CAPITOLO 30: La Migrazione

Lontano, in una torre sotto l’oceano, Wirlock spense i monitor e si alzò dalla console. Una nuova crepa si formò su una delle vetrate che davano sui fondali marini. Il vampiro non ci fece caso e attraversò la stanza di controllo per sedersi al tavolo in cui le proiezioni degli ultimi programmatori della Rete di Hope usavano ritrovarsi per discutere del destino di Limbo. Erano passati molti cicli dall’ultima volta che si erano ritrovati; Wirlock ricordava bene quell’occasione. In verità, anche i suoi sogni erano tormentati dal rimorso per il modo in cui aveva tradito i suoi compagni, seguendo un progetto tutto suo, ma quel progetto era finalmente arrivato ad una conclusione, nel bene o nel male. La storia dell’uomo era andata per sempre perduta. Malgrado gli sforzi, non era riuscito ad isolare l’impulso inaspettato che aveva guidato la mano di Viktor, l’Aviatores che aveva cancellato il supporto in cui era scritta la storia del vecchio mondo. Wirlock non era riuscito ad isolare neanche la strana forza che aveva richiamato Mila fuori dall’oscurità, e la canzone che la stessa donna Elenty aveva usato per salvare gli altri maghi. Era come se una forza esterna agisse dentro Limbo, seguendo un piano più grande del suo. Anche il destino di Druge era un mistero. Era stato il vampiro a fare intervenire il framemaker per rivelare la vera natura dell’Arcon, ma incomprensibilmente Ryo aveva atteso molte stagioni prima di rivelarsi, anche lui guidato da una forza esterna, ignorando il programma che lo aveva generato. Aveva salvato la vita di Druge diventando il suo doppione, e poi era stato lo stesso Druge a portare a termine la missione che Wirlock aveva pensato per Sawar oppure Nicon. Wirlock si sorprese a pensare che neanche un mondo interamente generato dalla mente umana è esente da alcune inconoscibili forze dell’universo.
Davanti al vampiro vi era una bottiglia di vino, l’ultimo programma a cui aveva dato il via prima di prendere congedo dalla console. Stappò la bottiglia e si versò un bicchiere abbondante di quel liquido ambrato. Un’altra crepa apparve sulla vetrata, insieme al ghigno malefico di uno degli squali giganti che facevano la ronda attorno alla guglia.
Wirlock bevve, alla sua salute e a quella degli squali, cercando di convincersi che ne era valsa comunque la pena. La migrazione poteva essere una nuova risposta, pensò. Qualcuno all’interno del progetto ci credeva a quella teoria, e forse all’insaputa di tutti aveva innescato l’input nella matrice di Limbo. Gli Elenty avevano fatto il resto. “Interessante”, pensò, e si versò un altro bicchiere.
Un rivolo d’acqua incominciò a fuoriuscire attraverso la crepa sulla vetrata; una pausa, forse due prima che l’oceano invadesse l’interno della torre, mettendo fine una volta per tutte alla sua esistenza. Il Telaio era andato. Viaggiarci attraverso per raggiungere il portale, nel quale si riversavano gli Arcon provenienti dai remoti angoli di Limbo, poteva costargli la vita, o quella sorta di simulazione vampiresca di cui era prigioniero, ma in fondo che cosa aveva da perdere… Bevve l’ultimo sorso, chiuse gli occhi e proiettò la sua mente nell’infrastruttura di quel mondo digitale. Un’ultima volta ancora…

Non avevano forma, anche se un prodotto evoluto della chimica del carbonio le avrebbe chiamate “onde” solamente dopo averle analizzate attraverso un sofisticato strumento. Sicuramente, processate in un certo modo, avrebbero potuto trasformarsi in suoni, privi di una logica musicale, ma comunque suoni.
«Puoi sentirmi?»
«Qual’era il mio nome?»
«Chi eri tu?»
«Dove stiamo andando?»
Non potevano chiamarla oscurità, anche se la luce ormai era alle loro spalle. Erravano in una placenta vibrante, uno spazio infinito ma allo stesso tempo contenuto. La sensazione non era quella del volo; c’era stata una spinta, subito dopo aver varcato la porta di luce, ma si era esaurita velocemente. Adesso semplicemente erravano, guidati da una miriade di possibilità, puntini più o meno luminosi percepibili nella distanza. Un viaggio, non condizionato dal fattore tempo, li attendeva tutti, Arcon, Elenty ed Arenty. Quei codici si sarebbero comunque evoluti in qualcos’altro, proiezioni filiformi di vita innescate in rappresentazioni più o meno nuove.
«Rimaniamo insieme…»
«Stai tranquilla, non ti lascerò mai più.»
E ancora…
«Sei tu?»
«Si sono io.»
«Allora seguimi…»
E ancora…
«E se non mi riconoscerai nella mia forma nuova?»
«Non temere; ti riconoscerò…»
Nel viaggio le entità incontrarono altri semi di vita. Non avevano nomi come loro, non sapevano da dove venivano ed ignoravano le loro mete. Qualcuno si accarezzò e si innestò all’altro combaciando come pezzi di un puzzle, ed insieme puntarono su una stella meno fulgida ma più nitida. Laggiù li attendeva qualcosa di diverso, forse più reale, forse semplicemente diverso.
E continuarono così, ingannando il tempo e lo spazio, spargendo i semi di nuove incredibili storie.

FINE

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Published in: on luglio 29, 2011 at 8:13 am  Comments (1)  
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CAPITOLO 29: La Processione

Tutti udirono, nel silenzio innaturale di quel mare di nebbia, la montagna spaccarsi. Il primo fu Sawar, ancora aggrappato alla roccia. Avvertì il tremito, vide alcune crepe aprirsi sopra di lui e seppe che Druge era riuscito nella sua missione; il Gigante era stato sconfitto. Adesso però non aveva altra scelta, doveva fuggire di lì. La ferita al ventre andava meglio, ma sapeva che se si fosse mosso avrebbe ripreso a sanguinare. Non poteva contare sulla gamba ferita, ma si augurava che per scendere non gli sarebbe servita. Respirò profondamente, poi lasciò andare la presa e iniziò a scivolare sulla roccia prendendo rapidamente velocità. Rise Sawar, mentre la pietra graffiava la sua pelle e il dolore divenne qualcosa in cui perdersi. Erano solo impulsi, pensò, irreali quanto Limbo, e non sentì più niente. Si lasciò andare alla caduta, mentre rocce grandi quanto la sua testa incominciavano a rotolare lungo il fianco della montagna. Nessuna di queste, però, lo colpì. Quando toccò il terreno, continuò a rimanere cosciente, nonostante le molteplici fratture alle braccia e alle gambe. Il suo sforzo probabilmente non sarebbe bastato se qualcuno non lo avesse trascinato via da lì, mentre le pietre che rotolavano giù dalla montagna diventavano sempre più grandi e letali. Non seppe mai di chi fossero le mani che lo sorressero fino a una zona sicura, in cui finalmente poté abbandonarsi ad un sonno senza dolore e senza sogni, ma non lo avrebbe di certo sorpreso sapere che era stato proprio Nicon a salvarlo, anche lui scampato per miracolo alle forze elementali scaraventate addosso ai Testimoni di Seidon. Si risvegliò tra le braccia di Davinia, incapace di rendersi conto se si trattava di un sogno, o di una realtà di qualsiasi tipo.
«Sei tu?» provò a chiedere, ma la sua voce rimase muta.
«Dobbiamo andare…» rispose lei, poi si sentì sorreggere. Le immagini divennero confuse, la storia acquistò significati illeggibili. Nel frattempo la nebbia era scomparsa. Guardandosi intorno si accorse di trovarsi nel mezzo ad una processione, o almeno questa sembrava. Una marea di Arcon si muoveva lentamente verso un immenso globo di luce azzurra. “Che realtà era”, si chiese, ma non la combatté. Rimase fermamente aggrappato alla sua donna, mentre la luce si faceva ad ogni passo più vicina, più vicina, più vicina…

Jade e Mylo si tenevano per mano, perché se si fossero allontanati anche solo di tre passi l’uno dall’altra, si sarebbero sicuramente persi nella nebbia. Camminarono lentamente verso la direzione in cui, secondo l’orientamento dell’apprendista mago, doveva trovarsi Mountoor. Nel silenzio opprimente della prateria, tutto ciò che riuscivano a udire erano i loro respiri. Poi un rombo lontano e crescente li fece fermare. La terra sotto i loro piedi incominciò a tremare.
«Che succede?» domandò Jade, cercando gli occhi dell’amico. Mylo non seppe cosa rispondere. Attesero in silenzio, mentre il tuono cresceva. «È la terra che si spacca…» disse poi il ragazzo, «la montagna sta crollando.»
Quello che videro dopo fu più o meno ciò a cui tutti gli Arcon, Elenty e Arenty presenti sulla piana davanti a Mountoor assistettero. Dalle crepe che si formarono sulla superficie conica della montagna, una luce abbagliante fuoriuscì diradando la nebbia purpurea che aveva invaso le pianure. Il terremoto spaccò in due la montagna, che si inabissò lentamente dentro la terra, ma la fonte di quella luminescenza, il globo azzurro che rappresentava il portale dimensionale di Limbo, continuò a galleggiare sopra le macerie che venivano fagocitate dalla voragine. La terra in cui era scomparsa Mountoor si richiuse ad una velocità impressionante, erba fresca incominciò a crescere su quel terreno nuovo su cui la sfera di luce si adagiò delicatamente. La montagna era scomparsa insieme ad ogni segno della sua esistenza.
La nebbia, diradatasi, non attutiva più i suoni, ma un silenzio di meraviglia aveva ghermito i cuori di coloro che avevano assistito a tale portento. Migliaia di Arcon ammutoliti guardavano estasiati la luce che illuminava i loro volti. Giunse il primo margine della notte di Limbo, ma il globo risplendeva come un sole sulle praterie e quasi nessuno si accorse del cambiamento di paesaggio. Ma Limbo era ancora instabile; i lampi e i tuoni, che per tutta la durata del fenomeno si erano interrotti, ricominciarono ad esplodere nel cielo. Davanti a quella folla smarrita, una voce allora si alzò, la voce di un uomo che Mylo conosceva bene; era il suo maestro, quasi un padre per lui. Si trovava su un piccolo promontorio, davanti alla sfera di luce. Tutti potevano vederlo distintamente, nella sua veste bianca.
«Arcon, avete scelto di credere in Seidon, ed Egli ha risposto alle vostre preghiere…» un mormorio si alzò dalla folla.
«Che sta dicendo?» Jade era confusa. Mylo scosse la testa.
«Le antiche città non torneranno dagli abissi. Limbo non si fermerà, è invece destinato a una rapida distruzione, come potete vedere…» continuò il mago, indicando i lampi nel cielo. «Ma un altro mondo vi aspetta, oltre questa luce alle mie spalle, e laggiù forse incontrerete Seidon in persona, o qualcosa che lo rappresenti.»
«È l’unico modo…» spiegò Mylo.
«Cosa?» Jade era sempre più confusa.
«L’unico modo per convincere gli Arcon a seguirlo.»
«Credevo che gli Elenty ne avessero abbastanza delle menzogne…»
Mylo ci rifletté un momento. «Temo che gli uomini non possano vivere senza menzogne. È come se non ne potessero fare a meno…»
Poi la processione incominciò, e la grande marea di Arcon si mosse lentamente ma senza esitazione verso la luce, verso la promessa di un nuovo mondo.

Domani il finale…

Published in: on luglio 28, 2011 at 1:49 pm  Comments (1)  
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CAPITOLO 28: Un Globo di Luce

Il vento sferzava sulla roccia portando con sé goccioline di pioggia che rendevano la scalata molto più insidiosa. Druge guardò in basso ma non riuscì a vedere nulla; gli anomali banchi di nebbia che erano apparsi quella mattina, si erano fusi insieme creando una specie di coltre violacea che ricopriva l’intera pianura attorno alla montagna. L’Arcon avvertì la spada pulsare nel fodero, una sensazione non spiacevole ma che lo metteva a disagio. Era lui il campione destinato a sconfiggere il Guardiano del portale? Che senso aveva tutto ciò, si chiese, ma le domande avevano ormai poca importanza. Esistevano certezze, come l’amore che provava per Mila, e il pensiero di perderla lo fece esitare. Vi era la certezza di quel mondo che stava per finire, ribadita dai lampi e dai tuoni che esplodevano sopra di lui, e poi vi era la certezza più grande, quella che gli dette nuovamente forza e lo fece avanzare senza più esitazioni; la certezza dell’amore per la vita.
Si era creduto un Elenty per un tempo innaturalmente lungo, credendo di comprendere i segreti dei primigeni, anche se non li aveva mai davvero afferrati. Era solo una copia distorta di un’entità vissuta molti cicli prima in un altro mondo, una costola di un’esistenza reale ricostruita all’interno di un mondo fatto di codici. Poteva bastare come ragione per sentirsi meno vivo? No, non credeva di sentirsi meno vivo degli Elenty, non più. Contrasse ogni muscolo del suo corpo e continuò a salire. Ormai mancavano pochi passi all’entrata della caverna. Un tuono squassò l’aria, seguito da uno stridore innaturale che lo assordì parzialmente. Ignorò il dolore all’orecchio e si issò sopra il parapetto di roccia, davanti alla bocca della caverna. «Ci siamo», sussurrò, poi estrasse la spada e con passo sicuro entrò dentro Mountoor.

Mylo aiutò Misar a trasportare il corpo senza vita di Tzadik dentro la tenda, con Jade che li seguiva da vicino. La ragazza aveva gli occhi arrossati per il pianto ma aveva smesso di singhiozzare. La nebbia limitava la visuale ad un paio di passi e penetrava dentro i vestiti depositando una patina di gelo sulla pelle. La ragazza si sentì sollevata una volta dentro la tenda.
«Che cosa succederà adesso?» chiese al vecchio Arcon, che assorto contemplava la densa bruma che nel frattempo aveva nascosto l’intero paesaggio ed era capace di attutire anche i suoni.
«Non lo so, Jade» rispose il vecchio, scuotendo la testa. «Gli eventi non sono più nelle nostre mani, e forse non lo sono mai stati…»
«Ho fatto male a consegnare a quell’uomo il medaglione?» chiese la Keeper, ma non si sentiva in colpa.
«Non credo. Le cose sono cambiate quando il mago mi ha chiesto di toglierti l’oggetto mentre cercava di risvegliarti. Da allora ho incominciato a dubitare di tutto ciò che sapevo. Quando non hai più convinzioni a cui aggrapparti, ti rimane solo due cose da fare; o lasciarti cadere, o provare a volare…»
Mylo era ancora al fianco del corpo inerte dell’amico. Osservava i colori sgargianti del pojo che Nicon aveva messo addosso al suo allievo, chiedendosi dove fosse adesso il giovane Tzadik. Secondo la mitologia Arcon le anime dei morti raggiungevano la magione di re Hope, per vivere in eterno nei giulivi lidi del padre di Seidon, ma quella, come tutto il resto, era solo un’invenzione degli uomini. Tzadik aveva semplicemente cessato di esistere? Come si poteva accettare tutto ciò?
«Io vado a vedere cosa succede!» dichiarò l’apprendista mago.
«Vengo con te» aggiunse prontamente Jade.
«Non fate gli sciocchi» li ammonì Misar. «Non c’è niente che possiate fare, e poi Limbo è troppo instabile.»
«Ma non ci riesco a stare qui» spiegò Mylo. «E poi che importanza ha ormai? Quanto credi che ci rimanga da vivere?»
Il vecchio Arcon non riuscì a rispondere a quella domanda. Abbassò la testa e non disse nient’altro. Nel silenzio innaturale di quell’ultimo margine del giorno, i due ragazzi fuoriuscirono dalla tenda, perdendosi dopo pochi passi nella nebbia violacea che annunciava la fine di Limbo.

