L’UOMO DELLE MONTAGNE

La foresta non era sempre stata laggiù.
Ai tempi in cui la comunità dei Falconieri decise di stabilizzarsi nella Valle dei Canti, una larga striscia di terra ricca di alberi da frutto e ruscelli, vi era solo un paesaggio piatto ed incolore oltre la collina più alta, all’orizzonte del quale brillava violentemente un enorme sole azzurro.
Il padre di Diamond raccontava spesso di come un giorno di molti anni prima, salendo sulla collina per far volare il suo falco, aveva scoperto la grande foresta. Giunto in alto aveva guardato oltre la cresta e si era meravigliato davanti a quel mare ombroso di vegetazione che si estendeva fino a una lunga striscia di montagne dai picchi ameni e tinteggiati di bianco. Il sole azzurro doveva trovarsi oltre quella nuova catena montuosa, e il cielo riverberava di argento sopra quel paesaggio appena coniato. Questo era Limbo, un mondo in continuo cambiamento, dove le terre scivolavano via sotto i piedi degli uomini come il tempo sulle loro pelli.
Diamond aveva investito la carica di Cacciatore del Villaggio da qualche giorno, ma ancora non era mai uscito oltre la valle per il suo nuovo incarico. La foresta però la conosceva bene, perché per molti anni era stata il suo rifugio ed il suo posto speciale. Vi si recava quando la solitudine lo attanagliava, mettendo a nudo la sua scomoda condizione di giovane erede al Guanto Dorato di capo del villaggio. Era la carica che suo padre aveva in serbo per lui e non poteva rifiutarla.
Ereditare le responsabilità di una comunità intera non era cosa da poco. I Falconieri contavano oltre duecento elementi, compresi donne e bambini, e organizzare la prossima migrazione sarebbe stato il suo più grande compito, il compito di ogni capo delle decine di comunità nomadi di Limbo.
Quando il sole rosso che determina la fine del mondo fosse apparso all’orizzonte, sarebbe giunto di nuovo il tempo di migrare verso il sole azzurro, alla ricerca di una nuova terra sulla quale fondare il villaggio. Il pensiero di quella grossa responsabilità lo faceva spesso sentire solo nell’insicurezza di non sentirsi all’altezza di quell’incarico.
Mentre quei pensieri turbinavano nella sua mente, si ricordò del suo amico falco che cacciava sopra le alte chiome della foresta. Scrutò lo squarcio di cielo dalla radura nella quale era giunto ma non vi era traccia dell’uccello. Vide però del fumo librarsi dal fianco della montagna più vicina, segno inconfondibile della presenza di un viaggiatore poco avveduto. Era infatti risaputo che la catena montuosa oltre la Valle dei Canti era azzardata e priva di sentieri facili, e una leggenda parlava anche di uomo solitario e pericoloso che si aggirava con misteriosi intenti tra i boschi e le nevi perenni di quei rilievi. I Falconieri evitavano accuratamente le montagne, e i viaggiatori saggi sapevano che vi erano strade migliori per attraversare quel territorio.
Diamond chiamò il suo falco con tre acuti suoni del fischietto che teneva appeso al collo, una sequenza di note che era il tipico richiamo dei Falconieri. Attese qualche istante, mentre il silenzio della foresta lo sovrastava, e si guardò attorno, aspettandosi di veder sopraggiungere da un momento all’altro il suo amico alato. Ma non accadde niente.
