CAPITOLO 23: Crepe nel Telaio di Limbo

Ritorna Limbo dopo quasi un anno di stop. Questo è l’inizio del terzo ed ultimo libro di questa avvincente avventura cyber-fantasy che, se tutto va bene, dovrebbe concludersi entro la fine di questa estate.

Nel primo libro abbiamo potuto seguire le vicende di un gruppo di Arcon alle prese con i Misteri e con il perfido Sawar, l’Elenty impazzito chiamato anche il delirante demolitore di Limbo. Jade, Mylo e Tzadik li avevamo lasciati sulle pianure del vespro insieme al mago Rivier, a Nicon, il cavaliere Arcon e al vecchio Misar, più due superstiti della Gilda. Il gruppo si era messo in viaggio per la montagna sacra.

Nel secondo libro invece abbiamo osservato più da vicino la composizione di Limbo, mondo virtuale in cui è conservata l’eredità dell’uomo, attraverso le vicende di Mila e Druge. Abbiamo conosciuto inoltre un altro lato del carattere di Davinia, la compagna di Sawar, incaricata dal Vampiro di Limbo di consegnare ad un campione la spada che potrà uccidere il Gigante di Mountoor, la creatura che fa la guardia al portale di Limbo. 

CAPITOLO 23: Crepe nel Telaio di Limbo

Tzadik mosse con un bastone le braci del bivacco per riattizzare il fuoco, vi avvicinò un paio di ceppi tagliati freschi che di lì a poco incominciarono a colare di resina e a sfrigolare, poi risistemò la pentola con lo stufato preparato da Misar che doveva ancora finire di cuocere. Soddisfatto della sua operazione, si riaccomodò a sedere accanto a Mylo e come lui continuò ad osservare il fuoco, rimuginando sui recenti trascorsi.
Era passata una decina di giorni dalla battaglia sulle pianure del vespro. Il mattino dopo Nicon e i suoi due uomini avevano richiamato alcuni dei cavalli della Gilda che, spaventati, erano fuggiti lontano dai combattimenti. Contavano così di dimezzare i tempi e di raggiungere la montagna sacra in meno di un mese, ma Rivier non si era dimostrato abbastanza soddisfatto, così aveva usato la magia per rafforzare le prestazioni dei cavalli e renderli praticamente instancabili. Poi avevano cavalcato per tutto il giorno successivo e buona parte della notte, uscendo dalla pianura e tagliando per una valle nascosta, una scorciatoia che l’Elenty sembrava conoscere bene e che nessuno altro aveva mai visto. Attraverso un basso canyon, avevano raggiunto la montagna dalla quale nasceva il fiume Serpe, oltre la quale si estendevano, fino a Mountoor, le Lande del Disordine. Rivier sperava di coprire la distanza che li separava dalla montagna sacra in meno di due settimane, un risultato che nessuno del gruppo avrebbe mai auspicato. Eppure era andata proprio così. Il giorno dopo, secondo i calcoli del primigenio, avrebbero avvistato la loro meta. Certo, il percorso non era stato dei più agevoli, ma potevano dirsi fortunati. Per un paio di giorni erano stati braccati da una piccola famiglia di troll delle sabbie che seguivano il loro odore. Nicon aveva proposto di affrontarli a viso aperto, prima che questi li attaccassero di sorpresa durante la notte, ma Rivier era stato risoluto e l’aveva convinto a proseguire. Un semplice incantesimo per cambiare la direzione del vento aveva risolto i loro problemi, mandando fuori strada i troll.
L’Elenty aveva fin da subito preso il comando della situazione, anche se Nicon preferiva non ammetterlo, ma gli eventi più recenti avevano cambiato le carte in tavola e il maestro di Tzadik sapeva che in alcune circostanze bisognava sapere mettere da parte l’orgoglio. Il ragazzo lo osservò mentre saliva a cavallo e, seguito dai suoi due uomini, si allontanava dall’accampamento per la rituale perlustrazione serale. Sarebbero tornati al termine del settimo margine per cenare insieme al resto della compagnia.
In quel momento Misar si avvicinò alla pentola e con un grosso cucchiaio si mise a girare lo stufato che aveva preparato. Lo assaggiò, si lamentò a bassa voce della sua insipidità, poi estrasse da un sacchettino di pelle che aveva in tasca una manciata di sale che vi spruzzò dentro. Girò di nuovo col cucchiaio e si allontanò soddisfatto verso la sua tenda.
«Credi davvero che domani raggiungeremo la montagna sacra?» chiese d’un tratto Tzadik, spezzando il silenzio imbarazzante tra i due ragazzi. Mylo alzò gli occhi dal fuoco ed annuì distrattamente.
«Se è il maestro a dirlo, io ci credo» rispose.
«E credi anche ai Misteri?» Il giovane mago avrebbe voluto rispondere prontamente “si”, ma qualcosa lo trattenne. Ci pensò sopra per un po’, poi sentì la necessità di dire esattamente ciò che pensava, e non ciò che reputava giusto dire.
«Lo sai che a volte non me ne importa più nulla… mi vergogno di questo, però è così.»
Tzadik ricambiò il suo sguardo con tutta la comprensione che aveva negli occhi. «Ti capisco…» disse, «…ma non credo che sia una cosa vile.»
«No?»
«Anche io mi sento così… Ho sognato per anni di diventare un cavaliere della gilda, di combattere accanto il leggendario Nicon, di cavalcare col vento in faccia ogni giorno verso una meta nuova. Beh, i miei desideri si sono avverati, eppure di notte, prima di chiudere gli occhi, i miei pensieri vanno sempre ai miei genitori, alla casa sulle montagne e alle mie due sorelline che so che non rivedrò più…»
Anche Mylo sentì di doversi confidare. «Io sono stato abbandonato… Rivier è la mia sola famiglia, ma dal giorno dell’eclisse non è più la stessa persona. C’è stato un tempo in cui non facevo che tormentarlo riguardo ai Misteri e lui si divertiva a girarci intorno, a parlarmi per enigmi. Mi mandava in bestia… Adesso capisco ciò che voleva dirmi, cioè che non li averi comunque mai capiti. Grazie tante, ne avrei fatto volentieri a meno!»
«Ma credi che quello che stiamo facendo servirà a qualcosa?» chiese Tzadik. Cercava nel nuovo amico un altro po’ di conforto. Non era sbagliato, lo facevano tutti e tre, anche la giovane Keeper. Da quando si erano incontrati si ritrovavano sempre la sera davanti al fuoco a parlare, ed insieme si davano coraggio, scacciando per un po’ le ombre della grande incognita che li attendeva.
«Rivier ha parlato di speranza… Quando gli uomini potenti come Rivier parlano di speranza, vuol dire che le cose sono messe molto peggio di quello che sembra…» e detto questo sorrise, un sorriso ironico ma contagioso. I due si misero a ridere e Jade, che passava loro vicino, chiese che cosa c’era di buffo.
«Niente, è solo la fine del mondo…» rispose Mylo, ridendo più forte. E la ragazza si unì a loro.

