LA PROMESSA DI SAWAR

«Perché non può venire con me?»
«Mi spiace ma lo screen di suo figlio non mostra i requisiti necessari per prendere parte al progetto Limbo.»
L’uomo guardò con odio la programmatrice. Lei rimase impassibile.
«Che ne sarà di lui?»
«Parteciperà ad un programma alternativo. Limbo non è l’unica arca della salvezza, questo lo sa anche lei.»
«Si ma… potrò rivederlo?»
«Chissà, forse un giorno…» ma la voce della donna era gelida, priva di emozioni.
L’uomo abbracciò il ragazzo.
«Thomas, ti prometto che ci rivedremo» disse. Poi si addormentò, e sognò di chiamarsi Sawar.
Fu quella promessa non mantenuta a trasfigurargli l’anima.

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Published in: on aprile 16, 2010 at 7:02 am  Lascia un commento  
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CAPITOLO 17: Il Vampiro di Limbo

PREVIOUSLY ON LIMBO

L’eclisse ha annunciato il tempo dell’Emersione. Gli Arcon credono che consegnando al Guardiano di Mountoor, la montagna sacra, gli oggetti sacri di Seidon, il vecchio mondo tornerà e Limbo smetterà di essere una terra cangiante ed instabile. Gli Elenty, maghi immortali primordi, sanno che la verità è un’altra. L’Eclisse è la campana che segna la fine del lungo tempo di attesa dentro Limbo, un mondo virtuale costruito per conservare l’eredità dell’umanità perduta.

Solamente gli Elenty e le loro copie conservate negli oggetti sacri saranno in grado di lasciare Limbo. Gli Arcon, essendo entità digitali fittizie, non potranno in alcun modo uscire dal loro mondo.

Accanto a Misar e a Jade, la ragazza Keeper protettrice di un oggetto sacro, si sono uniti nuovi compagni di viaggio; Nicon e il giovane Tzadik, più due superstiti della Gilda, e poi Mylo e il mago Elenty Rivier. Insieme dovranno attraversare le Lande del Disordine per raggiungere la montagna sacra.

Sawar, il delirante demolitore di Limbo, ferito dalla spada di Nicon, è vegliato dalla compagna Davinia, nelle grotte rigeneratrici dei Sewolf. La sua vita è appesa a un filo, ed il tempo è l’unica medicina che potrà salvarlo.

Presto la nuova illustrazione di Charles Huxley.

CAPITOLO 17 : Il Vampiro di Limbo

L’unità di controllo aveva fatto partire il programma di deframmentazione, anche se il tempo non era quello giusto. Solo un evento eccezionale era in grado di rompere il ciclo. Wirlock sentì ricomporsi la sua anima, ancora una volta… No, non era un comune Elenty. Era un inganno, un’ombra, o come amava raffigurarsi anche attraverso l’avatar che indossava… un vampiro. Il vampiro di Limbo.
Aprì gli occhi, li mosse lentamente verso una delle quattro finestre di vetro spesso che davano sui fondali del mare infinito. La luce nella Guglia era soffusa, un riverbero turchese che proveniva dalla plancia di controllo. Fuori le ombre degli enormi squali a guardia della torre passavano con intermittenza davanti alle vetrate.
Il corpo di Wirlock era adagiato in un cofano. L’aveva disegnato lui, perché la letteratura vampiresca era stata una delle sue passioni adolescenziali. Ricacciò per l’ennesima volta il senso di colpa che lo ghermiva. Aveva ingannato i suoi compagni che come lui credevano nel progetto Limbo. Gli altri sette della Guglia si erano lasciati morire, come da patto, dopo la fine del primo ciclo. Limbo sembrava procedere nel migliore dei modi, nonostante gli Elenty ribelli. Gli altri programmatori confidavano nel grande disegno e nell’equilibrio delle molteplici parti. Era una teoria affascinante, ma Wirlock sentiva un irrefrenabile bisogno di avere tutto sotto controllo. In gioco vi era la razza umana, dopotutto…
Le informazioni incominciarono a riversarsi nella sua coscienza digitale ancor prima che il suo corpo riuscisse ad alzarsi da quel giaciglio di vampiro. Non poteva crederci. Il tempo era giunto. L’eclisse aveva annunciato l’avvento dell’Emersione… Provò a muovere un dito, ci riuscì appena… Cercò di contenere il tumulto che lo invadeva. Doveva dare al programma il tempo di fare il suo lavoro, dopo di che avrebbe preso in mano la situazione e guidato il grande progetto Limbo verso il suo trionfale successo.
Qualcuno era fuori. Qualcuno era sopravvissuto, o si era evoluto, o forse una nuova forma di intelligenza aveva scoperto il segreto della Rete di Hope. L’uomo poteva ancora salvarsi…
Sbatté violentemente le palpebre, riuscì a sollevare di qualche centimetro la testa. Le fauci spalancate di uno squalo gli sorrisero da oltre una vetrata. C’era qualcosa che non andava. Il suo avatar era immobile ma la sua mente poteva già viaggiare dentro il telaio di quel mondo virtuale che lui, forse più di ogni altro, conosceva come le sue tasche. Proiettò la sua vista sopra Mountoor. La gente si stava già radunando attorno alla montagna sacra. Arcon, Arenty e qualche Elenty immortale, provenienti da ogni angolo di Limbo, si erano accampati non molto lontano dall’entrata delle grotte che portavano alla dimora del Guardiano della montagna. Nessuno ovviamente accennava ad avvicinarsi, perché tutti temevano il gigante. Gli avrebbe invitati lui ad entrare, forse… Wirlock poteva intuire la perplessità che aleggiava tra la gente. Vi erano alcuni Arcon che auspicavano l’inizio di un nuovo mondo, altri che invece erano scettici e si trovavano lì solo per curiosità. I pochi Elenty rimanevano appartati e non si facevano riconoscere. Un gruppo di Testimoni di Seidon profetizzava l’arrivo del loro dio. Vi erano anche dei Keeper con i loro oggetti sacri. Vagavano confusi alla ricerca di consigli, seguiti a vista dai loro protettori. Quasi tutti auspicavano che il Guardiano sarebbe apparso una volta che tutti gli oggetti sacri avessero raggiunto il luogo.
Ancora una volta Wirlock si mosse nel reticolato di quel mondo digitale. Vide il guardiano dormire il grande sonno, nella sua caverna dentro al cuore della montagna, e la cosa lo disturbò alquanto. L’eclisse avrebbe dovuto svegliarlo, invece… E poi il disegno presentava una serie di zone d’ombra. Impossibile capirne i dettagli, era solo una sensazione. C’era qualcosa che non andava, tutto qui…
Doveva muoversi. Doveva raggiungere Mnemonia al più presto, ma la mente non poteva bastare.  Aveva bisogno di riappropriarsi del suo avatar, uscire dalla Guglia e addentrarsi nel mondo dei ricordi, per capire il corso degli eventi e dipanare il velo da ogni mistero. Quel bisogno lo tormentava, lo divorava.
Una mano, quella destra… Adesso poteva muoverla. Un altro giorno e finalmente il programma avrebbe ripristinato totalmente la sua entità digitale. Laggiù, nei fondali del mare infinito, dove una torre di giada svettava solitaria circondata da dodici squali, l’ultimo programmatore del progetto Limbo attendeva il suo risveglio.

Published in: on aprile 9, 2010 at 12:21 PM  Comments (2)  
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L’UOMO DELLE MONTAGNE