Con l’agilità di uno scoiattolo il ragazzo incominciò ad arrampicarsi su un albero che sporgeva la chioma oltre il tetto della foresta, e giunto abbastanza in alto da poter gettare lo sguardo in ogni direzione, soffiò tutto il fiato che aveva nei polmoni dentro l’imboccatura del fischietto. Il falco però continuava a non rispondere al richiamo. Scrutando il cielo giallo sopra la foresta, Diamond si accorse che nessun uccello vi volteggiava, nessuna nuvola lo attraversava, e il sole era scomparso, fuso insieme al cielo stesso per dare vita a quell’intensa luminosità dorata.
Significava che si stava facendo tardi e che il quinto margine del giorno era passato da tempo. A casa i suoi genitori lo stavano già aspettando, ma non poteva tornarsene al villaggio senza il suo amico alato. Sarebbe stato un grande disonore per qualsiasi falconiere, figuriamoci per l’ereditario del Guanto Dorato.
Continuò a fischiare seduto sul ramo del gigantesco albero, sperando di scorgere un movimento, un segno della presenza del suo amico. Un grido squarciò il silenzio della foresta. Diamond sussultò e per poco non perse la presa che lo teneva aggrappato al ramo. Era sicuramente il richiamo del suo falco, e sembrava provenire dalla montagna, dove continuavano a librarsi nell’aria le nuvolette di fumo del bivacco del viandante. Con due agili salti Diamond atterrò sul sentiero e senza perdere tempo si diresse verso la montagna, verso il richiamo dell’uccello che presagiva un pericolo.
Giunto ai piedi dell’altura si accorse che la foresta continuava a ricoprire il terreno per quasi l’intero fianco della montagna, ma appena il sentiero incominciò a inerpicarsi tra le rocce e la vegetazione, questi si perse in una piccola radura priva di sbocco. Alzò gli occhi al cielo che perdeva lentamente il suo colore dorato per farsi scuro e buio. Adesso Diamond temeva di non riuscire a tornare a casa se l’imprevedibile notte di Limbo fosse sorta senza luna e senza stelle.
Usò nuovamente il fischietto nella speranza di un qualche risultato. Da quella radura poteva solo tornare indietro per il sentiero dal quale era giunto, oppure tentare la sorte verso una direzione casuale dentro la vegetazione, una decisione che poteva farlo smarrire nelle viscere della foresta. Ora non temeva solamente per la sorte del suo amico falco ma anche per la sua. Gli tornarono in mente le storie sull’uomo delle montagne, lo strano tizio che si aggirava da quelle parti senza una meta apparente, un mago secondo alcuni, un pazzo secondo altri. E se fosse stato il suo fuoco quello che aveva intravisto dalla cima dell’albero?
Ad un tratto la temperatura sembrò calare vertiginosamente, ma il fenomeno durò solo qualche secondo. Poi il paesaggio attorno al ragazzo crepitò di elettricità, un effetto ottico che fu subito accompagnato da una melodia inafferrabile, uno di quei rari fenomeni chiamati Canti di Limbo, musiche provenienti da remote dimensioni che affioravano nell’aria nei momenti più strani. La melodia durò meno di un minuto, spegnendosi con una nota lunga e grave, poi tutto sprofondò nel silenzio. Un attimo dopo Diamond avvertì un movimento alle sue spalle tra i cespugli, ma era come pietrificato e per un istante non riuscì a muovere un dito. Poi, come scosso da una forza interiore sconosciuta, girò su stesso sfoderando il coltello che teneva appeso alla cintura, un regalo del padre per la sua nuova investitura.
Davanti ai suoi occhi lo sovrastava una figura imponente.  Aveva il volto come scolpito nella roccia, ed occhi che sprofondavano in un precipizio di assurde conoscenze. Quando lo sguardo del ragazzo incrociò quello dell’uomo, una baratro di follia si aprì sotto i suoi piedi. Diamond vide riflesso negli occhi dell’uomo una vita lontana milioni di ere. Sembrava che l’intera figura, alta una spanna più di lui, emanasse una strana fluorescenza. L’uomo delle montagne era muto, ma parlava con gli occhi.
