CAPITOLO 30: La Migrazione

Lontano, in una torre sotto l’oceano, Wirlock spense i monitor e si alzò dalla console. Una nuova crepa si formò su una delle vetrate che davano sui fondali marini. Il vampiro non ci fece caso e attraversò la stanza di controllo per sedersi al tavolo in cui le proiezioni degli ultimi programmatori della Rete di Hope usavano ritrovarsi per discutere del destino di Limbo. Erano passati molti cicli dall’ultima volta che si erano ritrovati; Wirlock ricordava bene quell’occasione. In verità, anche i suoi sogni erano tormentati dal rimorso per il modo in cui aveva tradito i suoi compagni, seguendo un progetto tutto suo, ma quel progetto era finalmente arrivato ad una conclusione, nel bene o nel male. La storia dell’uomo era andata per sempre perduta. Malgrado gli sforzi, non era riuscito ad isolare l’impulso inaspettato che aveva guidato la mano di Viktor, l’Aviatores che aveva cancellato il supporto in cui era scritta la storia del vecchio mondo. Wirlock non era riuscito ad isolare neanche la strana forza che aveva richiamato Mila fuori dall’oscurità, e la canzone che la stessa donna Elenty aveva usato per salvare gli altri maghi. Era come se una forza esterna agisse dentro Limbo, seguendo un piano più grande del suo. Anche il destino di Druge era un mistero. Era stato il vampiro a fare intervenire il framemaker per rivelare la vera natura dell’Arcon, ma incomprensibilmente Ryo aveva atteso molte stagioni prima di rivelarsi, anche lui guidato da una forza esterna, ignorando il programma che lo aveva generato. Aveva salvato la vita di Druge diventando il suo doppione, e poi era stato lo stesso Druge a portare a termine la missione che Wirlock aveva pensato per Sawar oppure Nicon. Wirlock si sorprese a pensare che neanche un mondo interamente generato dalla mente umana è esente da alcune inconoscibili forze dell’universo.
Davanti al vampiro vi era una bottiglia di vino, l’ultimo programma a cui aveva dato il via prima di prendere congedo dalla console. Stappò la bottiglia e si versò un bicchiere abbondante di quel liquido ambrato. Un’altra crepa apparve sulla vetrata, insieme al ghigno malefico di uno degli squali giganti che facevano la ronda attorno alla guglia.
Wirlock bevve, alla sua salute e a quella degli squali, cercando di convincersi che ne era valsa comunque la pena. La migrazione poteva essere una nuova risposta, pensò. Qualcuno all’interno del progetto ci credeva a quella teoria, e forse all’insaputa di tutti aveva innescato l’input nella matrice di Limbo. Gli Elenty avevano fatto il resto. “Interessante”, pensò, e si versò un altro bicchiere.
Un rivolo d’acqua incominciò a fuoriuscire attraverso la crepa sulla vetrata; una pausa, forse due prima che l’oceano invadesse l’interno della torre, mettendo fine una volta per tutte alla sua esistenza. Il Telaio era andato. Viaggiarci attraverso per raggiungere il portale, nel quale si riversavano gli Arcon provenienti dai remoti angoli di Limbo, poteva costargli la vita, o quella sorta di simulazione vampiresca di cui era prigioniero, ma in fondo che cosa aveva da perdere… Bevve l’ultimo sorso, chiuse gli occhi e proiettò la sua mente nell’infrastruttura di quel mondo digitale. Un’ultima volta ancora…

Non avevano forma, anche se un prodotto evoluto della chimica del carbonio le avrebbe chiamate “onde” solamente dopo averle analizzate attraverso un sofisticato strumento. Sicuramente, processate in un certo modo, avrebbero potuto trasformarsi in suoni, privi di una logica musicale, ma comunque suoni.
«Puoi sentirmi?»
«Qual’era il mio nome?»
«Chi eri tu?»
«Dove stiamo andando?»
Non potevano chiamarla oscurità, anche se la luce ormai era alle loro spalle. Erravano in una placenta vibrante, uno spazio infinito ma allo stesso tempo contenuto. La sensazione non era quella del volo; c’era stata una spinta, subito dopo aver varcato la porta di luce, ma si era esaurita velocemente. Adesso semplicemente erravano, guidati da una miriade di possibilità, puntini più o meno luminosi percepibili nella distanza. Un viaggio, non condizionato dal fattore tempo, li attendeva tutti, Arcon, Elenty ed Arenty. Quei codici si sarebbero comunque evoluti in qualcos’altro, proiezioni filiformi di vita innescate in rappresentazioni più o meno nuove.
«Rimaniamo insieme…»
«Stai tranquilla, non ti lascerò mai più.»
E ancora…
«Sei tu?»
«Si sono io.»
«Allora seguimi…»
E ancora…
«E se non mi riconoscerai nella mia forma nuova?»
«Non temere; ti riconoscerò…»
Nel viaggio le entità incontrarono altri semi di vita. Non avevano nomi come loro, non sapevano da dove venivano ed ignoravano le loro mete. Qualcuno si accarezzò e si innestò all’altro combaciando come pezzi di un puzzle, ed insieme puntarono su una stella meno fulgida ma più nitida. Laggiù li attendeva qualcosa di diverso, forse più reale, forse semplicemente diverso.
E continuarono così, ingannando il tempo e lo spazio, spargendo i semi di nuove incredibili storie.

FINE

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Published in: on luglio 29, 2011 at 8:13 am  Comments (1)  
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CAPITOLO 29: La Processione

Tutti udirono, nel silenzio innaturale di quel mare di nebbia, la montagna spaccarsi. Il primo fu Sawar, ancora aggrappato alla roccia. Avvertì il tremito, vide alcune crepe aprirsi sopra di lui e seppe che Druge era riuscito nella sua missione; il Gigante era stato sconfitto. Adesso però non aveva altra scelta, doveva fuggire di lì. La ferita al ventre andava meglio, ma sapeva che se si fosse mosso avrebbe ripreso a sanguinare. Non poteva contare sulla gamba ferita, ma si augurava che per scendere non gli sarebbe servita. Respirò profondamente, poi lasciò andare la presa e iniziò a scivolare sulla roccia prendendo rapidamente velocità. Rise Sawar, mentre la pietra graffiava la sua pelle e il dolore divenne qualcosa in cui perdersi. Erano solo impulsi, pensò, irreali quanto Limbo, e non sentì più niente. Si lasciò andare alla caduta, mentre rocce grandi quanto la sua testa incominciavano a rotolare lungo il fianco della montagna. Nessuna di queste, però, lo colpì. Quando toccò il terreno, continuò a rimanere cosciente, nonostante le molteplici fratture alle braccia e alle gambe. Il suo sforzo probabilmente non sarebbe bastato se qualcuno non lo avesse trascinato via da lì, mentre le pietre che rotolavano giù dalla montagna diventavano sempre più grandi e letali. Non seppe mai di chi fossero le mani che lo sorressero fino a una zona sicura, in cui finalmente poté abbandonarsi ad un sonno senza dolore e senza sogni, ma non lo avrebbe di certo sorpreso sapere che era stato proprio Nicon a salvarlo, anche lui scampato per miracolo alle forze elementali scaraventate addosso ai Testimoni di Seidon. Si risvegliò tra le braccia di Davinia, incapace di rendersi conto se si trattava di un sogno, o di una realtà di qualsiasi tipo.
«Sei tu?» provò a chiedere, ma la sua voce rimase muta.
«Dobbiamo andare…» rispose lei, poi si sentì sorreggere. Le immagini divennero confuse, la storia acquistò significati illeggibili. Nel frattempo la nebbia era scomparsa. Guardandosi intorno si accorse di trovarsi nel mezzo ad una processione, o almeno questa sembrava. Una marea di Arcon si muoveva lentamente verso un immenso globo di luce azzurra. “Che realtà era”, si chiese, ma non la combatté. Rimase fermamente aggrappato alla sua donna, mentre la luce si faceva ad ogni passo più vicina, più vicina, più vicina…