La foresta non era sempre stata laggiù.
Ai tempi in cui la comunità dei Falconieri decise di stabilizzarsi nella Valle dei Canti, una larga striscia di terra ricca di alberi da frutto e ruscelli, vi era solo un paesaggio piatto ed incolore oltre la collina più alta, all’orizzonte del quale brillava violentemente un enorme sole azzurro.
Il padre di Diamond raccontava spesso di come un giorno di molti anni prima, salendo sulla collina per far volare il suo falco, aveva scoperto la grande foresta. Giunto in alto aveva guardato oltre la cresta e si era meravigliato davanti a quel mare ombroso di vegetazione che si estendeva fino a una lunga striscia di montagne dai picchi ameni e tinteggiati di bianco. Il sole azzurro doveva trovarsi oltre quella nuova catena montuosa, e il cielo riverberava di argento sopra quel paesaggio appena coniato. Questo era Limbo, un mondo in continuo cambiamento, dove le terre scivolavano via sotto i piedi degli uomini come il tempo sulle loro pelli.
Diamond aveva investito la carica di Cacciatore del Villaggio da qualche giorno, ma ancora non era mai uscito oltre la valle per il suo nuovo incarico. La foresta però la conosceva bene, perché per molti anni era stata il suo rifugio ed il suo posto speciale. Vi si recava quando la solitudine lo attanagliava, mettendo a nudo la sua scomoda condizione di giovane erede al Guanto Dorato di capo del villaggio. Era la carica che suo padre aveva in serbo per lui e non poteva rifiutarla.
Ereditare le responsabilità di una comunità intera non era cosa da poco. I Falconieri contavano oltre duecento elementi, compresi donne e bambini, e organizzare la prossima migrazione sarebbe stato il suo più grande compito, il compito di ogni capo delle decine di comunità nomadi di Limbo.
Quando il sole rosso che determina la fine del mondo fosse apparso all’orizzonte, sarebbe giunto di nuovo il tempo di migrare verso il sole azzurro, alla ricerca di una nuova terra sulla quale fondare il villaggio. Il pensiero di quella grossa responsabilità lo faceva spesso sentire solo nell’insicurezza di non sentirsi all’altezza di quell’incarico.
Mentre quei pensieri turbinavano nella sua mente, si ricordò del suo amico falco che cacciava sopra le alte chiome della foresta. Scrutò lo squarcio di cielo dalla radura nella quale era giunto ma non vi era traccia dell’uccello. Vide però del fumo librarsi dal fianco della montagna più vicina, segno inconfondibile della presenza di un viaggiatore poco avveduto. Era infatti risaputo che la catena montuosa oltre la Valle dei Canti era azzardata e priva di sentieri facili, e una leggenda parlava anche di uomo solitario e pericoloso che si aggirava con misteriosi intenti tra i boschi e le nevi perenni di quei rilievi. I Falconieri evitavano accuratamente le montagne, e i viaggiatori saggi sapevano che vi erano strade migliori per attraversare quel territorio.
Diamond chiamò il suo falco con tre acuti suoni del fischietto che teneva appeso al collo, una sequenza di note che era il tipico richiamo dei Falconieri. Attese qualche istante, mentre il silenzio della foresta lo sovrastava, e si guardò attorno, aspettandosi di veder sopraggiungere da un momento all’altro il suo amico alato. Ma non accadde niente.
Con l’agilità di uno scoiattolo il ragazzo incominciò ad arrampicarsi su un albero che sporgeva la chioma oltre il tetto della foresta, e giunto abbastanza in alto da poter gettare lo sguardo in ogni direzione, soffiò tutto il fiato che aveva nei polmoni dentro l’imboccatura del fischietto. Il falco però continuava a non rispondere al richiamo. Scrutando il cielo giallo sopra la foresta, Diamond si accorse che nessun uccello vi volteggiava, nessuna nuvola lo attraversava, e il sole era scomparso, fuso insieme al cielo stesso per dare vita a quell’intensa luminosità dorata.
Significava che si stava facendo tardi e che il quinto margine del giorno era passato da tempo. A casa i suoi genitori lo stavano già aspettando, ma non poteva tornarsene al villaggio senza il suo amico alato. Sarebbe stato un grande disonore per qualsiasi falconiere, figuriamoci per l’ereditario del Guanto Dorato.
Continuò a fischiare seduto sul ramo del gigantesco albero, sperando di scorgere un movimento, un segno della presenza del suo amico. Un grido squarciò il silenzio della foresta. Diamond sussultò e per poco non perse la presa che lo teneva aggrappato al ramo. Era sicuramente il richiamo del suo falco, e sembrava provenire dalla montagna, dove continuavano a librarsi nell’aria le nuvolette di fumo del bivacco del viandante. Con due agili salti Diamond atterrò sul sentiero e senza perdere tempo si diresse verso la montagna, verso il richiamo dell’uccello che presagiva un pericolo.
Giunto ai piedi dell’altura si accorse che la foresta continuava a ricoprire il terreno per quasi l’intero fianco della montagna, ma appena il sentiero incominciò a inerpicarsi tra le rocce e la vegetazione, questi si perse in una piccola radura priva di sbocco. Alzò gli occhi al cielo che perdeva lentamente il suo colore dorato per farsi scuro e buio. Adesso Diamond temeva di non riuscire a tornare a casa se l’imprevedibile notte di Limbo fosse sorta senza luna e senza stelle.
Usò nuovamente il fischietto nella speranza di un qualche risultato. Da quella radura poteva solo tornare indietro per il sentiero dal quale era giunto, oppure tentare la sorte verso una direzione casuale dentro la vegetazione, una decisione che poteva farlo smarrire nelle viscere della foresta. Ora non temeva solamente per la sorte del suo amico falco ma anche per la sua. Gli tornarono in mente le storie sull’uomo delle montagne, lo strano tizio che si aggirava da quelle parti senza una meta apparente, un mago secondo alcuni, un pazzo secondo altri. E se fosse stato il suo fuoco quello che aveva intravisto dalla cima dell’albero?
Ad un tratto la temperatura sembrò calare vertiginosamente, ma il fenomeno durò solo qualche secondo. Poi il paesaggio attorno al ragazzo crepitò di elettricità, un effetto ottico che fu subito accompagnato da una melodia inafferrabile, uno di quei rari fenomeni chiamati Canti di Limbo, musiche provenienti da remote dimensioni che affioravano nell’aria nei momenti più strani. La melodia durò meno di un minuto, spegnendosi con una nota lunga e grave, poi tutto sprofondò nel silenzio. Un attimo dopo Diamond avvertì un movimento alle sue spalle tra i cespugli, ma era come pietrificato e per un istante non riuscì a muovere un dito. Poi, come scosso da una forza interiore sconosciuta, girò su stesso sfoderando il coltello che teneva appeso alla cintura, un regalo del padre per la sua nuova investitura.
Davanti ai suoi occhi lo sovrastava una figura imponente.  Aveva il volto come scolpito nella roccia, ed occhi che sprofondavano in un precipizio di assurde conoscenze. Quando lo sguardo del ragazzo incrociò quello dell’uomo, una baratro di follia si aprì sotto i suoi piedi. Diamond vide riflesso negli occhi dell’uomo una vita lontana milioni di ere. Sembrava che l’intera figura, alta una spanna più di lui, emanasse una strana fluorescenza. L’uomo delle montagne era muto, ma parlava con gli occhi.
«Ragazzo, che pena mi fa la tua vera natura, la tua sola bugia…»
Le parole dell’uomo non avevano suono, eppure la mente di Diamond riusciva a percepirle. Quale fosse il loro significato non avrebbe mai potuto intuirlo. Il ragazzo si voltò di scatto e si gettò nella foresta, alla ricerca di quel sentiero che lo avrebbe ricondotto a casa. Udì il suono di un ghigno rimbombare dentro la sua testa, come se lo straniero ridesse di lui e della sua vigliaccheria. Il sentiero si era fatto liquido sotto i suoi piedi, ed ignorava il dolore dei rami che gli sferzavano la faccia. Diamond era lanciato in una folle fuga lontano da quell’uomo, e di sicuro non si sarebbe neanche voltato un momento se i suoi pensieri non fossero andati all’amico falco. Non fu la paura di essere disonorato per la perdita dell’animale che lo fece fermare, ma la genuina preoccupazione per il suo fedele amico. Diamond frenò la sua corsa appigliandosi ad un ramo e voltò lo sguardo verso la radura appena lasciata. Lo straniero era ancora laggiù e stringeva qualcosa nella mano, qualcosa che si dimenava gridando; il suo falco.
«Lascia andare il mio falco!»
Diamond sentì gridare queste parole dalla sua bocca, una reazione che lo sorprese profondamente. Provò a pensare a come uscire da quella situazione, ma si accorse di non avere nessuna possibilità. L’uomo che aveva davanti era sicuramente un mago e la sua vita era ormai nelle sue mani. Poteva solo continuare a fidarsi di quell’istinto che lo aveva fatto fermare e urlare quelle parole. Lo straniero rise nella sua testa, ma il suo volto era sempre di roccia.
«Hai coraggio, piccolo Arcon. Chissà che strana derivazione sei? Potresti essere addirittura mio parente?»
Ancora una volta quelle parole attraversarono la mente di Diamond senza lasciare traccia. Il ragazzo non aveva la minima idea di cosa stesse dicendo lo straniero.
«Non so di cosa state parlando. Io sono solo un Falconiere della valle, e quello è il mio falco. Lasciateci andare!»
L’uomo avvicinò al suo volto l’uccello che si dimenava.
«Rivuoi il tuo amico?» Domandò l’uomo nella testa del ragazzo. «Ecco qua!»
Con un rapido movimento del braccio lo straniero scagliò l’animale verso Diamond che lo vide congelarsi nell’aria, paralizzato da qualche strana magia, e atterrare ai suoi piedi con un rumore di vetri spezzati. Incredulo il giovane Falconiere vide il suo falco andare in frantumi.
Se la follia non lo colse davanti a questa visione, per poco non ci riuscì quando la risata dell’uomo attraversò nuovamente la sua testa. In quel momento la foresta incominciò a girare e Diamond si ritrovò disteso sopra i pezzi di vetro sparsi sul sentiero. Due notti caddero in quel momento, quella di Limbo sul paesaggio e quella del ragazzo nella sua mente.
Quanto di tutto ciò fosse stato un sogno oppure no lui non riuscì mai a capirlo. Diamond venne svegliato la mattina dopo dal punzecchiante becco del suo amico. Ripercorse il sentiero fino alla Valle dei Canti, trascinando due gambe pesantissime e tenendosi una testa dolorante tra le mani.
Da allora si tenne molto distante dalle montagne, ma ogni volta che visitava la foresta gettava lo sguardo verso di quei rilievi, cercando il segno di un bivacco, una traccia di fumo nel cielo. E a volte succedeva che vi era davvero qualcuno lassù che alimentava un fuoco, probabilmente un viandante poco avveduto, un nomade sulla strada sbagliata, oppure…

