorno prima si era trasformato in Druge, che differenza poteva fare? I framemaker copiavano esattamente l’entità digitale, dal primo impulso del programma struttura fino all’ultima informazione mnemonica. Quell’uomo aveva il medesimo sguardo, lo stesso odore e sapore dell’uomo che amava. Poteva essere davvero lui o la sua copia, ma nessuno, neanche lei che lo conosceva da centinaia di stagioni, avrebbe potuto riconoscerlo.
«Forse era questo il destino di Ryo…» Il pensiero di Mila si trasformò in parole senza che lei se ne accorgesse. Druge alzò la testa discostandosi dal fuoco e la guardò.
«Che vuoi dire?»
«Diventare te per salvarti dal Draugur…»
Il guerriero rifletté sulle parole della donna, poi rispose: «Oppure per salvare te. In fondo che importanza potrebbe mai avere la vita di un Arcon…»
Ammise di non averci ancora pensato. Lei? Per quale motivo? Si passò una mano sugli occhi, cercò di ignorare l’inganno della stanchezza che le faceva sentire il corpo pesante e dolere le gambe. Gli Elenty  sapevano aggirare molti programmi che influenzavano i sensi. Potevano alterare i codici vita e diventare immortali, deformare i LAS, programmi struttura, viaggiare con la mente nel telaio di Limbo, ma esistevano due cose che nessun Elenty era in grado di fare: ripristinare un entità cancellata ed ignorare il programma stanchezza, specialmente dopo aver sprecato tutte le proprie energie nelle pratiche magiche.
Druge scaldò dell’acqua e preparò un infuso di erbe. Il calore della tisana la confortò, facendole dimenticare la gelida carezza dello spettro. Secondo i loro calcoli avrebbero dovuto continuare nella direzione prestabilita per almeno altri dieci giorni. Era difficile orientarsi dentro a quel mondo instabile, ma i due si erano ormai abituati ai repentini cambiamenti di Limbo e conoscevano quel territorio come le loro tasche. La foresta di abeti era stata una scorciatoia, un imprevisto che poteva costare loro molto caro. Druge aveva deciso di non rischiare oltre e di percorrere il sentiero a loro conosciuto. Non potevano permettersi altre spiacevoli sorprese.
Mila dormì buona parte della notte e recuperò le forze. Druge, dopo aver fatto la guardia per oltre due margini, si appisolò quel tanto che gli bastava per continuare la marcia. La donna nel frattempo riattizzò il fuoco e preparò un po’ di colazione. Quando la notte finì il cielo assunse uno spiacevole colore verdemare, striato qua e là di lembi grigi. L’aria era pesante, elettrica. Nessuno dei due aveva voglia di parlare. Mangiarono in silenzio e a metà del primo margine del giorno si rimisero in cammino.
I giorni trascorsero monotoni. Incontrarono alcuni pellegrini, fedeli alla parola di Seidon, che come loro si stavano recando verso la montagna sacra. Qualcuno si lasciò scappare un mormorio di disappunto al loro passaggio. Erano fin troppo evidenti i legami della donna con la magia, una pratica considerata blasfema da chi venerava Seidon. Alcuni maghi evitavano di dare nell’occhio per non trovarsi a fronteggiare uno squadrone di Testimoni di Seidon, i cavalieri fanatici devoti al dio Arcon. Mila invece sfoggiava con disinvoltura la sua tunica ricamata di simboli bit, catene più o meno lunghe di zeri e di uni. Ma a Druge bastò uno sguardo per mettere a tacere le malelingue.
L’ottavo giorno dopo l’incontro con lo spettro i due incontrarono un’intera comunità nomade che si stava spostando in direzione di Mountoor. Gli Arcon si erano accampati vicino al sentiero, un piccola tribù di un centinaio di anime. Il campo sorgeva attorno ad un enorme falò sul quale erano state messe ad arrostire alcune bestie, presumibilmente capretti. C’era aria di festa. I nomadi si riempivano le tazze da due grosse botti, un arpista suonava con euforia invitando i compagni alla danza. Qualcuno andò incontro a due viaggiatori invitandoli a prender parte ai festeggiamenti.
«Che cosa celebrate?» domandò Druge sospettoso.
«Niente in particolare. È dal giorno dell’eclisse che ogni sera facciamo festa» rispose l’uomo che doveva essere già un po’ brillo.
«Per quale motivo?» chiese Mila.
«Non lo so… Il vecchio ha deciso così…» e detto ciò tornò alle botti a riempirsi il bicchiere.
Il vecchio era probabilmente il capo della comunità. Mila era stanca di camminare e la musica che proveniva dal campo le aveva messo allegria. Sapeva che Druge non avrebbe accettato così alla leggera quell’invito, così decise di non farne una questione e camminò con sicurezza verso il falò. Il guerriero rimase per un attimo interdetto. La sua relazione con la donna Elenty era un’altalena di slanci ribelli. Entrambi erano anime libere e forti, convergenti nel momento del bisogno e solitarie quando la loro individualità veniva messa in dubbio. L’Arcon scrollò le spalle e seguì la compagna che si faceva largo tra i nomadi. Qualcuno prestò loro attenzione ma sempre col sorriso ben stampato in faccia. Malgrado la situazione inusuale Druge riconobbe che neanche il suo sesto senso di guerriero riusciva a percepire un qualche pericolo. Mila si servì da bere e porse una tazza al compagno che bevve di gusto, ma solo dopo aver annusato perbene il vino.