Jade e Mylo si tenevano per mano, perché se si fossero allontanati anche solo di tre passi l’uno dall’altra, si sarebbero sicuramente persi nella nebbia. Camminarono lentamente verso la direzione in cui, secondo l’orientamento dell’apprendista mago, doveva trovarsi Mountoor. Nel silenzio opprimente della prateria, tutto ciò che riuscivano a udire erano i loro respiri. Poi un rombo lontano e crescente li fece fermare. La terra sotto i loro piedi incominciò a tremare.
«Che succede?» domandò Jade, cercando gli occhi dell’amico. Mylo non seppe cosa rispondere. Attesero in silenzio, mentre il tuono cresceva. «È la terra che si spacca…» disse poi il ragazzo, «la montagna sta crollando.»
Quello che videro dopo fu più o meno ciò a cui tutti gli Arcon, Elenty e Arenty presenti sulla piana davanti a Mountoor assistettero. Dalle crepe che si formarono sulla superficie conica della montagna, una luce abbagliante fuoriuscì diradando la nebbia purpurea che aveva invaso le pianure. Il terremoto spaccò in due la montagna, che si inabissò lentamente dentro la terra, ma la fonte di quella luminescenza, il globo azzurro che rappresentava il portale dimensionale di Limbo, continuò a galleggiare sopra le macerie che venivano fagocitate dalla voragine. La terra in cui era scomparsa Mountoor si richiuse ad una velocità impressionante, erba fresca incominciò a crescere su quel terreno nuovo su cui la sfera di luce si adagiò delicatamente. La montagna era scomparsa insieme ad ogni segno della sua esistenza.
La nebbia, diradatasi, non attutiva più i suoni, ma un silenzio di meraviglia aveva ghermito i cuori di coloro che avevano assistito a tale portento. Migliaia di Arcon ammutoliti guardavano estasiati la luce che illuminava i loro volti. Giunse il primo margine della notte di Limbo, ma il globo risplendeva come un sole sulle praterie e quasi nessuno si accorse del cambiamento di paesaggio. Ma Limbo era ancora instabile; i lampi e i tuoni, che per tutta la durata del fenomeno si erano interrotti, ricominciarono ad esplodere nel cielo. Davanti a quella folla smarrita, una voce allora si alzò, la voce di un uomo che Mylo conosceva bene; era il suo maestro, quasi un padre per lui. Si trovava su un piccolo promontorio, davanti alla sfera di luce. Tutti potevano vederlo distintamente, nella sua veste bianca.
«Arcon, avete scelto di credere in Seidon, ed Egli ha risposto alle vostre preghiere…» un mormorio si alzò dalla folla.
«Che sta dicendo?» Jade era confusa. Mylo scosse la testa.
«Le antiche città non torneranno dagli abissi. Limbo non si fermerà, è invece destinato a una rapida distruzione, come potete vedere…» continuò il mago, indicando i lampi nel cielo. «Ma un altro mondo vi aspetta, oltre questa luce alle mie spalle, e laggiù forse incontrerete Seidon in persona, o qualcosa che lo rappresenti.»
«È l’unico modo…» spiegò Mylo.
«Cosa?» Jade era sempre più confusa.
«L’unico modo per convincere gli Arcon a seguirlo.»
«Credevo che gli Elenty ne avessero abbastanza delle menzogne…»
Mylo ci rifletté un momento. «Temo che gli uomini non possano vivere senza menzogne. È come se non ne potessero fare a meno…»
Poi la processione incominciò, e la grande marea di Arcon si mosse lentamente ma senza esitazione verso la luce, verso la promessa di un nuovo mondo.

Domani il finale…

Published in: on luglio 28, 2011 at 1:49 pm  Comments (1)  
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CAPITOLO 28: Un Globo di Luce

Il vento sferzava sulla roccia portando con sé goccioline di pioggia che rendevano la scalata molto più insidiosa. Druge guardò in basso ma non riuscì a vedere nulla; gli anomali banchi di nebbia che erano apparsi quella mattina, si erano fusi insieme creando una specie di coltre violacea che ricopriva l’intera pianura attorno alla montagna. L’Arcon avvertì la spada pulsare nel fodero, una sensazione non spiacevole ma che lo metteva a disagio. Era lui il campione destinato a sconfiggere il Guardiano del portale? Che senso aveva tutto ciò, si chiese, ma le domande avevano ormai poca importanza. Esistevano certezze, come l’amore che provava per Mila, e il pensiero di perderla lo fece esitare. Vi era la certezza di quel mondo che stava per finire, ribadita dai lampi e dai tuoni che esplodevano sopra di lui, e poi vi era la certezza più grande, quella che gli dette nuovamente forza e lo fece avanzare senza più esitazioni; la certezza dell’amore per la vita.
Si era creduto un Elenty per un tempo innaturalmente lungo, credendo di comprendere i segreti dei primigeni, anche se non li aveva mai davvero afferrati. Era solo una copia distorta di un’entità vissuta molti cicli prima in un altro mondo, una costola di un’esistenza reale ricostruita all’interno di un mondo fatto di codici. Poteva bastare come ragione per sentirsi meno vivo? No, non credeva di sentirsi meno vivo degli Elenty, non più. Contrasse ogni muscolo del suo corpo e continuò a salire. Ormai mancavano pochi passi all’entrata della caverna. Un tuono squassò l’aria, seguito da uno stridore innaturale che lo assordì parzialmente. Ignorò il dolore all’orecchio e si issò sopra il parapetto di roccia, davanti alla bocca della caverna. «Ci siamo», sussurrò, poi estrasse la spada e con passo sicuro entrò dentro Mountoor.

Mylo aiutò Misar a trasportare il corpo senza vita di Tzadik dentro la tenda, con Jade che li seguiva da vicino. La ragazza aveva gli occhi arrossati per il pianto ma aveva smesso di singhiozzare. La nebbia limitava la visuale ad un paio di passi e penetrava dentro i vestiti depositando una patina di gelo sulla pelle. La ragazza si sentì sollevata una volta dentro la tenda.
«Che cosa succederà adesso?» chiese al vecchio Arcon, che assorto contemplava la densa bruma che nel frattempo aveva nascosto l’intero paesaggio ed era capace di attutire anche i suoni.
«Non lo so, Jade» rispose il vecchio, scuotendo la testa. «Gli eventi non sono più nelle nostre mani, e forse non lo sono mai stati…»
«Ho fatto male a consegnare a quell’uomo il medaglione?» chiese la Keeper, ma non si sentiva in colpa.
«Non credo. Le cose sono cambiate quando il mago mi ha chiesto di toglierti l’oggetto mentre cercava di risvegliarti. Da allora ho incominciato a dubitare di tutto ciò che sapevo. Quando non hai più convinzioni a cui aggrapparti, ti rimane solo due cose da fare; o lasciarti cadere, o provare a volare…»
Mylo era ancora al fianco del corpo inerte dell’amico. Osservava i colori sgargianti del pojo che Nicon aveva messo addosso al suo allievo, chiedendosi dove fosse adesso il giovane Tzadik. Secondo la mitologia Arcon le anime dei morti raggiungevano la magione di re Hope, per vivere in eterno nei giulivi lidi del padre di Seidon, ma quella, come tutto il resto, era solo un’invenzione degli uomini. Tzadik aveva semplicemente cessato di esistere? Come si poteva accettare tutto ciò?
«Io vado a vedere cosa succede!» dichiarò l’apprendista mago.
«Vengo con te» aggiunse prontamente Jade.
«Non fate gli sciocchi» li ammonì Misar. «Non c’è niente che possiate fare, e poi Limbo è troppo instabile.»
«Ma non ci riesco a stare qui» spiegò Mylo. «E poi che importanza ha ormai? Quanto credi che ci rimanga da vivere?»
Il vecchio Arcon non riuscì a rispondere a quella domanda. Abbassò la testa e non disse nient’altro. Nel silenzio innaturale di quell’ultimo margine del giorno, i due ragazzi fuoriuscirono dalla tenda, perdendosi dopo pochi passi nella nebbia violacea che annunciava la fine di Limbo.