Norg – agosto 2006

Published in: on aprile 2, 2010 at 8:36 am  Comments (2)  
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CAPITOLO 16: Davinia

PREVIOUSLY ON LIMBO

L’eclisse ha annunciato il tempo dell’Emersione. Gli Arcon credono che consegnando al Guardiano di Mountoor, la montagna sacra, gli oggetti sacri di Seidon, il vecchio mondo tornerà e Limbo smetterà di essere una terra cangiante ed instabile. Gli Elenty, maghi immortali primordi, sanno che la verità è un’altra. L’Eclisse è la campana che segna la fine del lungo tempo di attesa dentro Limbo, un mondo virtuale costruito per conservare l’eredità dell’umanità perduta.

Solamente gli Elenty e le loro copie conservate negli oggetti sacri saranno in grado di lasciare Limbo. Gli Arcon, essendo entità digitali fittizie, non potranno in alcun modo uscire dal loro mondo.

Accanto a Misar e a Jade, la ragazza Keeper protettrice di un oggetto sacro, si sono uniti nuovi compagni di viaggio; Nicon e il giovane Tzadik, più due superstiti della Gilda, e poi Mylo e il mago Elenty Rivier. Insieme dovranno attraversare le Lande del Disordine per raggiungere la montagna sacra.

Rivier sa che Sawar, il delirante demolitore di Limbo, è ancora vivo. Dopo essere stato trafitto dalla spada di Nicon, è stato portato in salvo dalla sua compagna Davinia. Nel suo sogno infatti, Tzadik continua a vedere il suo maestro fronteggiare il malvagio mago.

Presto la nuova illustrazione di Charles Huxley.

CAPITOLO 16: Davinia

Davinia osservava il movimento delle onde cercando di decifrarne la costante, il valore attorno al quale il programma casualità riusciva a ricreare quel movimento continuo ed apparentemente diverso ad ogni riflusso. Dipanare il velo di Limbo la faceva stare meglio, o forse peggio, non sapeva neanche più lei. Quando venne a conoscenza dell’inganno dei Frame, molti cicli prima, come altri Elenty si era sentita tradita e aveva cercato di sedare questa sua rabbia disprezzando il mondo di cui era prigioniera. Rivelarne le sua falsità le dava una strana soddisfazione, ma col tempo questo stupido gioco percettivo era degenerato in una sorta di una pratica masochista. Perché la verità che si celava dietro le mille bugie di Limbo faceva sempre male.
Annoiata da quello stupido gioco, smise di contare le onde e si perse nell’orizzonte vago del mare infinito, un programma obsoleto che si basava sul vecchio gioco dello specchio riflesso. I Sewolf, le creature che li avevano ospitati presso le loro sgargianti grotte sotto le scogliere, veneravano e temevano il grande oceano. Ma lei sapeva bene che non c’era niente da temere laggiù, a parte forse i Divoratori di Rimorsi, alle porte di Mnemonia. Molte stagioni prima la torre galleggiante del suo compagno si era avvicinata alla breccia che conduceva dentro Mnemonia, ma i Veggenti avevano intimato loro di fermarsi. Sawar era un tipo risoluto ma non avventato. Lasciò quei luoghi fuori dal tempo, al largo dell’oceano, e decise di non farvi più ritorno. In effetti non c’era nulla laggiù che potesse interessargli.
Il settimo margine stava per terminare. Erano passati tre giorni dalla battaglia sulle pianure del vespro, e dall’eclisse che aveva annunciato l’Emersione. La ferita di Sawar aveva smesso di sanguinare, ma l’Elenty era debole e non ancora cosciente. I Sewolf li avevano accolti con freddezza, ma non avevano rifiutato loro un aiuto che sarebbe risultato fondamentale. Le loro caverne, disseminate di ogni sorta di cristalli, formavano spettacolari volte multicolori. Non erano dei semplici LAS, programmi struttura. Quei luoghi avevano il potere di rigenerare i programmi vita, ricostruendo pezzo per pezzo, dato per dato, le entità digitali. Il corpo di Sawar era stato adagiato su di un letto di quarzi rosati, che pulsavano come se fossero vivi. I Sewolf conoscevano lo stregone e la sua compagna, sapevano il male che avevano causato, eppure li avevano condotti senza esitazione attraverso i tunnel segreti della loro città sotterranea, fino al cuore di roccia di quel luogo incantato. Per quale motivo avevano fatto tutto ciò? La domanda assillava Davinia. L’immortalità l’aveva resa impassibile alle emozioni, ma gli eventi degli ultimi giorni l’avevano fatta sentire come non si era sentita da molto tempo. Era come se si fosse riappropriata di una parte della sua umanità perduta.
Lussuria, ricerca sfrenata del piacere, curiosità, sfida, caos, quelli erano stati i suoi interessi per un tempo tremendamente lungo. Anche l’amore sincero che provava per il suo compagno era degenerato in un gioco di perversioni, falso quanto il mondo di cui entrambi erano prigionieri. Ma forse il loro inappagamento non aveva niente a che fare con Limbo… avvertì una sensazione di vuoto, di paura. La visione di quell’orizzonte cangiante le aveva fatto venire la nausea.
Sarebbe rientrata per vedere come stava. Non era ancora riuscita a riconnettersi con lui. L’aveva cercato nella stanze nelle quali amavano entrambi perdersi durante i loro giochi erotici, sfuggenti intercapedini della struttura di Limbo. Lui non c’era. La lama di Nicon aveva colpito in profondità, tranciando la maggior parte dei codici vitali che permettevano la sopravvivenza di un’entità digitale. Sawar viveva ancora in frammenti, ma al momento non si trovava in alcun luogo, altrimenti lei sarebbe riuscita a trovarlo.
Volse le spalle al mare e si diresse verso l’entrata delle caverne. In quel momento una figura massiccia, vagamente umanoide e ricoperta da una folta pelliccia dai riflessi bluastri, le venne incontro. Si chiamava Gur-Nath ed era il capo della comunità di Sewolf che avevano offerto loro aiuto. Portava una grossa spada al fianco, forgiata da lui stesso. Era risaputo che quelle creature fossero degli esperti fabbri e costruissero armi bellissime e micidiali.
«Ancora nessun segno?» domandò lei, alludendo al suo compagno. Lui la guardò dall’alto verso il basso, con fierezza, nonostante riconoscesse il potere che albergava dentro la donna Elenty.
«No, e non credo che ve ne saranno nei prossimi giorni» rispose lui con voce asciutta.
«Che vuoi dire, pelle blu?» Era un modo dispregiativo per rivolgersi ai Sewolf. Nonostante il tumulto emozionale di cui era vittima, Davinia sentiva il bisogno di continuare ad interpretare il suo ruolo di incantatrice senza pietà.
«I cristalli hanno bisogno del loro tempo e la rigenerazione non avviene in maniera costante. Inoltre l’uomo, oltre ad essere gravemente ferito, è anche un mago molto potente.»
«E questo cosa significa?»
«I cristalli lavorano ancora più lentamente con i soggetti più anziani, e il vostro compagno sembra aver vissuto una vita ben più lunga del normale.»
Ma certo, che stupida, pensò Davinia. Lei era forse l’Elenty che meglio conosceva il sistema con cui era stato edificato Limbo. Aveva lavorato per tre anni nella rete di Hope, l’associazione che aveva sviluppato il progetto. L’Arcon dalla pelliccia blu non avrebbe mai capito, ma esisteva una ragione ben precisa per la quale le creature più vecchie avevano bisogno di più tempo per rigenerarsi. Ogni essere vivente di Limbo non era altro che un programma, definito da una catena più o meno lunga di impulsi. Nel sistema questa sorta di equazione andava a riempire i dischi di memoria-vita. Le esperienze di vita allungavano questa catena, appesantendo il programma. La quantità di informazioni digitali che rappresentava Sawar, con tutte le sue conoscenze e le esperienze accumulate durante i dodici cicli di permanenza in Limbo, doveva occupare una larga porzione di quei dischi. I cristalli lavoravano sull’intero programma vivente, per questo necessitavano di molto più tempo del normale per riuscire a ripristinare gli impulsi tranciati.
«Passerò ugualmente a vederlo…» disse lei, dirigendosi verso le grotte. Gur-Nath rimase immobile ad osservare il mare.
«Lo ami, vero?» chiese.
Davinia si sentì avvampare. Si fermò voltandosi, pronta a colpire l’Arcon alle spalle e a punirlo per la sua sfacciataggine. Invece rimase aggrappata a quella domanda.
«Non sono affari tua…» rispose. Tornò sui suoi passi e scomparve tra le ombre delle caverne.
Le onde continuavano a ritirarsi seguendo un ritmo preciso, falsamente casuale. Un tuono brontolò lontano e una musica d’archi lo seguì da presso.  Gur-Nath sorrise e ascoltò estasiato quel nuovo canto di Limbo, mentre il settimo margine sfumava nella notte.