Il paesaggio cambiò. Una luna gialla e piena si accesa come una lanterna nel cielo e più sotto apparve anche la cometa Clessidra, sempre più vicina all’orizzonte. I tre cavalieri della gilda fecero ritorno, Rivier uscì dalla sua tenda e tutti presero posto attorno al fuoco. Misar servì lo stufato che tutti trovarono eccellente all’infuori del vecchio Arcon, che si ripromise di usare meno rosmarino la prossima volta. Alcuni, in silenzio, si chiesero se ci sarebbe stata una prossima volta.
Terminata la cena, la compagnia si preparò ad affrontare la notte. Ahmed si accomodò vicino al fuoco con una coperta sulle spalle per fare il primo turno di guardia; Lagoon gli avrebbe dato il cambio più tardi e a Nicon sarebbe toccato il terzo margine della notte, una pratica abituale. I ragazzi si erano offerti di partecipare ai turni notturni, ma gli uomini della gilda avevano prontamente rifiutato. In effetti le cavalcate erano estenuanti; Mylo e Tzadik arrivavano a sera con le gambe tremanti e le membra doloranti, ed erano più che felici di abbandonarsi a un buon sonno senza interruzioni.
«Domani ci aspetta un giorno importante» dichiarò Rivier, prima di prendere congedo. «Dormite e non pensate… è il miglior consiglio che mi sento di darvi.»
Ma nell’oscurità della tenda che Tzadik condivideva insieme ai membri restanti della gilda, l’apprendista cavaliere fece fatica a prendere sonno. Continuò per un bel po’ a rigirarsi nel suo giaciglio, cercando la posizione giusta, ma alla fine si arrese e rimase a fissare l’ombra di Amhed che il fuoco proiettava sulla parete della tenda. E improvvisamente l’ombra divenne più grande, e al ragazzo sembrò di caderci dentro. Era il sonno che finalmente veniva a ghermirlo o erano le tenebre che lo richiamavano all’oblio? Stava sognando? No, era sveglio, sentiva di essere sveglio, e teneva gli occhi spalancati alla disperata ricerca di una fonte di luce. Dov’era finito il fuoco da campo? Dov’era la luna, la cui luce giallastra rischiarava le chiome degli aceri e delle acacie della valle in cui si erano accampati? Provò a chiamare qualcuno ma si accorse che le sue corde vocali erano mute. Il panico gli fece accelerare il battito del cuore, ma non riusciva a sentirlo, come ogni altro suono, il rumore degli uccelli, il crepitio del fuoco. Gli era difficile anche respirare. Era come se qualcuno lo avesse gettato in un oceano di tenebra e lui vi stesse sprofondando. Era la fine, fu questo il suo ultimo pensiero, prima che un urlo lo riportasse indietro tra i vivi. Si ritrovò seduto nella tenda, accanto a lui Lagoon si era svegliato e lo guardava con occhi ricolmi di terrore. Anche Nicon era sveglio e visibilmente scosso.
«Che sta succedendo?» provò a chiedere il ragazzo, ma nessuno dei due seppe cosa rispondere.
Immediatamente la compagnia si riunì attorno al fuoco. L’urlo che Tzadik aveva udito era stato di Ahmed, colto anche lui dal medesimo senso di soffocamento. Tutti quanti erano stati afferrati da quell’inspiegabile onda di tenebra che li aveva strappati violentamene dai loro sogni. Il panico lasciò il posto alla curiosità. Nicon chiese all’amico che montava la guardia se si era avvicinato qualcuno o se aveva visto qualcosa, ma Ahmed scosse la testa incapace di spiegarsi quello strano fenomeno. Intanto Rivier se ne stava discostato dal resto del gruppo, con gli occhi chiusi e la testa abbassata. Mylo percepì il crepitio della magia come un suono soffuso, un ronzio leggermente fastidioso. Tutti si volsero verso l’Elenty in attesa di una spiegazione. Un minuto più tardi aprì gli occhi e a nessuno piacque l’espressione che gli si dipinse sul viso.
«La struttura di Limbo sta cedendo…» disse.
«Che significa?» lo incalzò subito Nicon. Il mago guardò il cavaliere con sgomento.
«Ho visitato il telaio attorno a questa valle, il substrato del mondo reale, per quanto reale possa essere… Il Telaio è una specie di regno onirico, ma solo con i giusti incantesimi è possibile viaggiarci liberamente. Ho visto delle crepe, dei vuoti che non dovrebbero esserci…»
«Che ha a che fare il mondo dei sogni con Limbo?» domandò Misar, abbracciando la ragazza Keeper con fare protettivo.
«Uno si poggia sull’altro, e viceversa. Sono due mondi in equilibrio… se uno dovesse sfaldarsi, anche l’altro verrebbe distrutto. Temo che la struttura del Telaio sia compromessa e quello a cui abbiamo assistito, la mancanza di luce, di suono, perfino di aria, sia una diretta conseguenza di questo fatto. Temo…» respirò a fondo il mago per trovare il coraggio di finire la frase. «Temo che l’eclisse abbia compromesso la struttura di Limbo e che il mondo stia per cadere a pezzi.»