Un canto la stava chiamando, questo era tutto ciò che riusciva a percepire. Ricordava di essere caduta insieme ad altri, ricordava i lampi e i tuoni nel cielo indaco e l’odore della folgore, ma la semplice ragione della sua esistenza le sfuggiva. Qual’era il suo nome? Chi erano le persone con cui era caduta? Dove si trovava? Le domande si accavallarono senza sosta, nel buio opprimente di quella prigione della mente. A parte le tenebre, vi era il canto, un lamentevole ripetersi di parole inafferrabili proferite da una voce antica. Di chi era quella voce? L’aveva già sentita da qualche parte…
La maga seguì la canzone, non con il corpo, non con la mente, ma con l’unico mezzo in grado di comprendere davvero il mistero della musica; il cuore. “Aveva ancora un cuore?”, si chiese. Allora ricordò chi era, improvvisamente, e tutto ciò che era successo, ma ugualmente non riuscì a rispondersi. Ce l’aveva un cuore oppure no? Forse un tempo lo aveva avuto, in un mondo diverso, ma adesso non sapeva…
«Mila…» nella canzone apparve il suo nome.
«Mila, ecco la strada…» erano parole appartenenti ad una lingua sconosciuta, ma era capace di comprenderle.
«Mila, torna indietro…» la voce del vecchio, il vecchio Arcon, era lui…
«Vecchio, sei tu? Ho tante domande…»
«Non ci pensare cara, segui la strada, la mia voce, la canzone…»
Mila spalancò gli occhi ma la situazione non cambiò di molto. Al posto dell’oscurità vi era una nebbia opprimente che sembrava volerle entrare sotto pelle. Le urla dei combattimenti erano cessate e il silenzio che l’attorniava la preoccupava. Dove erano andati tutti gli Arcon? Si mosse con accortezza per il campo di battaglia ed inciampò su un corpo; era quello di Rivier. Aveva gli occhi chiusi e la sua mente era lontana, probabilmente dentro la stessa oscurità dalla quale era appena riemersa. Si inginocchiò vicino al mago e cominciò a chiamarlo, intonando le parole della canzone che l’aveva guidata fuori da quella prigione: le aveva imparate a memoria oppure erano cresciute dentro di lei? Continuò così, passando di corpo in corpo, ed uno ad uno riuscì a risvegliare tutti i caduti.

Sawar rise, come era solito fare all’alto della sua torre galleggiante mentre si adoperava a distruggere gli scenari di quel mondo insipido. Rise aggrappato alla roccia, sanguinante e dolorante, mentre la nebbia lo divorava. Rise pensando al suo strano destino, e al concetto stesso di destino dentro a una realtà fatta di impulsi elettrici. Rise e il suono della sua risata si perse nella nebbia. Per un po’ giocherellò con l’idea di lasciare quella presa; un salto nel vuoto, per chiudere una volta per tutte la scatola di quell’assurdo gioco. Probabilmente lo avrebbe fatto, se non fosse stato per Davinia. I cristalli avevano ricostruito la sua vita, mettendo ogni pezzo del puzzle al suo posto, e adesso finalmente molte cose gli erano chiare. Una di queste era il suo amore per la quella donna.
«Davinia!» urlò, ma la nebbia gli rapì la voce. Continuò a gridare quel nome, e a quel nome si aggrappò come alla roccia che lo sorreggeva. Si sorprese ad esaudire un desiderio; poterla riabbracciare ancora una volta.

Druge avanzò attraverso il cunicolo di roccia con il cuore che gli batteva all’impazzata. Vide una minuscola fonte di luce nella distanza, mentre la temperatura nel corridoio incominciava ad alzarsi. Estrasse la spada nera e continuò in direzione di quel puntino luminoso, che era come una stella solitaria dentro le tenebre della montagna. La spada era leggerissima, leggermente tiepida al contatto. Riuscì a distinguere l’apertura nella roccia, ancora molti passi davanti a lui, e la luce calda e pulsante che la illuminava. Alcune gocce di sudore gli imperlarono la fronte…
Varcò la soglia della grotta di fuoco e ciò che vide lo fece perdere d’animo; su un trono di roccia sedeva il Guardiano di Mountoor, un gigante dalla pelle bronzea il cui volto era nascosto da un possente elmo d’acciaio. Druge rimase come pietrificato davanti a quella visione. Il fuoco lambiva fino al soffitto le pareti di quell’immensa caverna, una visione accecante, insopportabile. “Dov’era il portale?”, si chiese l’Arcon, non riuscendo a vedere oltre il trono del Gigante.
«Chi sei tu?» la domanda gli arrivò dentro il suo essere. Chi era lui, si chiese, ignorando la risposta. Offeso da quell’affronto, reagì d’impulso facendo una paio di passi in avanti. Il Gigante aprì gli occhi, due fiamme azzurre dietro il metallo dell’elmo.
«Come osi avvicinarti!» la voce, come il boato del fuoco, non era più dentro di lui. Le fiamme sulle pareti tremolarono, frustate dalle onde sonore emesse da quella voce titanica. Druge si arrestò coprendosi gli occhi con il braccio con cui teneva la spada. Il calore stava diventano insopportabile. “Quanto tempo gli restava”, si chiese “prima che la sua pelle incominciasse ad ustionarsi?” Mosse ancora un passo in direzione del trono, e quel gesto servì a svegliare completamente il Guardiano, che lentamente incominciò ad alzarsi. Il colosso raggiungeva quasi il soffitto della caverna, che era alta almeno dieci passi. Gli sarebbe bastato un semplice gesto per schiacciare quell’intruso, invece sollevò l’enorme ascia che teneva in mano, la cui lama era grande quanto un cavallo. Portò il colpo con una rapidità impressionante, nonostante la sua mole. Druge sentì la fine cadergli addosso, ma evitò di pensare. Pensare, in quelle circostante, era la cosa peggiore che si potesse fare. Invece chiuse gli occhi e si fece guidare dall’istinto, o da qualcosa che gli uomini chiamavano istinto e che forse apparteneva a quei codici di cui gli Elenty usavano parlare. Druge non sapeva da dove venisse quel suo intuito, ma di una cosa era certo; lo aveva salvato più di una volta.
Il guerriero Arcon saltò in direzione della gamba sinistra del Guardiano, evitando di un soffio il colpo che si abbatté sulla roccia in un’esplosione di schegge di pietra, scintille e polvere. Un solo colpo era tutto ciò che si poteva auspicare; pregò che la spada facesse il suo lavoro e affondò la lama nel piede del Gigante. La punta della spada penetrò la dura corazza di quell’essere come uno spiedo rovente nella cera. Nessun grido fuoriuscì dalla bocca del Guardiano, che era già pronto a portare un secondo terribile colpo. Druge continuava a spingere la spada dentro l’enorme piede della creatura, ignorando l’ascia che stava calando nuovamente su di lui. Chiuse gli occhi e si arrese al colpo; non c’era nient’altro da fare, pensò. Sentì il fuoco sulla pelle, un’ultima micidiale vampata di calore che gli tolse il respiro, poi più nulla. Era finita?
Druge aprì gli occhi. Le fiamme che lambivano le pareti della caverna si erano improvvisamente estinte e del Gigante non vi era più traccia, come se non fosse mai esistito. La grotta era piombata in una semioscurità rischiarata soltanto da una tenue fonte di luce che proveniva dalle profondità oltre il trono di pietra. L’Arcon cercò la spada con cui aveva portato il colpo mortale ma non la trovò. Probabilmente era scomparsa insieme al Guardiano e alle fiamme. Mosse poi alcuni passi in direzione di quella luminescenza, e più vi si avvicinava più la caverna si ristringeva, fino a diventare un budello scavato nella roccia. Nel frattempo percepì un rumore sordo in avvicinamento, come se provenisse dalle viscere della terra. Affrettò il passo fino a raggiungere la parte più stretta di quel budello, oltre la quale si apriva un’altra caverna, molto più ampia della precedente. Druge riuscì a scorgere meglio ciò che aveva dinnanzi; la luce proveniva da un globo azzurro galleggiante, posto al centro della grotta che era invasa quasi completamente dall’acqua, o da un liquido scuro incapace di riflettere la luce. Il rombo divenne più forte, la roccia della montagna vibrò. Alcune crepe si formarono sulle pareti e improvvisamente sulla superficie dell’acqua, immobile fino a quell’istante, si crearono dei gorghi. Il liquido rifluì presumibilmente dentro le crepe che andavano formandosi sul fondo del lago, mentre il globo di luce azzurra incominciò a pulsare e ad estendersi. Druge guardò indietro e capì che non sarebbe mai riuscito ad uscire dalla montagna da dove era entrato. Quella luce era il portale, l’unica possibile via di salvezza. Pensò a Mila e si chiese se l’avrebbe mai rivista. Qualcosa dentro di lui lo rassicurò; si, Mila e Druge si sarebbero rincontrati, da qualche parte, in un tempo diverso, sotto forme nuove.
Il lago era scomparso e la luce aveva nel frattempo raddoppiato le sue dimensioni. L’Arcon corse in direzione del globo, mentre parti della montagna gli crollavano attorno. Per poco non fu trascinato via da una roccia grande il doppio di lui, poi raggiunse la superficie azzurrina del portale. Quella era la fine. Quello era l’inizio.
Chiuse gli occhi ed entrò.

Published in: on luglio 22, 2011 at 9:15 am  Comments (2)  
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CAPITOLO 27: Un Campione per il Gigante di Mountoor