Published in: on marzo 26, 2010 at 11:41 am  Comments (2)  
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APPENDICI IV

4.10. I CIELI DI LIMBO

I Cieli di Limbo sono molteplici e cambiano a seconda dello scenario in cui ci si trova. Limbo non rispetta regole fisiche, temporali o meteriologiche come il mondo reale. Luce, umidità, temperatura e venti sono relativi ai paesaggi e gradualmente cambiano insieme a questi. Ecco allora che si potranno avere pianure piovose accanto a montagne assolate, e oltre queste declivi notturni illuminati da una luna rossa.

4.10.1. LA BIBLIOTECA VOLANTE

Nei cieli multicolori di Limbo si trova la Biblioteca Volante, isola galleggiante non appartenente alla struttura di Limbo e per questo libera di spostarsi in ogni dove. Gli Aviatores, popolo Arenty dall’aspetto fuggente, alti e vestiti in  nero con lunghi capelli bianchi, custodiscono i segreti della biblioteca e guidano l’isola galleggiante attraverso lo spazio e il tempo di Limbo. La grande piattaforma sulla quale si erge la biblioteca ha un diametro di circa un chilometro ed è ricoperta dalla vegetazione. Un bellissimo giardino ricco di rarità botaniche (vere e create dall’immaginazione dei programmatori, incluse terribili piante carnivore) circonda tre costruzioni di vetro scuro. Una custodisce la storia del mondo esterno, ma a nessuno è permesso consultarla ne’ accedervi. E’ superprotetta e neanche gli Aviatores sono autorizzati a consultare i suoi libri. Una seconda costruzione detiene la storia di Limbo e la bugia della sua natura (reale e organica a differenza di quella vera, fatta di byte e programmi). Questa è ovviamente accessibile a tutti. Infine la terza contiene i segreti della magia di Limbo ed è accessibile a pochi.
Gli Aviatores guidano l’Isola Volante attraverso la struttura di Limbo con il preciso incarico di consegnare al guardiano di Mountoor l’eredità del vecchio mondo al momento dell’Emersione.
Ogni tanto una misteriosa confraternita chiamata i “Veggenti di Mnemonia” compare sull’isola insieme a nuovi volumi per la grande biblioteca. Provengono dai remoti confini di Limbo alle porte di Mnemonia, la terra dei ricordi. Vivono su delle grandi navi e sono a guardia del passaggio verso quelle terre proibite.

4.11. IL GUARDIANO DI MOUNTOOR

Il Guardiano di Mountoor è un gigante immortale dalla pelle bronzea, un’Arenty di enorme forza e potere con il compito di proteggere l’accesso alle grotte che nascondono il portale esterno. Brandisce una grande ascia ed indossa un elmo di acciaio indistruttibile.
E’ sicuramente la creatura di Limbo più imponente. Egli vive per adempiere al suo compito. L’Emersione segnerà la fine della sua missione.

4.12. LE LINGUE DI LIMBO

La lingua ufficiale di Limbo è il Sint, un derivato di tutte le lingue conosciute. Si parlano però anche altri idiomi, estrapolazioni di conoscenze Elenty evolute da comunità Arcon, evoluzioni comunicative legate ai diversi gruppi sociali, codificazioni impostate da Limbo stesso.
Esiste poi la lingua dei maghi, chiamata anche “Bit”, derivata dai linguaggi degli stessi programmatori. Il Bit ha la capacità di alterare gli stessi programmi.

4.13. GLI SPETTRI DI LIMBO

Se un programma vivente viene ucciso è possibile che il sistema non lo cancelli del tutto. In tal caso rimane nel mondo virtuale una sorta di scia, di ombra dell’essere che fu. Questa creatura è chiamata Spettro o Draugur ed il suo principale intento è quello di penetrare un altro programma vivente e “possederlo” per prenderne il controllo.
Apparizioni fotocromatiche, squarci nei programmi struttura, suoni stridenti ingiustificati ed altre manifestazioni sono la prova della presenza di questi esseri.

“…nella foresta regnava l’oscurità, squarciata qua e là dai bagliori della luna sopra le chiome degli alberi. La temperatura era calata d’improvviso insieme al vento che frusciava e soffiava. Ora tutto taceva, tutto tranne che un suono acuto e distante, una melodia ripetitiva di tre note battute su uno strumento metallico: tin, tin, tin…
D’un tratto le radici di un enorme quercia incominciarono a risplendere di una luce argentata che pareva viva, e subito la fluorescenza percorse il tronco dell’albero fino a raggiungerne le alte fronde. L’apparizione durò pochi istanti e fu accompagnata da un leggero boato, poi tutto tornò come prima, e il vento riprese a cantare…”

Tratto da “Lo Spettro della Foresta”.

4.14. LA MUSICA IN LIMBO

La Rete di Hope si convinse che il patrimonio musicale dell’uomo dovesse fare da ossatura morale del mondo di Limbo, come se la presenza reale delle melodie più importanti della storia dell’uomo potessero armonizzare quell’universo virtuale. Per questo i programmatori disseminarono le canzoni del nostro mondo in ogni angolo di Limbo, e i programmi viventi  possono accedervi nelle situazioni più disparate; il profumo di un fiore, il raggiungimento della vetta di un monte, il gusto di una bacca, la scoperta di una caverna, l’ascolto di una conchiglia, il sonno presso un antico albero, la caduta di una foglia ecc.
Ovviamente Arcon ed Elenty svilupparono la volontà di riprodurre queste melodie che venivano percepite in ogni angolo di Limbo (i Canti di Limbo). Esistono menestrelli Arcon e menestrelli Arenty. Quest’ultimi hanno un impostazione musicale fin dalla nascita e un grande repertorio.

“…Mirror alzò gli occhi verso il cielo purpureo su cui brillava fievolmente la coda della Cometa Clessidra, mentre il vento del mare gli asciugava il sudore sulla fronte. Stringeva nella mano destra l’ascia insanguinata con la quale aveva appena decapitato il Troll delle Sabbie. L’elettricità della morte scivolava insieme al sangue sulla lama scura dell’arma. Il cielo si tinse di giallo per qualche istante, mentre una nube viola oscurava il sole del quinto margine.
Mirror riconobbe la sensazione arrivare. Era una melodia blasfema e tagliente, che cavalcava ritmi ancestrali, mentre il rullare dei tamburi si fondeva con le graffianti melodie di strumenti sconosciuti. Chiuse gli occhi per farsi riempire dalla sensazione. La morte cantava, e Mirror ne assaporava la suadente voce…”

Tratto dai “Misteri di Limbo”, in cui si narrano le avventure di Mirror, spirito libero schiavo di mille perché.

4.15. LE LANDE DEL DISORDINE

I Troll delle Sabbie sono creature Arenty molto pericolose. Il loro aspetto è umanoide e muscoloso, hanno una pelle gommosa e due fessure per occhi. Abitano le dune di sabbia e i deserti di Limbo, ed il loro cromatismo dorato li rende quasi invisibili all’interno del loro habitat. Si cibano dei vermi delle sabbie, altre creature terribili, manifestazioni virtuali del caos appartenenti alle recondite lande di Limbo.
Le Lande del Disordine sono una costante nel processo creatore dei programmi struttura. Stimolano nei programmi viventi la percezione del pericolo e del dolore allontanando il rischio del “baratro dell’appagamento”. Improbabili vegetazioni, ameni declivi, spaventose paludi sono gli scenari tipici di queste terre. Ogni programma vivente all’interno di Limbo conosce le orribili storie e leggende delle Lande del Disordine, e le favole che vengono raccontate ai bambini sono spesso originarie di quei luoghi oscuri.

