CAPITOLO 24 – Incontro con il Gigante

INTERMEZZO

Percepiva il suo essere lasciandosi guidare dalla sua immaginazione, una catena interminabile si zeri e di uni registrati su un supporto metallico. La sensazione di dilatamento persisteva, come se due forze opposte lo stessero allungando come si fa con un elastico. La tenebra aveva reclamato l’infrastruttura di Limbo, terra di sogni e di proiezioni in cui lui riusciva a viaggiare come nessun altro. Il Telaio non era più un supporto sicuro, doveva rientrare alla torre al più presto.
Wirlock aprì gli occhi sulle vetrate sotto il mare infinito, dove gli squali passavano con la regolarità di un meccanismo perfetto. Prese posto dietro alla console, accese i video e incominciò la ricerca. Vide le pedine di quel gioco muoversi inevitabilmente verso la montagna sacra, ma nessuno poteva prevedere gli eventi che sarebbero susseguiti. Il vampiro di Limbo distese le gambe, appoggiò la testa dietro le mani incrociate e si mise comodo. Sarebbe stato un bello spettacolo, si disse, proprio come uno di quei film che usava guardare insieme a sua moglie, prima che tutto finisse…

CAPITOLO 24 – Incontro con il Gigante

Nicon ritornò all’accampamento all’inizio del settimo margine e non era da solo. Insieme a lui vi era una donna di nome Ravina, in sella ad una giumenta pezzata, indossava il tipico pojo dei cavalieri della gilda. Aveva uno sguardo fiero, capelli castani che portava lunghi sulle spalle e una spada ben visibile in un fodero di cuoio legato al cavallo. L’uomo spiegò che la donna aveva lasciato la gilda un paio di stagioni prima per andare a trovare i suoi genitori. Ravina salutò i membri della compagnia, poi scese da cavallo e andò ad abbracciare gli altri due superstiti della comunità di cavalieri. Lagoon e Ahmed, felici di ritrovare la loro compagna, si appartarono insieme alla donna per parlare della tragica battaglia in cui avevano perso la vita molti loro amici. Tzadik si sentì escluso, ma non ne soffrì. D’altra parte non era ancora un cavaliere.
«Era l’ora che tu tornassi, Arcon…» disse il mago ammonendo Nicon. «Devo assentarmi per un po’. Vedete di non combinare guai.»
Nicon sembrò sul punto di ribattere, ma poi decise che era meglio rimanere zitto. Se l’Elenty era irritato, aveva probabilmente i suoi motivi, che a lui interessavano relativamente poco. In quel momento al cavaliere importava soltanto di ritrovare i suoi amici, quelli che erano riusciti a fuggire vivi dalla battaglia con i Testimoni di Seidon e Sawar, e guardarsi le spalle dall’Elenty corrotto in cerca di vendetta. Sapeva di non avere molte possibilità. L’unica chance di mettere fine una volta per tutte alla vita di quello stregone pazzo gli si era presentata l’ultima volta che lo aveva incontrato, e sapeva che occasioni del genere non ne capitano più di una nella vita.
Dette disposizioni per affrontare la notte, poi scambiò ancora qualche parola con la nuova arrivata. Ravina sembrava ancora lievemente scossa dai racconti della battaglia sulle pianure del vespro. Forse preda di un senso di colpa per non aver combattuto al fianco dei suoi compagni, propose a Nicon di andare incontro ai superstiti che, con tutta probabilità, si erano diretti verso la montagna sacra. L’uomo le disse che era una buona idea e che poteva portare con sé Lagoon e Ahmed. La mattina dopo sarebbero partiti per le Lande del Disordine, ma come da ordini del loro capo, non si sarebbero addentrati nelle regioni dei troll delle sabbie; avrebbe atteso nella valle a ridosso di quelle insidiose terre.
La notte scese ma il paesaggio rimase velato. Nelle praterie che circondavano la montagna sacra, si accesero migliaia di fuochi e si alzarono molti canti di festa. Jade si avvicinò ai due ragazzi che avevano appena finito di dare da mangiare ai cavalli.
«Che ne dite di andare a fare un giro?» propose la ragazza Kepeer. I due la guardarono stupiti.
«E dove vorresti andare?» le chiese Mylo, incerto se prendere quella proposta sul serio oppure no.