«Voglio conoscere questo vecchio» dichiarò la donna Elenty. Le sue guance avevano preso subito colore.
«Credo si trovi in quella tenda laggiù. È la più grande dell’accampamento…» spiegò Druge, riempiendosi un’altra coppa.
Insieme si diressero verso la tenda indicata dal guerriero. La gente formicolava per il campo lavorando e ridendo. Qualcuno rivolse loro un cenno di cortesia e questa volta anche il sospettoso Druge ricambiò il saluto. Raggiunta la tenda scoprirono che in realtà non era affatto l’abitazione del vecchio ma la dispensa. Domandarono ad un uomo che stava affettando del formaggio dove si trovasse il capo della comunità perché volevano ringraziarlo di persona dell’ospitalità. L’uomo offrì loro una fetta di cacio, peraltro ottimo, poi li guidò fuori dalla tenda e indicò una piccola tenda ai margini dell’accampamento, a ridosso di un enorme faggio.
«Laggiù, ma assicuratevi che non stia dormendo…» spiegò il nomade. «Sapete, è molto vecchio…»
Di nuovo i due attraversarono il campo, tra i sorrisi e gli schiamazzi della gente. L’arpista continuava a suonare con trasporto il suo strumento e tre giovani coppie ballavano attorno al fuoco. Giunti nei pressi della piccola tenda Mila si voltò a guardare Druge. «E adesso?» sussurrò.
«Entrate pure, non sto dormendo.» La voce veniva da dentro. I due si scambiarono un’occhiata, poi Mila scostò il telo e precedette il compagno in un luogo angusto, poco illuminato e saturo di un aroma pungente ma piacevole. Un uomo era disteso su un letto di cuscini colorati, ricamati pregevolmente da abili mani. Un braciere ardeva poco distante, probabile causa di quello strano profumo. L’uomo era molto vecchio, aveva barba e capelli lanuginosi e lunghi, del colore dell’argento, ma i suoi occhi sembravano ancora più vecchi. Per un attimo Mila pensò di trovarsi davanti ad un Elenty come lei, ma il suo istinto di maga le diceva che non era così. Si chiese come poteva continuare a fidarsi di quell’istinto, dato che era stata ingannata dal momento in cui aveva conosciuto Druge. Eppure sapeva che quel vecchio era un Arcon, come Arcon erano i membri della comunità e il suo compagno di vita.
«Salve, non volevamo disturbarla. Desideravamo soltanto ringraziarla per l’ospitalità. Il vostro vino è molto buono» disse la donna.
«L’abbiamo vendemmiato prima di partire per la montagna sacra. È un vino nuovo, state attenti, inganna…» sorrise il vecchio. La sua voce era calda e musicale.
«Ci chiedevamo il motivo della vostra euforia. È dovuta all’Emersione, immagino…»
«Si, in un certo senso…»
«Però non venerate Seidon, o sbaglio?» La donna sapeva che se i nomadi avessero adorato il dio degli Arcon non l’avrebbero mai accolta a braccia aperte. I marchi sulla sua tunica erano chiari.
«Oh cielo, no… Non crediamo nel dio Arcon…»
Druge non riuscì a nascondere la sua meraviglia. Sapeva che esistevano migliaia di comunità di Arcon in giro per le terre cangianti di Limbo, diverse tra loro anche nell’aspetto. Esistevano gli uomini gatto del deserto, i Sewolf che abitavano le caverne sulle coste del mare infinito, dalla pelle color cobalto,  i Dowa incantati, che abitavano le Cascate dell’Eternità. Ognuna di queste tribù aveva le sue particolarità, ma negli ultimi tempi i Testimoni di Seidon erano riusciti a riunire tutte queste realtà distinte sotto un’unica fede. Era raro trovare qualcuno così apertamente schierato contro il dogmatismo religioso dei Testimoni.
«Beh, la Montagna Sacra non è di sicuro il posto più sicuro per un ateo, soprattutto di questi tempi» constatò il guerriero.
«Il mio compagno ha ragione. Mountoor pullulerà di Testimoni di Seidon e altri fedeli. Perché vi state dirigendo laggiù?» domandò Mila.
«Curiosità, immagino…» rispose allegramente il vecchio. «Ma non dovete preoccuparvi per noi. Sappiamo fingere molto bene quando ci conviene…»
Mila e Druge non riuscirono a trattenersi e risero apertamente a quella battuta. Rimasero a parlare per un altro po’ con quello strano vecchio, poi si unirono agli altri nomadi, mangiarono di gusto la carne degli arrosti e si unirono alle danze. Mila aveva altre domande da chiedere al vecchio, ma potevano attendere. Il giorno dopo avrebbe soddisfatto le sue curiosità.
Risero, bevvero e danzarono, e i misteri di Limbo diventarono un sogno, la mente vagò libera a metà strada tra il reale e la finzione, la carne tornò ad essere carne, l’amore riacquistò il significato perduto. Mila e Druge si amarono ancora, per la prima volta da quando avevano incontrato lo spettro. Mila non si chiese chi era quell’uomo. Lo accolse dentro di se, sentì il calore dentro al suo corpo e la leggerezza nella sua mente. Tornò a vivere il momento, dimenticandosi di quegli assurdi progetti e quelle vane speranze di cui si era sentita per troppo tempo prigioniera.