«Ragazzo, che pena mi fa la tua vera natura, la tua sola bugia…»
Le parole dell’uomo non avevano suono, eppure la mente di Diamond riusciva a percepirle. Quale fosse il loro significato non avrebbe mai potuto intuirlo. Il ragazzo si voltò di scatto e si gettò nella foresta, alla ricerca di quel sentiero che lo avrebbe ricondotto a casa. Udì il suono di un ghigno rimbombare dentro la sua testa, come se lo straniero ridesse di lui e della sua vigliaccheria. Il sentiero si era fatto liquido sotto i suoi piedi, ed ignorava il dolore dei rami che gli sferzavano la faccia. Diamond era lanciato in una folle fuga lontano da quell’uomo, e di sicuro non si sarebbe neanche voltato un momento se i suoi pensieri non fossero andati all’amico falco. Non fu la paura di essere disonorato per la perdita dell’animale che lo fece fermare, ma la genuina preoccupazione per il suo fedele amico. Diamond frenò la sua corsa appigliandosi ad un ramo e voltò lo sguardo verso la radura appena lasciata. Lo straniero era ancora laggiù e stringeva qualcosa nella mano, qualcosa che si dimenava gridando; il suo falco.
«Lascia andare il mio falco!»
Diamond sentì gridare queste parole dalla sua bocca, una reazione che lo sorprese profondamente. Provò a pensare a come uscire da quella situazione, ma si accorse di non avere nessuna possibilità. L’uomo che aveva davanti era sicuramente un mago e la sua vita era ormai nelle sue mani. Poteva solo continuare a fidarsi di quell’istinto che lo aveva fatto fermare e urlare quelle parole. Lo straniero rise nella sua testa, ma il suo volto era sempre di roccia.
«Hai coraggio, piccolo Arcon. Chissà che strana derivazione sei? Potresti essere addirittura mio parente?»
Ancora una volta quelle parole attraversarono la mente di Diamond senza lasciare traccia. Il ragazzo non aveva la minima idea di cosa stesse dicendo lo straniero.
«Non so di cosa state parlando. Io sono solo un Falconiere della valle, e quello è il mio falco. Lasciateci andare!»
L’uomo avvicinò al suo volto l’uccello che si dimenava.
«Rivuoi il tuo amico?» Domandò l’uomo nella testa del ragazzo. «Ecco qua!»
Con un rapido movimento del braccio lo straniero scagliò l’animale verso Diamond che lo vide congelarsi nell’aria, paralizzato da qualche strana magia, e atterrare ai suoi piedi con un rumore di vetri spezzati. Incredulo il giovane Falconiere vide il suo falco andare in frantumi.
Se la follia non lo colse davanti a questa visione, per poco non ci riuscì quando la risata dell’uomo attraversò nuovamente la sua testa. In quel momento la foresta incominciò a girare e Diamond si ritrovò disteso sopra i pezzi di vetro sparsi sul sentiero. Due notti caddero in quel momento, quella di Limbo sul paesaggio e quella del ragazzo nella sua mente.
Quanto di tutto ciò fosse stato un sogno oppure no lui non riuscì mai a capirlo. Diamond venne svegliato la mattina dopo dal punzecchiante becco del suo amico. Ripercorse il sentiero fino alla Valle dei Canti, trascinando due gambe pesantissime e tenendosi una testa dolorante tra le mani.
Da allora si tenne molto distante dalle montagne, ma ogni volta che visitava la foresta gettava lo sguardo verso di quei rilievi, cercando il segno di un bivacco, una traccia di fumo nel cielo. E a volte succedeva che vi era davvero qualcuno lassù che alimentava un fuoco, probabilmente un viandante poco avveduto, un nomade sulla strada sbagliata, oppure…