«Beh, non lo so, credo che un posto valga l’altro. Si stanno tutti divertendo, a parte noi.»
In effetti sembrava proprio così. Se quella era la fine del mondo, allora non doveva essere poi così male, pensò l’apprendista mago. Gli Arcon di quasi ogni comunità erano certi che quella non era la fine, ma l’inizio di una nuova meravigliosa era. Le grandi città sarebbero riemerse e Limbo si sarebbe finalmente fermato. Questo dicevano le leggende, e questo era ciò che la maggior parte degli uomini pensava.
«Va bene, andiamo!» annuì Tzadik, dando una pacca sulla spalla dell’amico. «Dai, che ti importa… è o non è la fine del mondo…»
I tre andarono nel vicino accampamento dei Lambadi, gente dalla pelle dorata e dal sorriso facile che li accolsero a braccia aperte. Producevano una birra dolciastra che alleggerì immediatamente i pensieri dei ragazzi. Poche pause più tardi si ritrovarono a ballare attorno al fuoco, vestiti degli abiti tipici di quella comunità, veli colorati e cappelli piumati. Risero e ballarono per buona parte della notte, e se un errore di quel mondo in sfacelo li colse, loro non se ne accorsero. Non se ne accorse nessuno… Si addormentarono vicino al fuoco insieme agli altri membri della comunità, nella notte coperta di Limbo. Nessuno si avvide che la cometa, oltre le nubi che oscuravano il cielo, era scomparsa.

Rivier raggiunse la base di quella roccia gigantesca e guardò in su. Duemila passi più in alto si apriva una breccia in quella parete obliqua disseminata di protuberanze; era l’entrata della dimora del Gigante.
«Rivier, sei tu?» Una voce che non riconosceva lo fece voltare di scatto. Un uomo smilzo, vestito di una tunica verde scura ricamata di zeri ed uni platinati, lo stava osservando. Aveva due occhi profondi e porporini, un paio di vistosi baffi e un bastone corto da passeggio. Dietro di lui vi erano altre figure, tre uomini e due donne ancora poco distinguibili nella distanza. Colui che aveva parlato fece un paio di passi in avanti, zoppicando visibilmente. In quel momento Rivier riconobbe l’uomo; Khandir.
Gli andò incontro a braccia aperte, coprendo velocemente la distanza. L’altro alzò solamente un braccio, perché con l’altro si aggrappava al bastone. «Khandir, quanto tempo…» esclamò il mago dalla veste bianca.
«Beh, secondo i miei calcoli almeno tre interi cicli…» constatò l’altro, sorridendo. I due si guardarono negli occhi. Si erano conosciuti prima di Limbo, in un mondo che stava morendo, e adesso si rincontravano nelle pagine di chiusura di un altro mondo in declino.
«La tua gamba?»
«Oh, un errore del programma. Non è mai tornata a posto dopo la battaglia del sole azzurro.» Rivier ricordava quell’evento. Ivory, un Elenty impazzito, aveva trovato i codici per interrompere il flusso continuò di terre in costruzione presso il sole azzurro. Anche lui come Sawar, voleva l’annientamento di Limbo, e se non fosse stato per l’intervento di un gruppo di Elenty votati alla causa del progetto, forse sarebbe riuscito nei suoi intenti. Rivier e Khandir avevano combattuto fianco a fianco l’orda di creature Arenty che il folle mago aveva lanciato contro di loro, pipistrelli giganti ed arpie, ma uno di questi mostri era riuscito ad afferrare la gamba di Khandir, penetrandola con lunghe fauci avvelenate. Quella ferita non si era rimarginata come le altre.
«Hai intenzione di far visita al Gigante?» chiese il mago dalla veste verde.
«Anche tu ti sarai accorto degli errori…»
«Due giorni fa il letto di un fiume si è essiccato da un momento all’altro. Qualcuno ha parlato di lampi nel cielo senza tempesta, di cavalli con due teste, di sogni nel vuoto…»
«Oceani di tenebra…» precisò Rivier.
«Esattamente…» annuì Khandir. «E cosa speri di trovare lassù?»
Il mago non rispose, non ce n’era bisogno. Mise la mano sul braccio dell’amico e sorrise.
«Chi sono?» chiese, indicando il gruppo di persone che attendevano alle spalle del compagno.