«Perché quella donna è slegata?» esclamò Nicon irrompendo nella radura davanti alla tenda di Rivier e puntando l’indice sulla prigioniera.
«Calmati Arcon, c’è una spiegazione» provò a riassicurarlo il mago.
«La spiegazione è che abbiamo un accordo, io e te; quella donna è mia prigioniera» ribatté il cavaliere.
Gli errori di Limbo si erano nel frattempo intensificati. Porzioni di pareti della tenda scomparivano e riapparivano ad intermittenza. Dagli accampamenti Arcon si alzavano urla improvvise, come se qualcuno si fosse addormentato e per poco non fosse annegato nel Telaio di Limbo, divenuto un oceano di tenebra. Addormentarsi poteva a questo punto rivelarsi alquanto pericoloso. Mancavano due margini alla notte e Rivier temeva che molti Arcon non sarebbe sopravvissuti fino al mattino. Dovevano fare qualcosa alla svelta, non potevano aspettare un altro giorno.
«Calmati Nicon, lei è qui per aiutarci» disse il mago, piantandosi davanti alla donna. «Consegnagli la spada, Davinia. Non possiamo attendere l’arrivo di Sawar… Sarà lui ad uccidere il Gigante…»
Nicon indietreggiò. «Che cosa dici, mago?»
«È l’unica salvezza» spiegò Rivier, indicando le pareti della tenda. «Garda, non c’è più tempo.» Poi si rivolse al cavaliere. «Davinia porta la spada che può uccidere il Gigante. Una volta sconfitto, potremo accedere al portale, tutti quanti, Elenty, Arcon, Arenty… tutti. Nessuna arma è in grado di scalfire quella creatura, a parte questa spada, forgiata dall’ultimo programmatore di Limbo per il più grande campione.»
«Non è così che deve essere, mago…» cercò di resistere Davinia. «Dobbiamo aspettare Sawar…»
«Non c’è più tempo. Dagli la spada!»
Poi la folgore esplose tra Nicon e Rivier, un lampo di luce azzurra che accecò per un attimo gli astanti. Mylo, Jade e Tzadik, che si trovavano più distanti accanto al vecchio Misar, si avvidero subito della presenza dell’uomo. Lo avevano visto solo in un’occasione, anche se la ragazza lo aveva sognato più volte, eppure lo riconobbero all’istante. Il volto scarno, privo di quel ghigno che usava terrorizzare le notti della giovane Keeper, era rivolto verso il suo acerrimo nemico, Nicon. Questa volta era stato lui a prenderlo di sorpresa.
«Eccomi, Arcon… Sono venuto a finirti, prima che questo stupido mondo finisca tutti noi…» disse Sawar, estraendo la sua spada. Nicon cercò di rialzarsi ma l’esplosione di luce azzurra lo aveva frastornato. Rimase in ginocchio, passandosi la mano sugli occhi.
«Sawar, non è necessario che tu faccia questo» disse Rivier.
L’Elenty corrotto lo ignorò, guardando oltre la sua figura ammantata di bianco. «Davinia, amore… perché sei scappata?» disse, rivolto alla donna, ma lei non rispose. Non c’era tempo per le risposte, il cavaliere Arcon si stava rialzando. Sawar si mosse come un felino e con un balzo si portò sopra la sua preda. Rivier provò a mettersi nel mezzo, ma il movimento dell’uomo era stato preciso e fulmineo.
«Questo è per il vile colpo alle spalle che mi ha quasi ucciso…» disse, portando un fendente mortale al ventre del suo nemico. Nicon non ebbe il tempo di rispondere a quell’attacco, sentì la lama fendere l’aria, il rumore del metallo contro la sua armatura, la penetrazione dentro il cuoio fino alla pelle, poi non sentì altro. Ma in quell’istante un urlo si alzò dall’accampamento. Era stato il giovane Tzadik, che riviveva il suo sogno più ricorrente, a ridosso della montagna sacra. Nel fianco del ragazzo si era aperta un’ampia e profonda ferita dalla quale fuoriuscivano fiotti di sangue scuro. Jade urlò, Misar afferrò il ragazzo prima che crollasse a terra. Milo invece provò con le mani a tappare quello squarcio apparso d’improvviso nel ventre dell’amico. Sentì sui palmi il calore delle sue viscere, e spinse come poté, in un disperato tentativo di rimettergliele dentro la pancia, ma la vita stava già abbandonando il corpo del ragazzo.
Tutti guardavano adesso in direzione del povero Tzadik sanguinante. Anche Sawar, accortosi di non aver provocato alcuna ferita al suo avversario, era rimasto immobile con la spada rivolta a terra. Nicon, che si era rimesso finalmente in piedi, corse verso il suo allievo, gli circondò le spalle con un braccio, lo sorresse chiedendosi che cosa avesse potuto innescare quella serie bizzarra di eventi. Sawar lo aveva colpito mortalmente, ma la ferita si era aperta nel corpo del giovane cavaliere.
«Era questo il richiamo…» disse con un filo di voce il ragazzo. «Il mio sogno…»
«Perché?» chiese Nicon, non riuscendo a contenere le lacrime per quel ragazzino che conosceva appena.
«Mio padre… diceva che esistono i segni…» rispose Tzadik, e nel mistero di quella frase chiuse gli occhi per non riaprirli mai più. Era stato un segno del destino o un altro degli errori di Limbo, si chiese Nicon, asciugandosi gli occhi con una mano. Adagiò il corpo del giovane sull’erba, poi si tolse il suo pojo e glielo calzò come veniva usato fare durante l’investitura di cavaliere della Gilda. «Ecco, adesso sei uno di noi, Tzadik…» sussurrò l’Arcon.
Un fulmine spezzò il cielo indaco di quel sesto margine del giorno, seguito dallo squasso del tuono il cui suono si distorse nel vento, trasformandosi in un lamento metallico. Altri lampi apparvero all’orizzonte, seguiti da altrettanti tuoni deformati, mentre dagli accampamenti si alzarono nuove grida. Il terreno assunse colorazioni vermiglie e un vento gelido, che sembrava provenire da tutte le direzioni, si alzò improvvisamente.
«Non c’è più tempo!» urlò Rivier, ma il vento cercò di strappargli via quelle parole. «Non c’è più tempo» ripeté, «sta cadendo a pezzi. Dobbiamo muoverci!»
Davinia si avvicinò a Sawar, ancora immobile e con la spada abbassata.
«Che sta succedendo?»
«Rivier ha ragione, amore, non abbiamo più molto tempo. Prendi questa spada» disse la maga, porgendo al suo uomo la nera lama.
«Che cos’è?» chiese lui, mentre il tuono esplodeva nel cielo.
«Con questa ucciderai il Guardiano» spiegò la donna.
«Perché mi chiedi questo?»
Lei cercò le parole giuste, ma non le trovò. Riuscì solamente a dire: «Perché ho ancora voglia di vivere…»
L’Elenty non disse altro. Estrasse dal fodero la spada che la donna teneva ancora legata alla schiena, poi diresse il suo sguardo verso Jade. La ragazza, ancora piangente accanto al corpo dell’amico Tzadik, sentì quei due occhi sul suo corpo come una lama affilata appoggiata sulla sua gola. Rivier notò quello sguardo ed intervenne; «Dagli l’oggetto, ragazza!»
Jade si portò la mano sul medaglione. Tutto per nulla, pensò, ricordando i dolorosi eventi che l’avevano condotta sino a lì; suo padre morente dentro la tenda nel deserto, il sacrificio di Yumo sulle pianure del vespro e la tragica morte del suo nuovo amico.
«Consegnagli l’oggetto e non avrai nulla da temere» ripeté il mago dalla veste bianca. Lei si alzò sulle gambe tremanti e mosse piccoli passi verso l’uomo che dominava i suoi incubi. Il vento le sferzava la faccia, asciugandole le lacrime. Si sganciò il medaglione che teneva legata al collo. Non lo aveva mai sentito così pesante come adesso. Guardò negli occhi dell’Elenty corrotto, temette di sprofondarci dentro, ma vide soltanto determinazione, non odio. Gli consegnò il medaglione e lui l’afferrò con la mano che teneva ancora libera. Non disse niente, le volse le spalle e s’incamminò verso la montagna, brandendo la spada nera e il medaglione che conteneva il suo doppione.
«Guardate laggiù!» disse qualcuno dietro di loro. Era stato Druge, che era rimasto insieme al gruppo di Khandir vicino all’entrata della tenda. Tutti voltarono lo sguardo nella direzione indicata dall’Arcon. Alla base della montagna sacra sfilava una colonna di cavalieri, un centinaio in totale. Non vi erano dubbi su chi fossero: Testimoni di Seidon.
«Che cosa stanno facendo?» si chiese Khandir.
«Temo che vogliano scalare la montagna…» rispose Rivier, «dobbiamo impedirglielo. Lassù li aspetta una morte certa.»
Tutti si mossero in direzione della montagna, a parte Misar, Mylo e Jade che rimasero accanto alle spoglie del giovane Tzadik. Sawar, raggiunta la base di quell’enorme cono di pietra, mormorò un sottile incantesimo che gli avrebbe permesso di volare fino all’entrata della caverna, molte braccia sopra di lui, ma un dolore lancinante lo fece indietreggiare.
«Non puoi usare la magia… Limbo non te lo permetterà» gli gridò Rivier, che stava sopraggiungendo insieme agli altri. Sawar attese che il dolore passasse, volse lo sguardo alla sua sinistra dove la colonna di cavalieri si faceva strada verso di lui. Rivier e Khandir, seguiti dagli altri Elenty ed Arcon, lo avevano nel frattempo raggiunto. «Stanno arrivando…» disse Khandir. A guidare la colonna, riconoscibile nella sua tunica bianca e rossa, vi era il primo ministro Tawares.
«Toglietevi di mezzo, eretici! Il grande giorno è arrivato, Seidon farà riemergere le antiche città…» disse il religioso, con un sguardo carico di fanatismo.
«Sei tu che devi tornare indietro, Arcon…» replicò Rivier, «se tu e i tuoi uomini tenete ancora alla vostra vita.»
«Ah, sei tu. Ti sei spacciato per un amico usando parole proibite, giocando con la mia mente… La tua sfacciataggine ti costerà cara. Abbiamo raccolto gli oggetti sacri» spiegò il religioso, mostrando il sacco rigonfio che teneva in mano. «Li porteremo dal Guardiano e lui li consegnerà a Seidon in persona, dopodiché il vecchio mondo risorgerà.» Poi, rivolgendosi ai cavalieri, ordinò: «Uomini, fermate quegli infedeli!»
Gli eventi si successero in rapida successione. Druge, Nicon e gli altri tre membri della Gilda, estrassero le armi e si frapposero tra i cavalieri e gli Elenty, ormai incapaci di utilizzare la magia a causa dell’instabilità di Limbo. La prima fila di testimoni si riversò al galoppo contro i quattro Arcon, le lame cozzarono, si alzarono delle grida, mentre i fulmini continuavano la loro danza nel cielo. Nel frattempo Sawar aveva incominciato ad arrampicarsi sulla liscia parete di roccia, cosa tutt’altro che facile. Tawares, ritiratosi nelle retrovie della guarnigione, ordinò ai suoi arcieri di mirare all’uomo sulla montagna. Un nugolo di frecce venne scagliato nel cielo lampeggiante, molte delle quali andarono a colpire la nuda roccia attorno a Sawar. Un paio si infransero sulla sua armatura, senza causare alcun danno, ma una raggiunse la sua gamba di striscio. L’Elenty ignorò il dolore e continuò a salire, mentre più sotto la battaglia infuriava. Lagoon disarcionò ed uccise tre Testimoni prima che la lancia di un cavaliere gli perforasse il fianco facendolo crollare al suolo sanguinante. Ad Ahmed non andò molto meglio; il suo cavallo venne abbattuto da un vile colpo di spada, e si ritrovò ad imprecare dal dolore quando si accorse che la sua gamba era rimasta sotto il corpo esangue della sua cavalcatura. Ravina, Nicon e Druge menavano colpi a ripetizione, ma sapevano che non sarebbe durata. Senza l’aiuto della magia, l’Elenty non sarebbe mai riuscito a raggiungere le caverne incolume.
Un nuovo nugolo di frecce venne lanciato nel cielo e questa volta due di queste raggiunsero il bersaglio; una s’infilzò nella coscia e l’altra nel fianco di Sawar. L’Elenty lasciò andare la presa, scivolò sulla nuda roccia per molte braccia, poi fortunatamente riuscì a trovare un appiglio, ma gli sarebbe ormai stato impossibile risalire.
«Khandir, dobbiamo tentare qualcosa…» dichiarò Rivier, rivolto all’amico.
«Che cosa vuoi dire?»
«Forse se uniamo le nostre forze siamo ancora in grado di richiamare la magia. Dobbiamo rallentare i Testimoni…»
«Lo sai quello può voler dire?»
«Si, lo so» ammise il mago dalla veste bianca. «Sei pronto?»
I due Elenty salmodiarono codici in bit e il crepitio si trasformò in scariche di elettricità. Nei volti dei due primigeni era possibile leggere il dolore causato dallo sfacelo di Limbo. Mila si avvicinò ai due maghi, unì la sua voce a quell’incantesimo e subito una fitta lancinante le perforò la testa. Anche Davinia partecipò a quel tormento, e poi si unirono anche gli altri due Elenty, Lizar e Gaya, e l’allievo di Khandir, un ragazzo di nome Atom. Insieme riuscirono a rimpadronirsi della struttura di Limbo ed a piegarla alla loro volontà. Il vento che soffiava da ogni parte venne canalizzato in un soffio gelido che i maghi spararono senza pietà addosso alle file dei Testimoni di Seidon. I cavalieri vennero letteralmente spazzati via, ma il vortice di ghiaccio trascinò con sé anche i cavalli di Nicon e Ravina, che combattevano fianco a fianco per respingere l’attacco. Solo Druge riuscì, aggrappandosi caparbiamente ad una roccia, ad uscire incolume da quella tempesta incantata.
La cerchia di maghi che avevano per l’ultima volta richiamato la magia su Limbo, crollò al suolo all’unisono. Druge corse verso Mila, la sua amata, le cercò il battito per capire se era ancora viva. La donna viveva ancora, ma la sua mente, come quella degli altri maghi, si era probabilmente perduta dentro la struttura corrotta di Limbo.
«Arcon, non c’è tempo per piangere…» urlò qualcuno sopra di lui. Druge si voltò e vide Sawar aggrappato alla montagna, sanguinante in più punti. «Tocca a te adesso!»
«Cosa?» urlò l’Arcon, che non riusciva a capire.
«Prendi la spada! È nel mio fodero…» spiegò l’Elenty, imprecando ancora per il dolore.
«Io?»
«Sei l’unico rimasto… Dovrai raggiungere le caverne e farla finita, una volta per tutte…»
Era allora questo il suo destino, si chiese il guerriero Arcon. Era questo il motivo per cui Ryo lo aveva salvato dal Draugur, diventando la sua copia? Tutto per arrivare a questo? Ma se Limbo era davvero un mondo creato dall’uomo, come poteva un uomo prevedere così tante variabili? Le domande si affollarono nella sua mente e lui le scacciò, come sapeva fare ogni volta che una nuova sfida gli si poneva davanti. Baciò la sua donna, riversa ancora al suolo, e iniziò ad arrampicarsi verso l’Elenty.
«È tua, adesso» disse Sawar, estraendo la spada nera e consegnandola all’Arcon.
«Ti porto giù» propose Druge, ma l’Elenty scosse la testa. «Non c’è tempo. Vai!»
Poi continuò l’arrampicata, verso le caverne del Gigante, verso il portale di Limbo, verso l’ultima battaglia.

Published in: on luglio 15, 2011 at 7:31 am  Comments (1)  
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CAPITOLO 26: La Speranza di una Migrazione

La mattina dopo Rivier fece ritorno all’accampamento e non era da solo. Aveva trascorso la maggior parte della notte a parlare con il gruppo di Khandir, ed insieme avevano cercato di fare il punto della situazione. L’amico era stato uno dei primi a raggiungere Mountoor dopo l’eclisse e da allora non aveva mai perduto d’occhio la montagna. Nessuno si era avvicinato all’entrata delle caverne del gigante, per quanto ne sapeva lui. I due Elenty parlarono dei tempi che furono, della Rete di Hope, del progetto Limbo, cercando di ricordare qualcosa che potesse indirizzarli verso il misterioso vampiro che si era incontrato con il gigante. Già il nome era un quesito, dato che i vampiri erano una leggenda sia nel vecchio mondo che in quello in cui vivevano adesso. Chi poteva essere, si chiesero. Un Elenty molto probabilmente, oppure un Arcon dotato di grandi capacità magiche. Mentre discutevano vivamente davanti alle fiamme del campo, Mila, che sedeva in disparte tra le braccia di Druge, richiamò la loro attenzione. Raccontò dettagliatamente le cose che le erano successe, soffermandosi sulla storia di Ryo, il framemaker che si era rivelato per mostrare la vera identità di Druge e che poi aveva salvato la vita di entrambi sacrificandosi contro il Draugur. Anche se ancora non sapeva il perché, era certa che quegli eventi non erano accaduti per caso. L’esistenza di un framemaker in un epoca postuma al salvataggio dei frame, poteva voler dire solamente che qualcuno era ancora capace di alterare il disegno di Limbo. Rivier le aveva dato ragione. Chiunque fosse questo vampiro, doveva aver accesso a segreti ancora più profondi di quelli conosciuti dagli Elenty. Forse era proprio così; l’ultimo creatore di Limbo viveva ancora, e continuava segretamente a giocare con le loro esistenze.
«Dove sono i ragazzi?» chiese il mago a Misar, che stava riordinando il campo. Il vecchio squadrò i nuovi venuti con un espressione vagamente accigliata.
«Sono andati a divertirsi…» rispose con un’alzata di spalle.
Rivier borbottò qualcosa sottovoce per esternare il suo disappunto, poi si diresse verso la tenda di Nicon. L’Arcon ne uscì prima che il mago, seguito da Khandir e gli altri, la raggiungesse. Rapidamente il mago aggiornò il cavaliere riguardo agli ultimi eventi. Vennero poi fatte le presentazioni, che Nicon fece più per cortesia che per genuino interesse, poi venne deciso che il gruppo di Khandir si sarebbe accampato insieme a loro, perché c’era ancora molto da discutere e da decidere. Se il primo cavaliere della Gilda rimase scocciato dalla decisione presa dal mago, non lo dette a vedere. Con un cenno raggiunse il suo cavallo e poche pause più tardi si dileguò tra le tende degli altri accampamenti.
All’inizio del secondo margine una nebbia innaturale si alzò in banchi anomali, una bruma dai riflessi violacei che gelava il sangue nelle vene, e che forse era causata da un altro errore di Limbo. Gli Arcon giustificavano tutti questi eventi con le loro superstizioni, gridando al prodigio ogni volta che succedeva qualcosa. Seidon stava già cambiando il mondo, secondo loro, e la scomparsa della cometa Clessidra in cielo era il segnale più evidente.
Mylo, Jade e Tzadik fecero ritorno all’accampamento e si misero al servizio di Misar. C’era molto da fare; bisognava dare da mangiare ai cavalli, sistemare il fuoco, preparare la cena. Il vecchio mandò l’apprendista mago a cercare un po’ di carne, dato che le loro scorte erano ormai quasi terminate. Tornò qualche pausa più tardi con una coscia di maiale sulle spalle e un sorriso stampato sulla fronte. «Come sei riuscito a pagarlo?» gli chiese Tzadik.
«Ho vinto una scommessa…» rispose l’amico facendogli l’occhiolino.
«Hai usato la magia, vero? Sei pazzo… se ti avessero scoperto…»
«Non mi hanno scoperto, e poi, anche se avessero avuto un ripensamento, nessuno avrebbe potuto inseguirmi con questa nebbia…» assicurò Mylo, consegnando il suo bottino al vecchio Arcon.
La giornata proseguì senza sorprese. I ragazzi continuarono a lavorare al campo e ogni tanto gettavano uno sguardo verso la tenda dove Rivier e i suoi amici stavano discutendo.
«Chissà che cosa stanno escogitando…» pensò ad alta voce Jade.
«Se vuoi posso cercare di scoprirlo» propose Tzadik.
«Se non ricordo male, l’ultima volta che hai cercato di orecchiare dentro una tenda hai fatto una pessima figura…» constatò la ragazza, facendo arrossire il giovane cavaliere. «E poi non credo che mi interessi molto.» Jade si portò la mano al medaglione. «Che devo fare con questo?»
«Rivier saprà cosa fare…» cercò di assicurarla Mylo, ma non ci credeva neanche lui più di tanto.

