CAPITOLO 22 – L’Arcobaleno di Cristallo

Al mattino le tracce dei festeggiamenti erano evidenti. Mila sporse la testa fuori dalla tenda e scorse un uomo che riattizzava il fuoco e un paio di donne che raccattavano le stoviglie disseminate per l’accampamento. Nell’aria c’era un piacevole odore di cenere, e un silenzio sereno, appagato. La donna Elenty ripensò alla notte prima, al vino e ai baci del suo amato Druge, alle risate degli Arcon e agli occhi umidi del vecchio. C’era qualcosa in quell’uomo che la incuriosiva.
Druge dormiva ancora profondamente. Lei afferrò la sua tunica e scivolò fuori dalla tenda. Salutò con un cenno l’uomo intento a soffiare sulle vecchie braci, poi si avviò verso la boscaglia per svuotare la vescica. Tornando indietro decise di fare un giro per il campo. Trovò una bacinella di acqua pulita e si sciacquò il viso. La sensazione dell’acqua fredda sulla pelle le fece venire un brivido. Cercò qualcosa per asciugarsi e vide con sorpresa alcuni teli ripiegati su una panca accanto alla bacinella. Ne afferrò uno e alzò lo sguardo in direzione della tenda del vecchio. Era sveglio, a sedere su uno stoino con le gambe incrociate e la testa leggermente alzata verso il cielo, gli occhi chiusi. La sorpresa durò meno di un secondo. Mila si asciugò il viso e s’incamminò verso di lui. Gli uccelli del bosco, silenziosi fino a quel momento, si svegliarono e incominciarono a cinguettare.
«Buongiorno…» salutò il vecchio, rimanendo immobile e con le palpebre abbassate. Mila ricordò di essere un Elenty immortale e si impose di non farsi più sorprendere.
«Buongiorno, come sta?» chiese lei con genuino interesse.
«Bene, la mattina mi sento sempre molto bene. Il problema è che mi stanco troppo velocemente…»
«Capisco…»
«Avete dormito bene?»
«Benissimo, grazie. Temo che Druge non abbia seguito il suo consiglio sul vino. Sta ancora dormendo profondamente…»
«Meglio così. Il sonno è il miglior antidoto contro il vino insidioso» e detto ciò aprì gli occhi e sorrise. Di nuovo la donna Elenty non poté fare a meno di rimanere incantata dallo sguardo di quel vecchio. Aveva la profondità tipica di quello degli Elenty immortali, eppure vi era un dolcezza nuova, una specie di fuoco azzurro, rassicurante ma in qualche modo alieno.
«Oggi arriveremo a Mountoor…» disse lei, lasciando la frase a metà.
«Si, dovremo arrivarci in serata» confermò il vecchio. «Verrete insieme a noi?» chiese.
«Penso di si. Non credo che Druge abbia qualcosa in contrario.»
«Bene. Ci è molto grata la vostra compagnia.»
La donna cercò la frase giusta per affrontare insieme al vecchio alcune domande che la turbavano e che riguardavano direttamente lui, ma si sentiva in difficoltà. Non voleva inclinare gli equilibri di quella bella mattina di sole, il canto degli uccelli e la pace che si era adagiata sul suo cuore. Però non riusciva ad ignorare quel tarlo che le si era insinuato in testa. Ad un tratto, senza pensarci, disse semplicemente: «Chi sei?»
L’Arcon sorrise, un sorriso dolcissimo. «Perdonami se ti rispondo con un’altra domanda, ma secondo te chi dovrei essere?»
«Non lo so, per questo te lo chiedo.»
«Certo che lo sai. Sono il vecchio capo di questa comunità.»
La donna fece una smorfia, pensando che il vecchio si stesse prendendo gioco di lei. «C’è qualcosa di strano nei tuoi occhi. È come se tu fossi un Elenty, anzi, qualcosa di più. Non riesco a capire…» disse poi.
«Mia cara, non c’è niente da capire. Sono solo un Arcon che ha vissuto un po’ più a lungo dei normali Arcon. Tutto qui.»
«Anche Druge è un Arcon immortale, ma non ha il tuo stesso sguardo.»
«Io non so cosa tu riesca a vedere dentro i miei occhi. Non ho alcun segreto, a parte quello di vivere e di gioire della mia vita.»
«Ma…»
«Vedi, anche se sono solo un Arcon credo di aver capito una cosa; a volte si sforzano troppo gli occhi per riuscire a vedere cose che non esistono. Spesso addirittura la nostra mente ci fa degli scherzi e pensiamo di vedere quello che vogliamo vedere, anche se non c’è. Afferra la mia mano…»
La donna sentì uno strano senso di repulsione quando il vecchio le porse la sua mano piena di vene e di rughe. Vinse quella sensazione ed accettò l’invito.
«Adesso fai come me, chiudi gli occhi» disse lui.
Mila abbassò le palpebre, respirò profondamente e scacciò i cattivi pensieri dalla testa, insieme a tutti quei dubbi che la tormentavano; l’inganno di Limbo, il destino di Druge, lo scopo di Ryo e anche l’identità del vecchio. Vuota è la mia mente, pensò. Per un attimo si scoprì a desiderare di non guardare più.
«Va meglio?» domandò il vecchio.
«Si… meglio.» rispose Mila.
Più tardi tornò all’accampamento e trovò Druge sveglio e intento a prepararsi per il viaggio. Nel frattempo gli Arcon della comunità avevano incominciato a smontare le tende e a caricare sui carri le loro cose.
«Dove sei stata?» chiese il guerriero, reggendosi la testa con la mano.
«Dal vecchio…» rispose lei distrattamente.
«E allora?»
«Allora cosa?»
«Hai chiarito i tuoi dubbi?»
«Non ha più molta importanza, adesso…»
Druge la guardò di sbieco, si chiese se doveva preoccuparsi per quella misteriosa risposta ma concluse che la donna sembrava più rilassata del solito e lasciò perdere.
«Andiamo insieme a loro, va bene?» chiese lei.
«Certo. Mi sembra una buona idea» rispose lui, sorridendole. A metà del primo margine del giorno la carovana si mosse lentamente attraverso la valle. Aggirata la collina tutti la videro spuntare sopra gli alberi, celata per metà dalle nuvole. La montagna sacra.
Poi il cielo venne oscurato da una grande ombra. Silenziosa e magnificente, la biblioteca galleggiante passò sopra la processione di Arcon che si muoveva in una lunga e serpeggiante fila verso Mountoor. Mila alzò lo sguardo verso il cielo, meravigliata come tutti gli altri. In quel momento una delle tre torri di vetro che contenevano la storia del mondo andò in frantumi, e una pioggia di schegge sottili venne sollevata dal vento e portata oltre la foresta che circondava la biblioteca. Tutti potettero ammirare l’arcobaleno di mille colori che la pioggia di cristalli formò grazie a raggi del sole nascente, ma nessuno poteva sapere che tra quei riflessi era andata per sempre perduta la storia del vecchio mondo.

FINE DEL SECONDO LIBRO

Qui termina il secondo libro di Limbo. Nel Terzo ci si avvierà verso il finale di questa affascinante epopea cyberfantasy. Limbo tornerà a settembre.

Published in: on luglio 1, 2010 at 7:39 PM  Lascia un commento  
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VIKTOR (terza parte)

“Chi sono?” si chiese, una domanda inconsueta per un Arenty. Viktor piangeva guardando verso l’orizzonte. In lontananza poteva scorgere il picco perennemente innevato della montagna sacra. “Perché mi chiedi questo?” chiese, ignaro della presenza che lo guidava.
L’Aviatores era sotto la torre più alta, quella che conteneva la storia del mondo, non Limbo… il mondo di prima, diverso, corrotto e maledetto. Pose le mani sulla liscia parete di vetro scuro. Chiuse gli occhi rigati dal pianto ed entrò nella struttura dell’edificio.
Quanto la torre si sgretolò su di lui un nugolo di uccelli prese il volo dal boschetto vicino.