Il giorno dopo ripresero la marcia, ma nessuno aveva voglia di parlare di quello che era accaduto durante la notte. Attraversarono la valle nella fredda luce di un mattino tinto di riflessi verdastri, un panorama che metteva i brividi, nonostante la temperatura fosse gradevole e il vento, che negli ultimi giorni aveva sferzato i volti della compagnia a cavallo, fosse finalmente calato. Rivier apriva la strada sul suo destriero, un esemplare corvino che montava a pelle. Dietro di lui venivano Mylo e Tzadik e ancora più dietro la ragazza e il vecchio Misar. Nicon e i suoi uomini chiudevano la fila, anche se regolarmente uno di loro si portava avanti in perlustrazione, oppure raggiungeva al galoppo un’altura per avere una visuale migliore dei dintorni. Ma ormai si erano lasciati alle spalle le Lande del Disordine e suoi pericoli. Il gruppo precedeva a un’andatura sostenuta, merito della magia che l’Elenty aveva usato sui cavalli. Lo scopo era quello di aggirare le colline e arrivare in serata ad avvistare la montagna sacra, che secondo i calcoli di Rivier non doveva trovarsi ormai molto lontano.
Fecero una breve sosta al termine del secondo margine, poi tirarono a diritto fino al settimo. Rivier abbandonò la pianura per tornare a salire. «Qui le colline son più basse,» spiegò. «Se riusciamo a oltrepassare quest’altura prima che scenda la notte, saremo in grado di avvistare la montagna. Poi ci accamperemo… voglio solo essere sicuro che siamo sulla giusta strada…»
Così continuarono per l’intero ultimo margine del giorno, ma la notte calò improvvisamente come un sipario mentre coprivano gli ultimi passi che li separavano dalla cima del colle. Non riuscirono a confermare le aspettative del mago, che si irritò visibilmente, e furono costretti a tornare sui loro passi per trovare un luogo riparato in cui montare le tende. Un boschetto di faggi fece al caso loro.
La luce della luna poteva bastare per organizzare il campo, anche se questa venne oscurata un paio di volte da qualcosa di indefinibile. «Era una nube, quella?» chiese Lagoon alzando la testa al cielo.
«No…» rispose seccamente Rivier. «Temo sia stato un altro errore di Limbo…» Nessuno ebbe voglia di replicare e tutti tornarono ai propri compiti. Consumarono una cena fredda con gli avanzi dei pasti passati e andarono a dormire, ma nessuno riuscì a chiudere occhio per un bel po’, per paura di rimanere soffocato dentro strani incubi.
La notte passò senza brutte sorprese, ma una pioggia sottile dentro un paesaggio brumoso dette loro il buongiorno. La visuale era limitata e per buona parte del giorno successivo non riuscirono ad accertarsi della presenza di Mountoor all’orizzonte. Solo al termine del quarto margine un vento nuovo si alzò per sgombrare le nebbie, e allora apparve in tutta la sua maestosa grandezza; la montagna sacra.
«Siamo arrivati…» sospirò Mylo con un mezzo sorriso.
«Non ancora…» lo corresse Rivier.
Poco dopo incontrarono i primi accampamenti degli Arcon che si erano riuniti per partecipare al grande evento. Molte comunità facevano festa, ringraziavano il grande Seidon, organizzavano banchetti. La strana euforia che aveva contagiato le comunità Arcon stonava visibilmente con la luce grigia del paesaggio. L’Elenty guidò la compagnia verso la base della montagna, che s’innalzava in maniera innaturale nel mezzo di un’immensa prateria. Mountoor era una specie di cono gigantesco fatto di roccia, privo di strade o mulattiere. La caverna dove dimorava il leggendario Gigante si apriva a metà della sua altezza, ma solo gli uccelli potevano raggiungere quel pertugio scuro nella roccia. La bruma si era alzata ed oscurava la visuale della parte superiore della montagna, ma alzando gli occhi Rivier poté individuare facilmente l’entrata della grotta.
«Possiamo accamparci qui…» dichiarò il mago, scendendo dal cavallo. I ragazzi e Misar obbedirono con aria assente, Nicon invece rimase in sella al suo destriero insieme ai suoi compagni. Il luogo scelto da Rivier era uno spiazzo di prateria relativamente sgombro a un migliaio di passi dalla roccia che incombeva su di loro. Erano nel mezzo a due accampamenti Arcon appartenenti a due comunità apparentemente gioviali e pacifiche, i Taruon, maestri vasai, e i Lambadi, che vestivano abiti sgargianti e amavano la musica.
«Voi restate con gli altri, io perlustrerò la zona…» disse il capo della gilda ai due uomini, poi rivolse all’Elenty uno sguardo d’intesa e si dileguò al galoppo.
«Dove va?» chiese Tzadik al mago.
«Ad assicurarsi che il suo nemico non sia già qui…» rispose Rivier. Poi iniziarono ad allestire il campo.