Dalla nebbia spuntarono i cavalieri. I cavalli nitrirono e scalpitarono intorno alla tenda.
«Elenty, guarda…» esclamò Nicon che guidava il gruppo. Dietro di lui vi erano i suoi uomini, Lagoon, Amhed e la donna che si chiamava Ravina. Il mago uscì dalla tenda seguito dall’amico Khandir e dagli altri Elenty ed Arcon.
«Che succede Nicon? Cos’è questo fracasso?» domandò Rivier, scrutando in direzione del cavaliere che teneva qualcosa sulla sella; un prigioniero. A quelle domande Nicon si fece più vicino e lasciò cadere il suo fardello ai piedi del mago. «L’hanno trovata i miei uomini…» spiegò.
«Davinia…» sibilò Rivier, avvicinando il suo volto a quello della donna ancora addormentata. «Che cosa ha dietro la schiena?»
«È una spada» rispose prontamente il cavaliere. «Non ne ho mai vista una simile, deve essere magica. Lagoon per poco non ha perso la mano quando l’ha toccata…»
«Portatela dentro e tenetela d’occhio» ordinò il mago a Druge e ad Atom, l’apprendista di Khandir. «E attenti a non toccare quella spada» precisò.
«Dove l’hanno trovata?» chiese poi rivolto nuovamente a Nicon.
«Si stava avvicinando alla montagna, da sola.»
«Nessuna traccia di Sawar?»
«No, nessuna…»
«Sono stati fortunati i tuoi uomini…»
«Si, lo so.» ammise Nicon. «Che cosa vuoi farne?»
«Dobbiamo sapere che cosa vuole, ma soprattutto che cosa porta. Quella spada…»
«Mago, lo sai benissimo che quella donna è la mia unica arma contro Sawar.»
«Lo so, ma in questo momento è più importante sapere che cosa ha da raccontarci, dopodiché potrai farne quello che vuoi.»
Nicon annuì soddisfatto. «Rimaniamo qui intorno, noi. Non si sa mai…» disse, dando disposizioni ai compagni. Rivier assentì, poi si rivolse a Khandir: «Finalmente qualche riposta…»

Davina, colta da un improvviso senso di soffocamento, sbarrò gli occhi cercando di afferrare l’aria. Per un attimo temette di non riuscire più a respirare. La vista appannata, ogni suono attutito… dove si trovava? L’aria le si riversò nei polmoni riportando luce e suono. Era legata ad una sedia, dentro una tenda che non conosceva, e davanti a lei vi erano delle figure, alcune sconosciute, altre sembravano appartenere a dei ricordi sbiaditi, o più probabilmente a dei sogni. Sentiva la spada ancora legata alla schiena, il suo pulsare, il suo calore rassicurante. Era prigioniera, ma non potevano levarle la spada. No, non potevano…
«Ci sono molte domande alle quali dovrai rispondere…» disse una voce vagamente familiare. La donna cercò la figura alla quale apparteneva quella voce. La sua vista era ancora leggermente sbiadita. Eccola… Maledetto Rivier, pensò.
«Perché dovrei rispondere a te?» disse sprezzante la maga.
«Vuoi davvero continuare a giocare, Davinia? Non ti è bastato il bagno nell’oceano di tenebra dal quale sei riuscita a malapena a riemergere?» La maga guardò il suo interlocutore come un serpente guarda la sua preda. Si, aveva sentito il vuoto che la tirava giù, una sensazione asfissiante.
«Che cos’è?» domandò.
«È la fine di Limbo, mia cara. Tutto ciò che tu e il tuo compagno avete sempre voluto… Sta succedendo, adesso…»
«No, non è la fine…» replicò lei, cercando con la mano la spada, ma era legata e non poteva fare altro che divincolarsi inutilmente.
«Che cosa vuoi dire?»
«Non è la fine, mago! Slegami e ti mostrerò cosa voglio dire.»
«Non provare a giocare con me. Sai bene che non ti libererò, almeno fino a quando non riuscirai a convincermi di certe cose, cose che non so neanche se esistono… Cos’è quella spada?»
Davinia era combattuta. Poteva fidarsi del mago oppure no? Se le avesse detto che la spada era per Sawar, che cosa avrebbe fatto? Non potevano levarle la spada da viva, ma se l’avessero uccisa per prendergliela?
«Serve ad uccidere il Gigante» disse, pregando di aver fatto la scelta giusta. Un mormorio si levò dal gruppo di persone che si trovavano nella tenda. Questa volta fu Khandir a parlare.
«Uccidere il Gigante? E per quale motivo avresti intenzione di uccidere il Gigante di Mountoor?»
«Non io… il campione.»
«Il campione?»
«Davinia, la tua follia e quella dell’uomo che tu segui appartengono ormai al tempo prima dell’eclisse» spiegò a questo punto Rivier. «Mettiamo da parte i nostri rancori e cerchiamo di risolvere una volta per tutte questa questione. Io sono pronto a liberarti se tu t’impegnerai a condividere con noi i tuoi intenti. Sai bene che Limbo sta cadendo a pezzi e non ci rimane molto tempo. Parla…»
Davinia guardò l’uomo vestito di bianco, suo antico nemico per cause ormai insignificanti, o forse solamente per una stupida questione d’orgoglio. Se esisteva ancora una speranza di uscire da quella prigione digitale, avrebbero dovuto lavorare insieme per poterla realizzare.
«Dopo la battaglia alle pianure del vespro ci siamo rifugiati nelle caverne dei Sewolf. Sawar era ferito gravemente ed aveva bisogno di cure. Per giorni ho aspettato vicino al letto di cristalli che rigenerava lentamente la sua entità digitale. Poi una notte qualcuno mi è apparso in sogno, l’ultimo membro della Rete di Hope, rimasto dentro Limbo all’insaputa degli altri programmatori nella sua forma digitale di vampiro.» A quella parola Rivier sbatté gli occhi e guardò l’amico che gli stava accanto. La donna continuava a raccontare. «Mi ha parlato degli errori di Limbo e di speranza…» Quella parola non fu facile da pronunciare. «Mi ha dato questa spada con il compito di consegnarla al più grande campione di Limbo. Solo lui con l’aiuto di quest’arma potrà sconfiggere il Gigante di Mountoor ed accedere al portale esterno, dopodiché tutti potremo uscire, Elenty, Arcon, tutti quanti…»
«Uscire dove?» chiese a quel punto Mila, che si era tenuta in disparte. Tutti la guardarono, condividendo la stessa domanda, ma nessuno poté risponderle.
«Non lo so dove» continuò Davinia, «fuori di qui, immagino.»
«La migrazione…» sussurrò Khandir, con una luce negli occhi.
«Cosa?» chiese Rivier.
«Ne abbiamo parlato, ti ricordi… molti cicli fa. La migrazione, il grande viaggio. Se uscendo dal portale non troveremo alcun corpo da abitare, saremo lanciati nell’etere, e viaggeremo nella forma di onde fino a quando non troveremo un altro luogo in cui vivere.»
«Vuoi dire, un altro Limbo?» insinuò Mila, scettica.
«Si, oppure…» rispose Khandir, cercando lo sguardo di Riviere. L’amico, che aveva intuito il ragionamento, continuò per lui.
«La migrazione è una teoria speculativa, ma non troppo campata in aria. Nessuno di noi è mai stato lanciato nell’etere. La nostra entità digitale è stata innestata via cavo dentro Limbo, perché, in quanto entità digitali senzienti, quando veniamo lanciati abbiamo la capacità di alterare la nostra frequenza e decidere la nostra direzione, perciò nessun programma, vivente o artificiale, è controllabile nell’etere, a parte forse gli Aerenty. Il Gigante serve proprio a questo, a tenere fuori da Limbo i programmi esterni che vogliono entrare qui dentro.»
«Si, va bene, ma di quale speranza parlate?» intervenne nuovamente Mila.
«Già, dalla prigione di Limbo ad un’esistenza nomade nell’universo. Non so che cosa sia meglio» disse Davinia, scuotendo la testa.
«Non ho finito» continuò Rivier, interrompendo le polemiche delle due donne Elenty. «Che cosa siamo realmente, noi?»
Davinia lo guardò interdetta. «Programmi?» rispose.
«Si, programmi. Catene più o meno lunghe di informazioni, almeno dal punto di vista di un processore. Nell’etere saremo delle onde, dei flussi di entità, dei codici astratti… A cosa ti fa pensare questo?»
La donna scrutò oltre il volto del mago che la guardava, provò a carpire quell’intuizione, solo una misera e folle intuizione, che però poteva aver senso. Poteva bastare come speranza?
«A una migrazione… di anime…» sussurrò.

Continua…

Published in: on luglio 8, 2011 at 2:42 pm  Comments (1)  
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CAPITOLO 25 – Il Viaggio di Davinia

Il guerriero dai capelli intrecciati si avvicinò alla donna che sedeva nei pressi del fuoco da campo, le porse un piatto di pane e formaggio e una coppa di vino ambrato, mostrandole un sorriso gentile, nonostante la sua faccia incutesse un certo timore. Una brutta cicatrice infatti gli deformava la metà del viso. Lei afferrò il piatto e il bicchiere senza ringraziare e tornò ad osservare le fiamme, persa in pensieri insondabili.
«Sei sicura di voler proseguire da sola?» chiese l’uomo che era rimasto immobile alle sue spalle.
«Mi rallenterete l’andatura, ed io devo raggiungere la montagna sacra il prima possibile» rispose la donna sorseggiando il suo vino.
«Molti pericoli si nascondono nelle Lande del Disordine… » insinuò il guerriero.
«Me la caverò…» tagliò corto lei. L’Arcon però insistette.
«È una spada magica quella?»
Lei gli scoccò uno sguardo glaciale. «La mia spada non riguarda né te né la tua comunità.» Per la prima volta Davinia si chiese se non avesse commesso un errore. Aveva bisogno di cibo e di una notte di riposo, prima di affrontare le terre selvagge che la separavano da Mountoor, perciò si era avvicinata, anche se malvolentieri, ad una tribù di Rednakes che si era accampata nei pressi di un fiume. I Rednakes erano Arcon atipici, alti e flessuosi, dalla carnagione lattea e gli occhi profondamente azzurri. I loro capelli erano il loro segno di riconoscimento, rossi come carboni ardenti, che usavano portare intrecciati dietro le spalle. La tribù contava una trentina di elementi, compreso uno shamano, con il quale Davinia aveva preferito non interagire. Aveva paura che le leggesse i pensieri e scoprisse i suoi intenti.
La spada nera era uno oggetto estremamente prezioso e lei sapeva di non potersi fidare di nessuno. La teneva in una lunga fodera legata alla schiena, ma dall’elsa che spuntava fuori era ben visibile la sua fattura. Grazie alle sue arti di maga avrebbe potuto tener testa ai guerrieri Rednakes, ma lo shamano poteva ostacolare il flusso della magia e renderla così una facile preda.
L’Arcon non disse più nulla e la lasciò in pace. La comunità si tenne a debita distanza da lei, rispettando il suo volere. Un paio di volte Davinia sentì gli occhi dello shamano puntati su di lei, e non fu una sensazione piacevole. Decise di mettersi a dormire prima del previsto, su un giaciglio non molto comodo nel pressi del fuoco. La stanchezza di due giorni ininterrotti di marcia la fecero cadere subito in un sonno profondo.
Fece sogni travagliati, che al mattino non riuscì a ricordare. Non si sentiva affatto riposata, ma non poteva indugiare ancora. Era ancora buio quando aprì gli occhi. Due uomini montavano la guardia mentre il resto della comunità dormiva ancora. Recuperò in fretta le sue cose, rivolse un gesto di saluto a una delle due guardie e poi si dileguò tra le ombre dell’ultimo margine della notte.
Cavalcò per buona parte della giornata successiva attraverso una valle a lei sconosciuta. Il Rednakes che le aveva portato da mangiare le aveva consigliato di imboccare quella via per raggiungere le Lande del Disordine, ma lei non si era fidata subito. Le aveva detto che avrebbe guadagnato un giorno abbondante di marcia, e il mattino successivo quella prospettiva le sembrò molto più attraente, perciò aveva lasciato la sua direzione per deviare attraverso la valle. Alla fine del sesto margine il territorio incominciò a cambiare rapidamente. Gli alberi divennero più bassi e più radi, la vegetazione sbiadì visibilmente e il terreno divenne più scuro. Stava entrando nelle Lande del Disordine.
Sapeva di non potersi fermare per la notte. Era troppo pericoloso accamparsi da soli in quelle terre selvagge, perciò continuò a cavalcare lentamente, sussurrando parole di conforto alla giumenta, che erano anche le parole di un incantesimo; il cavallo scalpitò come se un flusso di nuova energia lo avesse rinvigorito. Il silenzio della notte di Limbo era rotto soltanto da alcuni ululati lontani, che Davinia imparò presto ad ignorare, anzi, il lento procedere a cavallo e il suono dei lupi in sottofondo la fecero appisolare. Non riuscì a distinguere il fruscio che si avvicinava, un suono strisciante come la morte. Due troll, alti quasi il doppio di lei, figure umanoidi e muscolose ricoperte da una patina granulare del colore della sabbia, le piombarono davanti in tutta la loro possanza. La giumenta, forse anche lei distratta, scartò improvvisamente di lato. Davinia cercò di rimanere in sella aggrappandosi alle briglie, ma non ci riuscì e rovinò malamente sul terreno. I due mostri le furono sopra in un attimo.
Una vampata di luce le fuoriuscì dalla mano. Il primo troll si afferrò il volto, emettendo un verso agghiacciante, ma il secondo avversario calò pesantemente un pugno sul corpo della donna, un colpo che avrebbe spezzato le ossa di un bisonte. Davinia riuscì a voltarsi d’istinto, mostrando la schiena all’avversario. La mano del troll andò a colpire la lama della spada nera che si trovava sulla schiena della maga, e il dolore che lo ghermì venne risputato fuori insieme ad un urlo di disperazione. Il troll si allontanò dalla donna tenendosi la mano, e non riusciva a smetterla di urlare dal dolore. Davinia non poteva vedere la spada, ma la sentiva pulsare sulla schiena. Riuscì a rimettersi in piedi per affrontare il primo troll, quello che aveva cercato di accecare con la luce magica. Guidato dall’odio per chi gli aveva gettato negli occhi quella luce, il mostro arrancò verso la sua preda. Davinia pronunciò velocemente tre parole in bit, il terreno si aprì sotto i piedi della creatura e un attimo dopo la risucchiò, divorata in solo boccone dalla scura terra. La maga cercò rapidamente il secondo troll e lo scorse nella distanza. Stava allontanandosi velocemente sempre gridando per il dolore alla mano. La donna Elenty si chiese se quelle urla non avrebbero richiamato i membri di un’intera comunità di quelle infime creature. Cercò la sua cavalla, che per la paura si avviata lontano dal luogo dello scontro, e la chiamò con un fischio gentile, accompagnato da alcune parole segrete. Riprese il cammino dentro la notte strisciante delle Lande del Disordine, promettendo a se stessa di non abbassare più la guardia, per nessuna ragione al mondo.