Si conclude qui questo piccolo intervallo da tre centouno parole.
La prossima settimana l’ultimo capitolo del secondo libro del romanzo Limbo.

Published in: on giugno 18, 2010 at 7:22 am  Lascia un commento  
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VIKTOR (seconda parte)

Le navi dei Veggenti avevano lasciato l’isola il giorno prima. Gli aggiornamenti erano stati prontamente stazionati nell’edificio centrale, quello che conservava la storia del mondo. Le altre due torri di vetro erano sigillate, inaccessibili. Il compito di Viktor, come degli altri Aviatores, era quello di proteggerne il contenuto.L’uomo ebbe un nuovo giramento di testa. Erano giorni che succedeva… Si appoggiò alla parete di vetro della torre vicina e percepì una strana sensazione al palmo della mano. Si scoprì capace di proiettare le sue percezioni fin dentro il reticolato del programma struttura. Viktor si sentì nuovamente ghermire da un impulso entropico.

101 Parole

Published in: on giugno 11, 2010 at 8:39 am  Lascia un commento  
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VIKTOR (prima parte)

L’uomo si strinse nel mantello scuro e risalì la collinetta, uscì dall’ombra della foresta che circondava la biblioteca e cercò un po’ di calore nel sole velato dalle nebbie mattutine. Chiuse gli occhi e odorò essenze lontane portate dal vento. L’isola galleggiante si muoveva per i cieli di Limbo con un suono sommesso. L’avvento dell’eclisse aveva deciso la nuova rotta: Mountoor.
L’uomo si chiamava Viktor. Era solo un Arenty votato al progetto, ma da giorni un pensiero che non doveva appartenergli lo turbava. Uno strano impulso distruttivo.
Pensò per l’ennesima volta di parlarne agli altri Aviatores, ma preferì rimandare. Domani, forse…

Published in: on giugno 4, 2010 at 11:32 am  Lascia un commento  
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CAPITOLO 21: La spada nera – Il risveglio di Sawar

PREVIOUSLY ON LIMBO….

L’eclisse ha annunciato il tempo dell’Emersione. Gli Arcon credono che consegnando al Guardiano di Mountoor, la montagna sacra, gli oggetti sacri di Seidon, il vecchio mondo tornerà e Limbo smetterà di essere una terra cangiante ed instabile. Gli Elenty, maghi immortali primordi, sanno che la verità è un’altra. L’Eclisse è la campana che segna la fine del lungo tempo di attesa dentro Limbo, un mondo virtuale costruito per conservare l’eredità dell’umanità perduta. Solamente gli Elenty e le loro copie conservate negli oggetti sacri saranno in grado di lasciare Limbo. Gli Arcon, essendo entità digitali fittizie, non potranno in alcun modo uscire dal loro mondo.

Fiumane di Arcon provenienti da ogni angolo delle terre di Limbo convergono verso la Montagna Sacra. La maga Davinia è invece bloccata presso le grotte dei Sewolf, popolo del mare, e attende il risveglio del suo compagno Sawar, gravemente ferito durante la battaglia contro la Gilda di Nicon e i Testimoni di Seidon. Egli è un uomo molto pericoloso, potente mago e abile spadaccino, votato da tempo immemore alla distruzione di quel mondo fasullo.

In sogno un vampiro visita Davinia e le dice di essere uno dei programmatori di Limbo. Spiega alla donna che il gigante della montagna sacra è fuori controllo e impedirà la riuscita del progetto. Per questo motivo un eroe dovrà eliminare il guardiano. Egli ha forgiato una spada magica che Davinia dovrà consegnare all’uomo capace, a suo giudizio, di portare a termine tale missione.

LIMBO CAPITOLO 21 – La spada nera – Il risveglio di Sawar

Davinia era rientrata nel suo corpo, o almeno quella era la sensazione che provava ogni volta che si lasciava alle spalle le stanze del Telaio. In realtà si era semplicemente riappropriata dell’Avatar che la rappresentava dentro Limbo, lasciandosi dietro la proiezione dell’uomo che amava. Lui le aveva chiesto di restare, di attendere insieme il suo risveglio, e perdersi ancora una volta nei perversi e lussuriosi giochi della mente. Ma la donna Elenty aveva altro a cui pensare; doveva seguire le indicazioni del vampiro e recuperare la spada che aveva forgiato per il campione di Limbo. Aveva bisogno di mettere in moto gli eventi di quell’assurdo piano, così da poterci credere un po’ anche lei.
I Sewolf le avevano riserbato un comodo giaciglio dentro uno dei numerosi anfratti che si affacciavano sul mare infinito. Due cristalli vermigli posti al centro della grotta riscaldavano e illuminavano l’ambiente. Fuori era ancora buio ma mancava poco alla fine del terzo margine della notte. Si avvolse nella sua tunica cremisi, diversa da quella degli altri maghi. L’aveva cucita lei, un taglio ardito che le lasciava scoperte le gambe. I ricami tipici fatti di sequenze più o meno lunghe di uni e di zeri risplendevano dorati sulle maniche e la cintura. In un mondo lontano, secoli prima, inventare abiti era stato il suo lavoro.
Davinia sgusciò fuori dalla sua nicchia come l’ombra di un animale selvaggio, schermò con un semplice incantesimo la sua immagine e varcò la soglia del complesso di caverne in cui dimoravano i Sewolf, eludendo così i due Arcon che montavano la guardia all’esterno. Non che ce ne fosse bisogno, perché ormai la conoscevano, ma non aveva voglia di dare spiegazioni. Attraversò i corridoi di quella specie di città nella roccia fino a raggiungere il luogo in cui riposava il corpo di Sawar. I cristalli stavano ricomponendo la sua entità digitale. La mente dell’uomo era tornata ad essere attiva, ma il suo Avatar avrebbe avuto bisogno di ancora un po’ di tempo per completarsi. Ripensò alle sue carezze e ai suoi baci, dentro la stanza dei sogni. Lei non gli aveva detto niente della spada e dello strano incontro. Non riteneva opportuno turbare il suo risveglio, e comunque, prima di informarlo, lei doveva accertarsi che la storia della spada fosse vera.
Si fermò accanto al corpo del suo uomo. Gli vide muovere impercettibilmente le punta delle dita. Ancora un giorno e il risveglio si sarebbe compiuto, pensò. Poi allungò la mano per afferrare la sua, quando un suono la fece bloccare. “Non avrai bisogno di cercare, sarà lei che ti chiamerà…” le aveva detto il vampiro. Tornò sui suoi passi e cercò di capire da che parte proveniva quel suono, che assomigliava ad un canto sommesso. Il cunicolo dal quale era sopraggiunta continuava oltre la grotta in cui giaceva Sawar per un’altra decina di passi, poi si divideva in due identici corridoi, stretti e fiocamente illuminati dai cristalli di luce. Davinia raggiunse il bivio e senza esitare s’infilò nel cunicolo di sinistra. Era da lì che proveniva quel canto.
Il passaggio si restrinse e poi s’inclinò bruscamente verso il basso. La donna, appoggiandosi prontamente ad alcuni appigli di roccia ai lati del budello, rallentò la sua avanzata ed evitò di scivolare. Il corridoio si aprì improvvisamente nel mezzo di un’enorme parete rocciosa che dava su una caverna molto più ampia delle altre. Una stretta scalinata scavata nella parete conduceva verso il basso. Davinia si mosse sicura, conquistò la base della grotta e attraversò con ampie falcate il pavimento costellato di stalagmiti e cristalli di luce. Seguiva il suono che adesso era diventato costante, cadenzato, una sequenza intermittente di “Ooooh” che proveniva da un pertugio alla base della parete opposta. Celata dentro ombre quasi dense, la maga riuscì ad individuare la nicchia solo grazie al canto. Bisbigliò alcune parole in bit e una luce tenue si accese sul palmo della sua mano. Le servì per dipanare le tenebre e penetrare dentro il pertugio.
Il canto si trasformò in un boato che lei riusciva a malapena a sopportare. Al centro della piccola grotta poté scorgere la forma di una croce, l’elsa della spada. Vibrava vistosamente e la donna capì che era proprio quella vibrazione a produrre quel suono. Metà della lama scompariva nel pavimento di roccia. Mosse due passi con la mano tesa. La luce magica proiettata dal palmo della sua mano si riflesse sulle venature ramate dell’elsa, ma venne risucchiata dal nero metallo della lama. Davinia afferrò la spada che smise immediatamente di vibrare e cantare, poi con uno strappo sicuro la estrasse dalla roccia. Nell’uscir fuori non fece alcun rumore, come se fosse stato sfilato un coltello da un panetto di burro. Davinia rimase immobile con la spada alzata, nel silenzio assordante nel quale era sprofondata la nicchia. Si passò l’arma di mano e la osservò meglio puntandole addosso la luce del palmo. Non vi erano impressi né simboli né scritte, solo una solida elsa in ferro e rame e una lama di metallo scuro. Era leggera e maneggevole, come poteva esserlo una normale buona spada. Si chiese se avrebbe funzionato, se davvero il Gigante di Mountoor, la creatura più potente di Limbo, sarebbe caduto con un solo affondo di quell’arma. Stentò a crederci, ma sapeva che era più che probabile che ciò potesse avvenire. Se l’uomo che era venuto a trovarla in sogno era davvero uno dei programmatori di Limbo, di sicuro aveva tutte le risorse necessarie per forgiare una spada del genere.
Tornò sui suoi passi, risalì il cunicolo, gettò un solo e rapido sguardo nella grotta in cui giaceva il suo uomo e, ingannando nuovamente le guardie, conquistò l’uscita della città-caverna. Fece ritorno alla suo giaciglio proprio nel momento in cui il cielo venne squarciato dal sole del primo margine del giorno. Davinia nascose la spada sotto le coperte del letto e vi si distese accanto. Si addormentò subito, ma non cercò la stanza del piacere. Scese invece in un abisso tiepido, e laggiù si lasciò cullare per tutto il tempo che le fu concesso. Al suo risveglio avrebbe preso una decisione.