Norg – agosto 2006

Published in: on aprile 2, 2010 at 8:36 am  Comments (2)  
Tags: , ,

FAVOLE DI UN ELENTY

Quieta è la notte di Limbo, con i suoi riverberi porporini e i profumi dolciastri che accarezzano le montagne, ed entrando dai pertugi delle tende da campo si mischiano all’odore del fuoco dei bracieri.  Quieta è la cometa che taglia il cielo scandendo il tempo, e il sonno degli animali del bosco è anche il sonno di un mondo in armonia, il disegno di un dio, oppure quello di un uomo che cerca di emularlo. Quieto è il respiro del bimbo, al sicuro sotto le coperte osserva il profilo del vecchio, segue con gli occhi quelle ombre che gli deturpano i lineamenti, trasformando il suo volto gentile in un macabro ghigno… solo per un attimo.
«Il mondo non è sempre stato così.»
«Che vuoi dire, nonno?»
«Vedi figliolo, prima di tutto devi sapere che esiste un piccolo mondo dentro ognuno di noi. È un po’ come un vestito da indossare. Ogni uomo veste il mondo che più gli piace. Ma c’è anche un altro mondo, quello fuori da quella finestra. Il mondo che condividiamo insieme a tutti gli altri…»
«Nonno, non riesco a capirti. Vuoi dire che esistono mondi diversi?»
«Certo piccolo mio, milioni di mondi diversi. Ogni Arcon possiede il suo mondo, plasmato dalle sue stesse azioni. Però quel tipo di mondo appartiene solo a una persona, e solo quella persona può accedervi. Poi esiste anche un mondo esterno, quello che appartiene a tutti noi, quello di cui volevo parlarti. Non è sempre stato così…»
«E come era?»
«Beh, forse non era bello come questo… ma di sicuro era più vero.»
«Vuoi dire che questo mondo è finto?»
«Tesoro caro, se solo riuscissi a capire…
…ma non importa. Sappi solo che prima di Limbo vi era un altro mondo, ed era cattivo e malato. La gente che lo abitava faceva di continuo la guerra, e nessuno era felice. Per questo motivo è finito, morto. Io ho visto quel mondo, e l’ho lasciato per venire quaggiù. Poi ho conosciuto tua nonna, che non era proprio tua nonna, come io non sono proprio tuo nonno. Miranda si chiamava, ed era la nonna della nonna di tua nonna. Era bellissima…»
«Vuoi dire che tu non sei mio nonno ma…
…ma quanto sei vecchio?»
«Ho visto passare la cometa nel cielo centinaia di volte. Sono molto, molto, molto vecchio. Troppo vecchio. È come se avessi un armadio pieno di vestiti, ed ogni volta ne indosso uno nuovo, una nuova vita, un nuovo mondo. Ecco perché il mondo al di là della finestra non mi riconosce. Mi travesto per ingannare la morte di questo mondo.»
«Ma allora sei un mago?»
«Beh, se ti piace chiamarmi così…»

Published in: on febbraio 12, 2010 at 9:10 am  Comments (1)  
Tags: ,

IL DELIRANTE DEMOLITORE DI LIMBO: Il Segreto dei Dowa

Questo racconto, che scrissi circa un anno fa, ha un approccio descrittivo più delucidante riguardo ai “Misteri” di Limbo. Si parla di Sawar, il malvagio Elenty che semina distruzione e morte, ma soprattutto si accenna per la prima volta al “mondo virtuale” creato dalla Rete di Hope, Limbo appunto. Il finale lascia forse un po’ in sospeso il lettore ma era l’effetto che volevo. Perché le storie, anche questa, si possono sempre riscrivere…

IL SEGRETO DEI DOWA

Guardavo il bambino giocare sul prato dietro al villaggio, un piccolo Arcon che rincorreva felice le farfalle. Si libravano sopra le gerbere e le margherite in volteggi precisi, un meraviglioso disegno del caso. Nonostante la visione fosse gradevole, non riuscivo ad ignorare quella sensazione d’artificiosità che trapelava da tutto ciò che mi circondava.
Nascosto al limitare del bosco, tra le rocce ricoperte di muschio e alcuni piccoli alberi di abete, osservavo curioso le vite di quella piccola comunità Arcon, una delle numerose famiglie nomadi di Limbo. Limbo, proprio lui. Quel mondo così ben congeniato, risultato di anni di lavoro e sacrifici, anche i miei. Quasi la memoria si confonde nei remoti inizi di tutto ciò.
Limbo, la giara della coscienza umana, l’eredità della fallimentare storia dell’uomo lasciata nella speranza di un futuro migliore. Ma che importanza aveva ormai tutto questo? Limbo era, nonostante la bizzarra verità che pochi conoscevano, un mondo fatto di uomini, donne, bambini e centinaia di altre creature. Ognuno padrone della sua storia, della sua vita e delle sue ragioni. Nessuno poteva negare questa evidenza.
Gli Arcon avevano gli stessi sentimenti degli Elenty, le stesse necessità. A differenza degli Arenty, possedevano una coscienza propria, ed erano liberi di perseguire qualsiasi scelta. Gli Arcon erano la nuova umanità in un mondo di codici ed impulsi elettrici.
Ma fino a quando sarebbe durato tutto ciò?