Un canto la stava chiamando, questo era tutto ciò che riusciva a percepire. Ricordava di essere caduta insieme ad altri, ricordava i lampi e i tuoni nel cielo indaco e l’odore della folgore, ma la semplice ragione della sua esistenza le sfuggiva. Qual’era il suo nome? Chi erano le persone con cui era caduta? Dove si trovava? Le domande si accavallarono senza sosta, nel buio opprimente di quella prigione della mente. A parte le tenebre, vi era il canto, un lamentevole ripetersi di parole inafferrabili proferite da una voce antica. Di chi era quella voce? L’aveva già sentita da qualche parte…
La maga seguì la canzone, non con il corpo, non con la mente, ma con l’unico mezzo in grado di comprendere davvero il mistero della musica; il cuore. “Aveva ancora un cuore?”, si chiese. Allora ricordò chi era, improvvisamente, e tutto ciò che era successo, ma ugualmente non riuscì a rispondersi. Ce l’aveva un cuore oppure no? Forse un tempo lo aveva avuto, in un mondo diverso, ma adesso non sapeva…
«Mila…» nella canzone apparve il suo nome.
«Mila, ecco la strada…» erano parole appartenenti ad una lingua sconosciuta, ma era capace di comprenderle.
«Mila, torna indietro…» la voce del vecchio, il vecchio Arcon, era lui…
«Vecchio, sei tu? Ho tante domande…»
«Non ci pensare cara, segui la strada, la mia voce, la canzone…»
Mila spalancò gli occhi ma la situazione non cambiò di molto. Al posto dell’oscurità vi era una nebbia opprimente che sembrava volerle entrare sotto pelle. Le urla dei combattimenti erano cessate e il silenzio che l’attorniava la preoccupava. Dove erano andati tutti gli Arcon? Si mosse con accortezza per il campo di battaglia ed inciampò su un corpo; era quello di Rivier. Aveva gli occhi chiusi e la sua mente era lontana, probabilmente dentro la stessa oscurità dalla quale era appena riemersa. Si inginocchiò vicino al mago e cominciò a chiamarlo, intonando le parole della canzone che l’aveva guidata fuori da quella prigione: le aveva imparate a memoria oppure erano cresciute dentro di lei? Continuò così, passando di corpo in corpo, ed uno ad uno riuscì a risvegliare tutti i caduti.

Sawar rise, come era solito fare all’alto della sua torre galleggiante mentre si adoperava a distruggere gli scenari di quel mondo insipido. Rise aggrappato alla roccia, sanguinante e dolorante, mentre la nebbia lo divorava. Rise pensando al suo strano destino, e al concetto stesso di destino dentro a una realtà fatta di impulsi elettrici. Rise e il suono della sua risata si perse nella nebbia. Per un po’ giocherellò con l’idea di lasciare quella presa; un salto nel vuoto, per chiudere una volta per tutte la scatola di quell’assurdo gioco. Probabilmente lo avrebbe fatto, se non fosse stato per Davinia. I cristalli avevano ricostruito la sua vita, mettendo ogni pezzo del puzzle al suo posto, e adesso finalmente molte cose gli erano chiare. Una di queste era il suo amore per la quella donna.
«Davinia!» urlò, ma la nebbia gli rapì la voce. Continuò a gridare quel nome, e a quel nome si aggrappò come alla roccia che lo sorreggeva. Si sorprese ad esaudire un desiderio; poterla riabbracciare ancora una volta.

Druge avanzò attraverso il cunicolo di roccia con il cuore che gli batteva all’impazzata. Vide una minuscola fonte di luce nella distanza, mentre la temperatura nel corridoio incominciava ad alzarsi. Estrasse la spada nera e continuò in direzione di quel puntino luminoso, che era come una stella solitaria dentro le tenebre della montagna. La spada era leggerissima, leggermente tiepida al contatto. Riuscì a distinguere l’apertura nella roccia, ancora molti passi davanti a lui, e la luce calda e pulsante che la illuminava. Alcune gocce di sudore gli imperlarono la fronte…
Varcò la soglia della grotta di fuoco e ciò che vide lo fece perdere d’animo; su un trono di roccia sedeva il Guardiano di Mountoor, un gigante dalla pelle bronzea il cui volto era nascosto da un possente elmo d’acciaio. Druge rimase come pietrificato davanti a quella visione. Il fuoco lambiva fino al soffitto le pareti di quell’immensa caverna, una visione accecante, insopportabile. “Dov’era il portale?”, si chiese l’Arcon, non riuscendo a vedere oltre il trono del Gigante.
«Chi sei tu?» la domanda gli arrivò dentro il suo essere. Chi era lui, si chiese, ignorando la risposta. Offeso da quell’affronto, reagì d’impulso facendo una paio di passi in avanti. Il Gigante aprì gli occhi, due fiamme azzurre dietro il metallo dell’elmo.
«Come osi avvicinarti!» la voce, come il boato del fuoco, non era più dentro di lui. Le fiamme sulle pareti tremolarono, frustate dalle onde sonore emesse da quella voce titanica. Druge si arrestò coprendosi gli occhi con il braccio con cui teneva la spada. Il calore stava diventano insopportabile. “Quanto tempo gli restava”, si chiese “prima che la sua pelle incominciasse ad ustionarsi?” Mosse ancora un passo in direzione del trono, e quel gesto servì a svegliare completamente il Guardiano, che lentamente incominciò ad alzarsi. Il colosso raggiungeva quasi il soffitto della caverna, che era alta almeno dieci passi. Gli sarebbe bastato un semplice gesto per schiacciare quell’intruso, invece sollevò l’enorme ascia che teneva in mano, la cui lama era grande quanto un cavallo. Portò il colpo con una rapidità impressionante, nonostante la sua mole. Druge sentì la fine cadergli addosso, ma evitò di pensare. Pensare, in quelle circostante, era la cosa peggiore che si potesse fare. Invece chiuse gli occhi e si fece guidare dall’istinto, o da qualcosa che gli uomini chiamavano istinto e che forse apparteneva a quei codici di cui gli Elenty usavano parlare. Druge non sapeva da dove venisse quel suo intuito, ma di una cosa era certo; lo aveva salvato più di una volta.
Il guerriero Arcon saltò in direzione della gamba sinistra del Guardiano, evitando di un soffio il colpo che si abbatté sulla roccia in un’esplosione di schegge di pietra, scintille e polvere. Un solo colpo era tutto ciò che si poteva auspicare; pregò che la spada facesse il suo lavoro e affondò la lama nel piede del Gigante. La punta della spada penetrò la dura corazza di quell’essere come uno spiedo rovente nella cera. Nessun grido fuoriuscì dalla bocca del Guardiano, che era già pronto a portare un secondo terribile colpo. Druge continuava a spingere la spada dentro l’enorme piede della creatura, ignorando l’ascia che stava calando nuovamente su di lui. Chiuse gli occhi e si arrese al colpo; non c’era nient’altro da fare, pensò. Sentì il fuoco sulla pelle, un’ultima micidiale vampata di calore che gli tolse il respiro, poi più nulla. Era finita?
Druge aprì gli occhi. Le fiamme che lambivano le pareti della caverna si erano improvvisamente estinte e del Gigante non vi era più traccia, come se non fosse mai esistito. La grotta era piombata in una semioscurità rischiarata soltanto da una tenue fonte di luce che proveniva dalle profondità oltre il trono di pietra. L’Arcon cercò la spada con cui aveva portato il colpo mortale ma non la trovò. Probabilmente era scomparsa insieme al Guardiano e alle fiamme. Mosse poi alcuni passi in direzione di quella luminescenza, e più vi si avvicinava più la caverna si ristringeva, fino a diventare un budello scavato nella roccia. Nel frattempo percepì un rumore sordo in avvicinamento, come se provenisse dalle viscere della terra. Affrettò il passo fino a raggiungere la parte più stretta di quel budello, oltre la quale si apriva un’altra caverna, molto più ampia della precedente. Druge riuscì a scorgere meglio ciò che aveva dinnanzi; la luce proveniva da un globo azzurro galleggiante, posto al centro della grotta che era invasa quasi completamente dall’acqua, o da un liquido scuro incapace di riflettere la luce. Il rombo divenne più forte, la roccia della montagna vibrò. Alcune crepe si formarono sulle pareti e improvvisamente sulla superficie dell’acqua, immobile fino a quell’istante, si crearono dei gorghi. Il liquido rifluì presumibilmente dentro le crepe che andavano formandosi sul fondo del lago, mentre il globo di luce azzurra incominciò a pulsare e ad estendersi. Druge guardò indietro e capì che non sarebbe mai riuscito ad uscire dalla montagna da dove era entrato. Quella luce era il portale, l’unica possibile via di salvezza. Pensò a Mila e si chiese se l’avrebbe mai rivista. Qualcosa dentro di lui lo rassicurò; si, Mila e Druge si sarebbero rincontrati, da qualche parte, in un tempo diverso, sotto forme nuove.
Il lago era scomparso e la luce aveva nel frattempo raddoppiato le sue dimensioni. L’Arcon corse in direzione del globo, mentre parti della montagna gli crollavano attorno. Per poco non fu trascinato via da una roccia grande il doppio di lui, poi raggiunse la superficie azzurrina del portale. Quella era la fine. Quello era l’inizio.
Chiuse gli occhi ed entrò.