Viaggiò per cinque giorni senza mai cambiare direzione, fermandosi solo un paio di volte per dare modo alla giumenta di riposare. Sapeva che il cavallo non ce l’avrebbe fatta. Neanche lei poteva ingannare per troppo tempo il programma stanchezza di Limbo, e il prezzo da pagare era comunque alto, ma non poteva farsi sorprendere nuovamente dai troll. Aveva avuto fortuna, lo sapeva. Se la spada non l’avesse protetta, quel colpo le sarebbe stato sicuramente fatale.
A metà del quinto giorno di viaggio attraverso quello spiacevole territorio, la sua cavalcatura stramazzò al suolo. Davinia riuscì a non farsi travolgere dalla caduta, recuperò le bisacce legate alla sella e proseguì imperterrita il cammino. Si sentiva le gambe come cera riscaldata. Quanto poteva continuare a piedi, si chiese, ma non riuscì a darsi una risposta, e continuò a camminare fino al primo margine della notte. Scalò un albero con le ultime forze rimastele e cercò un po’ di riposo nascosta nella chioma di una quercia malata. Nel frattempo la vegetazione si era fatta ancora più sofferente. Secondo i suoi calcoli avrebbe dovuto trovarsi ormai vicino al limitare della regione, ma da quanto poteva constatare dal colore dell’erba e delle foglie, i confini delle Lande del Disordine non erano per niente vicini. Si addormentò subito, nonostante la posizione scomoda, la durezza del suo giaciglio e le corde che la legavano al ramo per precauzione. Sprofondò in un sonno liquido, fatto di tenebra opprimente. Si svegliò due volte di soprassalto, con il cuore in gola e un’inesplicabile paura di annegare. Era come se il Telaio di Limbo fosse diventato un oceano di tenebra. Se non fosse stata così stanca ci avrebbe pensato due volte a riaddormentarsi, ma il sonno la rapì nuovamente e quando la luce del primo margine del giorno filtrò tra le foglie dell’albero, Davinia uscì dal sonno come riemergendo da un pozzo nero e profondo.
Qualcosa non andava, lo sapeva, perciò doveva affrettarsi. Rigenerata anche se solo parzialmente dalla stanchezza, la maga proseguì il suo cammino, un passo dopo l’altro. La spada che teneva sulla schiena aveva ricominciato ad emanare una specie di pulsazione, la stessa sensazione che aveva provato quando il troll l’aveva colpita, ma questa volta più soffusa e continua. Sembrava le stesse infondendo nuova energia. Cominciò a sveltire il passo e verso il terzo margine del giorno la vegetazione incominciò a cambiare, apparvero alcuni fiori ai lati del sentiero, gli alberi tornarono a colorarsi di verde e udì nuovamente gli uccelli, che avevano smesso di cantare cinque giorni prima. Corse allora Davinia, rigenerata da quel suono, motivata da qualcosa di nuovo che neanche lei riusciva a spiegarsi. Era vicina, lo sentiva. Presto avrebbe avvistato la montagna sacra, e poi laggiù avrebbe atteso la venuta del suo compagno di vita, Sawar. Avrebbe aspettato nascosta fino a che la fiamma del desiderio di vendetta innescata da Nicon non si sarebbe estinta nel cuore dell’Elenty, in un modo o nell’altro. Nessuno avrebbe potuto evitare lo scontro. Nicon e Sawar erano destinati ad incontrarsi di nuovo, sotto la montagna sacra, e solo uno dei due sarebbe uscito vivo da quel duello. Quello sarebbe stato il campione a cui lei avrebbe consegnato la spada nera.
Mentre pensava a questo, due cavalieri uscirono improvvisamente da una macchia di faggi alla sua destra e le si piazzarono davanti. Lei incominciò a fendere l’aria con le sue mani e a pronunciare le parole di un incantesimo letale, ma la frase le morì in gola quando l’elsa di una spada la colpì alla nuca. Davinia crollò in un buio ancora più profondo di quello esplorato nei suoi recenti sogni. Ebbe solo il tempo di pensare alla spada, e al suo fallimento. Poi fu la tenebra.

Immagine di Willoclick

Published in: on luglio 1, 2011 at 9:09 am  Comments (1)  
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CAPITOLO 24 – Incontro con il Gigante

INTERMEZZO

Percepiva il suo essere lasciandosi guidare dalla sua immaginazione, una catena interminabile si zeri e di uni registrati su un supporto metallico. La sensazione di dilatamento persisteva, come se due forze opposte lo stessero allungando come si fa con un elastico. La tenebra aveva reclamato l’infrastruttura di Limbo, terra di sogni e di proiezioni in cui lui riusciva a viaggiare come nessun altro. Il Telaio non era più un supporto sicuro, doveva rientrare alla torre al più presto.
Wirlock aprì gli occhi sulle vetrate sotto il mare infinito, dove gli squali passavano con la regolarità di un meccanismo perfetto. Prese posto dietro alla console, accese i video e incominciò la ricerca. Vide le pedine di quel gioco muoversi inevitabilmente verso la montagna sacra, ma nessuno poteva prevedere gli eventi che sarebbero susseguiti. Il vampiro di Limbo distese le gambe, appoggiò la testa dietro le mani incrociate e si mise comodo. Sarebbe stato un bello spettacolo, si disse, proprio come uno di quei film che usava guardare insieme a sua moglie, prima che tutto finisse…

CAPITOLO 24 – Incontro con il Gigante

Nicon ritornò all’accampamento all’inizio del settimo margine e non era da solo. Insieme a lui vi era una donna di nome Ravina, in sella ad una giumenta pezzata, indossava il tipico pojo dei cavalieri della gilda. Aveva uno sguardo fiero, capelli castani che portava lunghi sulle spalle e una spada ben visibile in un fodero di cuoio legato al cavallo. L’uomo spiegò che la donna aveva lasciato la gilda un paio di stagioni prima per andare a trovare i suoi genitori. Ravina salutò i membri della compagnia, poi scese da cavallo e andò ad abbracciare gli altri due superstiti della comunità di cavalieri. Lagoon e Ahmed, felici di ritrovare la loro compagna, si appartarono insieme alla donna per parlare della tragica battaglia in cui avevano perso la vita molti loro amici. Tzadik si sentì escluso, ma non ne soffrì. D’altra parte non era ancora un cavaliere.
«Era l’ora che tu tornassi, Arcon…» disse il mago ammonendo Nicon. «Devo assentarmi per un po’. Vedete di non combinare guai.»
Nicon sembrò sul punto di ribattere, ma poi decise che era meglio rimanere zitto. Se l’Elenty era irritato, aveva probabilmente i suoi motivi, che a lui interessavano relativamente poco. In quel momento al cavaliere importava soltanto di ritrovare i suoi amici, quelli che erano riusciti a fuggire vivi dalla battaglia con i Testimoni di Seidon e Sawar, e guardarsi le spalle dall’Elenty corrotto in cerca di vendetta. Sapeva di non avere molte possibilità. L’unica chance di mettere fine una volta per tutte alla vita di quello stregone pazzo gli si era presentata l’ultima volta che lo aveva incontrato, e sapeva che occasioni del genere non ne capitano più di una nella vita.
Dette disposizioni per affrontare la notte, poi scambiò ancora qualche parola con la nuova arrivata. Ravina sembrava ancora lievemente scossa dai racconti della battaglia sulle pianure del vespro. Forse preda di un senso di colpa per non aver combattuto al fianco dei suoi compagni, propose a Nicon di andare incontro ai superstiti che, con tutta probabilità, si erano diretti verso la montagna sacra. L’uomo le disse che era una buona idea e che poteva portare con sé Lagoon e Ahmed. La mattina dopo sarebbero partiti per le Lande del Disordine, ma come da ordini del loro capo, non si sarebbero addentrati nelle regioni dei troll delle sabbie; avrebbe atteso nella valle a ridosso di quelle insidiose terre.
La notte scese ma il paesaggio rimase velato. Nelle praterie che circondavano la montagna sacra, si accesero migliaia di fuochi e si alzarono molti canti di festa. Jade si avvicinò ai due ragazzi che avevano appena finito di dare da mangiare ai cavalli.
«Che ne dite di andare a fare un giro?» propose la ragazza Kepeer. I due la guardarono stupiti.
«E dove vorresti andare?» le chiese Mylo, incerto se prendere quella proposta sul serio oppure no.
«Beh, non lo so, credo che un posto valga l’altro. Si stanno tutti divertendo, a parte noi.»
In effetti sembrava proprio così. Se quella era la fine del mondo, allora non doveva essere poi così male, pensò l’apprendista mago. Gli Arcon di quasi ogni comunità erano certi che quella non era la fine, ma l’inizio di una nuova meravigliosa era. Le grandi città sarebbero riemerse e Limbo si sarebbe finalmente fermato. Questo dicevano le leggende, e questo era ciò che la maggior parte degli uomini pensava.
«Va bene, andiamo!» annuì Tzadik, dando una pacca sulla spalla dell’amico. «Dai, che ti importa… è o non è la fine del mondo…»
I tre andarono nel vicino accampamento dei Lambadi, gente dalla pelle dorata e dal sorriso facile che li accolsero a braccia aperte. Producevano una birra dolciastra che alleggerì immediatamente i pensieri dei ragazzi. Poche pause più tardi si ritrovarono a ballare attorno al fuoco, vestiti degli abiti tipici di quella comunità, veli colorati e cappelli piumati. Risero e ballarono per buona parte della notte, e se un errore di quel mondo in sfacelo li colse, loro non se ne accorsero. Non se ne accorse nessuno… Si addormentarono vicino al fuoco insieme agli altri membri della comunità, nella notte coperta di Limbo. Nessuno si avvide che la cometa, oltre le nubi che oscuravano il cielo, era scomparsa.