Published in: on aprile 30, 2010 at 7:19 pm  Comments (2)  
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CAPITOLO 18: Draugur

L’eclisse ha annunciato il tempo dell’Emersione. Gli Arcon credono che consegnando al Guardiano di Mountoor, la montagna sacra, gli oggetti sacri di Seidon, il vecchio mondo tornerà e Limbo smetterà di essere una terra cangiante ed instabile. Gli Elenty, maghi immortali primordi, sanno che la verità è un’altra. L’Eclisse è la campana che segna la fine del lungo tempo di attesa dentro Limbo, un mondo virtuale costruito per conservare l’eredità dell’umanità perduta.

Solamente gli Elenty e le loro copie conservate negli oggetti sacri saranno in grado di lasciare Limbo. Gli Arcon, essendo entità digitali fittizie, non potranno in alcun modo uscire dal loro mondo.

La maga Elenty Mila e il suo compagno Druge che ha appena scoperto di essere un Arcon, si ritrovano a pensare a loro strano destino, al significato del framemaker Ryo e alla possibilità che uno dei programmatori di Limbo controlli ancora il mondo dall’esterno. Il suo nome è Wirlock, il vampiro di Limbo.

Questa illustrazione è di Willoclick. Speriamo che Charles Huxley torni presto ad omaggiarci dei suoi capolavori in photoshop.