Published in: on luglio 22, 2011 at 9:15 am  Comments (2)  
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CAPITOLO 27: Un Campione per il Gigante di Mountoor

«Perché quella donna è slegata?» esclamò Nicon irrompendo nella radura davanti alla tenda di Rivier e puntando l’indice sulla prigioniera.
«Calmati Arcon, c’è una spiegazione» provò a riassicurarlo il mago.
«La spiegazione è che abbiamo un accordo, io e te; quella donna è mia prigioniera» ribatté il cavaliere.
Gli errori di Limbo si erano nel frattempo intensificati. Porzioni di pareti della tenda scomparivano e riapparivano ad intermittenza. Dagli accampamenti Arcon si alzavano urla improvvise, come se qualcuno si fosse addormentato e per poco non fosse annegato nel Telaio di Limbo, divenuto un oceano di tenebra. Addormentarsi poteva a questo punto rivelarsi alquanto pericoloso. Mancavano due margini alla notte e Rivier temeva che molti Arcon non sarebbe sopravvissuti fino al mattino. Dovevano fare qualcosa alla svelta, non potevano aspettare un altro giorno.
«Calmati Nicon, lei è qui per aiutarci» disse il mago, piantandosi davanti alla donna. «Consegnagli la spada, Davinia. Non possiamo attendere l’arrivo di Sawar… Sarà lui ad uccidere il Gigante…»
Nicon indietreggiò. «Che cosa dici, mago?»
«È l’unica salvezza» spiegò Rivier, indicando le pareti della tenda. «Garda, non c’è più tempo.» Poi si rivolse al cavaliere. «Davinia porta la spada che può uccidere il Gigante. Una volta sconfitto, potremo accedere al portale, tutti quanti, Elenty, Arcon, Arenty… tutti. Nessuna arma è in grado di scalfire quella creatura, a parte questa spada, forgiata dall’ultimo programmatore di Limbo per il più grande campione.»
«Non è così che deve essere, mago…» cercò di resistere Davinia. «Dobbiamo aspettare Sawar…»
«Non c’è più tempo. Dagli la spada!»
Poi la folgore esplose tra Nicon e Rivier, un lampo di luce azzurra che accecò per un attimo gli astanti. Mylo, Jade e Tzadik, che si trovavano più distanti accanto al vecchio Misar, si avvidero subito della presenza dell’uomo. Lo avevano visto solo in un’occasione, anche se la ragazza lo aveva sognato più volte, eppure lo riconobbero all’istante. Il volto scarno, privo di quel ghigno che usava terrorizzare le notti della giovane Keeper, era rivolto verso il suo acerrimo nemico, Nicon. Questa volta era stato lui a prenderlo di sorpresa.
«Eccomi, Arcon… Sono venuto a finirti, prima che questo stupido mondo finisca tutti noi…» disse Sawar, estraendo la sua spada. Nicon cercò di rialzarsi ma l’esplosione di luce azzurra lo aveva frastornato. Rimase in ginocchio, passandosi la mano sugli occhi.
«Sawar, non è necessario che tu faccia questo» disse Rivier.
L’Elenty corrotto lo ignorò, guardando oltre la sua figura ammantata di bianco. «Davinia, amore… perché sei scappata?» disse, rivolto alla donna, ma lei non rispose. Non c’era tempo per le risposte, il cavaliere Arcon si stava rialzando. Sawar si mosse come un felino e con un balzo si portò sopra la sua preda. Rivier provò a mettersi nel mezzo, ma il movimento dell’uomo era stato preciso e fulmineo.
«Questo è per il vile colpo alle spalle che mi ha quasi ucciso…» disse, portando un fendente mortale al ventre del suo nemico. Nicon non ebbe il tempo di rispondere a quell’attacco, sentì la lama fendere l’aria, il rumore del metallo contro la sua armatura, la penetrazione dentro il cuoio fino alla pelle, poi non sentì altro. Ma in quell’istante un urlo si alzò dall’accampamento. Era stato il giovane Tzadik, che riviveva il suo sogno più ricorrente, a ridosso della montagna sacra. Nel fianco del ragazzo si era aperta un’ampia e profonda ferita dalla quale fuoriuscivano fiotti di sangue scuro. Jade urlò, Misar afferrò il ragazzo prima che crollasse a terra. Milo invece provò con le mani a tappare quello squarcio apparso d’improvviso nel ventre dell’amico. Sentì sui palmi il calore delle sue viscere, e spinse come poté, in un disperato tentativo di rimettergliele dentro la pancia, ma la vita stava già abbandonando il corpo del ragazzo.
Tutti guardavano adesso in direzione del povero Tzadik sanguinante. Anche Sawar, accortosi di non aver provocato alcuna ferita al suo avversario, era rimasto immobile con la spada rivolta a terra. Nicon, che si era rimesso finalmente in piedi, corse verso il suo allievo, gli circondò le spalle con un braccio, lo sorresse chiedendosi che cosa avesse potuto innescare quella serie bizzarra di eventi. Sawar lo aveva colpito mortalmente, ma la ferita si era aperta nel corpo del giovane cavaliere.
«Era questo il richiamo…» disse con un filo di voce il ragazzo. «Il mio sogno…»
«Perché?» chiese Nicon, non riuscendo a contenere le lacrime per quel ragazzino che conosceva appena.
«Mio padre… diceva che esistono i segni…» rispose Tzadik, e nel mistero di quella frase chiuse gli occhi per non riaprirli mai più. Era stato un segno del destino o un altro degli errori di Limbo, si chiese Nicon, asciugandosi gli occhi con una mano. Adagiò il corpo del giovane sull’erba, poi si tolse il suo pojo e glielo calzò come veniva usato fare durante l’investitura di cavaliere della Gilda. «Ecco, adesso sei uno di noi, Tzadik…» sussurrò l’Arcon.
Un fulmine spezzò il cielo indaco di quel sesto margine del giorno, seguito dallo squasso del tuono il cui suono si distorse nel vento, trasformandosi in un lamento metallico. Altri lampi apparvero all’orizzonte, seguiti da altrettanti tuoni deformati, mentre dagli accampamenti si alzarono nuove grida. Il terreno assunse colorazioni vermiglie e un vento gelido, che sembrava provenire da tutte le direzioni, si alzò improvvisamente.
«Non c’è più tempo!» urlò Rivier, ma il vento cercò di strappargli via quelle parole. «Non c’è più tempo» ripeté, «sta cadendo a pezzi. Dobbiamo muoverci!»
Davinia si avvicinò a Sawar, ancora immobile e con la spada abbassata.
«Che sta succedendo?»
«Rivier ha ragione, amore, non abbiamo più molto tempo. Prendi questa spada» disse la maga, porgendo al suo uomo la nera lama.
«Che cos’è?» chiese lui, mentre il tuono esplodeva nel cielo.
«Con questa ucciderai il Guardiano» spiegò la donna.
«Perché mi chiedi questo?»
Lei cercò le parole giuste, ma non le trovò. Riuscì solamente a dire: «Perché ho ancora voglia di vivere…»
L’Elenty non disse altro. Estrasse dal fodero la spada che la donna teneva ancora legata alla schiena, poi diresse il suo sguardo verso Jade. La ragazza, ancora piangente accanto al corpo dell’amico Tzadik, sentì quei due occhi sul suo corpo come una lama affilata appoggiata sulla sua gola. Rivier notò quello sguardo ed intervenne; «Dagli l’oggetto, ragazza!»
Jade si portò la mano sul medaglione. Tutto per nulla, pensò, ricordando i dolorosi eventi che l’avevano condotta sino a lì; suo padre morente dentro la tenda nel deserto, il sacrificio di Yumo sulle pianure del vespro e la tragica morte del suo nuovo amico.