L’uomo stentava a ricordare tutto. Percepì il dolore della ferita come un rumore sommesso, lontano. Sentì il freddo pungente dei cristalli che gli puntellavano il corpo nudo. Lentamente attinse ai brandelli d’informazione più freschi; una grande battaglia, il sole che si oscurava, la profezia dell’eclisse e l’ombra di un cavaliere che gli si avvicinava alle spalle. Poi il buio…
Ricordò un sogno, uno dei tanti trascorsi insieme alla sua amata Davinia, ma ne confuse il tempo. Era stato prima o dopo la battaglia? Prima o dopo la ferita che lo aveva quasi ucciso? C’era qualcosa di strano in tutte quelle sensazioni, in tutti quei primi pensieri che si affacciavano in quella mente ricomposta. Sawar sentiva il dolore e il turbamento che lo avevano reso quello che era, il delirante demolitore di Limbo, ma queste sensazioni non erano più confuse, ingarbugliate come lo erano state per innumerevoli stagioni. Era come se fossero state relegate in un posto ben preciso, e lui potesse finalmente decidere di recluderle, di ignorarle.
Si alzò a sedere su quel letto di cristalli. Ebbe la bizzarra idea di trovarsi al centro di un esperimento di rinascita. Si guardò intorno e intuì la natura di quel luogo. Davinia lo aveva portato dai Sewolf, gli abitatori delle grotte sul mare infinito. I cristalli incantati avevano ricomposto la sua entità digitale, deframmentandola. I pensieri cominciarono a scorrere liberi, fluidi come non lo erano stati da parecchio tempo.
Un essere umanoide, grosso e ricoperto di peli, fece il suo ingresso nella grotta. Malgrado la sua mole e uno strano riflesso bluastro della pelle e del pelo, la creatura aveva occhi gentili e un portamento fiero.
«Bentornato tra noi. Il mio nome è Gur-Nath. Sei nella città dei Sewolf…» disse l’Arcon, porgendo all’uomo dei vestiti. «Hai dormito per molti giorni. I cristalli ti hanno curato… »
«Dov’è Davinia?» lo interruppe Sawar, afferrando bruscamente i suoi abiti. La creatura sembrò non far caso a quella sgarbata reazione. Rimase immobile a fronteggiare l’Elenty, conscio del suo potere e della sua follia.
«La donna è partita» disse, senza perdere d’occhio l’uomo.
«Cosa dici?» chiese lui, ancora nudo e coi vestiti in mano.
«Se n’è andata ieri sera. Ha detto che ti avrebbe aspettato alla montagna sacra.»
Sawar cercò la rabbia, quella che gli faceva compiere le gesta più impensabili, quella che nel corso dei cicli lo aveva trasformato nell’uomo più temuto di Limbo. La rabbia era là, in un punto preciso della sua mente. Poteva afferrarla e usarla a suo piacimento, uccidere per sfogo quell’essere che aveva davanti richiamando magicamente il fuoco, oppure decidere di lasciarla dov’era, vestirsi e partire. Era tornato padrone delle sue decisioni.
«Dove sono le mie armi?» chiese.
«Le troverai fuori dalla grotta» rispose Gur-Nath, indicando il corridoio da dov’era sopraggiunto.
Sawar si vestì velocemente e con un semplice cenno del capo salutò l’Arcon. Tutto era ordinato, complicato ma finalmente ordinato. Forse la montagna sacra era la risposta, pensò. Uscì dalla città-caverna e gettò uno sguardo verso le onde dell’oceano che s’infrangevano sugli scogli. Respirò profondamente, riconobbe il senso di finzione del mondo che lo circondava ma non gli dette peso. Riuscì addirittura a sorridere, prima di incamminarsi verso l’entroterra, in direzione di Mountoor.

Published in: on maggio 28, 2010 at 10:51 am  Comments (2)  
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CAPITOLO 20: INCONTRO NEL TELAIO DI LIMBO

L’eclisse ha annunciato il tempo dell’Emersione. Gli Arcon credono che consegnando al Guardiano di Mountoor, la montagna sacra, gli oggetti sacri di Seidon, il vecchio mondo tornerà e Limbo smetterà di essere una terra cangiante ed instabile. Gli Elenty, maghi immortali primordi, sanno che la verità è un’altra. L’Eclisse è la campana che segna la fine del lungo tempo di attesa dentro Limbo, un mondo virtuale costruito per conservare l’eredità dell’umanità perduta. Solamente gli Elenty e le loro copie conservate negli oggetti sacri saranno in grado di lasciare Limbo. Gli Arcon, essendo entità digitali fittizie, non potranno in alcun modo uscire dal loro mondo.

Fiumane di Arcon provenienti da ogni angolo delle terre di Limbo convergono verso la Montagna Sacra. La maga Davinia è invece bloccata presso le grotte dei Sewolf, popolo del mare, e attende il risveglio del suo compagno Sawar, gravemente ferito durante la battaglia contro la Gilda di Nicon e i Testimoni di Seidon. Egli è un uomo molto pericoloso, potente mago e abile spadaccino, votato da tempo immemore alla distruzione di quel mondo fasullo.