CAPITOLO 18: Draugur

Proseguivano in silenzio verso l’unico luogo plausibile, perché era impossibile ignorare il segnale che preannunciava l’Emersione. Nonostante le ultime rivelazioni e l’incertezza di quel destino ambiguo che penzolava inesorabilmente sulle loro teste, la donna Elenty e il guerriero Arcon procedevano lungo il sentiero in direzione di Mountdoor, due pedine di un gioco troppo complesso per poter essere compreso a pieno. Era così che si sentivano entrambi, eppure erano esseri immortali, capaci di grandi cose. Qualsiasi Arcon, nel percepire il potere che emanavano, avrebbe chinato la testa in segno di rispetto al loro passaggio. Malgrado ciò, Mila e Druge si sentivano piccoli ed incapaci di riprendere in mano le redini delle loro vite. Seguivano il richiamo della Montagna Sacra covando la falsa speranza che una volta raggiunta tutto si sarebbe chiarito. Un inganno, niente più. Entrambi sapevano che oltre velo dei misteri di Limbo ne esisteva un altro, e poi un altro ancora…
L’Arcon che era stato Ryo e che adesso aveva assunto le sembianze dell’amico Druge, li seguiva a qualche metro di distanza. I due amanti si domandavano cosa pensasse, quale fosse il suo compito e se fosse giusto portarselo dietro come una specie di animale domestico. Quell’uomo era tale e quale a Druge, e solo nel momento della sua creazione, avvenuta il giorno prima a bordo della nave dei Veggenti, aveva incominciato a distinguersi dal suo gemello. Perché la scissione di un’esistenza divide il corso di un solo destino in due distinte direzioni.
Il sentiero procedeva dentro un folto boschetto di abeti di basso fusto. Si udivano i rumori degli animali che si tenevano ben nascosti nella fitta selva, ma a Mila venne l’idea bizzarra che quei leggeri scalpiccii e quei trillanti richiami d’uccello non fossero altro che la colonna sonora di quel paesaggio, e che in realtà non appartenessero ad alcun animale. Poi si sentì stupida a cercare di discernere il reale dentro un mondo come Limbo.
Sentiva il bisogno di distrarsi, di non pesare. Cercò un pretesto per cogliere l’attenzione di Druge, che procedeva sicuro a qualche metro davanti a lei, ma inciampò nel solito argomento, quello che il guerriero Arcon voleva in tutti i modi evitare.
«Che senso ha ormai?» La domanda era un pensiero ad alta voce. Druge la ignorò e continuò a camminare. La donna pensò che non l’avesse sentita e lasciò perdere.
«Voglio uscire da questo bosco prima dell’inizio del prossimo margine» disse lui, chiudendo ogni spiraglio. Mila ritrasse le lacrime che le salivano agli occhi, si volse verso il gemello che camminava dietro di lei, la testa china e il passo sicuro, identico in tutto e per tutto a quello del suo amore, poi tornò a guardare avanti. Un vento tiepido, profumato di sale, le accarezzò la faccia. Chiuse gli occhi, inspirò profondamente ricordando il mare, quello vero, ma una lieve crepa nel programma che le faceva odorare il salmastro la fece arrestare. Spalancò gli occhi, i nervi tesi come quelli di un animale braccato. Mila aveva fiutato un pericolo antico e vicinissimo.
«Fermati!» disse. Druge avvertì la tensione nella voce della sua donna. Restò immobile e sfoderò la spada. Per risposta ebbe il medesimo gesto dal parte del gemello. Il rumore del sottobosco era cessato. Si sentiva adesso solo il vento che muoveva dolcemente le punte dei sempreverdi. Uno spicchio di luce illuminava a giorno il sentiero, ma nella foresta che li circondava dimoravano le ombre più cupe. La temperatura calò d’improvviso. La luce cambiò, assumendo una tonalità azzurrina. Mila e Druge si guardarono negli occhi cercando la conferma delle reciproche intuizioni. Entrambi sapevano che cosa li stava braccando.
Mila disegnò con la bocca il labiale di una parola che metteva i brividi nel cuore di ogni Arcon: Draugur, gli spettri di Limbo. Quando il sistema non riusciva a cancellare del tutto un’entità digitale, restava una scia distorta, una creatura rarefatta capace di alterare pericolosamente la struttura di Limbo e di prendere possesso delle altre entità digitali. Di solito questa scia rimaneva vincolata ad un luogo ben preciso, in questo caso la foresta. Mila sapeva bene di cosa si trattava. Ne aveva visti di luoghi assurdi nella sua immortale esistenza. Solamente il Sole Rosso era capace di cancellare definitivamente questi programmi difettosi.
Attinse velocemente alle sue conoscenze di maga, mentre i due guerrieri gemelli le si stringevano attorno. Lo spettro era veloce, impalpabile. Poteva colpirli da un momento all’altro, gettarsi come un’ombra dalle chiome degli abeti vicini, emergere da sotto i loro piedi come una pianta assassina, oppure apparire d’improvviso alle loro spalle e colpirli nel profondo, appropriandosi dei loro impulsi vitali.
Mila bisbigliò velocemente una frase in bit, si udì distintamente il crepitio nell’aria, mentre attorno ai tre incominciò a consolidarsi una parete di luce. L’istante dopo i due guerrieri e la donna si trovavano dentro una teca di energia protettiva. La temperatura continuava a calare, unico segnale della presenza dello spettro.
«Riesci a vederlo?» domandò allora Druge.
«No, ma credo sia molto vicino…» rispose la donna, la cui concentrazione era in parte destinata a tenere insieme l’incantesimo della teca protettiva.
«Dobbiamo uscire da questa foresta…» concluse il guerriero.
«Posso muovere la protezione, ma devo rimanere immobile e concentrata» spiegò Mila.
«Ti porteremo noi. Forza!»
Così i tre si rimisero in marcia, lentamente. Druge teneva la sua donna tra le braccia, mentre l’Arcon che era stato Ryo faceva da apri strada, la spada in pugno. La teca magica si muoveva con loro, lasciando fuori per il momento la creatura invisibile che li braccava.
Percorsero un centinaio di metri. Nessuno di tre aveva idea di quanto fosse grande quel bosco, e soprattutto nessuno poteva sapere fino a dove lo spettro poteva spingersi. Il freddo non aumentava ma rimaneva costante. Druge pensò che la creatura dovesse trovarsi da qualche parte sopra di loro, in attesa di trovare una breccia per poterli colpire. Continuarono ad avanzare un po’ più lentamente, perché il potere di Mila si stava pian piano esaurendo. Il Draugur non li mollava, invisibile, impercepibile se non  per quello strano sbalzo di temperatura.
«Mila, quanto tempo abbiamo?» domandò il guerriero Arcon che la teneva stretta tra le braccia. Lei aprì gli occhi ma rimase concentrata. Riuscì a sussurrare un paio di parole soltanto: «Non molto…»
Druge guardò il gemello. Nono c’erano bisogno di frasi per capirsi. I due uomini erano come due gocce d’acqua.
«Adesso ti metto a terra» disse, sempre rivolto alla donna. «Riduci la protezione alla tua persona, mi hai capito?»
«No!» provò a dire lei, ma l’uomo le avvicinò dolcemente l’indice alle labbra.
«È la nostra unica possibilità…» spiegò lui.
«Non è vero. Posso tenere la protezione ancora per un po’. Forse lo spettro ci lascerà andare…» replicò lei con un filo di voce.
«Adesso!» ordinò Druge, implorandola con lo sguardo.
Allora Mila, incapace di resistere a quella supplica d’amore, chiuse nuovamente gli occhi. Le pareti della teca si restrinsero, lasciando fuori i due guerrieri Arcon, spalle contro spalle, in attesa del gelido tocco del loro avversario.
«Sai quello che devi fare, vero?» domandò Druge al gemello.
«Certo. Dopotutto io sono te» rispose lui.
Un urlo di dolore o forse di disperazione si alzò sopra la foresta. La maga Elenty rimase immobile, sforzandosi di tenere gli occhi chiusi. Non doveva guardare, lo sapeva bene. A volte gli inganni sono solo nella nostra mente…
Udì altri rumori, gli schianti del metallo sul metallo, gli stridii delle lame delle spade, gli aliti d’aria dei fendenti, lo scalpiccio degli stivali sul terreno, ed infine un grido e un rantolo di morte. Il silenzio. L’attesa…
«Mila?» Una voce la chiamava. Di chi era quella voce? Di sicuro non era quella dello spettro che si era impossessato di uno dei due gemelli. Era la voce di Druge, quello ancora vivo. Ma quale dei due?
«Mila, apri gli occhi…»
La donna interruppe l’incantesimo, la teca s’infranse come una bolla di sapone. Poi guardò. Davanti a lei c’era Druge, il suo amore. A pochi metri di distanza, riverso in una pozza di sangue, c’era Druge, il suo amore.
«Chi sei?» domandò la donna.
«Che importanza ha…» rispose lui. Poi la tirò a se e la baciò.