«Consegnagli l’oggetto e non avrai nulla da temere» ripeté il mago dalla veste bianca. Lei si alzò sulle gambe tremanti e mosse piccoli passi verso l’uomo che dominava i suoi incubi. Il vento le sferzava la faccia, asciugandole le lacrime. Si sganciò il medaglione che teneva legata al collo. Non lo aveva mai sentito così pesante come adesso. Guardò negli occhi dell’Elenty corrotto, temette di sprofondarci dentro, ma vide soltanto determinazione, non odio. Gli consegnò il medaglione e lui l’afferrò con la mano che teneva ancora libera. Non disse niente, le volse le spalle e s’incamminò verso la montagna, brandendo la spada nera e il medaglione che conteneva il suo doppione.
«Guardate laggiù!» disse qualcuno dietro di loro. Era stato Druge, che era rimasto insieme al gruppo di Khandir vicino all’entrata della tenda. Tutti voltarono lo sguardo nella direzione indicata dall’Arcon. Alla base della montagna sacra sfilava una colonna di cavalieri, un centinaio in totale. Non vi erano dubbi su chi fossero: Testimoni di Seidon.
«Che cosa stanno facendo?» si chiese Khandir.
«Temo che vogliano scalare la montagna…» rispose Rivier, «dobbiamo impedirglielo. Lassù li aspetta una morte certa.»
Tutti si mossero in direzione della montagna, a parte Misar, Mylo e Jade che rimasero accanto alle spoglie del giovane Tzadik. Sawar, raggiunta la base di quell’enorme cono di pietra, mormorò un sottile incantesimo che gli avrebbe permesso di volare fino all’entrata della caverna, molte braccia sopra di lui, ma un dolore lancinante lo fece indietreggiare.
«Non puoi usare la magia… Limbo non te lo permetterà» gli gridò Rivier, che stava sopraggiungendo insieme agli altri. Sawar attese che il dolore passasse, volse lo sguardo alla sua sinistra dove la colonna di cavalieri si faceva strada verso di lui. Rivier e Khandir, seguiti dagli altri Elenty ed Arcon, lo avevano nel frattempo raggiunto. «Stanno arrivando…» disse Khandir. A guidare la colonna, riconoscibile nella sua tunica bianca e rossa, vi era il primo ministro Tawares.
«Toglietevi di mezzo, eretici! Il grande giorno è arrivato, Seidon farà riemergere le antiche città…» disse il religioso, con un sguardo carico di fanatismo.
«Sei tu che devi tornare indietro, Arcon…» replicò Rivier, «se tu e i tuoi uomini tenete ancora alla vostra vita.»
«Ah, sei tu. Ti sei spacciato per un amico usando parole proibite, giocando con la mia mente… La tua sfacciataggine ti costerà cara. Abbiamo raccolto gli oggetti sacri» spiegò il religioso, mostrando il sacco rigonfio che teneva in mano. «Li porteremo dal Guardiano e lui li consegnerà a Seidon in persona, dopodiché il vecchio mondo risorgerà.» Poi, rivolgendosi ai cavalieri, ordinò: «Uomini, fermate quegli infedeli!»
Gli eventi si successero in rapida successione. Druge, Nicon e gli altri tre membri della Gilda, estrassero le armi e si frapposero tra i cavalieri e gli Elenty, ormai incapaci di utilizzare la magia a causa dell’instabilità di Limbo. La prima fila di testimoni si riversò al galoppo contro i quattro Arcon, le lame cozzarono, si alzarono delle grida, mentre i fulmini continuavano la loro danza nel cielo. Nel frattempo Sawar aveva incominciato ad arrampicarsi sulla liscia parete di roccia, cosa tutt’altro che facile. Tawares, ritiratosi nelle retrovie della guarnigione, ordinò ai suoi arcieri di mirare all’uomo sulla montagna. Un nugolo di frecce venne scagliato nel cielo lampeggiante, molte delle quali andarono a colpire la nuda roccia attorno a Sawar. Un paio si infransero sulla sua armatura, senza causare alcun danno, ma una raggiunse la sua gamba di striscio. L’Elenty ignorò il dolore e continuò a salire, mentre più sotto la battaglia infuriava. Lagoon disarcionò ed uccise tre Testimoni prima che la lancia di un cavaliere gli perforasse il fianco facendolo crollare al suolo sanguinante. Ad Ahmed non andò molto meglio; il suo cavallo venne abbattuto da un vile colpo di spada, e si ritrovò ad imprecare dal dolore quando si accorse che la sua gamba era rimasta sotto il corpo esangue della sua cavalcatura. Ravina, Nicon e Druge menavano colpi a ripetizione, ma sapevano che non sarebbe durata. Senza l’aiuto della magia, l’Elenty non sarebbe mai riuscito a raggiungere le caverne incolume.
Un nuovo nugolo di frecce venne lanciato nel cielo e questa volta due di queste raggiunsero il bersaglio; una s’infilzò nella coscia e l’altra nel fianco di Sawar. L’Elenty lasciò andare la presa, scivolò sulla nuda roccia per molte braccia, poi fortunatamente riuscì a trovare un appiglio, ma gli sarebbe ormai stato impossibile risalire.
«Khandir, dobbiamo tentare qualcosa…» dichiarò Rivier, rivolto all’amico.
«Che cosa vuoi dire?»
«Forse se uniamo le nostre forze siamo ancora in grado di richiamare la magia. Dobbiamo rallentare i Testimoni…»
«Lo sai quello può voler dire?»
«Si, lo so» ammise il mago dalla veste bianca. «Sei pronto?»
I due Elenty salmodiarono codici in bit e il crepitio si trasformò in scariche di elettricità. Nei volti dei due primigeni era possibile leggere il dolore causato dallo sfacelo di Limbo. Mila si avvicinò ai due maghi, unì la sua voce a quell’incantesimo e subito una fitta lancinante le perforò la testa. Anche Davinia partecipò a quel tormento, e poi si unirono anche gli altri due Elenty, Lizar e Gaya, e l’allievo di Khandir, un ragazzo di nome Atom. Insieme riuscirono a rimpadronirsi della struttura di Limbo ed a piegarla alla loro volontà. Il vento che soffiava da ogni parte venne canalizzato in un soffio gelido che i maghi spararono senza pietà addosso alle file dei Testimoni di Seidon. I cavalieri vennero letteralmente spazzati via, ma il vortice di ghiaccio trascinò con sé anche i cavalli di Nicon e Ravina, che combattevano fianco a fianco per respingere l’attacco. Solo Druge riuscì, aggrappandosi caparbiamente ad una roccia, ad uscire incolume da quella tempesta incantata.
La cerchia di maghi che avevano per l’ultima volta richiamato la magia su Limbo, crollò al suolo all’unisono. Druge corse verso Mila, la sua amata, le cercò il battito per capire se era ancora viva. La donna viveva ancora, ma la sua mente, come quella degli altri maghi, si era probabilmente perduta dentro la struttura corrotta di Limbo.
«Arcon, non c’è tempo per piangere…» urlò qualcuno sopra di lui. Druge si voltò e vide Sawar aggrappato alla montagna, sanguinante in più punti. «Tocca a te adesso!»
«Cosa?» urlò l’Arcon, che non riusciva a capire.
«Prendi la spada! È nel mio fodero…» spiegò l’Elenty, imprecando ancora per il dolore.
«Io?»
«Sei l’unico rimasto… Dovrai raggiungere le caverne e farla finita, una volta per tutte…»
Era allora questo il suo destino, si chiese il guerriero Arcon. Era questo il motivo per cui Ryo lo aveva salvato dal Draugur, diventando la sua copia? Tutto per arrivare a questo? Ma se Limbo era davvero un mondo creato dall’uomo, come poteva un uomo prevedere così tante variabili? Le domande si affollarono nella sua mente e lui le scacciò, come sapeva fare ogni volta che una nuova sfida gli si poneva davanti. Baciò la sua donna, riversa ancora al suolo, e iniziò ad arrampicarsi verso l’Elenty.
«È tua, adesso» disse Sawar, estraendo la spada nera e consegnandola all’Arcon.
«Ti porto giù» propose Druge, ma l’Elenty scosse la testa. «Non c’è tempo. Vai!»
Poi continuò l’arrampicata, verso le caverne del Gigante, verso il portale di Limbo, verso l’ultima battaglia.