CAPITOLO 20 – INCONTRO NEL TELAIO DI LIMBO

Lo scheletro di Limbo è un palazzo con infinite stanze. Molte di queste sono prive di finestre, altre invece danno sul mondo in costante cambiamento, e mutano insieme al resto. Pochi possiedono la chiave d’accesso al palazzo. Pochi riescono a entrarvici senza perdersi nei suoi labirinti.
Davinia raggiunse la porta di quella stanza, la loro stanza. L’avevano creata insieme, per intrattenersi e consolarsi a vicenda. La donna sapeva che appena lui si fosse destato da quello strano coma privo si sogni, l’avrebbe raggiunta laggiù. Il suo corpo giaceva ancora nella grotta dei Sewolf. I cristalli ricomponevano lentamente la sua entità digitale, ma ormai erano passati diversi giorni da quando la lama di Nicon lo aveva trafitto, facendolo sprofondare nell’oblio. “Sawar, dove sei?” pensò Davinia, poggiando la mano sulla liscia parete di quella porta. Avvertì qualcosa, un cambiamento. Qualcuno l’aveva lasciata socchiusa, invitandola ad entrare…
Lei la spalancò chiamando col pensiero il suo nome. Accecata dal desiderio di vederlo vivo, anche se solo in una rappresentazione della sua mente, si precipitò in direzione di quel letto che era stato da tempo immemore il palcoscenico delle loro notti d’amore. Corse verso quella figura, un uomo seduto sul bordo del materasso, il capo chino, il mantello scuro che, come un’ombra liquida, gli ricadeva sulle spalle, sulle lenzuola di seta del letto e sul pavimento. Quando quell’uomo, che non era Sawar, alzò lo sguardo verso Davinia, lei continuò ad ingannarsi, tanto era forte la sua convinzione. Lui allora alzò la mano, un’appendice lunga e cadaverica, e lei rimase immobile, pietrificata da una forza di cui non conosceva l’origine. Davinia mise a fuoco la figura, un uomo dal volto cereo, i capelli neri e gli occhi cremisi. I canini sporgevano dalle sue labbra in maniera innaturale, e a lei le vennero in mente le storie di vampiri, quelle dell’altro mondo, il mondo prima di Limbo.
«Chi diavolo sei?» Le parole le uscirono dalle labbra da sole. Appena sputate fuori se ne pentì, perché una paura nuova e aliena le si era posata sul cuore.
«Priscilla Mills, mi ricordo bene di te… Non eri adatta al progetto, ma gli altri erano di un’opinione diversa…» Quel nome le arrivò addosso come un pungo. Quanto tempo era passato dall’ultima volta che lo aveva udito? Stagioni, cicli, anni, secoli…
«Beh, il tempo mi ha dato ragione. Ribelle durante il primo stadio, vittima di una serie di stati depressivi che ti hanno portato più volte vicino al baratro d’appagamento, compagna e complice dell’Elenty più deleterio del progetto… insomma, non proprio il soggetto ideale per qualcosa di grandioso come Limbo.»
Davinia si sentì ribollire di rabbia. «Proprio tu mi parli di correttezza?» Ignorava l’identità di quell’avatar, ma aveva intuito chi c’era dietro; la Rete di Hope, i programmatori di Limbo.
«Se ti riferisci all’inganno dei Frame, sappi che anche quella non era una mia idea, altrimenti non sarei qui, non pensi? Comunque, credo che neanche io col mio carattere sarei riuscito a reggere una vita immortale senza fare qualche danno, per questo dormo la maggior parte del tempo…»
La donna chinò il capo, cercando di riacquistare la calma. «Ci ho provato anch’io, ma ogni volta tornavo qui. Che luogo è questo?»
«È il Telaio, una sorta di virtuale nel virtuale. I miei sonni sono schermati, perciò non vi accedo quando dormo. Molto meglio, se vuoi mantenerti puro…»
Davinia continuava a rimanere immobile, anche se non era più bloccata dal volere di quell’uomo. Si accorse di aver ripreso possesso della sua proiezione, ma rimase dov’era, con altre mille domande in testa.
«Che cosa vuoi?»
«Dritta al punto, bene… Ciò che ti sto per rivelare è di importanza cruciale per tutto il progetto, perciò mi devi convincere di crederci ancora un po’.»
«Mi chiedi già molto…» ribatté la donna. Non ricordava quand’era stata l’ultima volta che aveva covato una speranza del genere. Limbo era un gioco, solamente un brutto gioco… altro che salvezza!
«Come ho già detto, conosco bene i tuoi limiti, ma se sono venuto da te c’è un motivo…»
Davinia corrugò la fronte e alzò lo sguardo verso il vampiro «Quale?»
«Te lo dirò solo se accatterai l’incarico che ti darò» rispose la figura cinerea ed immobile sul bordo del letto.
«Beh, si vedrà…» la donna aveva riacquistato quella freddezza tipica di chi non ha niente da perdere. Un gioco in più o in meno che importanza poteva avere a quel punto, pensò.
«Hai visto l’eclisse, no?» domandò lui, per niente infastidito da quella reazione.
«Un altro dei vostri trucchi… chi mi assicura che non ci sia dietro un nuovo inganno? Ne avete fatte di promesse in passato… ci avete usato come cavie, ci avete replicato nei Frame e poi avete cercato di eliminarci. Avete creato migliaia di vite artificiali, illudendole con i soliti misticismi.»
«Parli degli Arcon? Pensavo che li odiassi…»
«Oh certo che li odio, come odio tutto il resto di questo stupido mondo fittizio…»
«E se ti dicessi che è quasi finita… che presto potrai lasciare questo mondo, e non solamente tu e gli altri Elenty, ma tutte le entità digitali di Limbo, compresi Arcon e Arenty…»
Davanti a quelle parole la donna non riuscì a nascondere il suo stupore. «Che vuoi dire? Il Gigante non permetterà alle entità artificiali di uscire.»
«Il Gigante di Mountoor ha il compito di non far entrare nessuno e di non far uscire nessuno, almeno fino a dopo il tempo dell’Emersione, annunciato giorni fa dall’eclisse. Qualcuno all’esterno deve per forza aver azionato i comandi per la fase finale del progetto Limbo, altrimenti non si spiegherebbe l’oscuramento improvviso del sole. L’altro importante segnale che preannuncia l’avvento dell’Emersione doveva essere il risveglio del Gigante, che però non è avvenuto. Questo significa che c’è qualcosa che non va nel programma del Guardiano. Come sai bene, il Gigante è a protezione della connessione che dà accesso all’esterno. Nessuno può avvicinarsi a quel portale senza risvegliare la sua ira…»
Davinia, che un tempo si chiamava Priscilla, si chiese se una volta uscita di lì avrebbe tenuto il suo nome. Scacciò quel pensiero sciocco ma allettante, e cercò di seguire il ragionamento del vampiro. Quelle cose le sapeva; il progetto, il Guardiano, il portale… la cosa che non sapeva ancora era perché quell’uomo aveva scelto di parlare a lei…
«Sono andato di persona dal Guardiano, gli ho parlato, ho cercato di convincerlo, ma è irremovibile.  D’altra parte è solo un programma…» ammise ironicamente lui. «Non crede affatto che il tempo dell’Emersione sia giunto, nessun segnale lo ha avvertito in merito, per questo continuerà a difendere la sua postazione, e come sai bene non esiste creatura più forte e pericolosa di lui. Per quanto abbia accesso alla struttura del mondo, non sono in grado di cancellare i programmi vita… L’unico modo per continuare il processo di Emersione è quello di eliminare il Gigante.»
«Ma lo hai detto tu stesso, non esiste nessuno in grado di sconfiggerlo…» replicò prontamente la donna.
«È vero, per questo ho programmato una spada…»
«Una spada?»
«È per il più grande guerriero di Limbo. Lui la brandirà, entrerà nella caverna sotto Mountoor ed infilzerà il guardiano. Gli basterà un colpo…» spiegò il vampiro.
«E chi sarà?»
«Secondo i miei calcoli il tuo compagno Sawar è quello che ha più possibilità. Entrambi però conosciamo il suo carattere e la rabbia che cova nei riguardi di tutto il progetto… Sarai capace di convincerlo?»
La donna rimase in silenzio, pensierosa. «Non lo so…»
«La spada si trova in una delle numerose caverne dei Sewolf. L’ho messa lì perché tu la potessi recuperare. Non avrai bisogno di cercare, sarà lei che ti chiamerà…» spiegò il vampiro.
«E se lui non volesse?» domandò lei.
«Allora dovrai darla a Nicon. È lui il più forte dopo Sawar.»
Quel nome la fece ribollire di rabbia. «Quel codardo di un Arcon!»
La mano dell’uomo scattò veloce afferrando il mento della donna. Il tocco fu gentile ma risoluto. Le girò il volto e la ancorò ai suoi occhi sanguigni.
«Priscilla, smettila. Smettila di pensare che questo sia solo un gioco. Non lo è. Non lo è più! Fai ciò che ti dico, e Limbo sarà presto solo un ricordo… per tutti noi…»
Poi il vampiro svanì, lasciandola sola in quella stanza della mente. Lei cercò conforto nell’odore di quelle sete che molte volte l’avevano avvolta insieme al suo amore. Si addormentò, nel sogno dentro il sogno, e al suo risveglio qualcuno le accarezzava le spalle ed i capelli.
«Davinia, amore… sono tornato…» sussurrò l’ombra di Sawar, il delirante demolitore di Limbo.