Published in: on aprile 23, 2010 at 10:58 am  Comments (2)  
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CAPITOLO 15: Un destino non ancora scritto

PREVIOUSLY ON LIMBO

L’eclisse ha annunciato il tempo dell’Emersione. Gli Arcon credono che consegnando al Guardiano di Mountoor, la montagna sacra, gli oggetti sacri di Seidon, il vecchio mondo tornerà e Limbo smetterà di essere una terra cangiante ed instabile. Gli Elenty, maghi immortali primordi, sanno che la verità è un’altra. L’Eclisse è la campana che segna la fine del lungo tempo di attesa dentro Limbo, un mondo virtuale costruito per conservare l’eredità dell’umanità perduta.

Solamente gli Elenty e le loro copie conservate negli oggetti sacri saranno in grado di lasciare Limbo. Gli Arcon, essendo entità digitali fittizie, non potranno in alcun modo uscire dal loro mondo.

Accanto a Misar e a Jade, la ragazza Keeper protettrice di un oggetto sacro, si sono uniti nuovi compagni di viaggio; Nicon e il giovane Tzadik, più due superstiti della Gilda, e poi Mylo e il mago Elenty Rivier. Insieme dovranno attraversare le Lande del Disordine per raggiungere la montagna sacra,

Da un’altra parte Druge e la sua compagna Mila hanno appena scoperto un’amara verità: Druge, che si era sempre creduto un Elenty, è in realtà un Arcon.

Presto la nuova illustrazione di Charles Huxley.