“…Diamond vide riflesso negli occhi dell’uomo una vita lontana milioni di ere. Sembrava che l’intera figura, alta una spanna più di lui, emanasse una strana fluorescenza. L’uomo delle montagne era muto, ma parlava con gli occhi.
– Ragazzo, che pena mi fa la tua vera natura, la tua sola bugia…-
Le parole dell’uomo non avevano suono, ma la mente di Diamond riusciva a percepirle. Ma quale fosse il loro significato non avrebbe mai potuto intuirlo. Il ragazzo si voltò di scatto e si gettò nella foresta, alla ricerca di quel sentiero che lo avrebbe ricondotto a casa…”

Tratto da “L’Uomo sulla Montagna”, dicerie di un mondo lontano e di un esistenza fittizia. Il significato dell’Elenty e il mistero di una vita virtuale. Diamond è un ragazzo Arcon appartenente a una piccola comunità nomade di Falconieri. Un giorno, vagando presso le pendici delle montagne incontra Rivier, un Elenty immortale. Incomincia per il giovane un percorso di conoscenza che lo porterà davanti a sconcertanti rivelazioni sul significato dell’esistenza di ogni abitante di Limbo.

4.16. IL MARE INFINITO

Il mare di Limbo è un estensione infinita di un programma che si ripete, una sorta di paesaggio che si specchia in due specchi paralleli e viene riprodotto all’infinito. Il mare è una costante nella struttura di Limbo, ma a differenza di Mountoor non appartiene veramente alla geografia del mondo virtuale. E’ infatti una sorta di confine, un luogo sfuggente e pericoloso. Pochi lo navigano, a parte i Veggenti di Mnemonia, che hanno la loro flotta nei pressi del Vortice della Memoria, il passaggio da Limbo alle terre di Mnemonia.

CAPITOLO 15: Un destino non ancora scritto

PREVIOUSLY ON LIMBO

L’eclisse ha annunciato il tempo dell’Emersione. Gli Arcon credono che consegnando al Guardiano di Mountoor, la montagna sacra, gli oggetti sacri di Seidon, il vecchio mondo tornerà e Limbo smetterà di essere una terra cangiante ed instabile. Gli Elenty, maghi immortali primordi, sanno che la verità è un’altra. L’Eclisse è la campana che segna la fine del lungo tempo di attesa dentro Limbo, un mondo virtuale costruito per conservare l’eredità dell’umanità perduta.

Solamente gli Elenty e le loro copie conservate negli oggetti sacri saranno in grado di lasciare Limbo. Gli Arcon, essendo entità digitali fittizie, non potranno in alcun modo uscire dal loro mondo.

Accanto a Misar e a Jade, la ragazza Keeper protettrice di un oggetto sacro, si sono uniti nuovi compagni di viaggio; Nicon e il giovane Tzadik, più due superstiti della Gilda, e poi Mylo e il mago Elenty Rivier. Insieme dovranno attraversare le Lande del Disordine per raggiungere la montagna sacra,

Da un’altra parte Druge e la sua compagna Mila hanno appena scoperto un’amara verità: Druge, che si era sempre creduto un Elenty, è in realtà un Arcon.

Presto la nuova illustrazione di Charles Huxley.

LIMBO CAPITOLO 15: Un destino non ancora scritto

Le navi ripreso la rotta verso la Biblioteca Volante, leggiadre veleggiavano nel cielo come aquiloni, silenziose sparivano nella distanza, tra le nuvole ed i riflessi porporini dei cieli di Limbo. I tre erano stati riportati a terra, su un promontorio smeraldino puntellato di viole e di narcisi, e nel discendere verso valle si potevano scorgere alcuni ulivi antichi, anche se non potevano dirsi davvero antichi perché tutto il paesaggio era un mero disegno digitale insensibile al tempo. Druge guardò la sua compagna Mila e vi lesse nello sguardo sgomento e rassegnazione. Poi si volse verso il suo gemello che era stato Ryo, amico e compagno di spada.
«Chi diavolo è?» chiese, rivolto alla donna.
«Un Framemaker» rispose lei, con la voce rotta da un irrefrenabile senso di disperazione. «Ce li misero a nostra insaputa per copiare le informazioni digitali di noi Elenty e conservarle allo stato “puro”. Per non rischiare il rigetto d’identità, i Framemaker, una volta trasformatisi nella copia identica del soggetto, prendevano la forma di un prezioso monile. È così che furono creati gli oggetti di famiglia, quelli che gli Arcon venerano quali artefatti del loro dio Seidon.»
I due uomini si fronteggiavano, identici come un’immagine riflessa in uno specchio.
«Il rigetto d’identità avviene istintivamente in un Elenty» continuò la donna. «Trattandosi di un’entità unica, non può sopportare la presenza di una gemella. Gli Arcon furono creati ad immagine e somiglianza degli Elenty, ma vennero alterati alcuni loro codici per evitare il rigetto. I Framemaker però erano in grado di acquisire l’entità digitale e in un secondo tempo trasformarsi nella copia esatta dell’Elenty in una forma “congelata”, racchiusa dentro un oggetto. In questo modo l’Elenty non poteva sentire la presenza del suo doppione. Se parlo al passato è perché, a quanto sapevo, i Framemaker terminarono il loro lavoro di copiatura al termine del primo ciclo di Limbo, e credevo che non ne esistessero più…»
Druge avvicinò la mano all’elsa della spada, guidato dall’idea ingannevole che se si fosse convinto di essere in preda ad un rigetto d’identità, forse poteva ancora dirsi un Elenty. Come se avesse letto i suoi pensieri, il gemello fece il suo stesso gesto. “Che stupido”, pensò allora l’Arcon. “Non posso continuare ad ingannarmi. Io non provo nulla per questo uomo…”
«Non sapevo che i Framemaker potessero copiare anche gli Arcon. Credo che Ryo avesse una missione da compiere, come hanno detto i Veggenti, ed era quella di rivelare la tua vera natura… » proseguì Mila. «Ma tutto ciò è molto strano…»
«Perché?» chiese Druge, continuando a fronteggiare il gemello.
«Perché il disegno di Limbo fu chiuso molto prima della fine del primo ciclo, ed allora nessuno poteva sapere che gli Elenty, né tanto meno gli Arcon, sarebbero diventati immortali.»
«Che significa?»
Lei allora gli afferrò un braccio chiedendogli di guardarla. «Druge, amore mio, adesso mi è finalmente chiaro il motivo per il quale non riesci ad afferrare completamente il senso di Limbo. In passato ho temuto più volte che tu potessi essere un Arcon, non perché non ti saresti meritato il mio amore, ma semplicemente perché non avrei più potuto sperare in una vita diversa, fuori da questa prigione, insieme a te. Credevo che il tempo avesse eroso i tuoi ricordi, come la pioggia fa con la roccia, eppure tu mi parlavi dei sogni che facevi e di luoghi che ho visto soltanto fuori da Limbo. Ma adesso non m’importa più. Non voglio uscire, non m’interessa l’Emersione, voglio rimanere qui insieme a te, per sempre…»
Lui le cinse la vita e la tirò a se baciandola, riversando nella sua bocca tutta l’energia del suo amore, tutto il calore della sua passione.
«Tu devi uscire Mila! È il tuo destino…»
«No…» La donna non riuscì a trattenere le lacrime, combattuta dal desiderio di rivedere la luce del sole, quello vero, ed il bisogno di stare accanto all’uomo che amava.
«Cosa volevano dire le tue parole? Cos’è che non capisci?» domandò Druge, cercando di distrarla dalla tempesta di emozioni che la scuotevano. Mila respirò piano, riacquistò la calma e provò a spiegare all’Arcon, con parole semplici, quale erano le ragioni dei suoi dubbi.
«Ryo è nato dopo…»
«Che vuoi dire?»
«I Framemaker avevano una missione ben precisa. Furono introdotti all’inizio per copiare gli Elenty presenti in Limbo. Una volta terminate le loro missioni, questi si trasformavano negli oggetti sacri di Seidon. Per ogni Elenty vi era un Framemaker, né uno di più né uno di meno. I Framemaker non erano in grado di rinascere. Erano Arcon creati nel disegno primordiale di Limbo. Ma la missione di Ryo era un’altra; rivelare la tua vera natura. I Veggenti sapevano… Questo può voler dire solamente una cosa, che qualcuno è ancora capace di alterare il disegno di Limbo dall’esterno… »
«Vuoi dire che c’è ancora un carceriere vivo?»
«Credo di si…»
Il settimo margine sfumò in quel momento, la luna sgusciò fuori dall’orizzonte e la cometa clessidra brillò violentemente della sua luce azzurra, alla fine del primo quarto di cielo. Da qualche parte un antico mago guidava un gruppo di uomini e una ragazza verso la montagna sacra, mentre in una grotta sulla spiaggia del mare infinito, una donna pregava per la vita del suo amore. Quella donna era Davinia, maga suprema e compagna di Sawar, il delirante demolitore di Limbo.