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Published in: on giugno 10, 2011 at 10:29 am  Comments (1)  
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CAPITOLO 13: La non-scelta

PREVIOUSLY ON LIMBO…

Jade degli Arceri Rossi è un Keeper, protettore degli oggetti sacri di Seidon. Insieme a Misar e il gigante Yumo, si reca presso la Gilda di Nicon, dove conosce il giovane Tzadik…

…nel frattempo il mago Rivier e il suo apprendista Mylo vengono catturati dai Testimoni di Seidon, fanatici religiosi pronti a muovere battaglia contro gli eretici della Gilda di Nicon. Una volta che i due prigionieri sono condotti al cospetto del primo ministro Tawares, vengono misteriosamente rilasciati…

…segretamente i due maghi fuggono dall’accampamento per andare ad avvertire Nicon dell’imminente battaglia…

…lo scontro tra i Testimoni di Seidon e la Gilda di Nicon esplode inevitabilmente sulle pianure del vespro. Il risultato della battaglia è incerto quando la torre galleggiante di Sawar irrompe sul luogo dello scontro…

…i Testimoni di Seidon si ritrovano a combattere fianco a fianco con gli uomini della gilda, per difendersi dalle orribili creature al servizio dell’Elenty corrotto. Quando ormai la battaglia sembra irrimediabilmente volgere a favore di Sawar, il sole improvvisamente si oscura decretando l’inizio dell’emersione…

… Nicon approfitta della distrazione causata dall’eclisse per infilzare l’Elenty malvagio, il cui corpo viene poi condotto poi lontano dalla battaglia dalla sua compagna Davinia.