Rivier raggiunse la base di quella roccia gigantesca e guardò in su. Duemila passi più in alto si apriva una breccia in quella parete obliqua disseminata di protuberanze; era l’entrata della dimora del Gigante.
«Rivier, sei tu?» Una voce che non riconosceva lo fece voltare di scatto. Un uomo smilzo, vestito di una tunica verde scura ricamata di zeri ed uni platinati, lo stava osservando. Aveva due occhi profondi e porporini, un paio di vistosi baffi e un bastone corto da passeggio. Dietro di lui vi erano altre figure, tre uomini e due donne ancora poco distinguibili nella distanza. Colui che aveva parlato fece un paio di passi in avanti, zoppicando visibilmente. In quel momento Rivier riconobbe l’uomo; Khandir.
Gli andò incontro a braccia aperte, coprendo velocemente la distanza. L’altro alzò solamente un braccio, perché con l’altro si aggrappava al bastone. «Khandir, quanto tempo…» esclamò il mago dalla veste bianca.
«Beh, secondo i miei calcoli almeno tre interi cicli…» constatò l’altro, sorridendo. I due si guardarono negli occhi. Si erano conosciuti prima di Limbo, in un mondo che stava morendo, e adesso si rincontravano nelle pagine di chiusura di un altro mondo in declino.
«La tua gamba?»
«Oh, un errore del programma. Non è mai tornata a posto dopo la battaglia del sole azzurro.» Rivier ricordava quell’evento. Ivory, un Elenty impazzito, aveva trovato i codici per interrompere il flusso continuò di terre in costruzione presso il sole azzurro. Anche lui come Sawar, voleva l’annientamento di Limbo, e se non fosse stato per l’intervento di un gruppo di Elenty votati alla causa del progetto, forse sarebbe riuscito nei suoi intenti. Rivier e Khandir avevano combattuto fianco a fianco l’orda di creature Arenty che il folle mago aveva lanciato contro di loro, pipistrelli giganti ed arpie, ma uno di questi mostri era riuscito ad afferrare la gamba di Khandir, penetrandola con lunghe fauci avvelenate. Quella ferita non si era rimarginata come le altre.
«Hai intenzione di far visita al Gigante?» chiese il mago dalla veste verde.
«Anche tu ti sarai accorto degli errori…»
«Due giorni fa il letto di un fiume si è essiccato da un momento all’altro. Qualcuno ha parlato di lampi nel cielo senza tempesta, di cavalli con due teste, di sogni nel vuoto…»
«Oceani di tenebra…» precisò Rivier.
«Esattamente…» annuì Khandir. «E cosa speri di trovare lassù?»
Il mago non rispose, non ce n’era bisogno. Mise la mano sul braccio dell’amico e sorrise.
«Chi sono?» chiese, indicando il gruppo di persone che attendevano alle spalle del compagno.
«Vieni, te li presento. Alcuni credo che tu già li conosca. Questo è Atom, mio allievo, un Arcon davvero speciale. Pensa, era il Keeper del mio frame» e detto ciò, mostrò a Rivier l’anello che teneva al dito. «Ecco la mia copia» constatò. «Lei invece è Gaya, forse te la ricorderai. Era nello stesso programma di arruolamento.»
«Certo, ricordo…»
«E poi Mila… lei è entrata dopo. E il suo compagno Arcon, Druge. Hanno una storia interessante da raccontare. Infine Lizar, anche di lui dovresti ricordarti…»
Terminate le presentazioni, i due Elenty tornarono a guardare in su, verso l’entrata della caverna. «Abbiamo bisogno di risposte, non credi?» dichiarò Rivier. «Perché il gigante non si è svegliato? Cosa sta succedendo al Telaio di Limbo? Che dobbiamo fare noi Elenty, ma soprattutto, cosa dobbiamo dire agli Arcon…»
«Comprendo benissimo le tue perplessità e le condivido, ma sai bene che svegliare il Gigante significa morte certa» lo ammonì l’amico.
«Mi meraviglio che tu ancora creda a quello che ci hanno raccontato, dopo tutti gli inganni che abbiamo subito dalla Rete di Hope…»
«Beh, non hai tutti i torti…»
«E comunque non vedo alternativa. Limbo si sta sgretolando, gli Arcon si stanno riunendo attorno alla montagna in attesa di qualcosa che non accadrà mai, i Keeper superstiti sono pronti a consegnare i loro gingilli. Mi domando quanto durerà questa attesa, quanto ci vorrà prima che un fanatico qualsiasi proponga di scalare la montagna…» spiegò il mago. «In ogni caso, possiamo solo ritardare questo evento, perciò preferisco prendere in mano la situazione e cercare di capirci qualcosa…»
«Vengo con te allora…» proposte Khandir.
Rivier guardò l’amico negli occhi. «No, non posso permettertelo. Se mi dovesse succedere qualcosa tu dovrai cercare di trovare un’altra via. Siamo rimasti in pochi noi Elenty, e Sawar è ancora vivo e presto sarà qui.» Quel nome mise tutti quanti a disagio.
«Mi domando come mai non sia già arrivato…» disse il mago dalla veste verde, e così Rivier gli raccontò brevemente quello che era successo sulle pianure del vespro, la battaglia coi Testimoni di Seidon, l’arrivo di Sawar e il colpo alle spalle di Nicon che aveva quasi ucciso l’Elenty corrotto.
«La sua vendetta non tarderà ad arrivare…» constatò Rivier, e gli altri annuirono in silenzio.
«E sia, rimarremo qui ad aspettarti» asserì l’amico, poi si abbracciarono di nuovo con trasporto.
«Sarà meglio che io vada adesso, voglio chiarire questa faccenda prima che scenda la notte» spiegò Rivier. «Aiutami a schermare la mia immagine mentre salgo, non voglio che gli Arcon accampati nella piana mi vedano. Meglio non irritare qualche fanatico, non credi?». L’altro Elenty annuì, poi si prepararono entrambi ad usare i loro poteri. L’aria frizzò in maniera strana, i due maghi si afferrarono la testa dolorante, continuando a salmodiare le parole degli incantesimi.
«Che succede?» chiese Mila, preoccupata. Il mago dalla veste bianca incominciò a fluttuare nell’aria grazie alla magia del volo, una figura vaga resa trasparente dalle parole dell’amico.
«Un dolore lancinante alle tempie» spiegò Khandir, «forse dovuto allo sfaldamento del Telaio. Dobbiamo fare presto Rivier…» L’amico annuì, riprendendosi dalla strana fitta che lo aveva colpito, poi iniziò a sollevarsi verso l’entrata della caverna. Il volo durò il tempo di alcune pause. Rimanere concentrato era stato più difficile del solito, pensò. Era più che probabile che i recenti cambiamenti strutturali del mondo influenzassero l’uso della magia.
Rivier atterrò sulla cengia a ridosso del buco nella roccia, coprì con tre passi veloci la distanza che lo separava dall’entrata, poi venne risucchiato dall’oscurità di Mountoor. L’aria divenne fredda e umida. La sensazione era quella di trovarsi in un corridoio scavato nella roccia che scendeva gradualmente verso il cuore della montagna. Proseguì per molti passi verso il basso, finché la luce che proveniva dall’esterno venne totalmente assorbita dalle tenebre incombenti, poi accese una flebile sfera sul palmo della mano, una magia semplice che però gli fece tornare il mal di testa. Rivier andò avanti, ignorando l’incombenza asfissiante delle pareti di roccia che lo sovrastavano. La pendenza del corridoio diminuì rapidamente e si ritrovò a proseguire in piano dentro il centro della montagna. Apparve un riverbero di luce nella distanza, un barlume giallognolo indefinibile. Il mago oscurò la sfera luminescente che teneva sul palmo e proseguì in silenzio, respirando profondamente. La luce delineò presto la fine del corridoio. La temperatura si stava alzando. Un vento caldo proveniva da laggiù e Rivier capì che il colore di quella luminescenza doveva appartenere ad una grossa fonte di calore. La sua intuizione venne confermata appena l’Elenty si sporse per vedere oltre l’uscita del corridoio. Una caverna di cui non si riusciva a scorgere la fine, fatta di pareti di fuoco, si apriva davanti a lui. In alto e ai lati le fiamme guizzavano come serpenti vermigli, perdendosi nell’oscurità dietro ad un immane trono di roccia, sul quale era seduto un uomo gigantesco dalla pelle bronzea, alto almeno cinque volte un normale Arcon. Il suo volto era nascosto da un elmo cornuto fatto d’acciaio e sulle ginocchia era posata un’ascia di proporzioni inaudite. Il gigante non sembrava dormire, perché la sua postura sul trono era dritta e l’elmo gli nascondeva gli occhi, ma Rivier sapeva che l’essere più potente di Limbo era ancora in attesa del segnale, nonostante l’eclisse avesse dovuto destarlo. La sua possanza era qualcosa doloroso per la vista. Il solo fatto che esistesse, anche se immobile, dormiente, bastava a tener lontani gli Arcon di Limbo ed ogni creatura esterna. L’Esterno, come usava definirlo il mago Elenty, doveva trovarsi dietro il gigante, nell’oscurità infinita di quella caverna di fuoco.
«Cosa ci fai qua?» la domanda esplose nella testa del mago come il boato del tuono. Il gigante continuava a dormire, però era in grado di parlare dal mondo dei sogni. Rivier non si fidava della struttura del Telaio, avrebbe potuto raggiungerlo laggiù, in una forma diversa, ma preferì rimanere aggrappato alla realtà, scoprire quello che poteva scoprire grazie all’arte della parola.
«Il momento è giunto…» disse il mago, proiettando la frase nello spazio dal quale era arrivata la domanda.
«Sciocchezze!» urlò il gigante nella sua testa.
«Limbo sta cadendo a pezzi, Gigante. La nostra unica salvezza è uscire di qui.»
«Falsità!» la parola raggiunse Rivier come il suono di mille fruste.
«Il fatto che tu non ti sia accorto del segnale è una prova che Limbo sta fallendo. Dobbiamo uscire di qui, altrimenti tutto sarà perduto…» La temperatura nella caverna stava ancora alzandosi. L’Elenty sapeva di non avere molto tempo a disposizione.
«Tu menti, Elenty. Voi mentite… tutti e due!»
«Tutti e due? Che significa, Gigante?»
«Tu e l’altro. Anche lui ha detto la stessa cosa… siete menzogneri!»
«Chi è l’altro?» chiese Rivier, asciugandosi il sudore che gli colava ormai copiosamente dalla fronte.
«Il vampiro…»
Poi il calore divenne insopportabile. Il mago tornò indietro verso il corridoio, risalì velocemente cercando un po’ di refrigerio. Sapeva che sarebbe stato inutile tornare a parlare col Gigante, e comunque adesso la cosa era di secondaria importanza. Chi era il vampiro, si chiese. Chi avrebbe potuto parlare col Gigante di Mountoor, se non un altro Elenty. Rivier, anche se non sapeva perché, era convinto che se avesse scoperto l’identità di questo vampiro, forse ci sarebbe stata ancora una speranza.
Uscì all’aperto nella notte di Limbo, alzò lo sguardo al cielo cercando la cometa, e per la prima volta da quando aveva aperto gli occhi su quel mondo fittizio, non riuscì a trovarla.

Published in: on giugno 24, 2011 at 10:15 am  Comments (1)  
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CAPITOLO 23: Crepe nel Telaio di Limbo

Ritorna Limbo dopo quasi un anno di stop. Questo è l’inizio del terzo ed ultimo libro di questa avvincente avventura cyber-fantasy che, se tutto va bene, dovrebbe concludersi entro la fine di questa estate.

Nel primo libro abbiamo potuto seguire le vicende di un gruppo di Arcon alle prese con i Misteri e con il perfido Sawar, l’Elenty impazzito chiamato anche il delirante demolitore di Limbo. Jade, Mylo e Tzadik li avevamo lasciati sulle pianure del vespro insieme al mago Rivier, a Nicon, il cavaliere Arcon e al vecchio Misar, più due superstiti della Gilda. Il gruppo si era messo in viaggio per la montagna sacra.

Nel secondo libro invece abbiamo osservato più da vicino la composizione di Limbo, mondo virtuale in cui è conservata l’eredità dell’uomo, attraverso le vicende di Mila e Druge. Abbiamo conosciuto inoltre un altro lato del carattere di Davinia, la compagna di Sawar, incaricata dal Vampiro di Limbo di consegnare ad un campione la spada che potrà uccidere il Gigante di Mountoor, la creatura che fa la guardia al portale di Limbo. 

CAPITOLO 23: Crepe nel Telaio di Limbo

Tzadik mosse con un bastone le braci del bivacco per riattizzare il fuoco, vi avvicinò un paio di ceppi tagliati freschi che di lì a poco incominciarono a colare di resina e a sfrigolare, poi risistemò la pentola con lo stufato preparato da Misar che doveva ancora finire di cuocere. Soddisfatto della sua operazione, si riaccomodò a sedere accanto a Mylo e come lui continuò ad osservare il fuoco, rimuginando sui recenti trascorsi.
Era passata una decina di giorni dalla battaglia sulle pianure del vespro. Il mattino dopo Nicon e i suoi due uomini avevano richiamato alcuni dei cavalli della Gilda che, spaventati, erano fuggiti lontano dai combattimenti. Contavano così di dimezzare i tempi e di raggiungere la montagna sacra in meno di un mese, ma Rivier non si era dimostrato abbastanza soddisfatto, così aveva usato la magia per rafforzare le prestazioni dei cavalli e renderli praticamente instancabili. Poi avevano cavalcato per tutto il giorno successivo e buona parte della notte, uscendo dalla pianura e tagliando per una valle nascosta, una scorciatoia che l’Elenty sembrava conoscere bene e che nessuno altro aveva mai visto. Attraverso un basso canyon, avevano raggiunto la montagna dalla quale nasceva il fiume Serpe, oltre la quale si estendevano, fino a Mountoor, le Lande del Disordine. Rivier sperava di coprire la distanza che li separava dalla montagna sacra in meno di due settimane, un risultato che nessuno del gruppo avrebbe mai auspicato. Eppure era andata proprio così. Il giorno dopo, secondo i calcoli del primigenio, avrebbero avvistato la loro meta. Certo, il percorso non era stato dei più agevoli, ma potevano dirsi fortunati. Per un paio di giorni erano stati braccati da una piccola famiglia di troll delle sabbie che seguivano il loro odore. Nicon aveva proposto di affrontarli a viso aperto, prima che questi li attaccassero di sorpresa durante la notte, ma Rivier era stato risoluto e l’aveva convinto a proseguire. Un semplice incantesimo per cambiare la direzione del vento aveva risolto i loro problemi, mandando fuori strada i troll.
L’Elenty aveva fin da subito preso il comando della situazione, anche se Nicon preferiva non ammetterlo, ma gli eventi più recenti avevano cambiato le carte in tavola e il maestro di Tzadik sapeva che in alcune circostanze bisognava sapere mettere da parte l’orgoglio. Il ragazzo lo osservò mentre saliva a cavallo e, seguito dai suoi due uomini, si allontanava dall’accampamento per la rituale perlustrazione serale. Sarebbero tornati al termine del settimo margine per cenare insieme al resto della compagnia.
In quel momento Misar si avvicinò alla pentola e con un grosso cucchiaio si mise a girare lo stufato che aveva preparato. Lo assaggiò, si lamentò a bassa voce della sua insipidità, poi estrasse da un sacchettino di pelle che aveva in tasca una manciata di sale che vi spruzzò dentro. Girò di nuovo col cucchiaio e si allontanò soddisfatto verso la sua tenda.
«Credi davvero che domani raggiungeremo la montagna sacra?» chiese d’un tratto Tzadik, spezzando il silenzio imbarazzante tra i due ragazzi. Mylo alzò gli occhi dal fuoco ed annuì distrattamente.
«Se è il maestro a dirlo, io ci credo» rispose.
«E credi anche ai Misteri?» Il giovane mago avrebbe voluto rispondere prontamente “si”, ma qualcosa lo trattenne. Ci pensò sopra per un po’, poi sentì la necessità di dire esattamente ciò che pensava, e non ciò che reputava giusto dire.
«Lo sai che a volte non me ne importa più nulla… mi vergogno di questo, però è così.»
Tzadik ricambiò il suo sguardo con tutta la comprensione che aveva negli occhi. «Ti capisco…» disse, «…ma non credo che sia una cosa vile.»
«No?»
«Anche io mi sento così… Ho sognato per anni di diventare un cavaliere della gilda, di combattere accanto il leggendario Nicon, di cavalcare col vento in faccia ogni giorno verso una meta nuova. Beh, i miei desideri si sono avverati, eppure di notte, prima di chiudere gli occhi, i miei pensieri vanno sempre ai miei genitori, alla casa sulle montagne e alle mie due sorelline che so che non rivedrò più…»
Anche Mylo sentì di doversi confidare. «Io sono stato abbandonato… Rivier è la mia sola famiglia, ma dal giorno dell’eclisse non è più la stessa persona. C’è stato un tempo in cui non facevo che tormentarlo riguardo ai Misteri e lui si divertiva a girarci intorno, a parlarmi per enigmi. Mi mandava in bestia… Adesso capisco ciò che voleva dirmi, cioè che non li averi comunque mai capiti. Grazie tante, ne avrei fatto volentieri a meno!»
«Ma credi che quello che stiamo facendo servirà a qualcosa?» chiese Tzadik. Cercava nel nuovo amico un altro po’ di conforto. Non era sbagliato, lo facevano tutti e tre, anche la giovane Keeper. Da quando si erano incontrati si ritrovavano sempre la sera davanti al fuoco a parlare, ed insieme si davano coraggio, scacciando per un po’ le ombre della grande incognita che li attendeva.
«Rivier ha parlato di speranza… Quando gli uomini potenti come Rivier parlano di speranza, vuol dire che le cose sono messe molto peggio di quello che sembra…» e detto questo sorrise, un sorriso ironico ma contagioso. I due si misero a ridere e Jade, che passava loro vicino, chiese che cosa c’era di buffo.
«Niente, è solo la fine del mondo…» rispose Mylo, ridendo più forte. E la ragazza si unì a loro.