Una massiccia figura ammantata di grigio si avvicinò al bosco, attraversando con andatura decisa il verde prato fiorito. Trascinava dietro di se una pesante spada in un fodero rosso legato al fianco, e lunghi capelli corvini gli scendevano dietro la schiena ondeggiando al ritmo del suo passo.
“Tenero Lou, che meraviglia che sei!” pensò Trevor che lo osservava dal limitare del bosco. I due amici si conoscevano dal tempo in cui il robusto uomo delle praterie aveva salvato il mago da un gesto folle, un gesto che aveva il solo scopo di farla finita. Trevor fu tratto in salvo dalle forti braccia dell’Arcon, trascinato lontano da quel fuoco da lui stesso appiccato, in una notte che segnò indelebilmente i destini dei due uomini. Da allora non si erano mai separati. (altro…)

Published in: on dicembre 11, 2009 at 9:20 am  Comments (2)  
Tags: , , , , , , ,

IL PORTATORE DEL BRACCIALE

Questa settimana il progetto “Limbo” presenta un racconto breve scritto nel 2006 che gira intorno ai misteri e al significato degli oggetti di famiglia. L’immagine di Charles Huxley legata al racconto sarà pubblicata la prossima settimana. Nel frattempo ho allegato un suo vecchio lavoro.
Il romanzo “Limbo” tornerà venerdì prossimo con il sesto capitolo.
Buona lettura.