Published in: on maggio 21, 2010 at 11:02 am  Comments (2)  
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TU NON ESISTI

«Tu non esisti» sussurrò il mago. Un rivolo di sangue gli fuoriuscì dalla bocca.
L’Arcon torse la lama nelle viscere della sua vittima. Il mago urlò, ma continuò a vivere. Ancora per qualche istante…
«Tu non esisti, Arcon!» ripeté.
«Piantala con le assurdità, stregone. Deciditi a morire!» La voce del guerriero era fredda, impietosa.
«Certo che morirò, e ti ringrazio… Tu però non sei mai esistito!» La voce del mago era ormai un rantolo.
«E allora muori!» Urlò l’Arcon estraendo la lama.
Ma nel morire il mago aveva innescato il codice.
L’Arcon svanì nell’aria, proprio come se non fosse mai esistito.

101 Parole

Venerdì prossimo torna il romanzo “Limbo” con un nuovo avvincente capitolo!

Published in: on maggio 14, 2010 at 8:35 am  Comments (1)  

APPENDICI V

5. LA MITOLOGIA ARCON

Esiste una storia che narra della creazione di Limbo secondo gli Arcon, una genesi che non ha nulla a che fare con mondi virtuali ed esperimenti. Gli Arcon sono a tutti gli effetti degli uomini che vivono (o cercano di vivere) un’esistenza normale dentro un mondo che a livello percettivo non ha nulla di sbagliato. La Mitologia Arcon, per quanto fantasiosa possa essere, serve a consolidare il senso di realtà per tutte le creature abitanti Limbo.
La storia narra dei due Dei di Limbo, Poseidon e Loke (nella lingua Bit), che nel comune Sint sono conosciuti coi rispettivi nomi di Seidon e Kyos. Essi erano fratelli, figli di un grande re chiamato Hope. All’epoca di Re Hope il mondo era piatto e delimitato dal mare che lo circondava. I due fratelli amavano molto quel mondo e ne conoscevano ogni collina, ogni fiume e ogni albero. Lo attraversavano in lungo e in largo a cavallo di due stalloni, uno bianco per Seidon ed uno nero per Kyos.  A quel tempo il sole saliva e scendeva nel cielo seguendo un corso preciso ed il tempo veniva spezzato dal suo spostamento. La Cometa Clessidra non esisteva e le stagioni erano segnate dai cambiamenti climatici.
Il mondo era ordinato e perfettamente congegnato, ma per il giovane Kyos divenne troppo prevedibile e scontato, così un giorno rivelò al fratello il suo disappunto. Seidon capiva le ragioni del fratello minore ma sapeva che l’ordine del mondo faceva si che tutte le creature che vi abitavano potessero vivere insieme felici e tranquille. Kyos però non riusciva più a tollerare quel continuo susseguirsi dei giorni tutti uguali. All’epoca gli uomini costruivano grandi edifici di pietra e splendide città. Essi erano i figli di Hope, di Seidon e di Kyos, discendenti della famiglia divina, ed erano chiamati Elenty.
Ma quando Re Hope morì lasciando il trono in eredità a suo figlio maggiore Seidon, Kyos divenne ancora più insoddisfatto. Un giorno fece costruire una grande nave e confessò al fratello di voler andare a vedere dove nascesse il sole. Così salpò verso oriente e non si vide più.
Ma dopo qualche tempo il clima cambiò repentinamente e ci furono tempeste, uragani e maremoti. Anche il terreno sembrava in tumulto, ed alcuni edifici crollarono a causa di improvvisi terremoti.  Seidon andò presso la tomba del padre per chiedere al suo spirito il motivo di quei disastri, ed il padre gli rispose che suo fratello aveva raggiunto l’orizzonte ad oriente ed aveva lacerato il drappo che conteneva il mondo, facendo entrare nuove terre. Ma il mondo non poteva contenerle tutte. C’era bisogno di un apertura per farle uscire.
Così Seidon fece anch’egli costruire una nave e salpò verso occidente, fino a raggiungere l’altro orizzonte. Con la sua spada dorata fendette il drappo su cui il sole moriva, facendo uscire il mare e le terre in eccesso. Fu così che Limbo venne creato, che le città scomparvero risucchiate nello strappo dell’orizzonte e che gli uomini Arcon figli degli Elenty furono condannati ad un esistenza errante in un mondo in continuo cambiamento.
Come si è detto, nella mitologia Arcon gli Elenty sono i figli di Seidon e di Kyos e molti di loro abitavano le grandi città che vennero inghiottite dallo strappo. Preferirono perire tra le mura dei loro imponenti edifici che essere condannati ad un vita nomade in un mondo sconosciuto. Alcuni invece accettarono quell’infausto destino e partirono all’esplorazione delle nuove terre. Questi furono chiamati Arcon, il popolo errante.
Un signore Elenty chiamato Fergus aveva molte greggi a cui badare, ma non abbastanza uomini per accudirle. Fergus era anche un grande mago, parente stretto dei due Dei (infatti era cugino di Seidon e di Kyos). Egli creò il popolo Arenty per servirlo.
Nella Mitologia Arcon Mountoor è un luogo infestato da demoni, un posto estremamente pericoloso dal quale è meglio stare alla larga. In tempi remoti strane creature provenienti da assurde dimensioni facevano la loro comparsa attraverso la montagna, quando riuscivano ad oltrepassare il Guardiano e le altre protezioni innalzate dalla Guglia.
Il Guardiano è in realtà un potente programma di protezione ed assume le forme più svariate. Nella mitologia Arcon egli è un demone dagli occhi di fuoco, per metà uomo e metà uccello. Il suo sguardo può pietrificarti e il suo urlo può portarti alla follia. La “Connessione” (Portale Dimensionale) si trova nel cuore della montagna ed assume la forma di un globo di luce azzurra. Questo globo galleggia a mezz’aria sopra un lago nero come la notte che occupa quasi l’intera superficie di un’ampia grotta. Nella grotta risiede anche il Guardiano.
Secondo la Mitologia Arcon solamente durante il tempo dell’Emersione gli uomini potranno recarsi presso Mountoor senza timore di essere aggrediti dal Gigante, perchè quello sarà il momento in cui gli oggetti sacri di Seidon verranno consegnati al Guardiano. Allora il dio degli Arcon metterà fine al moto perpetuo di Limbo e le antiche città risorgeranno.

Il romanzo Limbo torna venerdì prossimo con il capitolo 20.

Published in: on maggio 7, 2010 at 11:13 am  Comments (1)  
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CAPITOLO 19: Verso la Montagna Sacra – Una Serata di Festa

L’eclisse ha annunciato il tempo dell’Emersione. Gli Arcon credono che consegnando al Guardiano di Mountoor, la montagna sacra, gli oggetti sacri di Seidon, il vecchio mondo tornerà e Limbo smetterà di essere una terra cangiante ed instabile. Gli Elenty, maghi immortali primordi, sanno che la verità è un’altra. L’Eclisse è la campana che segna la fine del lungo tempo di attesa dentro Limbo, un mondo virtuale costruito per conservare l’eredità dell’umanità perduta.