LIMBO CAPITOLO 15: Un destino non ancora scritto

Le navi ripreso la rotta verso la Biblioteca Volante, leggiadre veleggiavano nel cielo come aquiloni, silenziose sparivano nella distanza, tra le nuvole ed i riflessi porporini dei cieli di Limbo. I tre erano stati riportati a terra, su un promontorio smeraldino puntellato di viole e di narcisi, e nel discendere verso valle si potevano scorgere alcuni ulivi antichi, anche se non potevano dirsi davvero antichi perché tutto il paesaggio era un mero disegno digitale insensibile al tempo. Druge guardò la sua compagna Mila e vi lesse nello sguardo sgomento e rassegnazione. Poi si volse verso il suo gemello che era stato Ryo, amico e compagno di spada.
«Chi diavolo è?» chiese, rivolto alla donna.
«Un Framemaker» rispose lei, con la voce rotta da un irrefrenabile senso di disperazione. «Ce li misero a nostra insaputa per copiare le informazioni digitali di noi Elenty e conservarle allo stato “puro”. Per non rischiare il rigetto d’identità, i Framemaker, una volta trasformatisi nella copia identica del soggetto, prendevano la forma di un prezioso monile. È così che furono creati gli oggetti di famiglia, quelli che gli Arcon venerano quali artefatti del loro dio Seidon.»
I due uomini si fronteggiavano, identici come un’immagine riflessa in uno specchio.
«Il rigetto d’identità avviene istintivamente in un Elenty» continuò la donna. «Trattandosi di un’entità unica, non può sopportare la presenza di una gemella. Gli Arcon furono creati ad immagine e somiglianza degli Elenty, ma vennero alterati alcuni loro codici per evitare il rigetto. I Framemaker però erano in grado di acquisire l’entità digitale e in un secondo tempo trasformarsi nella copia esatta dell’Elenty in una forma “congelata”, racchiusa dentro un oggetto. In questo modo l’Elenty non poteva sentire la presenza del suo doppione. Se parlo al passato è perché, a quanto sapevo, i Framemaker terminarono il loro lavoro di copiatura al termine del primo ciclo di Limbo, e credevo che non ne esistessero più…»
Druge avvicinò la mano all’elsa della spada, guidato dall’idea ingannevole che se si fosse convinto di essere in preda ad un rigetto d’identità, forse poteva ancora dirsi un Elenty. Come se avesse letto i suoi pensieri, il gemello fece il suo stesso gesto. “Che stupido”, pensò allora l’Arcon. “Non posso continuare ad ingannarmi. Io non provo nulla per questo uomo…”
«Non sapevo che i Framemaker potessero copiare anche gli Arcon. Credo che Ryo avesse una missione da compiere, come hanno detto i Veggenti, ed era quella di rivelare la tua vera natura… » proseguì Mila. «Ma tutto ciò è molto strano…»
«Perché?» chiese Druge, continuando a fronteggiare il gemello.
«Perché il disegno di Limbo fu chiuso molto prima della fine del primo ciclo, ed allora nessuno poteva sapere che gli Elenty, né tanto meno gli Arcon, sarebbero diventati immortali.»
«Che significa?»
Lei allora gli afferrò un braccio chiedendogli di guardarla. «Druge, amore mio, adesso mi è finalmente chiaro il motivo per il quale non riesci ad afferrare completamente il senso di Limbo. In passato ho temuto più volte che tu potessi essere un Arcon, non perché non ti saresti meritato il mio amore, ma semplicemente perché non avrei più potuto sperare in una vita diversa, fuori da questa prigione, insieme a te. Credevo che il tempo avesse eroso i tuoi ricordi, come la pioggia fa con la roccia, eppure tu mi parlavi dei sogni che facevi e di luoghi che ho visto soltanto fuori da Limbo. Ma adesso non m’importa più. Non voglio uscire, non m’interessa l’Emersione, voglio rimanere qui insieme a te, per sempre…»
Lui le cinse la vita e la tirò a se baciandola, riversando nella sua bocca tutta l’energia del suo amore, tutto il calore della sua passione.
«Tu devi uscire Mila! È il tuo destino…»
«No…» La donna non riuscì a trattenere le lacrime, combattuta dal desiderio di rivedere la luce del sole, quello vero, ed il bisogno di stare accanto all’uomo che amava.
«Cosa volevano dire le tue parole? Cos’è che non capisci?» domandò Druge, cercando di distrarla dalla tempesta di emozioni che la scuotevano. Mila respirò piano, riacquistò la calma e provò a spiegare all’Arcon, con parole semplici, quale erano le ragioni dei suoi dubbi.
«Ryo è nato dopo…»
«Che vuoi dire?»
«I Framemaker avevano una missione ben precisa. Furono introdotti all’inizio per copiare gli Elenty presenti in Limbo. Una volta terminate le loro missioni, questi si trasformavano negli oggetti sacri di Seidon. Per ogni Elenty vi era un Framemaker, né uno di più né uno di meno. I Framemaker non erano in grado di rinascere. Erano Arcon creati nel disegno primordiale di Limbo. Ma la missione di Ryo era un’altra; rivelare la tua vera natura. I Veggenti sapevano… Questo può voler dire solamente una cosa, che qualcuno è ancora capace di alterare il disegno di Limbo dall’esterno… »
«Vuoi dire che c’è ancora un carceriere vivo?»
«Credo di si…»
Il settimo margine sfumò in quel momento, la luna sgusciò fuori dall’orizzonte e la cometa clessidra brillò violentemente della sua luce azzurra, alla fine del primo quarto di cielo. Da qualche parte un antico mago guidava un gruppo di uomini e una ragazza verso la montagna sacra, mentre in una grotta sulla spiaggia del mare infinito, una donna pregava per la vita del suo amore. Quella donna era Davinia, maga suprema e compagna di Sawar, il delirante demolitore di Limbo.

Published in: on marzo 12, 2010 at 8:50 am  Comments (2)  
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CAPITOLO 14: I Veggenti di Mnemonia

Col precedente capitolo si è conclusa la prima parte della storia che riguarda gli eventi del 12esimo ciclo di Limbo. L’attenzione a questo punto si sposta su dei nuovi personaggi e su un nuovo scenario.

Presto anche questo episodio della saga verrà accompagnato da una spettacolare illustrazione di Charles Huxley.

Buona lettura.