«Vieni, te li presento. Alcuni credo che tu già li conosca. Questo è Atom, mio allievo, un Arcon davvero speciale. Pensa, era il Keeper del mio frame» e detto ciò, mostrò a Rivier l’anello che teneva al dito. «Ecco la mia copia» constatò. «Lei invece è Gaya, forse te la ricorderai. Era nello stesso programma di arruolamento.»
«Certo, ricordo…»
«E poi Mila… lei è entrata dopo. E il suo compagno Arcon, Druge. Hanno una storia interessante da raccontare. Infine Lizar, anche di lui dovresti ricordarti…»
Terminate le presentazioni, i due Elenty tornarono a guardare in su, verso l’entrata della caverna. «Abbiamo bisogno di risposte, non credi?» dichiarò Rivier. «Perché il gigante non si è svegliato? Cosa sta succedendo al Telaio di Limbo? Che dobbiamo fare noi Elenty, ma soprattutto, cosa dobbiamo dire agli Arcon…»
«Comprendo benissimo le tue perplessità e le condivido, ma sai bene che svegliare il Gigante significa morte certa» lo ammonì l’amico.
«Mi meraviglio che tu ancora creda a quello che ci hanno raccontato, dopo tutti gli inganni che abbiamo subito dalla Rete di Hope…»
«Beh, non hai tutti i torti…»
«E comunque non vedo alternativa. Limbo si sta sgretolando, gli Arcon si stanno riunendo attorno alla montagna in attesa di qualcosa che non accadrà mai, i Keeper superstiti sono pronti a consegnare i loro gingilli. Mi domando quanto durerà questa attesa, quanto ci vorrà prima che un fanatico qualsiasi proponga di scalare la montagna…» spiegò il mago. «In ogni caso, possiamo solo ritardare questo evento, perciò preferisco prendere in mano la situazione e cercare di capirci qualcosa…»
«Vengo con te allora…» proposte Khandir.
Rivier guardò l’amico negli occhi. «No, non posso permettertelo. Se mi dovesse succedere qualcosa tu dovrai cercare di trovare un’altra via. Siamo rimasti in pochi noi Elenty, e Sawar è ancora vivo e presto sarà qui.» Quel nome mise tutti quanti a disagio.
«Mi domando come mai non sia già arrivato…» disse il mago dalla veste verde, e così Rivier gli raccontò brevemente quello che era successo sulle pianure del vespro, la battaglia coi Testimoni di Seidon, l’arrivo di Sawar e il colpo alle spalle di Nicon che aveva quasi ucciso l’Elenty corrotto.
«La sua vendetta non tarderà ad arrivare…» constatò Rivier, e gli altri annuirono in silenzio.
«E sia, rimarremo qui ad aspettarti» asserì l’amico, poi si abbracciarono di nuovo con trasporto.
«Sarà meglio che io vada adesso, voglio chiarire questa faccenda prima che scenda la notte» spiegò Rivier. «Aiutami a schermare la mia immagine mentre salgo, non voglio che gli Arcon accampati nella piana mi vedano. Meglio non irritare qualche fanatico, non credi?». L’altro Elenty annuì, poi si prepararono entrambi ad usare i loro poteri. L’aria frizzò in maniera strana, i due maghi si afferrarono la testa dolorante, continuando a salmodiare le parole degli incantesimi.
«Che succede?» chiese Mila, preoccupata. Il mago dalla veste bianca incominciò a fluttuare nell’aria grazie alla magia del volo, una figura vaga resa trasparente dalle parole dell’amico.
«Un dolore lancinante alle tempie» spiegò Khandir, «forse dovuto allo sfaldamento del Telaio. Dobbiamo fare presto Rivier…» L’amico annuì, riprendendosi dalla strana fitta che lo aveva colpito, poi iniziò a sollevarsi verso l’entrata della caverna. Il volo durò il tempo di alcune pause. Rimanere concentrato era stato più difficile del solito, pensò. Era più che probabile che i recenti cambiamenti strutturali del mondo influenzassero l’uso della magia.