Solamente gli Elenty e le loro copie conservate negli oggetti sacri saranno in grado di lasciare Limbo. Gli Arcon, essendo entità digitali fittizie, non potranno in alcun modo uscire dal loro mondo.

Intanto l’ Elenty Mila e il suo compagno Druge, che ha appena scoperto di essere un Arcon, insieme alla copia di Druge creata dal framemaker Ryo, sono attaccati da uno spettro di Limbo. La creatura riesce a possedere un guerriero gemello, ma viene distrutta dalla spada di uno dei due Druge. Mila si ritrova insieme al suo compagno, ignara se colui che è sopravvissuto allo scontro sia a tutti gli effetti l’originale Druge oppure la sua copia. Ma soprattutto si chiede se tutto ciò sia davvero importante.

Immagine di Willoclick

CAPITOLO 19: Verso la Montagna Sacra – Una Serata di Festa

Uscirono dalla foresta di abeti nel momento in cui la luce del cielo cambiava repentinamente colore. Due lune apparvero all’orizzonte, grande e rossa la prima e poco più di una falce la seconda, bianca e striata di venature bluastre. La notte di Limbo nascondeva sempre qualche sorpresa. Le stelle avevano disegni complicati, privi di senso. A volte degli ampi agglomerati di luci e scie fumogene si stagliavano sul cielo nero, affascinanti rappresentazioni di galassie e nebulose lontane, appartenenti ad un altro mondo. Solo un oggetto rimaneva invariato e tornava puntualmente ogni notte; la cometa clessidra. Per undici cicli aveva attraversato la volta di Limbo. Forse questo dodicesimo passaggio sarebbe stato l’ultimo, pensò Mila abbassando lo sguardo.
Si accamparono su un basso promontorio erboso, sotto una grande quercia che spiccava solitaria sulla bassa vegetazione. Druge accese un fuoco con alcuni fuscelli trovati lungo il sentiero poi si assentò qualche minuto per trovare della legna più consistente. Tornò con alcuni rami secchi e un paio di grossi ciocchi di ulivo.
«Dovrebbero bastare per scaldare un po’ d’acqua…» disse il guerriero.
«Potevo accendere un fuoco magico» ribatté la maga, che nel frattempo si era seduta sotto l’albero con le spalle appoggiate al tronco.
«L’incantesimo della teca ti ha consumato. Devi riposare…» spiegò l’Arcon, soffiando sul fuoco per dare ossigeno alla fiamma. Mila rimase in silenzio. Pensò nuovamente a quello che era appena successo, allo spettro che si era impossessato di uno dei due gemelli e al successivo scontro al quale Druge era scampato. Non si domandava più quale dei due guerrieri fosse sopravvissuto, si chiedeva se fosse importante saperlo. Se quell’uomo che le stava davanti fosse stato Ryo, il framemaker che solo il giorno prima si era trasformato in Druge, che differenza poteva fare? I framemaker copiavano esattamente l’entità digitale, dal primo impulso del programma struttura fino all’ultima informazione mnemonica. Quell’uomo aveva il medesimo sguardo, lo stesso odore e sapore dell’uomo che amava. Poteva essere davvero lui o la sua copia, ma nessuno, neanche lei che lo conosceva da centinaia di stagioni, avrebbe potuto riconoscerlo.
«Forse era questo il destino di Ryo…» Il pensiero di Mila si trasformò in parole senza che lei se ne accorgesse. Druge alzò la testa discostandosi dal fuoco e la guardò.
«Che vuoi dire?»
«Diventare te per salvarti dal Draugur…»
Il guerriero rifletté sulle parole della donna, poi rispose: «Oppure per salvare te. In fondo che importanza potrebbe mai avere la vita di un Arcon…»
Ammise di non averci ancora pensato. Lei? Per quale motivo? Si passò una mano sugli occhi, cercò di ignorare l’inganno della stanchezza che le faceva sentire il corpo pesante e dolere le gambe. Gli Elenty  sapevano aggirare molti programmi che influenzavano i sensi. Potevano alterare i codici vita e diventare immortali, deformare i LAS, programmi struttura, viaggiare con la mente nel telaio di Limbo, ma esistevano due cose che nessun Elenty era in grado di fare: ripristinare un entità cancellata ed ignorare il programma stanchezza, specialmente dopo aver sprecato tutte le proprie energie nelle pratiche magiche.
Druge scaldò dell’acqua e preparò un infuso di erbe. Il calore della tisana la confortò, facendole dimenticare la gelida carezza dello spettro. Secondo i loro calcoli avrebbero dovuto continuare nella direzione prestabilita per almeno altri dieci giorni. Era difficile orientarsi dentro a quel mondo instabile, ma i due si erano ormai abituati ai repentini cambiamenti di Limbo e conoscevano quel territorio come le loro tasche. La foresta di abeti era stata una scorciatoia, un imprevisto che poteva costare loro molto caro. Druge aveva deciso di non rischiare oltre e di percorrere il sentiero a loro conosciuto. Non potevano permettersi altre spiacevoli sorprese.
Mila dormì buona parte della notte e recuperò le forze. Druge, dopo aver fatto la guardia per oltre due margini, si appisolò quel tanto che gli bastava per continuare la marcia. La donna nel frattempo riattizzò il fuoco e preparò un po’ di colazione. Quando la notte finì il cielo assunse uno spiacevole colore verdemare, striato qua e là di lembi grigi. L’aria era pesante, elettrica. Nessuno dei due aveva voglia di parlare. Mangiarono in silenzio e a metà del primo margine del giorno si rimisero in cammino.
I giorni trascorsero monotoni. Incontrarono alcuni pellegrini, fedeli alla parola di Seidon, che come loro si stavano recando verso la montagna sacra. Qualcuno si lasciò scappare un mormorio di disappunto al loro passaggio. Erano fin troppo evidenti i legami della donna con la magia, una pratica considerata blasfema da chi venerava Seidon. Alcuni maghi evitavano di dare nell’occhio per non trovarsi a fronteggiare uno squadrone di Testimoni di Seidon, i cavalieri fanatici devoti al dio Arcon. Mila invece sfoggiava con disinvoltura la sua tunica ricamata di simboli bit, catene più o meno lunghe di zeri e di uni. Ma a Druge bastò uno sguardo per mettere a tacere le malelingue.
L’ottavo giorno dopo l’incontro con lo spettro i due incontrarono un’intera comunità nomade che si stava spostando in direzione di Mountoor. Gli Arcon si erano accampati vicino al sentiero, un piccola tribù di un centinaio di anime. Il campo sorgeva attorno ad un enorme falò sul quale erano state messe ad arrostire alcune bestie, presumibilmente capretti. C’era aria di festa. I nomadi si riempivano le tazze da due grosse botti, un arpista suonava con euforia invitando i compagni alla danza. Qualcuno andò incontro a due viaggiatori invitandoli a prender parte ai festeggiamenti.
«Che cosa celebrate?» domandò Druge sospettoso.
«Niente in particolare. È dal giorno dell’eclisse che ogni sera facciamo festa» rispose l’uomo che doveva essere già un po’ brillo.
«Per quale motivo?» chiese Mila.
«Non lo so… Il vecchio ha deciso così…» e detto ciò tornò alle botti a riempirsi il bicchiere.
Il vecchio era probabilmente il capo della comunità. Mila era stanca di camminare e la musica che proveniva dal campo le aveva messo allegria. Sapeva che Druge non avrebbe accettato così alla leggera quell’invito, così decise di non farne una questione e camminò con sicurezza verso il falò. Il guerriero rimase per un attimo interdetto. La sua relazione con la donna Elenty era un’altalena di slanci ribelli. Entrambi erano anime libere e forti, convergenti nel momento del bisogno e solitarie quando la loro individualità veniva messa in dubbio. L’Arcon scrollò le spalle e seguì la compagna che si faceva largo tra i nomadi. Qualcuno prestò loro attenzione ma sempre col sorriso ben stampato in faccia. Malgrado la situazione inusuale Druge riconobbe che neanche il suo sesto senso di guerriero riusciva a percepire un qualche pericolo. Mila si servì da bere e porse una tazza al compagno che bevve di gusto, ma solo dopo aver annusato perbene il vino.
«Voglio conoscere questo vecchio» dichiarò la donna Elenty. Le sue guance avevano preso subito colore.
«Credo si trovi in quella tenda laggiù. È la più grande dell’accampamento…» spiegò Druge, riempiendosi un’altra coppa.
Insieme si diressero verso la tenda indicata dal guerriero. La gente formicolava per il campo lavorando e ridendo. Qualcuno rivolse loro un cenno di cortesia e questa volta anche il sospettoso Druge ricambiò il saluto. Raggiunta la tenda scoprirono che in realtà non era affatto l’abitazione del vecchio ma la dispensa. Domandarono ad un uomo che stava affettando del formaggio dove si trovasse il capo della comunità perché volevano ringraziarlo di persona dell’ospitalità. L’uomo offrì loro una fetta di cacio, peraltro ottimo, poi li guidò fuori dalla tenda e indicò una piccola tenda ai margini dell’accampamento, a ridosso di un enorme faggio.
«Laggiù, ma assicuratevi che non stia dormendo…» spiegò il nomade. «Sapete, è molto vecchio…»
Di nuovo i due attraversarono il campo, tra i sorrisi e gli schiamazzi della gente. L’arpista continuava a suonare con trasporto il suo strumento e tre giovani coppie ballavano attorno al fuoco. Giunti nei pressi della piccola tenda Mila si voltò a guardare Druge. «E adesso?» sussurrò.
«Entrate pure, non sto dormendo.» La voce veniva da dentro. I due si scambiarono un’occhiata, poi Mila scostò il telo e precedette il compagno in un luogo angusto, poco illuminato e saturo di un aroma pungente ma piacevole. Un uomo era disteso su un letto di cuscini colorati, ricamati pregevolmente da abili mani. Un braciere ardeva poco distante, probabile causa di quello strano profumo. L’uomo era molto vecchio, aveva barba e capelli lanuginosi e lunghi, del colore dell’argento, ma i suoi occhi sembravano ancora più vecchi. Per un attimo Mila pensò di trovarsi davanti ad un Elenty come lei, ma il suo istinto di maga le diceva che non era così. Si chiese come poteva continuare a fidarsi di quell’istinto, dato che era stata ingannata dal momento in cui aveva conosciuto Druge. Eppure sapeva che quel vecchio era un Arcon, come Arcon erano i membri della comunità e il suo compagno di vita.
«Salve, non volevamo disturbarla. Desideravamo soltanto ringraziarla per l’ospitalità. Il vostro vino è molto buono» disse la donna.
«L’abbiamo vendemmiato prima di partire per la montagna sacra. È un vino nuovo, state attenti, inganna…» sorrise il vecchio. La sua voce era calda e musicale.
«Ci chiedevamo il motivo della vostra euforia. È dovuta all’Emersione, immagino…»
«Si, in un certo senso…»
«Però non venerate Seidon, o sbaglio?» La donna sapeva che se i nomadi avessero adorato il dio degli Arcon non l’avrebbero mai accolta a braccia aperte. I marchi sulla sua tunica erano chiari.
«Oh cielo, no… Non crediamo nel dio Arcon…»
Druge non riuscì a nascondere la sua meraviglia. Sapeva che esistevano migliaia di comunità di Arcon in giro per le terre cangianti di Limbo, diverse tra loro anche nell’aspetto. Esistevano gli uomini gatto del deserto, i Sewolf che abitavano le caverne sulle coste del mare infinito, dalla pelle color cobalto,  i Dowa incantati, che abitavano le Cascate dell’Eternità. Ognuna di queste tribù aveva le sue particolarità, ma negli ultimi tempi i Testimoni di Seidon erano riusciti a riunire tutte queste realtà distinte sotto un’unica fede. Era raro trovare qualcuno così apertamente schierato contro il dogmatismo religioso dei Testimoni.
«Beh, la Montagna Sacra non è di sicuro il posto più sicuro per un ateo, soprattutto di questi tempi» constatò il guerriero.
«Il mio compagno ha ragione. Mountoor pullulerà di Testimoni di Seidon e altri fedeli. Perché vi state dirigendo laggiù?» domandò Mila.
«Curiosità, immagino…» rispose allegramente il vecchio. «Ma non dovete preoccuparvi per noi. Sappiamo fingere molto bene quando ci conviene…»
Mila e Druge non riuscirono a trattenersi e risero apertamente a quella battuta. Rimasero a parlare per un altro po’ con quello strano vecchio, poi si unirono agli altri nomadi, mangiarono di gusto la carne degli arrosti e si unirono alle danze. Mila aveva altre domande da chiedere al vecchio, ma potevano attendere. Il giorno dopo avrebbe soddisfatto le sue curiosità.
Risero, bevvero e danzarono, e i misteri di Limbo diventarono un sogno, la mente vagò libera a metà strada tra il reale e la finzione, la carne tornò ad essere carne, l’amore riacquistò il significato perduto. Mila e Druge si amarono ancora, per la prima volta da quando avevano incontrato lo spettro. Mila non si chiese chi era quell’uomo. Lo accolse dentro di se, sentì il calore dentro al suo corpo e la leggerezza nella sua mente. Tornò a vivere il momento, dimenticandosi di quegli assurdi progetti e quelle vane speranze di cui si era sentita per troppo tempo prigioniera.