Published in: on marzo 12, 2010 at 8:50 am  Comments (2)  
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CANTO DI MORTE

L’Arcon alzò lo sguardo verso il cielo purpureo in cui dimorava la cometa clessidra. Mentre il vento del mare gli asciugava la fronte, strinse l’ascia con la quale aveva appena decapitato il Troll delle Sabbie. L’elettricità della morte scivolò insieme al sangue lungo la lama. Il cielo si tinse di giallo, e una nube viola oscurò il sole del quinto margine.
Riconobbe la sensazione. Era una melodia blasfema e tagliente, che cavalcava ritmi ancestrali. Il rullare dei tamburi si fuse con le graffianti melodie di strumenti alieni. Chiuse gli occhi lasciandosi saturare. La morte cantava, e l’Arcon ne assorbiva la voce.

Limbo per 101 Parole

Published in: on marzo 5, 2010 at 9:06 am  Lascia un commento  
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CAPITOLO 14: I Veggenti di Mnemonia

Col precedente capitolo si è conclusa la prima parte della storia che riguarda gli eventi del 12esimo ciclo di Limbo. L’attenzione a questo punto si sposta su dei nuovi personaggi e su un nuovo scenario.

Presto anche questo episodio della saga verrà accompagnato da una spettacolare illustrazione di Charles Huxley.

Buona lettura.

«Riesci a vedere anche tu quello che vedo io?»
«Sono le navi dei Veggenti, non è vero Mila?»
La donna annuì col capo ma non disse nulla. Si erano arrampicati su uno degli alberi-montagna che spiccavano alti sopra la foresta. Spesso venivano usati dalle comunità Rednakes come rifugi. L’ombra proiettata da due enormi vascelli volanti si muoveva lentamente verso di loro. Quando le navi furono esattamente sopra le loro teste, il sole si nascose e smise di abbagliarli, così furono in grado di scorgere i particolari dello scafo, gli intagli pregiati nel legno magico e la forma inconsueta del timone.
«Dove vanno?» domandò Ryo, che all’apparenza sembrava solo un ragazzo. La verità però era un’altra, e neanche i suoi amici più cari potevano immaginarla.
«Non lo so…» rispose Druge, il fiero guerriero immortale.
«Portano gli aggiornamenti…» spiegò Mila, incapace di distogliere lo sguardo dalla meraviglia che li sovrastava. «Escono da Mnemonia solamente di rado ed esclusivamente per portare le novità di Limbo agli archivi della Biblioteca Volante.»
«Non credi che la loro apparizione abbia in qualche modo a che fare con l’eclisse?» chiese il giovane Ryo.
«Può darsi, ma non ne sono sicura» rispose la donna Elenty. «E comunque vanno nella direzione opposta alla nostra. Mountoor si trova dall’altra parte» concluse, indicando le montagne alla loro sinistra.
All’indomani del segnale che preannunciava l’Emersione, i tre amici si erano subito messi in viaggio verso la montagna sacra. Da diverse stagioni vivevano appartati nella foresta, nei pressi di un’antica quercia nella quale si nascondeva l’oracolo di Kyos, il fratello di Seidon che gli Arcon consideravano responsabile di tutti i loro guai. Alcuni Elenty, una volta scoperto l’inganno dei Frame, avevano incominciato a studiare la struttura di Limbo in tutti i suoi aspetti, partendo proprio dall’ascolto degli oracoli. In questo modo molti erano diventati immortali e avevano imparato ad usare la magia. Lo studio di queste “bocche divine” poteva schiudere ancora moltissimi misteri, e per questo motivo gli Elenty e gli Arcon più evoluti continuavano ad ascoltarle.
«La montagna può aspettare…» affermò Druge. Gli occhi gli brillavano della brama di conoscenza. Mila rimase stupita da quella reazione. Tra di loro correva un vincolo molto più forte dell’amicizia. Insieme avevano viaggiato attraverso Limbo per numerosi cicli, fidandosi ciecamente l’uno dell’altra, rincuorandosi a vicenda nei momenti più cupi. Solo così erano riusciti a non farsi corrompere dagli inganni di quell’esistenza fittizia. Eppure Mila sapeva quanto impazientemente Druge avesse atteso il momento dell’Emersione, forse più di qualsiasi altro Elenty. Il fatto che la sua curiosità lo portasse a rallentare la loro marcia verso la montagna sacra, la meravigliava e in qualche modo tranquillizzava. Mila infatti conservava nel cuore un antico timore, sbiadito attraverso le stagioni trascorse accanto al suo amore, e quella paura le sussurrava un’assurda verità: Druge non era un Elenty e perciò non gli era permesso di uscire da Limbo.
«Mila, mi hai sentito?»
«Perdonami amore, avevo la testa fra le nuvole…»
«Abbiamo poco tempo, se vogliamo riuscire ad arrampicarci sugli scafi. Unendo i nostri canti forse riusciremo a sollevarci fino a raggiungere quel timone. Poi potremo arrampicarci facilmente oltre la balaustra…» spiegò il guerriero.
«Si, e che cosa diciamo ai Veggenti?» chiese Ryo con una punta di sarcasmo.
«Ci penseremo appena saremo sopra…» e con una scrollata di spalle Druge liquidò la questione. Subito i tre sillabarono le parole in bit di un complicato incantesimo. Il crepitio li avvolse e i loro corpi iniziarono a sollevarsi oltre l’immensa chioma dell’albero-montagna. Rompere le regole di gravità di quel mondo non era difficile, il problema era il controllo. Solo i maghi più potenti erano capaci di volare a loro piacimento. Per un attimo Mila temette che non sarebbero riusciti a guadagnare il timone della seconda nave, poi Druge, rischiando di mettere in pericolo tutti quanti, ruppe l’incantesimo e artigliò l’aria cercando una presa. Riuscì ad afferrare l’appendice dello scafo e ad issare tutti quanti sopra il timone. I tre ripreso fiato, sorrisero, poi iniziarono ad arrampicarsi, mentre gli alberi della foresta scorrevano a diverse centinaia di metri sotto di loro. Con l’aiuto delle sue possenti braccia, Druge riuscì a sporgere il capo oltre la balaustra, gettando rapidamente uno sguardo sul ponte della nave. Nessuno era in vista e così incitò i suoi compagni a seguirlo. Un attimo dopo si trovavano tutti e tre sul vascello. Il mondo ai loro piedi aveva assunto una strana colorazione, come se un filtro fosse stato adagiato tra la terra ed il cielo e colorasse tutto d’argento e d’oro. Mila e Ryo rimasero esterrefatti dalla visione, ma Druge non perse d’occhio il ponte, la mano salda attorno all’elsa della spada che gli pendeva dal fianco sinistro.
Con movimenti fluidi e veloci una colonna di uomini avvolti in sottili tuniche blu aggirò l’albero maestro precipitandosi verso il gruppetto di clandestini. Druge ebbe l’impressione che fossero spuntati dal nulla. Si disposero silenziosamente in semicerchio di fronte a loro, dodici in totale, e occuparono buona parte del ponte di poppa. Erano minuti, smilzi e le tuniche provviste di cappuccio celavano i loro lineamenti. Anche le mani, consorte dentro le ampie maniche della veste, erano nascoste alla vista dei tre.
«Qualche idea?» chiese Ryo, con un mezzo sorriso. Druge lo fulminò con lo sguardo, fece per muoversi di un passo verso i Veggenti, ma si arrestò quando si accorse che Mila lo aveva preceduto.
«Perdonate la nostra intrusione, ma il recente evento che ha annunciato l’avvento dell’Emersione ci ha scossi molto. Non abbiamo potuto fare a meno di pensare che il vostro passaggio sia in qualche modo connesso con la passata eclisse, per questo motivo…»
«…vi siete intrufolati sulla nostra nave?» la interruppe una voce sibilante che proveniva dal centro del cuneo di uomini. Mila perse il filo del discorso, pensò velocemente a qualcos’altro da aggiungere ma rimase in silenzio, conscia di non avere una scusa plausibile. Allora fu Druge a parlare.
«Proprio così, e se per voi è un problema risolvere la questione civilmente, sarei lieto di farlo in maniera più movimentata…» disse il guerriero, accarezzando il pomo della spada.
«Povero Arcon…» rise la solita voce, e prima che Druge si risentisse dell’affronto aggiunse: «ma non è assolutamente nostra intenzione contrastarvi. Diteci semplicemente quello che volete e cercheremo di soddisfare le vostre richieste, dopo di che vi riporteremo a terra.»
I tre amici rimasero interdetti, leggermente sorpresi da quella reazione. Ancora non erano sicuri di chi stesse parlando, e a Mila le venne la bizzarra idea che forse quella che sentivano era la voce di tutti e dodici i Veggenti, che agivano come un’entità unica. Gli uomini intonacati rimanevano completamente immobili e anche le loro vesti parevano ingannare il programma “vento” che sferzava sul ponte della nave.
«Potete dirci qualcosa sull’Emersione? È davvero giunto il momento?» chiese la donna Elenty.
«Beh, sembrerebbe così» risposero i Veggenti.
«Quindi la vostra uscita da Mnemonia non ha nulla a che fare con l’eclisse?» aggiunse Druge, cercando di contenere la sua impazienza.
«In qualche modo si. Portiamo gli aggiornamenti anche se siamo decisamente in anticipo. Il motivo è semplice; l’eclisse ha scatenato una serie di eventi che richiederanno tutti i supporti di memoria a nostra disposizione. Abbiamo svuotato le cartelle, compresso i dati, selezionato gli eventi più importanti e adesso li stiamo portando alla biblioteca. Ci aspetta un grande lavoro al nostro ritorno.»
«Sei riuscita a capirci qualcosa Mila?» chiese Druge, guardando negli occhi la sua amante.
«Credo di si, e credo anche che stiamo perdendo tempo.»
«Proprio così» affermarono i Veggenti, con un una nota sarcastica nella voce.
Druge sentiva che c’era qualcosa che non andava, che non stavano dicendo tutto quello che c’era da dire. Druge era un guerriero immortale, un Elenty primogenito, anche se in passato la stessa Mila aveva messo in dubbio la sua vera identità. Attraverso i cicli aveva sviluppato una straordinaria capacità di discernere il falso dal vero, una tecnica mentale paragonabile alla sua abilità di spadaccino. E anche per questo i Veggenti non lo videro arrivare.
Si lasciò guidare dal suo intuito, balzò come un felino sul penultimo uomo sulla destra, e anche se la voce che era di tutti e dodici proveniva dal centro del cuneo, Druge sentì che quella era la figura che catalizzava le menti di tutto il gruppo. Con estrema precisione descrisse un fendente che andò a fermarsi a un paio di centimetri dalla gola dell’uomo. Poi tirò fuori la sua voce più feroce e persuasiva: «Non vi credo, ma vi do un’altra possibilità.»
Il silenzio era rotto solo dal vento che scuoteva le vele del vascello. Ryo aveva estratto la sua spada, ma era rimasto immobile accanto a Mila, che si fidava del suo amante anche se non riusciva ad abituarsi alla sua impulsività.
«Mio caro Arcon, anche se ti dicessi il resto non capiresti un bel niente» affermò la voce dei Veggenti, ricolma di ironia.
«Io non sono un Arcon!» urlò di rimando Druge, e Mila pensò che era sul punto di esplodere. Invece trattenne la mano e rimase in attesa.
«Forza, tocca a te adesso. Mostraglielo, è giunto il momento.» La voce si rivolgeva al giovane Ryo, che alzò la testa e spalancò gli occhi come se si risvegliasse da un sogno. Lasciò cadere la spada che rotolò rumorosamente sul ponte della nave. Solo in quel momento Druge e Mila capirono che i Veggenti si erano rivolti al loro compagno.
«Che significa?» provò a chiedere la donna Elenty.
«Lo vedrai…» risposero i Veggenti.
Ryo si mosse verso l’amico di spada, allungò una mano e afferrò gentilmente la sua spalla. Druge non ebbe il tempo di reagire. Percepì un flusso caldo percorrergli il corpo, non proprio doloroso ma di cattivo gusto. Si voltò di scatto, pronto a sferrare un colpo al suo amico, invece rimase immobile, esterrefatto, incapace di respirare. Di fronte a lui non c’era più Ryo, il giovane guerriero che per innumerevoli stagioni aveva combattuto al suo fianco. Vi era invece l’identica copia di Druge, l’immagine specchiata del guerriero immortale che si era sempre creduto un Elenty, una persona vera prigioniera di un mondo fasullo, non una manciata di codici binari.
Ma gli Elenty, per la loro natura unica, non potevano essere replicati.