Rivier atterrò sulla cengia a ridosso del buco nella roccia, coprì con tre passi veloci la distanza che lo separava dall’entrata, poi venne risucchiato dall’oscurità di Mountoor. L’aria divenne fredda e umida. La sensazione era quella di trovarsi in un corridoio scavato nella roccia che scendeva gradualmente verso il cuore della montagna. Proseguì per molti passi verso il basso, finché la luce che proveniva dall’esterno venne totalmente assorbita dalle tenebre incombenti, poi accese una flebile sfera sul palmo della mano, una magia semplice che però gli fece tornare il mal di testa. Rivier andò avanti, ignorando l’incombenza asfissiante delle pareti di roccia che lo sovrastavano. La pendenza del corridoio diminuì rapidamente e si ritrovò a proseguire in piano dentro il centro della montagna. Apparve un riverbero di luce nella distanza, un barlume giallognolo indefinibile. Il mago oscurò la sfera luminescente che teneva sul palmo e proseguì in silenzio, respirando profondamente. La luce delineò presto la fine del corridoio. La temperatura si stava alzando. Un vento caldo proveniva da laggiù e Rivier capì che il colore di quella luminescenza doveva appartenere ad una grossa fonte di calore. La sua intuizione venne confermata appena l’Elenty si sporse per vedere oltre l’uscita del corridoio. Una caverna di cui non si riusciva a scorgere la fine, fatta di pareti di fuoco, si apriva davanti a lui. In alto e ai lati le fiamme guizzavano come serpenti vermigli, perdendosi nell’oscurità dietro ad un immane trono di roccia, sul quale era seduto un uomo gigantesco dalla pelle bronzea, alto almeno cinque volte un normale Arcon. Il suo volto era nascosto da un elmo cornuto fatto d’acciaio e sulle ginocchia era posata un’ascia di proporzioni inaudite. Il gigante non sembrava dormire, perché la sua postura sul trono era dritta e l’elmo gli nascondeva gli occhi, ma Rivier sapeva che l’essere più potente di Limbo era ancora in attesa del segnale, nonostante l’eclisse avesse dovuto destarlo. La sua possanza era qualcosa doloroso per la vista. Il solo fatto che esistesse, anche se immobile, dormiente, bastava a tener lontani gli Arcon di Limbo ed ogni creatura esterna. L’Esterno, come usava definirlo il mago Elenty, doveva trovarsi dietro il gigante, nell’oscurità infinita di quella caverna di fuoco.
«Cosa ci fai qua?» la domanda esplose nella testa del mago come il boato del tuono. Il gigante continuava a dormire, però era in grado di parlare dal mondo dei sogni. Rivier non si fidava della struttura del Telaio, avrebbe potuto raggiungerlo laggiù, in una forma diversa, ma preferì rimanere aggrappato alla realtà, scoprire quello che poteva scoprire grazie all’arte della parola.
«Il momento è giunto…» disse il mago, proiettando la frase nello spazio dal quale era arrivata la domanda.
«Sciocchezze!» urlò il gigante nella sua testa.
«Limbo sta cadendo a pezzi, Gigante. La nostra unica salvezza è uscire di qui.»
«Falsità!» la parola raggiunse Rivier come il suono di mille fruste.
«Il fatto che tu non ti sia accorto del segnale è una prova che Limbo sta fallendo. Dobbiamo uscire di qui, altrimenti tutto sarà perduto…» La temperatura nella caverna stava ancora alzandosi. L’Elenty sapeva di non avere molto tempo a disposizione.
«Tu menti, Elenty. Voi mentite… tutti e due!»
«Tutti e due? Che significa, Gigante?»
«Tu e l’altro. Anche lui ha detto la stessa cosa… siete menzogneri!»
«Chi è l’altro?» chiese Rivier, asciugandosi il sudore che gli colava ormai copiosamente dalla fronte.
«Il vampiro…»
Poi il calore divenne insopportabile. Il mago tornò indietro verso il corridoio, risalì velocemente cercando un po’ di refrigerio. Sapeva che sarebbe stato inutile tornare a parlare col Gigante, e comunque adesso la cosa era di secondaria importanza. Chi era il vampiro, si chiese. Chi avrebbe potuto parlare col Gigante di Mountoor, se non un altro Elenty. Rivier, anche se non sapeva perché, era convinto che se avesse scoperto l’identità di questo vampiro, forse ci sarebbe stata ancora una speranza.
Uscì all’aperto nella notte di Limbo, alzò lo sguardo al cielo cercando la cometa, e per la prima volta da quando aveva aperto gli occhi su quel mondo fittizio, non riuscì a trovarla.