Published in: on aprile 30, 2010 at 7:19 PM  Comments (2)  
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CAPITOLO 18: Draugur

L’eclisse ha annunciato il tempo dell’Emersione. Gli Arcon credono che consegnando al Guardiano di Mountoor, la montagna sacra, gli oggetti sacri di Seidon, il vecchio mondo tornerà e Limbo smetterà di essere una terra cangiante ed instabile. Gli Elenty, maghi immortali primordi, sanno che la verità è un’altra. L’Eclisse è la campana che segna la fine del lungo tempo di attesa dentro Limbo, un mondo virtuale costruito per conservare l’eredità dell’umanità perduta.

Solamente gli Elenty e le loro copie conservate negli oggetti sacri saranno in grado di lasciare Limbo. Gli Arcon, essendo entità digitali fittizie, non potranno in alcun modo uscire dal loro mondo.

La maga Elenty Mila e il suo compagno Druge che ha appena scoperto di essere un Arcon, si ritrovano a pensare a loro strano destino, al significato del framemaker Ryo e alla possibilità che uno dei programmatori di Limbo controlli ancora il mondo dall’esterno. Il suo nome è Wirlock, il vampiro di Limbo.

Questa illustrazione è di Willoclick. Speriamo che Charles Huxley torni presto ad omaggiarci dei suoi capolavori in photoshop.