CAPITOLO 13
La non-scelta

Il fuoco scoppiettava ma non metteva allegria. La notte era calata sulle praterie, ma i cavalieri continuavano a morire. Le belve non rispondevano più al loro capo, ma continuavano la loro missione di morte. Nicon, in piedi davanti al fuoco, guardava dentro le tenebre in direzione del campo di battaglia. Un urlo portato dal vento si alzò nel silenzio di morte. Poteva essere un suo compagno, oppure un Testimone di Seidon. Poco importava. Un altro Arcon moriva per la follia dell’Elenty corrotto. Sperava con tutto se stesso di averlo infilzato per bene, ma qualcosa gli diceva che Sawar era ancora vivo.
Erano rimasti pochi. Erano rimasti loro, perché anche nelle rappresentazioni fittizie il destino gioca le sue carte. La fine di Limbo si avvicinava, o forse si trattava di un nuovo inizio. Ognuno di loro sapeva di essere il tassello di quel disegno.
Dopo che Davinia si era allontanata insieme al suo amante, il capo della Gilda era tornato dalla ragazza Keeper e dagli altri. La battaglia infuriava a una cinquantina di passi di distanza, ma l’eclisse aveva gettato un’ombra sul campo. Tornare a combattere era una follia, ma Nicon non se la sentiva di abbandonare i suoi compagni.
«Non andare…» lo ammonì Rivier. L’Arcon gli rivolse uno sguardo carico d’odio.
«Taci Elenty!» rispose. E spronò il cavallo verso la battaglia.
Ma in quel momento due cavalieri della Gilda sbucarono dalle ombre. Uno di loro era ferito.
«Signore, sei ancora vivo! Pensavamo di averti perduto!» disse uno.
«Non c’è più niente da fare laggiù. Quei dannati mostri riescono a vedere anche al buio…» aggiunse il secondo cavaliere, tenendosi un braccio sanguinante.
Così si erano allontanati dal campo di battaglia, ma si trovavano ancora sulle pianure. Le montagne distavano una mezza giornata di viaggio. Le avrebbero raggiunte il giorno seguente, per poi proseguire in direzione della montagna sacra. Tutto ormai convergeva laggiù.
Avevano montato due tende, quella della ragazza Keeper e quella del mago. Le avrebbero divise insieme ai tre uomini della gilda superstiti e al ragazzo di nome Tzadik. I due cavalieri si chiamavano Amhed e Lagoon. Il secondo, quello ferito, era stato medicato dallo stesso Nicon dopo essersi accampati. Sedeva adesso vicino al fuoco insieme a resto della compagnia.
«Che succederà adesso?» domandò la ragazza.
Passarono alcuni istanti. Nessuno sembrava volere rispondere a quella domanda. Fu Rivier a rompere il silenzio. L’Elenty aveva recuperato parte delle forze, ma l’eclisse lo aveva cambiato. Mylo era stato il primo ad accorgersene. D’improvviso era come se riuscisse a leggergli negli occhi tutti i cicli della sua longeva esistenza.
«Dobbiamo raggiungere la montagna sacra. Devi consegnare l’oggetto, come ti è stato incaricato.»
«Ma se le leggende degli Arcon sono solo delle novelle per bambini, che importanza può avere ormai?»
«Infatti, vecchio! Che importanza può avere ormai!» Era la voce di Nicon, carica di rabbia. Con lunghe falcate si avvicinò agli altri.
Allora Rivier si alzò in piedi e a tutti sembrò diverso. Lo stesso Nicon provò compassione per lo stregone. C’era una strana rassegnazione nel suo sguardo. Gli Arcon non erano in grado di capire quello che il vecchio stava passando, ma riuscirono a intuire la mole del suo dramma.
«Avete ragione, non ha nessuna importanza per voi Arcon. Non c’è nessuna ragione per la quale dovreste fare quello che vi è stato ordinato di fare. In realtà non esiste una ragione neanche per gli Elenty, perché anche noi siamo stati ingannati. Siamo tutti sulla stessa barca, una barca di nome Limbo, una barca che presto affonderà.