«Riesci a vedere anche tu quello che vedo io?»
«Sono le navi dei Veggenti, non è vero Mila?»
La donna annuì col capo ma non disse nulla. Si erano arrampicati su uno degli alberi-montagna che spiccavano alti sopra la foresta. Spesso venivano usati dalle comunità Rednakes come rifugi. L’ombra proiettata da due enormi vascelli volanti si muoveva lentamente verso di loro. Quando le navi furono esattamente sopra le loro teste, il sole si nascose e smise di abbagliarli, così furono in grado di scorgere i particolari dello scafo, gli intagli pregiati nel legno magico e la forma inconsueta del timone.
«Dove vanno?» domandò Ryo, che all’apparenza sembrava solo un ragazzo. La verità però era un’altra, e neanche i suoi amici più cari potevano immaginarla.
«Non lo so…» rispose Druge, il fiero guerriero immortale.
«Portano gli aggiornamenti…» spiegò Mila, incapace di distogliere lo sguardo dalla meraviglia che li sovrastava. «Escono da Mnemonia solamente di rado ed esclusivamente per portare le novità di Limbo agli archivi della Biblioteca Volante.»
«Non credi che la loro apparizione abbia in qualche modo a che fare con l’eclisse?» chiese il giovane Ryo.
«Può darsi, ma non ne sono sicura» rispose la donna Elenty. «E comunque vanno nella direzione opposta alla nostra. Mountoor si trova dall’altra parte» concluse, indicando le montagne alla loro sinistra.
All’indomani del segnale che preannunciava l’Emersione, i tre amici si erano subito messi in viaggio verso la montagna sacra. Da diverse stagioni vivevano appartati nella foresta, nei pressi di un’antica quercia nella quale si nascondeva l’oracolo di Kyos, il fratello di Seidon che gli Arcon consideravano responsabile di tutti i loro guai. Alcuni Elenty, una volta scoperto l’inganno dei Frame, avevano incominciato a studiare la struttura di Limbo in tutti i suoi aspetti, partendo proprio dall’ascolto degli oracoli. In questo modo molti erano diventati immortali e avevano imparato ad usare la magia. Lo studio di queste “bocche divine” poteva schiudere ancora moltissimi misteri, e per questo motivo gli Elenty e gli Arcon più evoluti continuavano ad ascoltarle.
«La montagna può aspettare…» affermò Druge. Gli occhi gli brillavano della brama di conoscenza. Mila rimase stupita da quella reazione. Tra di loro correva un vincolo molto più forte dell’amicizia. Insieme avevano viaggiato attraverso Limbo per numerosi cicli, fidandosi ciecamente l’uno dell’altra, rincuorandosi a vicenda nei momenti più cupi. Solo così erano riusciti a non farsi corrompere dagli inganni di quell’esistenza fittizia. Eppure Mila sapeva quanto impazientemente Druge avesse atteso il momento dell’Emersione, forse più di qualsiasi altro Elenty. Il fatto che la sua curiosità lo portasse a rallentare la loro marcia verso la montagna sacra, la meravigliava e in qualche modo tranquillizzava. Mila infatti conservava nel cuore un antico timore, sbiadito attraverso le stagioni trascorse accanto al suo amore, e quella paura le sussurrava un’assurda verità: Druge non era un Elenty e perciò non gli era permesso di uscire da Limbo.
«Mila, mi hai sentito?»
«Perdonami amore, avevo la testa fra le nuvole…»
«Abbiamo poco tempo, se vogliamo riuscire ad arrampicarci sugli scafi. Unendo i nostri canti forse riusciremo a sollevarci fino a raggiungere quel timone. Poi potremo arrampicarci facilmente oltre la balaustra…» spiegò il guerriero.
«Si, e che cosa diciamo ai Veggenti?» chiese Ryo con una punta di sarcasmo.
«Ci penseremo appena saremo sopra…» e con una scrollata di spalle Druge liquidò la questione. Subito i tre sillabarono le parole in bit di un complicato incantesimo. Il crepitio li avvolse e i loro corpi iniziarono a sollevarsi oltre l’immensa chioma dell’albero-montagna. Rompere le regole di gravità di quel mondo non era difficile, il problema era il controllo. Solo i maghi più potenti erano capaci di volare a loro piacimento. Per un attimo Mila temette che non sarebbero riusciti a guadagnare il timone della seconda nave, poi Druge, rischiando di mettere in pericolo tutti quanti, ruppe l’incantesimo e artigliò l’aria cercando una presa. Riuscì ad afferrare l’appendice dello scafo e ad issare tutti quanti sopra il timone. I tre ripreso fiato, sorrisero, poi iniziarono ad arrampicarsi, mentre gli alberi della foresta scorrevano a diverse centinaia di metri sotto di loro. Con l’aiuto delle sue possenti braccia, Druge riuscì a sporgere il capo oltre la balaustra, gettando rapidamente uno sguardo sul ponte della nave. Nessuno era in vista e così incitò i suoi compagni a seguirlo. Un attimo dopo si trovavano tutti e tre sul vascello. Il mondo ai loro piedi aveva assunto una strana colorazione, come se un filtro fosse stato adagiato tra la terra ed il cielo e colorasse tutto d’argento e d’oro. Mila e Ryo rimasero esterrefatti dalla visione, ma Druge non perse d’occhio il ponte, la mano salda attorno all’elsa della spada che gli pendeva dal fianco sinistro.
Con movimenti fluidi e veloci una colonna di uomini avvolti in sottili tuniche blu aggirò l’albero maestro precipitandosi verso il gruppetto di clandestini. Druge ebbe l’impressione che fossero spuntati dal nulla. Si disposero silenziosamente in semicerchio di fronte a loro, dodici in totale, e occuparono buona parte del ponte di poppa. Erano minuti, smilzi e le tuniche provviste di cappuccio celavano i loro lineamenti. Anche le mani, consorte dentro le ampie maniche della veste, erano nascoste alla vista dei tre.