Published in: on febbraio 26, 2010 at 12:20 PM  Comments (2)  
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CAPITOLO 13: La non-scelta

PREVIOUSLY ON LIMBO…

Jade degli Arceri Rossi è un Keeper, protettore degli oggetti sacri di Seidon. Insieme a Misar e il gigante Yumo, si reca presso la Gilda di Nicon, dove conosce il giovane Tzadik…

…nel frattempo il mago Rivier e il suo apprendista Mylo vengono catturati dai Testimoni di Seidon, fanatici religiosi pronti a muovere battaglia contro gli eretici della Gilda di Nicon. Una volta che i due prigionieri sono condotti al cospetto del primo ministro Tawares, vengono misteriosamente rilasciati…

…segretamente i due maghi fuggono dall’accampamento per andare ad avvertire Nicon dell’imminente battaglia…

…lo scontro tra i Testimoni di Seidon e la Gilda di Nicon esplode inevitabilmente sulle pianure del vespro. Il risultato della battaglia è incerto quando la torre galleggiante di Sawar irrompe sul luogo dello scontro…

…i Testimoni di Seidon si ritrovano a combattere fianco a fianco con gli uomini della gilda, per difendersi dalle orribili creature al servizio dell’Elenty corrotto. Quando ormai la battaglia sembra irrimediabilmente volgere a favore di Sawar, il sole improvvisamente si oscura decretando l’inizio dell’emersione…

… Nicon approfitta della distrazione causata dall’eclisse per infilzare l’Elenty malvagio, il cui corpo viene poi condotto poi lontano dalla battaglia dalla sua compagna Davinia.