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Published in: on giugno 24, 2011 at 10:15 am  Comments (1)  
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CAPITOLO 23: Crepe nel Telaio di Limbo

Ritorna Limbo dopo quasi un anno di stop. Questo è l’inizio del terzo ed ultimo libro di questa avvincente avventura cyber-fantasy che, se tutto va bene, dovrebbe concludersi entro la fine di questa estate.

Nel primo libro abbiamo potuto seguire le vicende di un gruppo di Arcon alle prese con i Misteri e con il perfido Sawar, l’Elenty impazzito chiamato anche il delirante demolitore di Limbo. Jade, Mylo e Tzadik li avevamo lasciati sulle pianure del vespro insieme al mago Rivier, a Nicon, il cavaliere Arcon e al vecchio Misar, più due superstiti della Gilda. Il gruppo si era messo in viaggio per la montagna sacra.

Nel secondo libro invece abbiamo osservato più da vicino la composizione di Limbo, mondo virtuale in cui è conservata l’eredità dell’uomo, attraverso le vicende di Mila e Druge. Abbiamo conosciuto inoltre un altro lato del carattere di Davinia, la compagna di Sawar, incaricata dal Vampiro di Limbo di consegnare ad un campione la spada che potrà uccidere il Gigante di Mountoor, la creatura che fa la guardia al portale di Limbo. 

CAPITOLO 23: Crepe nel Telaio di Limbo

Tzadik mosse con un bastone le braci del bivacco per riattizzare il fuoco, vi avvicinò un paio di ceppi tagliati freschi che di lì a poco incominciarono a colare di resina e a sfrigolare, poi risistemò la pentola con lo stufato preparato da Misar che doveva ancora finire di cuocere. Soddisfatto della sua operazione, si riaccomodò a sedere accanto a Mylo e come lui continuò ad osservare il fuoco, rimuginando sui recenti trascorsi.
Era passata una decina di giorni dalla battaglia sulle pianure del vespro. Il mattino dopo Nicon e i suoi due uomini avevano richiamato alcuni dei cavalli della Gilda che, spaventati, erano fuggiti lontano dai combattimenti. Contavano così di dimezzare i tempi e di raggiungere la montagna sacra in meno di un mese, ma Rivier non si era dimostrato abbastanza soddisfatto, così aveva usato la magia per rafforzare le prestazioni dei cavalli e renderli praticamente instancabili. Poi avevano cavalcato per tutto il giorno successivo e buona parte della notte, uscendo dalla pianura e tagliando per una valle nascosta, una scorciatoia che l’Elenty sembrava conoscere bene e che nessuno altro aveva mai visto. Attraverso un basso canyon, avevano raggiunto la montagna dalla quale nasceva il fiume Serpe, oltre la quale si estendevano, fino a Mountoor, le Lande del Disordine. Rivier sperava di coprire la distanza che li separava dalla montagna sacra in meno di due settimane, un risultato che nessuno del gruppo avrebbe mai auspicato. Eppure era andata proprio così. Il giorno dopo, secondo i calcoli del primigenio, avrebbero avvistato la loro meta. Certo, il percorso non era stato dei più agevoli, ma potevano dirsi fortunati. Per un paio di giorni erano stati braccati da una piccola famiglia di troll delle sabbie che seguivano il loro odore. Nicon aveva proposto di affrontarli a viso aperto, prima che questi li attaccassero di sorpresa durante la notte, ma Rivier era stato risoluto e l’aveva convinto a proseguire. Un semplice incantesimo per cambiare la direzione del vento aveva risolto i loro problemi, mandando fuori strada i troll.
L’Elenty aveva fin da subito preso il comando della situazione, anche se Nicon preferiva non ammetterlo, ma gli eventi più recenti avevano cambiato le carte in tavola e il maestro di Tzadik sapeva che in alcune circostanze bisognava sapere mettere da parte l’orgoglio. Il ragazzo lo osservò mentre saliva a cavallo e, seguito dai suoi due uomini, si allontanava dall’accampamento per la rituale perlustrazione serale. Sarebbero tornati al termine del settimo margine per cenare insieme al resto della compagnia.
In quel momento Misar si avvicinò alla pentola e con un grosso cucchiaio si mise a girare lo stufato che aveva preparato. Lo assaggiò, si lamentò a bassa voce della sua insipidità, poi estrasse da un sacchettino di pelle che aveva in tasca una manciata di sale che vi spruzzò dentro. Girò di nuovo col cucchiaio e si allontanò soddisfatto verso la sua tenda.