Published in: on luglio 15, 2011 at 7:31 am  Comments (1)  
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CAPITOLO 26: La Speranza di una Migrazione

La mattina dopo Rivier fece ritorno all’accampamento e non era da solo. Aveva trascorso la maggior parte della notte a parlare con il gruppo di Khandir, ed insieme avevano cercato di fare il punto della situazione. L’amico era stato uno dei primi a raggiungere Mountoor dopo l’eclisse e da allora non aveva mai perduto d’occhio la montagna. Nessuno si era avvicinato all’entrata delle caverne del gigante, per quanto ne sapeva lui. I due Elenty parlarono dei tempi che furono, della Rete di Hope, del progetto Limbo, cercando di ricordare qualcosa che potesse indirizzarli verso il misterioso vampiro che si era incontrato con il gigante. Già il nome era un quesito, dato che i vampiri erano una leggenda sia nel vecchio mondo che in quello in cui vivevano adesso. Chi poteva essere, si chiesero. Un Elenty molto probabilmente, oppure un Arcon dotato di grandi capacità magiche. Mentre discutevano vivamente davanti alle fiamme del campo, Mila, che sedeva in disparte tra le braccia di Druge, richiamò la loro attenzione. Raccontò dettagliatamente le cose che le erano successe, soffermandosi sulla storia di Ryo, il framemaker che si era rivelato per mostrare la vera identità di Druge e che poi aveva salvato la vita di entrambi sacrificandosi contro il Draugur. Anche se ancora non sapeva il perché, era certa che quegli eventi non erano accaduti per caso. L’esistenza di un framemaker in un epoca postuma al salvataggio dei frame, poteva voler dire solamente che qualcuno era ancora capace di alterare il disegno di Limbo. Rivier le aveva dato ragione. Chiunque fosse questo vampiro, doveva aver accesso a segreti ancora più profondi di quelli conosciuti dagli Elenty. Forse era proprio così; l’ultimo creatore di Limbo viveva ancora, e continuava segretamente a giocare con le loro esistenze.
«Dove sono i ragazzi?» chiese il mago a Misar, che stava riordinando il campo. Il vecchio squadrò i nuovi venuti con un espressione vagamente accigliata.
«Sono andati a divertirsi…» rispose con un’alzata di spalle.
Rivier borbottò qualcosa sottovoce per esternare il suo disappunto, poi si diresse verso la tenda di Nicon. L’Arcon ne uscì prima che il mago, seguito da Khandir e gli altri, la raggiungesse. Rapidamente il mago aggiornò il cavaliere riguardo agli ultimi eventi. Vennero poi fatte le presentazioni, che Nicon fece più per cortesia che per genuino interesse, poi venne deciso che il gruppo di Khandir si sarebbe accampato insieme a loro, perché c’era ancora molto da discutere e da decidere. Se il primo cavaliere della Gilda rimase scocciato dalla decisione presa dal mago, non lo dette a vedere. Con un cenno raggiunse il suo cavallo e poche pause più tardi si dileguò tra le tende degli altri accampamenti.
All’inizio del secondo margine una nebbia innaturale si alzò in banchi anomali, una bruma dai riflessi violacei che gelava il sangue nelle vene, e che forse era causata da un altro errore di Limbo. Gli Arcon giustificavano tutti questi eventi con le loro superstizioni, gridando al prodigio ogni volta che succedeva qualcosa. Seidon stava già cambiando il mondo, secondo loro, e la scomparsa della cometa Clessidra in cielo era il segnale più evidente.
Mylo, Jade e Tzadik fecero ritorno all’accampamento e si misero al servizio di Misar. C’era molto da fare; bisognava dare da mangiare ai cavalli, sistemare il fuoco, preparare la cena. Il vecchio mandò l’apprendista mago a cercare un po’ di carne, dato che le loro scorte erano ormai quasi terminate. Tornò qualche pausa più tardi con una coscia di maiale sulle spalle e un sorriso stampato sulla fronte. «Come sei riuscito a pagarlo?» gli chiese Tzadik.
«Ho vinto una scommessa…» rispose l’amico facendogli l’occhiolino.
«Hai usato la magia, vero? Sei pazzo… se ti avessero scoperto…»
«Non mi hanno scoperto, e poi, anche se avessero avuto un ripensamento, nessuno avrebbe potuto inseguirmi con questa nebbia…» assicurò Mylo, consegnando il suo bottino al vecchio Arcon.
La giornata proseguì senza sorprese. I ragazzi continuarono a lavorare al campo e ogni tanto gettavano uno sguardo verso la tenda dove Rivier e i suoi amici stavano discutendo.
«Chissà che cosa stanno escogitando…» pensò ad alta voce Jade.
«Se vuoi posso cercare di scoprirlo» propose Tzadik.
«Se non ricordo male, l’ultima volta che hai cercato di orecchiare dentro una tenda hai fatto una pessima figura…» constatò la ragazza, facendo arrossire il giovane cavaliere. «E poi non credo che mi interessi molto.» Jade si portò la mano al medaglione. «Che devo fare con questo?»
«Rivier saprà cosa fare…» cercò di assicurarla Mylo, ma non ci credeva neanche lui più di tanto.

Dalla nebbia spuntarono i cavalieri. I cavalli nitrirono e scalpitarono intorno alla tenda.
«Elenty, guarda…» esclamò Nicon che guidava il gruppo. Dietro di lui vi erano i suoi uomini, Lagoon, Amhed e la donna che si chiamava Ravina. Il mago uscì dalla tenda seguito dall’amico Khandir e dagli altri Elenty ed Arcon.
«Che succede Nicon? Cos’è questo fracasso?» domandò Rivier, scrutando in direzione del cavaliere che teneva qualcosa sulla sella; un prigioniero. A quelle domande Nicon si fece più vicino e lasciò cadere il suo fardello ai piedi del mago. «L’hanno trovata i miei uomini…» spiegò.
«Davinia…» sibilò Rivier, avvicinando il suo volto a quello della donna ancora addormentata. «Che cosa ha dietro la schiena?»
«È una spada» rispose prontamente il cavaliere. «Non ne ho mai vista una simile, deve essere magica. Lagoon per poco non ha perso la mano quando l’ha toccata…»
«Portatela dentro e tenetela d’occhio» ordinò il mago a Druge e ad Atom, l’apprendista di Khandir. «E attenti a non toccare quella spada» precisò.
«Dove l’hanno trovata?» chiese poi rivolto nuovamente a Nicon.
«Si stava avvicinando alla montagna, da sola.»
«Nessuna traccia di Sawar?»
«No, nessuna…»
«Sono stati fortunati i tuoi uomini…»
«Si, lo so.» ammise Nicon. «Che cosa vuoi farne?»
«Dobbiamo sapere che cosa vuole, ma soprattutto che cosa porta. Quella spada…»
«Mago, lo sai benissimo che quella donna è la mia unica arma contro Sawar.»
«Lo so, ma in questo momento è più importante sapere che cosa ha da raccontarci, dopodiché potrai farne quello che vuoi.»
Nicon annuì soddisfatto. «Rimaniamo qui intorno, noi. Non si sa mai…» disse, dando disposizioni ai compagni. Rivier assentì, poi si rivolse a Khandir: «Finalmente qualche riposta…»