«Eppure non trovo alcun motivo logico per rimanere inerti. L’esistenza di Limbo volge inesorabilmente verso questo evento. L’eclisse ha innescato dei meccanismi che porteranno un cambiamento. Forse non in questo mondo, ma sicuramente in un altro. Vi chiedo di fidarvi di me? Ebbene si, vi chiedo questo. È  il disegno che ci è stato cucito addosso, chiamatelo pure destino se vi va. Non esiste nessun altro motivo.
«Le vite che dimorano negli oggetti di famiglia vivranno ancora, in un mondo apparentemente più di reale di questo, una realtà fatta di atomi e non di impulsi. Ma forse capiranno che la vita può evolversi sotto molte forme, e malgrado tutto anche quelle degli Arcon sono esistenze che valgono la pena di essere vissute.
«Noi non possiamo chiedere a queste entità che lasceranno il nostro mondo di salvarci, ma forse sono la nostra unica possibilità di salvezza. Per questo dobbiamo raggiungere la montagna sacra. Per questo tu, Jade figlia di Ethan consegnerai il medaglione al Guardiano di Mountoor, e tu Nicon combatterai nuovamente Sawar, come è scritto nei sogni del tuo allievo. Si, egli è ancora vivo e non vede l’ora di vendicarsi. Farà tutto ciò che è in suo potere per sabotare l’Emersione. Noi saremo là ad attenderlo.»
Nicon strinse i pugni e maledisse per l’ennesima volta l’Elenty corrotto. Lo stregone diceva che era ancora vivo, ed era difficile non credergli. Guardò i suoi due uomini, tutto ciò che rimaneva della gilda, insieme al ragazzo. L’avrebbero seguito ovunque, ma nei loro occhi lesse il desiderio di accompagnare lo stregone e gli altri. Le decisioni della gilda erano sempre unanimi.
«E sia» sussurrò, volgendo nuovamente le spalle al fuoco. Altre grida si alzarono dall’oscurità. Li aspettava una lunga notte…
«Tornerà la luce?» domandò Mylo. Dall’avvento dell’eclisse i cieli di Limbo non si erano ancora rischiarati, ma ormai erano a metà dell’ottavo margine, il primo della notte.
«Non ne sono certo» rispose Rivier, «ma credo che tornerà. L’eclisse è durata quasi un intero margine, e poi è arrivata la notte. Immagino che domani il sole ritornerà a splendere, ma è tutto molto incerto. Non so davvero cosa aspettarmi…»
«Non sarà facile muoversi verso la montagna sacra nell’oscurità. Ci potremo impiegare un’intera stagione, se i miei calcoli non sono errati.» Era stato uno dei due cavalieri a parlare, Lagoon.
«Potremo sempre attingere a qualche espediente magico, ma forse daremo troppo nell’occhio» ribatté Mylo.
«Assolutamente no» ammonì Rivier. «Sawar non è l’unico pazzo in circolazione, ricordatelo. È solo il più pericoloso! Ci sono diversi Elenty che non apprezzano quello che sta per accadere, e poi naturalmente ci muoveremo attraverso le zone selvagge, abitate da bizzarri Arenty.»
«Le lande del disordine…» precisò Amhed.
«Che cosa sono?» domandò Jade.
«Si estendono per molti giorni di viaggio attorno alla montagna sacra. Le abitano i Troll delle sabbie e altre assurde creature. Ci sono passato una volta, e posso considerarmi fortunato a parlarne.»
Il cavaliere scosse la testa, riattizzò il fuoco e cambiò posizione. Per quella sera nessuno aveva più voglia di parlare. Il gruppo organizzò i turni di guardia e si preparò per la notte. Non vennero disturbati, anche se le urla dei morenti tormentarono i loro sonni fino allo spuntare delle prime luci del nuovo giorno. L’eclisse era terminata.

FINE DEL PRIMO LIBRO

Scarica l’illustrazione in alta definizione

Published in: on febbraio 19, 2010 at 9:58 am  Comments (2)  
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