«Qualche idea?» chiese Ryo, con un mezzo sorriso. Druge lo fulminò con lo sguardo, fece per muoversi di un passo verso i Veggenti, ma si arrestò quando si accorse che Mila lo aveva preceduto.
«Perdonate la nostra intrusione, ma il recente evento che ha annunciato l’avvento dell’Emersione ci ha scossi molto. Non abbiamo potuto fare a meno di pensare che il vostro passaggio sia in qualche modo connesso con la passata eclisse, per questo motivo…»
«…vi siete intrufolati sulla nostra nave?» la interruppe una voce sibilante che proveniva dal centro del cuneo di uomini. Mila perse il filo del discorso, pensò velocemente a qualcos’altro da aggiungere ma rimase in silenzio, conscia di non avere una scusa plausibile. Allora fu Druge a parlare.
«Proprio così, e se per voi è un problema risolvere la questione civilmente, sarei lieto di farlo in maniera più movimentata…» disse il guerriero, accarezzando il pomo della spada.
«Povero Arcon…» rise la solita voce, e prima che Druge si risentisse dell’affronto aggiunse: «ma non è assolutamente nostra intenzione contrastarvi. Diteci semplicemente quello che volete e cercheremo di soddisfare le vostre richieste, dopo di che vi riporteremo a terra.»
I tre amici rimasero interdetti, leggermente sorpresi da quella reazione. Ancora non erano sicuri di chi stesse parlando, e a Mila le venne la bizzarra idea che forse quella che sentivano era la voce di tutti e dodici i Veggenti, che agivano come un’entità unica. Gli uomini intonacati rimanevano completamente immobili e anche le loro vesti parevano ingannare il programma “vento” che sferzava sul ponte della nave.
«Potete dirci qualcosa sull’Emersione? È davvero giunto il momento?» chiese la donna Elenty.
«Beh, sembrerebbe così» risposero i Veggenti.
«Quindi la vostra uscita da Mnemonia non ha nulla a che fare con l’eclisse?» aggiunse Druge, cercando di contenere la sua impazienza.
«In qualche modo si. Portiamo gli aggiornamenti anche se siamo decisamente in anticipo. Il motivo è semplice; l’eclisse ha scatenato una serie di eventi che richiederanno tutti i supporti di memoria a nostra disposizione. Abbiamo svuotato le cartelle, compresso i dati, selezionato gli eventi più importanti e adesso li stiamo portando alla biblioteca. Ci aspetta un grande lavoro al nostro ritorno.»
«Sei riuscita a capirci qualcosa Mila?» chiese Druge, guardando negli occhi la sua amante.
«Credo di si, e credo anche che stiamo perdendo tempo.»
«Proprio così» affermarono i Veggenti, con un una nota sarcastica nella voce.
Druge sentiva che c’era qualcosa che non andava, che non stavano dicendo tutto quello che c’era da dire. Druge era un guerriero immortale, un Elenty primogenito, anche se in passato la stessa Mila aveva messo in dubbio la sua vera identità. Attraverso i cicli aveva sviluppato una straordinaria capacità di discernere il falso dal vero, una tecnica mentale paragonabile alla sua abilità di spadaccino. E anche per questo i Veggenti non lo videro arrivare.
Si lasciò guidare dal suo intuito, balzò come un felino sul penultimo uomo sulla destra, e anche se la voce che era di tutti e dodici proveniva dal centro del cuneo, Druge sentì che quella era la figura che catalizzava le menti di tutto il gruppo. Con estrema precisione descrisse un fendente che andò a fermarsi a un paio di centimetri dalla gola dell’uomo. Poi tirò fuori la sua voce più feroce e persuasiva: «Non vi credo, ma vi do un’altra possibilità.»
Il silenzio era rotto solo dal vento che scuoteva le vele del vascello. Ryo aveva estratto la sua spada, ma era rimasto immobile accanto a Mila, che si fidava del suo amante anche se non riusciva ad abituarsi alla sua impulsività.
«Mio caro Arcon, anche se ti dicessi il resto non capiresti un bel niente» affermò la voce dei Veggenti, ricolma di ironia.
«Io non sono un Arcon!» urlò di rimando Druge, e Mila pensò che era sul punto di esplodere. Invece trattenne la mano e rimase in attesa.
«Forza, tocca a te adesso. Mostraglielo, è giunto il momento.» La voce si rivolgeva al giovane Ryo, che alzò la testa e spalancò gli occhi come se si risvegliasse da un sogno. Lasciò cadere la spada che rotolò rumorosamente sul ponte della nave. Solo in quel momento Druge e Mila capirono che i Veggenti si erano rivolti al loro compagno.
«Che significa?» provò a chiedere la donna Elenty.
«Lo vedrai…» risposero i Veggenti.
Ryo si mosse verso l’amico di spada, allungò una mano e afferrò gentilmente la sua spalla. Druge non ebbe il tempo di reagire. Percepì un flusso caldo percorrergli il corpo, non proprio doloroso ma di cattivo gusto. Si voltò di scatto, pronto a sferrare un colpo al suo amico, invece rimase immobile, esterrefatto, incapace di respirare. Di fronte a lui non c’era più Ryo, il giovane guerriero che per innumerevoli stagioni aveva combattuto al suo fianco. Vi era invece l’identica copia di Druge, l’immagine specchiata del guerriero immortale che si era sempre creduto un Elenty, una persona vera prigioniera di un mondo fasullo, non una manciata di codici binari.
Ma gli Elenty, per la loro natura unica, non potevano essere replicati.

Published in: on febbraio 26, 2010 at 12:20 pm  Comments (2)  
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