Davina, colta da un improvviso senso di soffocamento, sbarrò gli occhi cercando di afferrare l’aria. Per un attimo temette di non riuscire più a respirare. La vista appannata, ogni suono attutito… dove si trovava? L’aria le si riversò nei polmoni riportando luce e suono. Era legata ad una sedia, dentro una tenda che non conosceva, e davanti a lei vi erano delle figure, alcune sconosciute, altre sembravano appartenere a dei ricordi sbiaditi, o più probabilmente a dei sogni. Sentiva la spada ancora legata alla schiena, il suo pulsare, il suo calore rassicurante. Era prigioniera, ma non potevano levarle la spada. No, non potevano…
«Ci sono molte domande alle quali dovrai rispondere…» disse una voce vagamente familiare. La donna cercò la figura alla quale apparteneva quella voce. La sua vista era ancora leggermente sbiadita. Eccola… Maledetto Rivier, pensò.
«Perché dovrei rispondere a te?» disse sprezzante la maga.
«Vuoi davvero continuare a giocare, Davinia? Non ti è bastato il bagno nell’oceano di tenebra dal quale sei riuscita a malapena a riemergere?» La maga guardò il suo interlocutore come un serpente guarda la sua preda. Si, aveva sentito il vuoto che la tirava giù, una sensazione asfissiante.
«Che cos’è?» domandò.
«È la fine di Limbo, mia cara. Tutto ciò che tu e il tuo compagno avete sempre voluto… Sta succedendo, adesso…»
«No, non è la fine…» replicò lei, cercando con la mano la spada, ma era legata e non poteva fare altro che divincolarsi inutilmente.
«Che cosa vuoi dire?»
«Non è la fine, mago! Slegami e ti mostrerò cosa voglio dire.»
«Non provare a giocare con me. Sai bene che non ti libererò, almeno fino a quando non riuscirai a convincermi di certe cose, cose che non so neanche se esistono… Cos’è quella spada?»
Davinia era combattuta. Poteva fidarsi del mago oppure no? Se le avesse detto che la spada era per Sawar, che cosa avrebbe fatto? Non potevano levarle la spada da viva, ma se l’avessero uccisa per prendergliela?
«Serve ad uccidere il Gigante» disse, pregando di aver fatto la scelta giusta. Un mormorio si levò dal gruppo di persone che si trovavano nella tenda. Questa volta fu Khandir a parlare.
«Uccidere il Gigante? E per quale motivo avresti intenzione di uccidere il Gigante di Mountoor?»
«Non io… il campione.»
«Il campione?»
«Davinia, la tua follia e quella dell’uomo che tu segui appartengono ormai al tempo prima dell’eclisse» spiegò a questo punto Rivier. «Mettiamo da parte i nostri rancori e cerchiamo di risolvere una volta per tutte questa questione. Io sono pronto a liberarti se tu t’impegnerai a condividere con noi i tuoi intenti. Sai bene che Limbo sta cadendo a pezzi e non ci rimane molto tempo. Parla…»
Davinia guardò l’uomo vestito di bianco, suo antico nemico per cause ormai insignificanti, o forse solamente per una stupida questione d’orgoglio. Se esisteva ancora una speranza di uscire da quella prigione digitale, avrebbero dovuto lavorare insieme per poterla realizzare.
«Dopo la battaglia alle pianure del vespro ci siamo rifugiati nelle caverne dei Sewolf. Sawar era ferito gravemente ed aveva bisogno di cure. Per giorni ho aspettato vicino al letto di cristalli che rigenerava lentamente la sua entità digitale. Poi una notte qualcuno mi è apparso in sogno, l’ultimo membro della Rete di Hope, rimasto dentro Limbo all’insaputa degli altri programmatori nella sua forma digitale di vampiro.» A quella parola Rivier sbatté gli occhi e guardò l’amico che gli stava accanto. La donna continuava a raccontare. «Mi ha parlato degli errori di Limbo e di speranza…» Quella parola non fu facile da pronunciare. «Mi ha dato questa spada con il compito di consegnarla al più grande campione di Limbo. Solo lui con l’aiuto di quest’arma potrà sconfiggere il Gigante di Mountoor ed accedere al portale esterno, dopodiché tutti potremo uscire, Elenty, Arcon, tutti quanti…»
«Uscire dove?» chiese a quel punto Mila, che si era tenuta in disparte. Tutti la guardarono, condividendo la stessa domanda, ma nessuno poté risponderle.
«Non lo so dove» continuò Davinia, «fuori di qui, immagino.»
«La migrazione…» sussurrò Khandir, con una luce negli occhi.
«Cosa?» chiese Rivier.
«Ne abbiamo parlato, ti ricordi… molti cicli fa. La migrazione, il grande viaggio. Se uscendo dal portale non troveremo alcun corpo da abitare, saremo lanciati nell’etere, e viaggeremo nella forma di onde fino a quando non troveremo un altro luogo in cui vivere.»
«Vuoi dire, un altro Limbo?» insinuò Mila, scettica.
«Si, oppure…» rispose Khandir, cercando lo sguardo di Riviere. L’amico, che aveva intuito il ragionamento, continuò per lui.
«La migrazione è una teoria speculativa, ma non troppo campata in aria. Nessuno di noi è mai stato lanciato nell’etere. La nostra entità digitale è stata innestata via cavo dentro Limbo, perché, in quanto entità digitali senzienti, quando veniamo lanciati abbiamo la capacità di alterare la nostra frequenza e decidere la nostra direzione, perciò nessun programma, vivente o artificiale, è controllabile nell’etere, a parte forse gli Aerenty. Il Gigante serve proprio a questo, a tenere fuori da Limbo i programmi esterni che vogliono entrare qui dentro.»
«Si, va bene, ma di quale speranza parlate?» intervenne nuovamente Mila.
«Già, dalla prigione di Limbo ad un’esistenza nomade nell’universo. Non so che cosa sia meglio» disse Davinia, scuotendo la testa.
«Non ho finito» continuò Rivier, interrompendo le polemiche delle due donne Elenty. «Che cosa siamo realmente, noi?»
Davinia lo guardò interdetta. «Programmi?» rispose.
«Si, programmi. Catene più o meno lunghe di informazioni, almeno dal punto di vista di un processore. Nell’etere saremo delle onde, dei flussi di entità, dei codici astratti… A cosa ti fa pensare questo?»
La donna scrutò oltre il volto del mago che la guardava, provò a carpire quell’intuizione, solo una misera e folle intuizione, che però poteva aver senso. Poteva bastare come speranza?
«A una migrazione… di anime…» sussurrò.

Continua…

Published in: on luglio 8, 2011 at 2:42 pm  Comments (1)  
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CAPITOLO 25 – Il Viaggio di Davinia