Il paesaggio cambiò. Una luna gialla e piena si accesa come una lanterna nel cielo e più sotto apparve anche la cometa Clessidra, sempre più vicina all’orizzonte. I tre cavalieri della gilda fecero ritorno, Rivier uscì dalla sua tenda e tutti presero posto attorno al fuoco. Misar servì lo stufato che tutti trovarono eccellente all’infuori del vecchio Arcon, che si ripromise di usare meno rosmarino la prossima volta. Alcuni, in silenzio, si chiesero se ci sarebbe stata una prossima volta.
Terminata la cena, la compagnia si preparò ad affrontare la notte. Ahmed si accomodò vicino al fuoco con una coperta sulle spalle per fare il primo turno di guardia; Lagoon gli avrebbe dato il cambio più tardi e a Nicon sarebbe toccato il terzo margine della notte, una pratica abituale. I ragazzi si erano offerti di partecipare ai turni notturni, ma gli uomini della gilda avevano prontamente rifiutato. In effetti le cavalcate erano estenuanti; Mylo e Tzadik arrivavano a sera con le gambe tremanti e le membra doloranti, ed erano più che felici di abbandonarsi a un buon sonno senza interruzioni.
«Domani ci aspetta un giorno importante» dichiarò Rivier, prima di prendere congedo. «Dormite e non pensate… è il miglior consiglio che mi sento di darvi.»
Ma nell’oscurità della tenda che Tzadik condivideva insieme ai membri restanti della gilda, l’apprendista cavaliere fece fatica a prendere sonno. Continuò per un bel po’ a rigirarsi nel suo giaciglio, cercando la posizione giusta, ma alla fine si arrese e rimase a fissare l’ombra di Amhed che il fuoco proiettava sulla parete della tenda. E improvvisamente l’ombra divenne più grande, e al ragazzo sembrò di caderci dentro. Era il sonno che finalmente veniva a ghermirlo o erano le tenebre che lo richiamavano all’oblio? Stava sognando? No, era sveglio, sentiva di essere sveglio, e teneva gli occhi spalancati alla disperata ricerca di una fonte di luce. Dov’era finito il fuoco da campo? Dov’era la luna, la cui luce giallastra rischiarava le chiome degli aceri e delle acacie della valle in cui si erano accampati? Provò a chiamare qualcuno ma si accorse che le sue corde vocali erano mute. Il panico gli fece accelerare il battito del cuore, ma non riusciva a sentirlo, come ogni altro suono, il rumore degli uccelli, il crepitio del fuoco. Gli era difficile anche respirare. Era come se qualcuno lo avesse gettato in un oceano di tenebra e lui vi stesse sprofondando. Era la fine, fu questo il suo ultimo pensiero, prima che un urlo lo riportasse indietro tra i vivi. Si ritrovò seduto nella tenda, accanto a lui Lagoon si era svegliato e lo guardava con occhi ricolmi di terrore. Anche Nicon era sveglio e visibilmente scosso.
«Che sta succedendo?» provò a chiedere il ragazzo, ma nessuno dei due seppe cosa rispondere.
Immediatamente la compagnia si riunì attorno al fuoco. L’urlo che Tzadik aveva udito era stato di Ahmed, colto anche lui dal medesimo senso di soffocamento. Tutti quanti erano stati afferrati da quell’inspiegabile onda di tenebra che li aveva strappati violentamene dai loro sogni. Il panico lasciò il posto alla curiosità. Nicon chiese all’amico che montava la guardia se si era avvicinato qualcuno o se aveva visto qualcosa, ma Ahmed scosse la testa incapace di spiegarsi quello strano fenomeno. Intanto Rivier se ne stava discostato dal resto del gruppo, con gli occhi chiusi e la testa abbassata. Mylo percepì il crepitio della magia come un suono soffuso, un ronzio leggermente fastidioso. Tutti si volsero verso l’Elenty in attesa di una spiegazione. Un minuto più tardi aprì gli occhi e a nessuno piacque l’espressione che gli si dipinse sul viso.
«La struttura di Limbo sta cedendo…» disse.
«Che significa?» lo incalzò subito Nicon. Il mago guardò il cavaliere con sgomento.
«Ho visitato il telaio attorno a questa valle, il substrato del mondo reale, per quanto reale possa essere… Il Telaio è una specie di regno onirico, ma solo con i giusti incantesimi è possibile viaggiarci liberamente. Ho visto delle crepe, dei vuoti che non dovrebbero esserci…»
«Che ha a che fare il mondo dei sogni con Limbo?» domandò Misar, abbracciando la ragazza Keeper con fare protettivo.
«Uno si poggia sull’altro, e viceversa. Sono due mondi in equilibrio… se uno dovesse sfaldarsi, anche l’altro verrebbe distrutto. Temo che la struttura del Telaio sia compromessa e quello a cui abbiamo assistito, la mancanza di luce, di suono, perfino di aria, sia una diretta conseguenza di questo fatto. Temo…» respirò a fondo il mago per trovare il coraggio di finire la frase. «Temo che l’eclisse abbia compromesso la struttura di Limbo e che il mondo stia per cadere a pezzi.»

Il giorno dopo ripresero la marcia, ma nessuno aveva voglia di parlare di quello che era accaduto durante la notte. Attraversarono la valle nella fredda luce di un mattino tinto di riflessi verdastri, un panorama che metteva i brividi, nonostante la temperatura fosse gradevole e il vento, che negli ultimi giorni aveva sferzato i volti della compagnia a cavallo, fosse finalmente calato. Rivier apriva la strada sul suo destriero, un esemplare corvino che montava a pelle. Dietro di lui venivano Mylo e Tzadik e ancora più dietro la ragazza e il vecchio Misar. Nicon e i suoi uomini chiudevano la fila, anche se regolarmente uno di loro si portava avanti in perlustrazione, oppure raggiungeva al galoppo un’altura per avere una visuale migliore dei dintorni. Ma ormai si erano lasciati alle spalle le Lande del Disordine e suoi pericoli. Il gruppo precedeva a un’andatura sostenuta, merito della magia che l’Elenty aveva usato sui cavalli. Lo scopo era quello di aggirare le colline e arrivare in serata ad avvistare la montagna sacra, che secondo i calcoli di Rivier non doveva trovarsi ormai molto lontano.
Fecero una breve sosta al termine del secondo margine, poi tirarono a diritto fino al settimo. Rivier abbandonò la pianura per tornare a salire. «Qui le colline son più basse,» spiegò. «Se riusciamo a oltrepassare quest’altura prima che scenda la notte, saremo in grado di avvistare la montagna. Poi ci accamperemo… voglio solo essere sicuro che siamo sulla giusta strada…»
Così continuarono per l’intero ultimo margine del giorno, ma la notte calò improvvisamente come un sipario mentre coprivano gli ultimi passi che li separavano dalla cima del colle. Non riuscirono a confermare le aspettative del mago, che si irritò visibilmente, e furono costretti a tornare sui loro passi per trovare un luogo riparato in cui montare le tende. Un boschetto di faggi fece al caso loro.
La luce della luna poteva bastare per organizzare il campo, anche se questa venne oscurata un paio di volte da qualcosa di indefinibile. «Era una nube, quella?» chiese Lagoon alzando la testa al cielo.
«No…» rispose seccamente Rivier. «Temo sia stato un altro errore di Limbo…» Nessuno ebbe voglia di replicare e tutti tornarono ai propri compiti. Consumarono una cena fredda con gli avanzi dei pasti passati e andarono a dormire, ma nessuno riuscì a chiudere occhio per un bel po’, per paura di rimanere soffocato dentro strani incubi.
La notte passò senza brutte sorprese, ma una pioggia sottile dentro un paesaggio brumoso dette loro il buongiorno. La visuale era limitata e per buona parte del giorno successivo non riuscirono ad accertarsi della presenza di Mountoor all’orizzonte. Solo al termine del quarto margine un vento nuovo si alzò per sgombrare le nebbie, e allora apparve in tutta la sua maestosa grandezza; la montagna sacra.
«Siamo arrivati…» sospirò Mylo con un mezzo sorriso.
«Non ancora…» lo corresse Rivier.
Poco dopo incontrarono i primi accampamenti degli Arcon che si erano riuniti per partecipare al grande evento. Molte comunità facevano festa, ringraziavano il grande Seidon, organizzavano banchetti. La strana euforia che aveva contagiato le comunità Arcon stonava visibilmente con la luce grigia del paesaggio. L’Elenty guidò la compagnia verso la base della montagna, che s’innalzava in maniera innaturale nel mezzo di un’immensa prateria. Mountoor era una specie di cono gigantesco fatto di roccia, privo di strade o mulattiere. La caverna dove dimorava il leggendario Gigante si apriva a metà della sua altezza, ma solo gli uccelli potevano raggiungere quel pertugio scuro nella roccia. La bruma si era alzata ed oscurava la visuale della parte superiore della montagna, ma alzando gli occhi Rivier poté individuare facilmente l’entrata della grotta.
«Possiamo accamparci qui…» dichiarò il mago, scendendo dal cavallo. I ragazzi e Misar obbedirono con aria assente, Nicon invece rimase in sella al suo destriero insieme ai suoi compagni. Il luogo scelto da Rivier era uno spiazzo di prateria relativamente sgombro a un migliaio di passi dalla roccia che incombeva su di loro. Erano nel mezzo a due accampamenti Arcon appartenenti a due comunità apparentemente gioviali e pacifiche, i Taruon, maestri vasai, e i Lambadi, che vestivano abiti sgargianti e amavano la musica.
«Voi restate con gli altri, io perlustrerò la zona…» disse il capo della gilda ai due uomini, poi rivolse all’Elenty uno sguardo d’intesa e si dileguò al galoppo.
«Dove va?» chiese Tzadik al mago.
«Ad assicurarsi che il suo nemico non sia già qui…» rispose Rivier. Poi iniziarono ad allestire il campo.

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Published in: on giugno 10, 2011 at 10:29 am  Comments (1)  
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CAPITOLO 22 – L’Arcobaleno di Cristallo

Al mattino le tracce dei festeggiamenti erano evidenti. Mila sporse la testa fuori dalla tenda e scorse un uomo che riattizzava il fuoco e un paio di donne che raccattavano le stoviglie disseminate per l’accampamento. Nell’aria c’era un piacevole odore di cenere, e un silenzio sereno, appagato. La donna Elenty ripensò alla notte prima, al vino e ai baci del suo amato Druge, alle risate degli Arcon e agli occhi umidi del vecchio. C’era qualcosa in quell’uomo che la incuriosiva.
Druge dormiva ancora profondamente. Lei afferrò la sua tunica e scivolò fuori dalla tenda. Salutò con un cenno l’uomo intento a soffiare sulle vecchie braci, poi si avviò verso la boscaglia per svuotare la vescica. Tornando indietro decise di fare un giro per il campo. Trovò una bacinella di acqua pulita e si sciacquò il viso. La sensazione dell’acqua fredda sulla pelle le fece venire un brivido. Cercò qualcosa per asciugarsi e vide con sorpresa alcuni teli ripiegati su una panca accanto alla bacinella. Ne afferrò uno e alzò lo sguardo in direzione della tenda del vecchio. Era sveglio, a sedere su uno stoino con le gambe incrociate e la testa leggermente alzata verso il cielo, gli occhi chiusi. La sorpresa durò meno di un secondo. Mila si asciugò il viso e s’incamminò verso di lui. Gli uccelli del bosco, silenziosi fino a quel momento, si svegliarono e incominciarono a cinguettare.
«Buongiorno…» salutò il vecchio, rimanendo immobile e con le palpebre abbassate. Mila ricordò di essere un Elenty immortale e si impose di non farsi più sorprendere.
«Buongiorno, come sta?» chiese lei con genuino interesse.
«Bene, la mattina mi sento sempre molto bene. Il problema è che mi stanco troppo velocemente…»
«Capisco…»
«Avete dormito bene?»
«Benissimo, grazie. Temo che Druge non abbia seguito il suo consiglio sul vino. Sta ancora dormendo profondamente…»
«Meglio così. Il sonno è il miglior antidoto contro il vino insidioso» e detto ciò aprì gli occhi e sorrise. Di nuovo la donna Elenty non poté fare a meno di rimanere incantata dallo sguardo di quel vecchio. Aveva la profondità tipica di quello degli Elenty immortali, eppure vi era un dolcezza nuova, una specie di fuoco azzurro, rassicurante ma in qualche modo alieno.
«Oggi arriveremo a Mountoor…» disse lei, lasciando la frase a metà.
«Si, dovremo arrivarci in serata» confermò il vecchio. «Verrete insieme a noi?» chiese.
«Penso di si. Non credo che Druge abbia qualcosa in contrario.»
«Bene. Ci è molto grata la vostra compagnia.»
La donna cercò la frase giusta per affrontare insieme al vecchio alcune domande che la turbavano e che riguardavano direttamente lui, ma si sentiva in difficoltà. Non voleva inclinare gli equilibri di quella bella mattina di sole, il canto degli uccelli e la pace che si era adagiata sul suo cuore. Però non riusciva ad ignorare quel tarlo che le si era insinuato in testa. Ad un tratto, senza pensarci, disse semplicemente: «Chi sei?»
L’Arcon sorrise, un sorriso dolcissimo. «Perdonami se ti rispondo con un’altra domanda, ma secondo te chi dovrei essere?»
«Non lo so, per questo te lo chiedo.»
«Certo che lo sai. Sono il vecchio capo di questa comunità.»
La donna fece una smorfia, pensando che il vecchio si stesse prendendo gioco di lei. «C’è qualcosa di strano nei tuoi occhi. È come se tu fossi un Elenty, anzi, qualcosa di più. Non riesco a capire…» disse poi.
«Mia cara, non c’è niente da capire. Sono solo un Arcon che ha vissuto un po’ più a lungo dei normali Arcon. Tutto qui.»
«Anche Druge è un Arcon immortale, ma non ha il tuo stesso sguardo.»
«Io non so cosa tu riesca a vedere dentro i miei occhi. Non ho alcun segreto, a parte quello di vivere e di gioire della mia vita.»
«Ma…»
«Vedi, anche se sono solo un Arcon credo di aver capito una cosa; a volte si sforzano troppo gli occhi per riuscire a vedere cose che non esistono. Spesso addirittura la nostra mente ci fa degli scherzi e pensiamo di vedere quello che vogliamo vedere, anche se non c’è. Afferra la mia mano…»
La donna sentì uno strano senso di repulsione quando il vecchio le porse la sua mano piena di vene e di rughe. Vinse quella sensazione ed accettò l’invito.
«Adesso fai come me, chiudi gli occhi» disse lui.
Mila abbassò le palpebre, respirò profondamente e scacciò i cattivi pensieri dalla testa, insieme a tutti quei dubbi che la tormentavano; l’inganno di Limbo, il destino di Druge, lo scopo di Ryo e anche l’identità del vecchio. Vuota è la mia mente, pensò. Per un attimo si scoprì a desiderare di non guardare più.
«Va meglio?» domandò il vecchio.
«Si… meglio.» rispose Mila.
Più tardi tornò all’accampamento e trovò Druge sveglio e intento a prepararsi per il viaggio. Nel frattempo gli Arcon della comunità avevano incominciato a smontare le tende e a caricare sui carri le loro cose.
«Dove sei stata?» chiese il guerriero, reggendosi la testa con la mano.
«Dal vecchio…» rispose lei distrattamente.
«E allora?»
«Allora cosa?»
«Hai chiarito i tuoi dubbi?»
«Non ha più molta importanza, adesso…»
Druge la guardò di sbieco, si chiese se doveva preoccuparsi per quella misteriosa risposta ma concluse che la donna sembrava più rilassata del solito e lasciò perdere.
«Andiamo insieme a loro, va bene?» chiese lei.
«Certo. Mi sembra una buona idea» rispose lui, sorridendole. A metà del primo margine del giorno la carovana si mosse lentamente attraverso la valle. Aggirata la collina tutti la videro spuntare sopra gli alberi, celata per metà dalle nuvole. La montagna sacra.
Poi il cielo venne oscurato da una grande ombra. Silenziosa e magnificente, la biblioteca galleggiante passò sopra la processione di Arcon che si muoveva in una lunga e serpeggiante fila verso Mountoor. Mila alzò lo sguardo verso il cielo, meravigliata come tutti gli altri. In quel momento una delle tre torri di vetro che contenevano la storia del mondo andò in frantumi, e una pioggia di schegge sottili venne sollevata dal vento e portata oltre la foresta che circondava la biblioteca. Tutti potettero ammirare l’arcobaleno di mille colori che la pioggia di cristalli formò grazie a raggi del sole nascente, ma nessuno poteva sapere che tra quei riflessi era andata per sempre perduta la storia del vecchio mondo.