CAPITOLO 18: Draugur

Proseguivano in silenzio verso l’unico luogo plausibile, perché era impossibile ignorare il segnale che preannunciava l’Emersione. Nonostante le ultime rivelazioni e l’incertezza di quel destino ambiguo che penzolava inesorabilmente sulle loro teste, la donna Elenty e il guerriero Arcon procedevano lungo il sentiero in direzione di Mountdoor, due pedine di un gioco troppo complesso per poter essere compreso a pieno. Era così che si sentivano entrambi, eppure erano esseri immortali, capaci di grandi cose. Qualsiasi Arcon, nel percepire il potere che emanavano, avrebbe chinato la testa in segno di rispetto al loro passaggio. Malgrado ciò, Mila e Druge si sentivano piccoli ed incapaci di riprendere in mano le redini delle loro vite. Seguivano il richiamo della Montagna Sacra covando la falsa speranza che una volta raggiunta tutto si sarebbe chiarito. Un inganno, niente più. Entrambi sapevano che oltre velo dei misteri di Limbo ne esisteva un altro, e poi un altro ancora…
L’Arcon che era stato Ryo e che adesso aveva assunto le sembianze dell’amico Druge, li seguiva a qualche metro di distanza. I due amanti si domandavano cosa pensasse, quale fosse il suo compito e se fosse giusto portarselo dietro come una specie di animale domestico. Quell’uomo era tale e quale a Druge, e solo nel momento della sua creazione, avvenuta il giorno prima a bordo della nave dei Veggenti, aveva incominciato a distinguersi dal suo gemello. Perché la scissione di un’esistenza divide il corso di un solo destino in due distinte direzioni.
Il sentiero procedeva dentro un folto boschetto di abeti di basso fusto. Si udivano i rumori degli animali che si tenevano ben nascosti nella fitta selva, ma a Mila venne l’idea bizzarra che quei leggeri scalpiccii e quei trillanti richiami d’uccello non fossero altro che la colonna sonora di quel paesaggio, e che in realtà non appartenessero ad alcun animale. Poi si sentì stupida a cercare di discernere il reale dentro un mondo come Limbo.
Sentiva il bisogno di distrarsi, di non pesare. Cercò un pretesto per cogliere l’attenzione di Druge, che procedeva sicuro a qualche metro davanti a lei, ma inciampò nel solito argomento, quello che il guerriero Arcon voleva in tutti i modi evitare.
«Che senso ha ormai?» La domanda era un pensiero ad alta voce. Druge la ignorò e continuò a camminare. La donna pensò che non l’avesse sentita e lasciò perdere.
«Voglio uscire da questo bosco prima dell’inizio del prossimo margine» disse lui, chiudendo ogni spiraglio. Mila ritrasse le lacrime che le salivano agli occhi, si volse verso il gemello che camminava dietro di lei, la testa china e il passo sicuro, identico in tutto e per tutto a quello del suo amore, poi tornò a guardare avanti. Un vento tiepido, profumato di sale, le accarezzò la faccia. Chiuse gli occhi, inspirò profondamente ricordando il mare, quello vero, ma una lieve crepa nel programma che le faceva odorare il salmastro la fece arrestare. Spalancò gli occhi, i nervi tesi come quelli di un animale braccato. Mila aveva fiutato un pericolo antico e vicinissimo.
«Fermati!» disse. Druge avvertì la tensione nella voce della sua donna. Restò immobile e sfoderò la spada. Per risposta ebbe il medesimo gesto dal parte del gemello. Il rumore del sottobosco era cessato. Si sentiva adesso solo il vento che muoveva dolcemente le punte dei sempreverdi. Uno spicchio di luce illuminava a giorno il sentiero, ma nella foresta che li circondava dimoravano le ombre più cupe. La temperatura calò d’improvviso. La luce cambiò, assumendo una tonalità azzurrina. Mila e Druge si guardarono negli occhi cercando la conferma delle reciproche intuizioni. Entrambi sapevano che cosa li stava braccando.
Mila disegnò con la bocca il labiale di una parola che metteva i brividi nel cuore di ogni Arcon: Draugur, gli spettri di Limbo. Quando il sistema non riusciva a cancellare del tutto un’entità digitale, restava una scia distorta, una creatura rarefatta capace di alterare pericolosamente la struttura di Limbo e di prendere possesso delle altre entità digitali. Di solito questa scia rimaneva vincolata ad un luogo ben preciso, in questo caso la foresta. Mila sapeva bene di cosa si trattava. Ne aveva visti di luoghi assurdi nella sua immortale esistenza. Solamente il Sole Rosso era capace di cancellare definitivamente questi programmi difettosi.
Attinse velocemente alle sue conoscenze di maga, mentre i due guerrieri gemelli le si stringevano attorno. Lo spettro era veloce, impalpabile. Poteva colpirli da un momento all’altro, gettarsi come un’ombra dalle chiome degli abeti vicini, emergere da sotto i loro piedi come una pianta assassina, oppure apparire d’improvviso alle loro spalle e colpirli nel profondo, appropriandosi dei loro impulsi vitali.
Mila bisbigliò velocemente una frase in bit, si udì distintamente il crepitio nell’aria, mentre attorno ai tre incominciò a consolidarsi una parete di luce. L’istante dopo i due guerrieri e la donna si trovavano dentro una teca di energia protettiva. La temperatura continuava a calare, unico segnale della presenza dello spettro.
«Riesci a vederlo?» domandò allora Druge.
«No, ma credo sia molto vicino…» rispose la donna, la cui concentrazione era in parte destinata a tenere insieme l’incantesimo della teca protettiva.
«Dobbiamo uscire da questa foresta…» concluse il guerriero.
«Posso muovere la protezione, ma devo rimanere immobile e concentrata» spiegò Mila.
«Ti porteremo noi. Forza!»
Così i tre si rimisero in marcia, lentamente. Druge teneva la sua donna tra le braccia, mentre l’Arcon che era stato Ryo faceva da apri strada, la spada in pugno. La teca magica si muoveva con loro, lasciando fuori per il momento la creatura invisibile che li braccava.
Percorsero un centinaio di metri. Nessuno di tre aveva idea di quanto fosse grande quel bosco, e soprattutto nessuno poteva sapere fino a dove lo spettro poteva spingersi. Il freddo non aumentava ma rimaneva costante. Druge pensò che la creatura dovesse trovarsi da qualche parte sopra di loro, in attesa di trovare una breccia per poterli colpire. Continuarono ad avanzare un po’ più lentamente, perché il potere di Mila si stava pian piano esaurendo. Il Draugur non li mollava, invisibile, impercepibile se non  per quello strano sbalzo di temperatura.
«Mila, quanto tempo abbiamo?» domandò il guerriero Arcon che la teneva stretta tra le braccia. Lei aprì gli occhi ma rimase concentrata. Riuscì a sussurrare un paio di parole soltanto: «Non molto…»
Druge guardò il gemello. Nono c’erano bisogno di frasi per capirsi. I due uomini erano come due gocce d’acqua.
«Adesso ti metto a terra» disse, sempre rivolto alla donna. «Riduci la protezione alla tua persona, mi hai capito?»
«No!» provò a dire lei, ma l’uomo le avvicinò dolcemente l’indice alle labbra.
«È la nostra unica possibilità…» spiegò lui.
«Non è vero. Posso tenere la protezione ancora per un po’. Forse lo spettro ci lascerà andare…» replicò lei con un filo di voce.
«Adesso!» ordinò Druge, implorandola con lo sguardo.
Allora Mila, incapace di resistere a quella supplica d’amore, chiuse nuovamente gli occhi. Le pareti della teca si restrinsero, lasciando fuori i due guerrieri Arcon, spalle contro spalle, in attesa del gelido tocco del loro avversario.
«Sai quello che devi fare, vero?» domandò Druge al gemello.
«Certo. Dopotutto io sono te» rispose lui.
Un urlo di dolore o forse di disperazione si alzò sopra la foresta. La maga Elenty rimase immobile, sforzandosi di tenere gli occhi chiusi. Non doveva guardare, lo sapeva bene. A volte gli inganni sono solo nella nostra mente…
Udì altri rumori, gli schianti del metallo sul metallo, gli stridii delle lame delle spade, gli aliti d’aria dei fendenti, lo scalpiccio degli stivali sul terreno, ed infine un grido e un rantolo di morte. Il silenzio. L’attesa…
«Mila?» Una voce la chiamava. Di chi era quella voce? Di sicuro non era quella dello spettro che si era impossessato di uno dei due gemelli. Era la voce di Druge, quello ancora vivo. Ma quale dei due?
«Mila, apri gli occhi…»
La donna interruppe l’incantesimo, la teca s’infranse come una bolla di sapone. Poi guardò. Davanti a lei c’era Druge, il suo amore. A pochi metri di distanza, riverso in una pozza di sangue, c’era Druge, il suo amore.
«Chi sei?» domandò la donna.
«Che importanza ha…» rispose lui. Poi la tirò a se e la baciò.

Published in: on aprile 23, 2010 at 10:58 am  Comments (2)  
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