CAPITOLO 13
La non-scelta

Il fuoco scoppiettava ma non metteva allegria. La notte era calata sulle praterie, ma i cavalieri continuavano a morire. Le belve non rispondevano più al loro capo, ma continuavano la loro missione di morte. Nicon, in piedi davanti al fuoco, guardava dentro le tenebre in direzione del campo di battaglia. Un urlo portato dal vento si alzò nel silenzio di morte. Poteva essere un suo compagno, oppure un Testimone di Seidon. Poco importava. Un altro Arcon moriva per la follia dell’Elenty corrotto. Sperava con tutto se stesso di averlo infilzato per bene, ma qualcosa gli diceva che Sawar era ancora vivo.
Erano rimasti pochi. Erano rimasti loro, perché anche nelle rappresentazioni fittizie il destino gioca le sue carte. La fine di Limbo si avvicinava, o forse si trattava di un nuovo inizio. Ognuno di loro sapeva di essere il tassello di quel disegno.
Dopo che Davinia si era allontanata insieme al suo amante, il capo della Gilda era tornato dalla ragazza Keeper e dagli altri. La battaglia infuriava a una cinquantina di passi di distanza, ma l’eclisse aveva gettato un’ombra sul campo. Tornare a combattere era una follia, ma Nicon non se la sentiva di abbandonare i suoi compagni.
«Non andare…» lo ammonì Rivier. L’Arcon gli rivolse uno sguardo carico d’odio.
«Taci Elenty!» rispose. E spronò il cavallo verso la battaglia.
Ma in quel momento due cavalieri della Gilda sbucarono dalle ombre. Uno di loro era ferito.
«Signore, sei ancora vivo! Pensavamo di averti perduto!» disse uno.
«Non c’è più niente da fare laggiù. Quei dannati mostri riescono a vedere anche al buio…» aggiunse il secondo cavaliere, tenendosi un braccio sanguinante.
Così si erano allontanati dal campo di battaglia, ma si trovavano ancora sulle pianure. Le montagne distavano una mezza giornata di viaggio. Le avrebbero raggiunte il giorno seguente, per poi proseguire in direzione della montagna sacra. Tutto ormai convergeva laggiù.
Avevano montato due tende, quella della ragazza Keeper e quella del mago. Le avrebbero divise insieme ai tre uomini della gilda superstiti e al ragazzo di nome Tzadik. I due cavalieri si chiamavano Amhed e Lagoon. Il secondo, quello ferito, era stato medicato dallo stesso Nicon dopo essersi accampati. Sedeva adesso vicino al fuoco insieme a resto della compagnia.
«Che succederà adesso?» domandò la ragazza.
Passarono alcuni istanti. Nessuno sembrava volere rispondere a quella domanda. Fu Rivier a rompere il silenzio. L’Elenty aveva recuperato parte delle forze, ma l’eclisse lo aveva cambiato. Mylo era stato il primo ad accorgersene. D’improvviso era come se riuscisse a leggergli negli occhi tutti i cicli della sua longeva esistenza.
«Dobbiamo raggiungere la montagna sacra. Devi consegnare l’oggetto, come ti è stato incaricato.»
«Ma se le leggende degli Arcon sono solo delle novelle per bambini, che importanza può avere ormai?»
«Infatti, vecchio! Che importanza può avere ormai!» Era la voce di Nicon, carica di rabbia. Con lunghe falcate si avvicinò agli altri.
Allora Rivier si alzò in piedi e a tutti sembrò diverso. Lo stesso Nicon provò compassione per lo stregone. C’era una strana rassegnazione nel suo sguardo. Gli Arcon non erano in grado di capire quello che il vecchio stava passando, ma riuscirono a intuire la mole del suo dramma.
«Avete ragione, non ha nessuna importanza per voi Arcon. Non c’è nessuna ragione per la quale dovreste fare quello che vi è stato ordinato di fare. In realtà non esiste una ragione neanche per gli Elenty, perché anche noi siamo stati ingannati. Siamo tutti sulla stessa barca, una barca di nome Limbo, una barca che presto affonderà.
«Eppure non trovo alcun motivo logico per rimanere inerti. L’esistenza di Limbo volge inesorabilmente verso questo evento. L’eclisse ha innescato dei meccanismi che porteranno un cambiamento. Forse non in questo mondo, ma sicuramente in un altro. Vi chiedo di fidarvi di me? Ebbene si, vi chiedo questo. È  il disegno che ci è stato cucito addosso, chiamatelo pure destino se vi va. Non esiste nessun altro motivo.
«Le vite che dimorano negli oggetti di famiglia vivranno ancora, in un mondo apparentemente più di reale di questo, una realtà fatta di atomi e non di impulsi. Ma forse capiranno che la vita può evolversi sotto molte forme, e malgrado tutto anche quelle degli Arcon sono esistenze che valgono la pena di essere vissute.
«Noi non possiamo chiedere a queste entità che lasceranno il nostro mondo di salvarci, ma forse sono la nostra unica possibilità di salvezza. Per questo dobbiamo raggiungere la montagna sacra. Per questo tu, Jade figlia di Ethan consegnerai il medaglione al Guardiano di Mountoor, e tu Nicon combatterai nuovamente Sawar, come è scritto nei sogni del tuo allievo. Si, egli è ancora vivo e non vede l’ora di vendicarsi. Farà tutto ciò che è in suo potere per sabotare l’Emersione. Noi saremo là ad attenderlo.»
Nicon strinse i pugni e maledisse per l’ennesima volta l’Elenty corrotto. Lo stregone diceva che era ancora vivo, ed era difficile non credergli. Guardò i suoi due uomini, tutto ciò che rimaneva della gilda, insieme al ragazzo. L’avrebbero seguito ovunque, ma nei loro occhi lesse il desiderio di accompagnare lo stregone e gli altri. Le decisioni della gilda erano sempre unanimi.
«E sia» sussurrò, volgendo nuovamente le spalle al fuoco. Altre grida si alzarono dall’oscurità. Li aspettava una lunga notte…
«Tornerà la luce?» domandò Mylo. Dall’avvento dell’eclisse i cieli di Limbo non si erano ancora rischiarati, ma ormai erano a metà dell’ottavo margine, il primo della notte.
«Non ne sono certo» rispose Rivier, «ma credo che tornerà. L’eclisse è durata quasi un intero margine, e poi è arrivata la notte. Immagino che domani il sole ritornerà a splendere, ma è tutto molto incerto. Non so davvero cosa aspettarmi…»
«Non sarà facile muoversi verso la montagna sacra nell’oscurità. Ci potremo impiegare un’intera stagione, se i miei calcoli non sono errati.» Era stato uno dei due cavalieri a parlare, Lagoon.
«Potremo sempre attingere a qualche espediente magico, ma forse daremo troppo nell’occhio» ribatté Mylo.
«Assolutamente no» ammonì Rivier. «Sawar non è l’unico pazzo in circolazione, ricordatelo. È solo il più pericoloso! Ci sono diversi Elenty che non apprezzano quello che sta per accadere, e poi naturalmente ci muoveremo attraverso le zone selvagge, abitate da bizzarri Arenty.»
«Le lande del disordine…» precisò Amhed.
«Che cosa sono?» domandò Jade.
«Si estendono per molti giorni di viaggio attorno alla montagna sacra. Le abitano i Troll delle sabbie e altre assurde creature. Ci sono passato una volta, e posso considerarmi fortunato a parlarne.»
Il cavaliere scosse la testa, riattizzò il fuoco e cambiò posizione. Per quella sera nessuno aveva più voglia di parlare. Il gruppo organizzò i turni di guardia e si preparò per la notte. Non vennero disturbati, anche se le urla dei morenti tormentarono i loro sonni fino allo spuntare delle prime luci del nuovo giorno. L’eclisse era terminata.

FINE DEL PRIMO LIBRO

Scarica l’illustrazione in alta definizione

Published in: on febbraio 19, 2010 at 9:58 am  Comments (2)  
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FAVOLE DI UN ELENTY

Quieta è la notte di Limbo, con i suoi riverberi porporini e i profumi dolciastri che accarezzano le montagne, ed entrando dai pertugi delle tende da campo si mischiano all’odore del fuoco dei bracieri.  Quieta è la cometa che taglia il cielo scandendo il tempo, e il sonno degli animali del bosco è anche il sonno di un mondo in armonia, il disegno di un dio, oppure quello di un uomo che cerca di emularlo. Quieto è il respiro del bimbo, al sicuro sotto le coperte osserva il profilo del vecchio, segue con gli occhi quelle ombre che gli deturpano i lineamenti, trasformando il suo volto gentile in un macabro ghigno… solo per un attimo.
«Il mondo non è sempre stato così.»
«Che vuoi dire, nonno?»
«Vedi figliolo, prima di tutto devi sapere che esiste un piccolo mondo dentro ognuno di noi. È un po’ come un vestito da indossare. Ogni uomo veste il mondo che più gli piace. Ma c’è anche un altro mondo, quello fuori da quella finestra. Il mondo che condividiamo insieme a tutti gli altri…»
«Nonno, non riesco a capirti. Vuoi dire che esistono mondi diversi?»
«Certo piccolo mio, milioni di mondi diversi. Ogni Arcon possiede il suo mondo, plasmato dalle sue stesse azioni. Però quel tipo di mondo appartiene solo a una persona, e solo quella persona può accedervi. Poi esiste anche un mondo esterno, quello che appartiene a tutti noi, quello di cui volevo parlarti. Non è sempre stato così…»
«E come era?»
«Beh, forse non era bello come questo… ma di sicuro era più vero.»
«Vuoi dire che questo mondo è finto?»
«Tesoro caro, se solo riuscissi a capire…
…ma non importa. Sappi solo che prima di Limbo vi era un altro mondo, ed era cattivo e malato. La gente che lo abitava faceva di continuo la guerra, e nessuno era felice. Per questo motivo è finito, morto. Io ho visto quel mondo, e l’ho lasciato per venire quaggiù. Poi ho conosciuto tua nonna, che non era proprio tua nonna, come io non sono proprio tuo nonno. Miranda si chiamava, ed era la nonna della nonna di tua nonna. Era bellissima…»
«Vuoi dire che tu non sei mio nonno ma…
…ma quanto sei vecchio?»
«Ho visto passare la cometa nel cielo centinaia di volte. Sono molto, molto, molto vecchio. Troppo vecchio. È come se avessi un armadio pieno di vestiti, ed ogni volta ne indosso uno nuovo, una nuova vita, un nuovo mondo. Ecco perché il mondo al di là della finestra non mi riconosce. Mi travesto per ingannare la morte di questo mondo.»
«Ma allora sei un mago?»
«Beh, se ti piace chiamarmi così…»

Published in: on febbraio 12, 2010 at 9:10 am  Comments (1)  
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