FINE DEL SECONDO LIBRO

Qui termina il secondo libro di Limbo. Nel Terzo ci si avvierà verso il finale di questa affascinante epopea cyberfantasy. Limbo tornerà a settembre.

Published in: on luglio 1, 2010 at 7:39 pm  Lascia un commento  
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CAPITOLO 21: La spada nera – Il risveglio di Sawar

PREVIOUSLY ON LIMBO….

L’eclisse ha annunciato il tempo dell’Emersione. Gli Arcon credono che consegnando al Guardiano di Mountoor, la montagna sacra, gli oggetti sacri di Seidon, il vecchio mondo tornerà e Limbo smetterà di essere una terra cangiante ed instabile. Gli Elenty, maghi immortali primordi, sanno che la verità è un’altra. L’Eclisse è la campana che segna la fine del lungo tempo di attesa dentro Limbo, un mondo virtuale costruito per conservare l’eredità dell’umanità perduta. Solamente gli Elenty e le loro copie conservate negli oggetti sacri saranno in grado di lasciare Limbo. Gli Arcon, essendo entità digitali fittizie, non potranno in alcun modo uscire dal loro mondo.

Fiumane di Arcon provenienti da ogni angolo delle terre di Limbo convergono verso la Montagna Sacra. La maga Davinia è invece bloccata presso le grotte dei Sewolf, popolo del mare, e attende il risveglio del suo compagno Sawar, gravemente ferito durante la battaglia contro la Gilda di Nicon e i Testimoni di Seidon. Egli è un uomo molto pericoloso, potente mago e abile spadaccino, votato da tempo immemore alla distruzione di quel mondo fasullo.

In sogno un vampiro visita Davinia e le dice di essere uno dei programmatori di Limbo. Spiega alla donna che il gigante della montagna sacra è fuori controllo e impedirà la riuscita del progetto. Per questo motivo un eroe dovrà eliminare il guardiano. Egli ha forgiato una spada magica che Davinia dovrà consegnare all’uomo capace, a suo giudizio, di portare a termine tale missione.

LIMBO CAPITOLO 21 – La spada nera – Il risveglio di Sawar

Davinia era rientrata nel suo corpo, o almeno quella era la sensazione che provava ogni volta che si lasciava alle spalle le stanze del Telaio. In realtà si era semplicemente riappropriata dell’Avatar che la rappresentava dentro Limbo, lasciandosi dietro la proiezione dell’uomo che amava. Lui le aveva chiesto di restare, di attendere insieme il suo risveglio, e perdersi ancora una volta nei perversi e lussuriosi giochi della mente. Ma la donna Elenty aveva altro a cui pensare; doveva seguire le indicazioni del vampiro e recuperare la spada che aveva forgiato per il campione di Limbo. Aveva bisogno di mettere in moto gli eventi di quell’assurdo piano, così da poterci credere un po’ anche lei.
I Sewolf le avevano riserbato un comodo giaciglio dentro uno dei numerosi anfratti che si affacciavano sul mare infinito. Due cristalli vermigli posti al centro della grotta riscaldavano e illuminavano l’ambiente. Fuori era ancora buio ma mancava poco alla fine del terzo margine della notte. Si avvolse nella sua tunica cremisi, diversa da quella degli altri maghi. L’aveva cucita lei, un taglio ardito che le lasciava scoperte le gambe. I ricami tipici fatti di sequenze più o meno lunghe di uni e di zeri risplendevano dorati sulle maniche e la cintura. In un mondo lontano, secoli prima, inventare abiti era stato il suo lavoro.
Davinia sgusciò fuori dalla sua nicchia come l’ombra di un animale selvaggio, schermò con un semplice incantesimo la sua immagine e varcò la soglia del complesso di caverne in cui dimoravano i Sewolf, eludendo così i due Arcon che montavano la guardia all’esterno. Non che ce ne fosse bisogno, perché ormai la conoscevano, ma non aveva voglia di dare spiegazioni. Attraversò i corridoi di quella specie di città nella roccia fino a raggiungere il luogo in cui riposava il corpo di Sawar. I cristalli stavano ricomponendo la sua entità digitale. La mente dell’uomo era tornata ad essere attiva, ma il suo Avatar avrebbe avuto bisogno di ancora un po’ di tempo per completarsi. Ripensò alle sue carezze e ai suoi baci, dentro la stanza dei sogni. Lei non gli aveva detto niente della spada e dello strano incontro. Non riteneva opportuno turbare il suo risveglio, e comunque, prima di informarlo, lei doveva accertarsi che la storia della spada fosse vera.
Si fermò accanto al corpo del suo uomo. Gli vide muovere impercettibilmente le punta delle dita. Ancora un giorno e il risveglio si sarebbe compiuto, pensò. Poi allungò la mano per afferrare la sua, quando un suono la fece bloccare. “Non avrai bisogno di cercare, sarà lei che ti chiamerà…” le aveva detto il vampiro. Tornò sui suoi passi e cercò di capire da che parte proveniva quel suono, che assomigliava ad un canto sommesso. Il cunicolo dal quale era sopraggiunta continuava oltre la grotta in cui giaceva Sawar per un’altra decina di passi, poi si divideva in due identici corridoi, stretti e fiocamente illuminati dai cristalli di luce. Davinia raggiunse il bivio e senza esitare s’infilò nel cunicolo di sinistra. Era da lì che proveniva quel canto.
Il passaggio si restrinse e poi s’inclinò bruscamente verso il basso. La donna, appoggiandosi prontamente ad alcuni appigli di roccia ai lati del budello, rallentò la sua avanzata ed evitò di scivolare. Il corridoio si aprì improvvisamente nel mezzo di un’enorme parete rocciosa che dava su una caverna molto più ampia delle altre. Una stretta scalinata scavata nella parete conduceva verso il basso. Davinia si mosse sicura, conquistò la base della grotta e attraversò con ampie falcate il pavimento costellato di stalagmiti e cristalli di luce. Seguiva il suono che adesso era diventato costante, cadenzato, una sequenza intermittente di “Ooooh” che proveniva da un pertugio alla base della parete opposta. Celata dentro ombre quasi dense, la maga riuscì ad individuare la nicchia solo grazie al canto. Bisbigliò alcune parole in bit e una luce tenue si accese sul palmo della sua mano. Le servì per dipanare le tenebre e penetrare dentro il pertugio.
Il canto si trasformò in un boato che lei riusciva a malapena a sopportare. Al centro della piccola grotta poté scorgere la forma di una croce, l’elsa della spada. Vibrava vistosamente e la donna capì che era proprio quella vibrazione a produrre quel suono. Metà della lama scompariva nel pavimento di roccia. Mosse due passi con la mano tesa. La luce magica proiettata dal palmo della sua mano si riflesse sulle venature ramate dell’elsa, ma venne risucchiata dal nero metallo della lama. Davinia afferrò la spada che smise immediatamente di vibrare e cantare, poi con uno strappo sicuro la estrasse dalla roccia. Nell’uscir fuori non fece alcun rumore, come se fosse stato sfilato un coltello da un panetto di burro. Davinia rimase immobile con la spada alzata, nel silenzio assordante nel quale era sprofondata la nicchia. Si passò l’arma di mano e la osservò meglio puntandole addosso la luce del palmo. Non vi erano impressi né simboli né scritte, solo una solida elsa in ferro e rame e una lama di metallo scuro. Era leggera e maneggevole, come poteva esserlo una normale buona spada. Si chiese se avrebbe funzionato, se davvero il Gigante di Mountoor, la creatura più potente di Limbo, sarebbe caduto con un solo affondo di quell’arma. Stentò a crederci, ma sapeva che era più che probabile che ciò potesse avvenire. Se l’uomo che era venuto a trovarla in sogno era davvero uno dei programmatori di Limbo, di sicuro aveva tutte le risorse necessarie per forgiare una spada del genere.
Tornò sui suoi passi, risalì il cunicolo, gettò un solo e rapido sguardo nella grotta in cui giaceva il suo uomo e, ingannando nuovamente le guardie, conquistò l’uscita della città-caverna. Fece ritorno alla suo giaciglio proprio nel momento in cui il cielo venne squarciato dal sole del primo margine del giorno. Davinia nascose la spada sotto le coperte del letto e vi si distese accanto. Si addormentò subito, ma non cercò la stanza del piacere. Scese invece in un abisso tiepido, e laggiù si lasciò cullare per tutto il tempo che le fu concesso. Al suo risveglio avrebbe preso una decisione.

L’uomo stentava a ricordare tutto. Percepì il dolore della ferita come un rumore sommesso, lontano. Sentì il freddo pungente dei cristalli che gli puntellavano il corpo nudo. Lentamente attinse ai brandelli d’informazione più freschi; una grande battaglia, il sole che si oscurava, la profezia dell’eclisse e l’ombra di un cavaliere che gli si avvicinava alle spalle. Poi il buio…
Ricordò un sogno, uno dei tanti trascorsi insieme alla sua amata Davinia, ma ne confuse il tempo. Era stato prima o dopo la battaglia? Prima o dopo la ferita che lo aveva quasi ucciso? C’era qualcosa di strano in tutte quelle sensazioni, in tutti quei primi pensieri che si affacciavano in quella mente ricomposta. Sawar sentiva il dolore e il turbamento che lo avevano reso quello che era, il delirante demolitore di Limbo, ma queste sensazioni non erano più confuse, ingarbugliate come lo erano state per innumerevoli stagioni. Era come se fossero state relegate in un posto ben preciso, e lui potesse finalmente decidere di recluderle, di ignorarle.
Si alzò a sedere su quel letto di cristalli. Ebbe la bizzarra idea di trovarsi al centro di un esperimento di rinascita. Si guardò intorno e intuì la natura di quel luogo. Davinia lo aveva portato dai Sewolf, gli abitatori delle grotte sul mare infinito. I cristalli incantati avevano ricomposto la sua entità digitale, deframmentandola. I pensieri cominciarono a scorrere liberi, fluidi come non lo erano stati da parecchio tempo.
Un essere umanoide, grosso e ricoperto di peli, fece il suo ingresso nella grotta. Malgrado la sua mole e uno strano riflesso bluastro della pelle e del pelo, la creatura aveva occhi gentili e un portamento fiero.
«Bentornato tra noi. Il mio nome è Gur-Nath. Sei nella città dei Sewolf…» disse l’Arcon, porgendo all’uomo dei vestiti. «Hai dormito per molti giorni. I cristalli ti hanno curato… »
«Dov’è Davinia?» lo interruppe Sawar, afferrando bruscamente i suoi abiti. La creatura sembrò non far caso a quella sgarbata reazione. Rimase immobile a fronteggiare l’Elenty, conscio del suo potere e della sua follia.
«La donna è partita» disse, senza perdere d’occhio l’uomo.
«Cosa dici?» chiese lui, ancora nudo e coi vestiti in mano.
«Se n’è andata ieri sera. Ha detto che ti avrebbe aspettato alla montagna sacra.»
Sawar cercò la rabbia, quella che gli faceva compiere le gesta più impensabili, quella che nel corso dei cicli lo aveva trasformato nell’uomo più temuto di Limbo. La rabbia era là, in un punto preciso della sua mente. Poteva afferrarla e usarla a suo piacimento, uccidere per sfogo quell’essere che aveva davanti richiamando magicamente il fuoco, oppure decidere di lasciarla dov’era, vestirsi e partire. Era tornato padrone delle sue decisioni.
«Dove sono le mie armi?» chiese.
«Le troverai fuori dalla grotta» rispose Gur-Nath, indicando il corridoio da dov’era sopraggiunto.
Sawar si vestì velocemente e con un semplice cenno del capo salutò l’Arcon. Tutto era ordinato, complicato ma finalmente ordinato. Forse la montagna sacra era la risposta, pensò. Uscì dalla città-caverna e gettò uno sguardo verso le onde dell’oceano che s’infrangevano sugli scogli. Respirò profondamente, riconobbe il senso di finzione del mondo che lo circondava ma non gli dette peso. Riuscì addirittura a sorridere, prima di incamminarsi verso l’entroterra, in direzione di Mountoor.

Published in: on maggio 28, 2010 at 10:51 am  Comments (2)  
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