«Credi davvero che domani raggiungeremo la montagna sacra?» chiese d’un tratto Tzadik, spezzando il silenzio imbarazzante tra i due ragazzi. Mylo alzò gli occhi dal fuoco ed annuì distrattamente.
«Se è il maestro a dirlo, io ci credo» rispose.
«E credi anche ai Misteri?» Il giovane mago avrebbe voluto rispondere prontamente “si”, ma qualcosa lo trattenne. Ci pensò sopra per un po’, poi sentì la necessità di dire esattamente ciò che pensava, e non ciò che reputava giusto dire.
«Lo sai che a volte non me ne importa più nulla… mi vergogno di questo, però è così.»
Tzadik ricambiò il suo sguardo con tutta la comprensione che aveva negli occhi. «Ti capisco…» disse, «…ma non credo che sia una cosa vile.»
«No?»
«Anche io mi sento così… Ho sognato per anni di diventare un cavaliere della gilda, di combattere accanto il leggendario Nicon, di cavalcare col vento in faccia ogni giorno verso una meta nuova. Beh, i miei desideri si sono avverati, eppure di notte, prima di chiudere gli occhi, i miei pensieri vanno sempre ai miei genitori, alla casa sulle montagne e alle mie due sorelline che so che non rivedrò più…»
Anche Mylo sentì di doversi confidare. «Io sono stato abbandonato… Rivier è la mia sola famiglia, ma dal giorno dell’eclisse non è più la stessa persona. C’è stato un tempo in cui non facevo che tormentarlo riguardo ai Misteri e lui si divertiva a girarci intorno, a parlarmi per enigmi. Mi mandava in bestia… Adesso capisco ciò che voleva dirmi, cioè che non li averi comunque mai capiti. Grazie tante, ne avrei fatto volentieri a meno!»
«Ma credi che quello che stiamo facendo servirà a qualcosa?» chiese Tzadik. Cercava nel nuovo amico un altro po’ di conforto. Non era sbagliato, lo facevano tutti e tre, anche la giovane Keeper. Da quando si erano incontrati si ritrovavano sempre la sera davanti al fuoco a parlare, ed insieme si davano coraggio, scacciando per un po’ le ombre della grande incognita che li attendeva.
«Rivier ha parlato di speranza… Quando gli uomini potenti come Rivier parlano di speranza, vuol dire che le cose sono messe molto peggio di quello che sembra…» e detto questo sorrise, un sorriso ironico ma contagioso. I due si misero a ridere e Jade, che passava loro vicino, chiese che cosa c’era di buffo.
«Niente, è solo la fine del mondo…» rispose Mylo, ridendo più forte. E la ragazza si unì a loro.

Il paesaggio cambiò. Una luna gialla e piena si accesa come una lanterna nel cielo e più sotto apparve anche la cometa Clessidra, sempre più vicina all’orizzonte. I tre cavalieri della gilda fecero ritorno, Rivier uscì dalla sua tenda e tutti presero posto attorno al fuoco. Misar servì lo stufato che tutti trovarono eccellente all’infuori del vecchio Arcon, che si ripromise di usare meno rosmarino la prossima volta. Alcuni, in silenzio, si chiesero se ci sarebbe stata una prossima volta.
Terminata la cena, la compagnia si preparò ad affrontare la notte. Ahmed si accomodò vicino al fuoco con una coperta sulle spalle per fare il primo turno di guardia; Lagoon gli avrebbe dato il cambio più tardi e a Nicon sarebbe toccato il terzo margine della notte, una pratica abituale. I ragazzi si erano offerti di partecipare ai turni notturni, ma gli uomini della gilda avevano prontamente rifiutato. In effetti le cavalcate erano estenuanti; Mylo e Tzadik arrivavano a sera con le gambe tremanti e le membra doloranti, ed erano più che felici di abbandonarsi a un buon sonno senza interruzioni.
«Domani ci aspetta un giorno importante» dichiarò Rivier, prima di prendere congedo. «Dormite e non pensate… è il miglior consiglio che mi sento di darvi.»