Il guerriero dai capelli intrecciati si avvicinò alla donna che sedeva nei pressi del fuoco da campo, le porse un piatto di pane e formaggio e una coppa di vino ambrato, mostrandole un sorriso gentile, nonostante la sua faccia incutesse un certo timore. Una brutta cicatrice infatti gli deformava la metà del viso. Lei afferrò il piatto e il bicchiere senza ringraziare e tornò ad osservare le fiamme, persa in pensieri insondabili.
«Sei sicura di voler proseguire da sola?» chiese l’uomo che era rimasto immobile alle sue spalle.
«Mi rallenterete l’andatura, ed io devo raggiungere la montagna sacra il prima possibile» rispose la donna sorseggiando il suo vino.
«Molti pericoli si nascondono nelle Lande del Disordine… » insinuò il guerriero.
«Me la caverò…» tagliò corto lei. L’Arcon però insistette.
«È una spada magica quella?»
Lei gli scoccò uno sguardo glaciale. «La mia spada non riguarda né te né la tua comunità.» Per la prima volta Davinia si chiese se non avesse commesso un errore. Aveva bisogno di cibo e di una notte di riposo, prima di affrontare le terre selvagge che la separavano da Mountoor, perciò si era avvicinata, anche se malvolentieri, ad una tribù di Rednakes che si era accampata nei pressi di un fiume. I Rednakes erano Arcon atipici, alti e flessuosi, dalla carnagione lattea e gli occhi profondamente azzurri. I loro capelli erano il loro segno di riconoscimento, rossi come carboni ardenti, che usavano portare intrecciati dietro le spalle. La tribù contava una trentina di elementi, compreso uno shamano, con il quale Davinia aveva preferito non interagire. Aveva paura che le leggesse i pensieri e scoprisse i suoi intenti.
La spada nera era uno oggetto estremamente prezioso e lei sapeva di non potersi fidare di nessuno. La teneva in una lunga fodera legata alla schiena, ma dall’elsa che spuntava fuori era ben visibile la sua fattura. Grazie alle sue arti di maga avrebbe potuto tener testa ai guerrieri Rednakes, ma lo shamano poteva ostacolare il flusso della magia e renderla così una facile preda.
L’Arcon non disse più nulla e la lasciò in pace. La comunità si tenne a debita distanza da lei, rispettando il suo volere. Un paio di volte Davinia sentì gli occhi dello shamano puntati su di lei, e non fu una sensazione piacevole. Decise di mettersi a dormire prima del previsto, su un giaciglio non molto comodo nel pressi del fuoco. La stanchezza di due giorni ininterrotti di marcia la fecero cadere subito in un sonno profondo.
Fece sogni travagliati, che al mattino non riuscì a ricordare. Non si sentiva affatto riposata, ma non poteva indugiare ancora. Era ancora buio quando aprì gli occhi. Due uomini montavano la guardia mentre il resto della comunità dormiva ancora. Recuperò in fretta le sue cose, rivolse un gesto di saluto a una delle due guardie e poi si dileguò tra le ombre dell’ultimo margine della notte.
Cavalcò per buona parte della giornata successiva attraverso una valle a lei sconosciuta. Il Rednakes che le aveva portato da mangiare le aveva consigliato di imboccare quella via per raggiungere le Lande del Disordine, ma lei non si era fidata subito. Le aveva detto che avrebbe guadagnato un giorno abbondante di marcia, e il mattino successivo quella prospettiva le sembrò molto più attraente, perciò aveva lasciato la sua direzione per deviare attraverso la valle. Alla fine del sesto margine il territorio incominciò a cambiare rapidamente. Gli alberi divennero più bassi e più radi, la vegetazione sbiadì visibilmente e il terreno divenne più scuro. Stava entrando nelle Lande del Disordine.
Sapeva di non potersi fermare per la notte. Era troppo pericoloso accamparsi da soli in quelle terre selvagge, perciò continuò a cavalcare lentamente, sussurrando parole di conforto alla giumenta, che erano anche le parole di un incantesimo; il cavallo scalpitò come se un flusso di nuova energia lo avesse rinvigorito. Il silenzio della notte di Limbo era rotto soltanto da alcuni ululati lontani, che Davinia imparò presto ad ignorare, anzi, il lento procedere a cavallo e il suono dei lupi in sottofondo la fecero appisolare. Non riuscì a distinguere il fruscio che si avvicinava, un suono strisciante come la morte. Due troll, alti quasi il doppio di lei, figure umanoidi e muscolose ricoperte da una patina granulare del colore della sabbia, le piombarono davanti in tutta la loro possanza. La giumenta, forse anche lei distratta, scartò improvvisamente di lato. Davinia cercò di rimanere in sella aggrappandosi alle briglie, ma non ci riuscì e rovinò malamente sul terreno. I due mostri le furono sopra in un attimo.
Una vampata di luce le fuoriuscì dalla mano. Il primo troll si afferrò il volto, emettendo un verso agghiacciante, ma il secondo avversario calò pesantemente un pugno sul corpo della donna, un colpo che avrebbe spezzato le ossa di un bisonte. Davinia riuscì a voltarsi d’istinto, mostrando la schiena all’avversario. La mano del troll andò a colpire la lama della spada nera che si trovava sulla schiena della maga, e il dolore che lo ghermì venne risputato fuori insieme ad un urlo di disperazione. Il troll si allontanò dalla donna tenendosi la mano, e non riusciva a smetterla di urlare dal dolore. Davinia non poteva vedere la spada, ma la sentiva pulsare sulla schiena. Riuscì a rimettersi in piedi per affrontare il primo troll, quello che aveva cercato di accecare con la luce magica. Guidato dall’odio per chi gli aveva gettato negli occhi quella luce, il mostro arrancò verso la sua preda. Davinia pronunciò velocemente tre parole in bit, il terreno si aprì sotto i piedi della creatura e un attimo dopo la risucchiò, divorata in solo boccone dalla scura terra. La maga cercò rapidamente il secondo troll e lo scorse nella distanza. Stava allontanandosi velocemente sempre gridando per il dolore alla mano. La donna Elenty si chiese se quelle urla non avrebbero richiamato i membri di un’intera comunità di quelle infime creature. Cercò la sua cavalla, che per la paura si avviata lontano dal luogo dello scontro, e la chiamò con un fischio gentile, accompagnato da alcune parole segrete. Riprese il cammino dentro la notte strisciante delle Lande del Disordine, promettendo a se stessa di non abbassare più la guardia, per nessuna ragione al mondo.

Viaggiò per cinque giorni senza mai cambiare direzione, fermandosi solo un paio di volte per dare modo alla giumenta di riposare. Sapeva che il cavallo non ce l’avrebbe fatta. Neanche lei poteva ingannare per troppo tempo il programma stanchezza di Limbo, e il prezzo da pagare era comunque alto, ma non poteva farsi sorprendere nuovamente dai troll. Aveva avuto fortuna, lo sapeva. Se la spada non l’avesse protetta, quel colpo le sarebbe stato sicuramente fatale.
A metà del quinto giorno di viaggio attraverso quello spiacevole territorio, la sua cavalcatura stramazzò al suolo. Davinia riuscì a non farsi travolgere dalla caduta, recuperò le bisacce legate alla sella e proseguì imperterrita il cammino. Si sentiva le gambe come cera riscaldata. Quanto poteva continuare a piedi, si chiese, ma non riuscì a darsi una risposta, e continuò a camminare fino al primo margine della notte. Scalò un albero con le ultime forze rimastele e cercò un po’ di riposo nascosta nella chioma di una quercia malata. Nel frattempo la vegetazione si era fatta ancora più sofferente. Secondo i suoi calcoli avrebbe dovuto trovarsi ormai vicino al limitare della regione, ma da quanto poteva constatare dal colore dell’erba e delle foglie, i confini delle Lande del Disordine non erano per niente vicini. Si addormentò subito, nonostante la posizione scomoda, la durezza del suo giaciglio e le corde che la legavano al ramo per precauzione. Sprofondò in un sonno liquido, fatto di tenebra opprimente. Si svegliò due volte di soprassalto, con il cuore in gola e un’inesplicabile paura di annegare. Era come se il Telaio di Limbo fosse diventato un oceano di tenebra. Se non fosse stata così stanca ci avrebbe pensato due volte a riaddormentarsi, ma il sonno la rapì nuovamente e quando la luce del primo margine del giorno filtrò tra le foglie dell’albero, Davinia uscì dal sonno come riemergendo da un pozzo nero e profondo.
Qualcosa non andava, lo sapeva, perciò doveva affrettarsi. Rigenerata anche se solo parzialmente dalla stanchezza, la maga proseguì il suo cammino, un passo dopo l’altro. La spada che teneva sulla schiena aveva ricominciato ad emanare una specie di pulsazione, la stessa sensazione che aveva provato quando il troll l’aveva colpita, ma questa volta più soffusa e continua. Sembrava le stesse infondendo nuova energia. Cominciò a sveltire il passo e verso il terzo margine del giorno la vegetazione incominciò a cambiare, apparvero alcuni fiori ai lati del sentiero, gli alberi tornarono a colorarsi di verde e udì nuovamente gli uccelli, che avevano smesso di cantare cinque giorni prima. Corse allora Davinia, rigenerata da quel suono, motivata da qualcosa di nuovo che neanche lei riusciva a spiegarsi. Era vicina, lo sentiva. Presto avrebbe avvistato la montagna sacra, e poi laggiù avrebbe atteso la venuta del suo compagno di vita, Sawar. Avrebbe aspettato nascosta fino a che la fiamma del desiderio di vendetta innescata da Nicon non si sarebbe estinta nel cuore dell’Elenty, in un modo o nell’altro. Nessuno avrebbe potuto evitare lo scontro. Nicon e Sawar erano destinati ad incontrarsi di nuovo, sotto la montagna sacra, e solo uno dei due sarebbe uscito vivo da quel duello. Quello sarebbe stato il campione a cui lei avrebbe consegnato la spada nera.
Mentre pensava a questo, due cavalieri uscirono improvvisamente da una macchia di faggi alla sua destra e le si piazzarono davanti. Lei incominciò a fendere l’aria con le sue mani e a pronunciare le parole di un incantesimo letale, ma la frase le morì in gola quando l’elsa di una spada la colpì alla nuca. Davinia crollò in un buio ancora più profondo di quello esplorato nei suoi recenti sogni. Ebbe solo il tempo di pensare alla spada, e al suo fallimento. Poi fu la tenebra.

Immagine di Willoclick

Published in: on luglio 1, 2011 at 9:09 am  Comments (1)  
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