racconto limbop

Il cielo era plumbeo e gravido di pioggia, ma c’erano riverberi rosati che lampeggiavano dietro le nubi, segno che il paesaggio sarebbe cambiato e che una notte priva di astri si prospettava, ospite la solitaria cometa che scandisce il tempo di Limbo. Clessidra la chiamavano, la luce che naviga il cielo scandendo le stagioni.
Neve procedeva lentamente in sella al suo cavallo, discendendo la montagna appena valicata. Il sentiero lo stava accompagnando verso le terre del sole rosso, oltre Mountoor, la montagna che segnava i cicli del mondo.
Desiderava da tempo rivedere le terre in cui era nato, le praterie all’ombra delle Montagne del Vespro, un paesaggio incantevole in cui le luci del cielo si rincorrevano in sfumature calde tra il giallo, il rosso e il blu più profondo. Un tramonto eterno, alternato a delle notti di luna bianca, dava il nome a quelle montagne che come un drappo nascondevano il Mare Infinito di Limbo. Oltre la distesa azzurra increspata di onde continue, il riflesso in due specchi paralleli del solito paesaggio dava il nome a quel mare; Infinito.
Mentre discendeva l’altura, Neve giocherellava col bracciale di famiglia, un drago dorato attorcigliato su se stesso con due rubini per occhi. Era un oggetto alquanto vistoso, complice il suo evidente valore. Ma in realtà un oggetto di famiglia non ha mai un valore perché venderlo è inammissibile, il gesto più degradante che un uomo possa compiere.
Suo padre glielo aveva cinto intorno al polso molte stagioni prima, quando i suoi occhi grigi lentamente si spegnevano su questo mondo per riaprirsi da qualche altra parte. Da allora Neve non se l’era mai tolto, e mai lo avrebbe rimosso se non in punto di morte, consegnandolo nelle mani di Jill, la figlia di sua sorella Violet, prima discendente della sua famiglia. Ma se fosse giunto il tempo dell’Emersione, come gli aveva spiegato il padre, avrebbe dovuto esaudire il suo ultimo desiderio, una missione piena di mistero della quale Neve non desiderava conoscere più di quel poco che sapeva. Nel momento in cui il sole e la luna si fossero congiunti dando vita ad un nero astro che risucchia la luce, il tempo dell’Emersione sarebbe giunto, ed allora quel bracciale doveva essere consegnato nelle mani del guardiano di Mountoor.
Era totalmente assorto in questi pensieri quando il cavallo nitrì improvvisamente, scartando di lato in un movimento che per poco non disarcionò il suo cavaliere. Neve riprese subito il controllo del suo destriero,  ma quando rialzò lo sguardo venne colto dalle vertigini. Il mondo intorno a lui si oscurò per un istante mentre un suono lancinante, come metallo e vetri in frantumi, attraversò la sua testa lasciandolo senza fiato.
Quando riprese coscienza dei suoi sensi si ritrovò con la faccia nella polvere ed i muscoli inerti. Poteva solo avvertire le presenze sopra di lui, due uomini le cui auree erano così potenti da distorcere l’etere intorno a loro.
Neve, capace appena di respirare, poté soltanto ascoltare le parole dei due uomini che stavano disegnando il suo destino.
«Allontanati da lui!»
«Chi credi di essere tu per dirmi cosa devo o non devo fare?»
«Io sono la cosa giusta.»
Le due voci erano completamente diverse. La prima era priva di emozioni, l’altra fin troppo appassionata.
«Tu sei solo un disegno, niente più. Quel bracciale mi appartiene, è mio. Anzi, quel bracciale sono Io!»
«No. Quel bracciale eri Tu prima che questo mondo ti corrompesse, prima che tutto questo avesse inizio.»
«Misero Arenty, credi di potermi fermare? Tu non puoi neanche immaginare la forza che mi spinge verso quell’oggetto.»
«Quella forza di cui parli è fittizia. Tu puoi continuare a vivere la tua vita anche senza quel bracciale. Non c’è niente che ti leghi a lui. Non più!»
Adesso le voci erano molto vicine, sovrastavano il corpo e la mente di Neve che immobile cercava di afferrare il senso di tutto ciò.
«Come potrei vivere ignorando la presenza di quel bracciale? È la testimonianza dell’inganno che noi Elenty abbiamo subito. Non capisci? Già, ma come potresti mai capire tu…»
«Io non capisco. Io so! So qual’è la cosa giusta da fare, ed è proteggere il portatore del bracciale per il bene di tutti.»
Ci fu un momento di silenzio, mentre le due figure parevano studiarsi. Si muovevano in cerchio, sollevando nuvole di polvere attorno al corpo inerte di Neve.
«La cosa giusta? Non esiste nessuna cosa giusta. Questo dannato mondo finirà prima o poi, e tutto sarà stato inutile. Quindi facciamola finita e incrocia la tua spada, tanto so già che non ti farai mai da parte.»
«E come potrei. La mia esistenza è volta a questo momento. Lasciami però un ultima parola prima di combattere. Un giorno la vita contenuta in quel bracciale aprirà gli occhi su un mondo nuovo, un mondo vero, e quando questo accadrà tu ti risveglierai e Limbo non ti sembrerà altro che un brutto sogno. Sei sicuro di non volerci credere più?»
Ci fu un’altra pausa di silenzio in cui Neve poté distinguere i respiri degli uomini che si fronteggiavano. oi un sussurro pronunciò le ultime parole prima dello scontro.
«No, non ci credo più!»
Due urli profondi e disperati precedettero lo schianto delle lame lanciate in due potenti fendenti. Lo scontro di quelle spade, sicuramente di origini magiche, portò il definitivo oblio nella mente di Neve.
Vagò in un sogno leggero, fatto di filamenti luminosi e visioni di sistemi binari, immagini che non riusciva pienamente a capire ma che seguivano i bizzarri ragionamenti dei due uomini che combattevano sopra di lui.
Poi sentì il suo corpo cadere per un tempo indefinibile, per atterrare infine dentro una scura pozza d’acqua che si andava allargandosi a causa della pioggia battente che vi cadeva. Per un momento temette di affogare, ma come succede sempre nei sogni, l’attimo prima di morire riaprì gli occhi sul mondo.
Neve era ancora riverso a terra nello stesso punto in cui era caduto da cavallo, sotto una pioggia torrenziale che lasciava distinguere appena il paesaggio.
A fatica riuscì a rialzarsi in piedi, e subito si accorse dell’uomo che giaceva a pochi metri da lui. Riverso al suolo, il corpo senza vita di uno dei due guerrieri era privo di testa.
Quando Neve si avvide di non indossare più il bracciale seppe a quale voce apparteneva quel corpo.

Norg – Agosto 2006

Scarica l’illustrazione in alta definizione

racconto limbo

Published in: on ottobre 16, 2009 at 7:20 am  Comments (2)  
Tags: , ,