Ma nell’oscurità della tenda che Tzadik condivideva insieme ai membri restanti della gilda, l’apprendista cavaliere fece fatica a prendere sonno. Continuò per un bel po’ a rigirarsi nel suo giaciglio, cercando la posizione giusta, ma alla fine si arrese e rimase a fissare l’ombra di Amhed che il fuoco proiettava sulla parete della tenda. E improvvisamente l’ombra divenne più grande, e al ragazzo sembrò di caderci dentro. Era il sonno che finalmente veniva a ghermirlo o erano le tenebre che lo richiamavano all’oblio? Stava sognando? No, era sveglio, sentiva di essere sveglio, e teneva gli occhi spalancati alla disperata ricerca di una fonte di luce. Dov’era finito il fuoco da campo? Dov’era la luna, la cui luce giallastra rischiarava le chiome degli aceri e delle acacie della valle in cui si erano accampati? Provò a chiamare qualcuno ma si accorse che le sue corde vocali erano mute. Il panico gli fece accelerare il battito del cuore, ma non riusciva a sentirlo, come ogni altro suono, il rumore degli uccelli, il crepitio del fuoco. Gli era difficile anche respirare. Era come se qualcuno lo avesse gettato in un oceano di tenebra e lui vi stesse sprofondando. Era la fine, fu questo il suo ultimo pensiero, prima che un urlo lo riportasse indietro tra i vivi. Si ritrovò seduto nella tenda, accanto a lui Lagoon si era svegliato e lo guardava con occhi ricolmi di terrore. Anche Nicon era sveglio e visibilmente scosso.
«Che sta succedendo?» provò a chiedere il ragazzo, ma nessuno dei due seppe cosa rispondere.
Immediatamente la compagnia si riunì attorno al fuoco. L’urlo che Tzadik aveva udito era stato di Ahmed, colto anche lui dal medesimo senso di soffocamento. Tutti quanti erano stati afferrati da quell’inspiegabile onda di tenebra che li aveva strappati violentamene dai loro sogni. Il panico lasciò il posto alla curiosità. Nicon chiese all’amico che montava la guardia se si era avvicinato qualcuno o se aveva visto qualcosa, ma Ahmed scosse la testa incapace di spiegarsi quello strano fenomeno. Intanto Rivier se ne stava discostato dal resto del gruppo, con gli occhi chiusi e la testa abbassata. Mylo percepì il crepitio della magia come un suono soffuso, un ronzio leggermente fastidioso. Tutti si volsero verso l’Elenty in attesa di una spiegazione. Un minuto più tardi aprì gli occhi e a nessuno piacque l’espressione che gli si dipinse sul viso.
«La struttura di Limbo sta cedendo…» disse.
«Che significa?» lo incalzò subito Nicon. Il mago guardò il cavaliere con sgomento.
«Ho visitato il telaio attorno a questa valle, il substrato del mondo reale, per quanto reale possa essere… Il Telaio è una specie di regno onirico, ma solo con i giusti incantesimi è possibile viaggiarci liberamente. Ho visto delle crepe, dei vuoti che non dovrebbero esserci…»
«Che ha a che fare il mondo dei sogni con Limbo?» domandò Misar, abbracciando la ragazza Keeper con fare protettivo.
«Uno si poggia sull’altro, e viceversa. Sono due mondi in equilibrio… se uno dovesse sfaldarsi, anche l’altro verrebbe distrutto. Temo che la struttura del Telaio sia compromessa e quello a cui abbiamo assistito, la mancanza di luce, di suono, perfino di aria, sia una diretta conseguenza di questo fatto. Temo…» respirò a fondo il mago per trovare il coraggio di finire la frase. «Temo che l’eclisse abbia compromesso la struttura di Limbo e che il mondo stia per cadere a pezzi.»

Il giorno dopo ripresero la marcia, ma nessuno aveva voglia di parlare di quello che era accaduto durante la notte. Attraversarono la valle nella fredda luce di un mattino tinto di riflessi verdastri, un panorama che metteva i brividi, nonostante la temperatura fosse gradevole e il vento, che negli ultimi giorni aveva sferzato i volti della compagnia a cavallo, fosse finalmente calato. Rivier apriva la strada sul suo destriero, un esemplare corvino che montava a pelle. Dietro di lui venivano Mylo e Tzadik e ancora più dietro la ragazza e il vecchio Misar. Nicon e i suoi uomini chiudevano la fila, anche se regolarmente uno di loro si portava avanti in perlustrazione, oppure raggiungeva al galoppo un’altura per avere una visuale migliore dei dintorni. Ma ormai si erano lasciati alle spalle le Lande del Disordine e suoi pericoli. Il gruppo precedeva a un’andatura sostenuta, merito della magia che l’Elenty aveva usato sui cavalli. Lo scopo era quello di aggirare le colline e arrivare in serata ad avvistare la montagna sacra, che secondo i calcoli di Rivier non doveva trovarsi ormai molto lontano.
Fecero una breve sosta al termine del secondo margine, poi tirarono a diritto fino al settimo. Rivier abbandonò la pianura per tornare a salire. «Qui le colline son più basse,» spiegò. «Se riusciamo a oltrepassare quest’altura prima che scenda la notte, saremo in grado di avvistare la montagna. Poi ci accamperemo… voglio solo essere sicuro che siamo sulla giusta strada…»
Così continuarono per l’intero ultimo margine del giorno, ma la notte calò improvvisamente come un sipario mentre coprivano gli ultimi passi che li separavano dalla cima del colle. Non riuscirono a confermare le aspettative del mago, che si irritò visibilmente, e furono costretti a tornare sui loro passi per trovare un luogo riparato in cui montare le tende. Un boschetto di faggi fece al caso loro.
La luce della luna poteva bastare per organizzare il campo, anche se questa venne oscurata un paio di volte da qualcosa di indefinibile. «Era una nube, quella?» chiese Lagoon alzando la testa al cielo.
«No…» rispose seccamente Rivier. «Temo sia stato un altro errore di Limbo…» Nessuno ebbe voglia di replicare e tutti tornarono ai propri compiti. Consumarono una cena fredda con gli avanzi dei pasti passati e andarono a dormire, ma nessuno riuscì a chiudere occhio per un bel po’, per paura di rimanere soffocato dentro strani incubi.
La notte passò senza brutte sorprese, ma una pioggia sottile dentro un paesaggio brumoso dette loro il buongiorno. La visuale era limitata e per buona parte del giorno successivo non riuscirono ad accertarsi della presenza di Mountoor all’orizzonte. Solo al termine del quarto margine un vento nuovo si alzò per sgombrare le nebbie, e allora apparve in tutta la sua maestosa grandezza; la montagna sacra.
«Siamo arrivati…» sospirò Mylo con un mezzo sorriso.
«Non ancora…» lo corresse Rivier.
Poco dopo incontrarono i primi accampamenti degli Arcon che si erano riuniti per partecipare al grande evento. Molte comunità facevano festa, ringraziavano il grande Seidon, organizzavano banchetti. La strana euforia che aveva contagiato le comunità Arcon stonava visibilmente con la luce grigia del paesaggio. L’Elenty guidò la compagnia verso la base della montagna, che s’innalzava in maniera innaturale nel mezzo di un’immensa prateria. Mountoor era una specie di cono gigantesco fatto di roccia, privo di strade o mulattiere. La caverna dove dimorava il leggendario Gigante si apriva a metà della sua altezza, ma solo gli uccelli potevano raggiungere quel pertugio scuro nella roccia. La bruma si era alzata ed oscurava la visuale della parte superiore della montagna, ma alzando gli occhi Rivier poté individuare facilmente l’entrata della grotta.
«Possiamo accamparci qui…» dichiarò il mago, scendendo dal cavallo. I ragazzi e Misar obbedirono con aria assente, Nicon invece rimase in sella al suo destriero insieme ai suoi compagni. Il luogo scelto da Rivier era uno spiazzo di prateria relativamente sgombro a un migliaio di passi dalla roccia che incombeva su di loro. Erano nel mezzo a due accampamenti Arcon appartenenti a due comunità apparentemente gioviali e pacifiche, i Taruon, maestri vasai, e i Lambadi, che vestivano abiti sgargianti e amavano la musica.
«Voi restate con gli altri, io perlustrerò la zona…» disse il capo della gilda ai due uomini, poi rivolse all’Elenty uno sguardo d’intesa e si dileguò al galoppo.
«Dove va?» chiese Tzadik al mago.
«Ad assicurarsi che il suo nemico non sia già qui…» rispose Rivier. Poi iniziarono ad allestire il campo.

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Published in: on giugno 10, 2011 at 10:29 am  Comments (1)  
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