CAPITOLO 21: La spada nera – Il risveglio di Sawar

PREVIOUSLY ON LIMBO….

L’eclisse ha annunciato il tempo dell’Emersione. Gli Arcon credono che consegnando al Guardiano di Mountoor, la montagna sacra, gli oggetti sacri di Seidon, il vecchio mondo tornerà e Limbo smetterà di essere una terra cangiante ed instabile. Gli Elenty, maghi immortali primordi, sanno che la verità è un’altra. L’Eclisse è la campana che segna la fine del lungo tempo di attesa dentro Limbo, un mondo virtuale costruito per conservare l’eredità dell’umanità perduta. Solamente gli Elenty e le loro copie conservate negli oggetti sacri saranno in grado di lasciare Limbo. Gli Arcon, essendo entità digitali fittizie, non potranno in alcun modo uscire dal loro mondo.

Fiumane di Arcon provenienti da ogni angolo delle terre di Limbo convergono verso la Montagna Sacra. La maga Davinia è invece bloccata presso le grotte dei Sewolf, popolo del mare, e attende il risveglio del suo compagno Sawar, gravemente ferito durante la battaglia contro la Gilda di Nicon e i Testimoni di Seidon. Egli è un uomo molto pericoloso, potente mago e abile spadaccino, votato da tempo immemore alla distruzione di quel mondo fasullo.

In sogno un vampiro visita Davinia e le dice di essere uno dei programmatori di Limbo. Spiega alla donna che il gigante della montagna sacra è fuori controllo e impedirà la riuscita del progetto. Per questo motivo un eroe dovrà eliminare il guardiano. Egli ha forgiato una spada magica che Davinia dovrà consegnare all’uomo capace, a suo giudizio, di portare a termine tale missione.

LIMBO CAPITOLO 21 – La spada nera – Il risveglio di Sawar

Davinia era rientrata nel suo corpo, o almeno quella era la sensazione che provava ogni volta che si lasciava alle spalle le stanze del Telaio. In realtà si era semplicemente riappropriata dell’Avatar che la rappresentava dentro Limbo, lasciandosi dietro la proiezione dell’uomo che amava. Lui le aveva chiesto di restare, di attendere insieme il suo risveglio, e perdersi ancora una volta nei perversi e lussuriosi giochi della mente. Ma la donna Elenty aveva altro a cui pensare; doveva seguire le indicazioni del vampiro e recuperare la spada che aveva forgiato per il campione di Limbo. Aveva bisogno di mettere in moto gli eventi di quell’assurdo piano, così da poterci credere un po’ anche lei.
I Sewolf le avevano riserbato un comodo giaciglio dentro uno dei numerosi anfratti che si affacciavano sul mare infinito. Due cristalli vermigli posti al centro della grotta riscaldavano e illuminavano l’ambiente. Fuori era ancora buio ma mancava poco alla fine del terzo margine della notte. Si avvolse nella sua tunica cremisi, diversa da quella degli altri maghi. L’aveva cucita lei, un taglio ardito che le lasciava scoperte le gambe. I ricami tipici fatti di sequenze più o meno lunghe di uni e di zeri risplendevano dorati sulle maniche e la cintura. In un mondo lontano, secoli prima, inventare abiti era stato il suo lavoro.
Davinia sgusciò fuori dalla sua nicchia come l’ombra di un animale selvaggio, schermò con un semplice incantesimo la sua immagine e varcò la soglia del complesso di caverne in cui dimoravano i Sewolf, eludendo così i due Arcon che montavano la guardia all’esterno. Non che ce ne fosse bisogno, perché ormai la conoscevano, ma non aveva voglia di dare spiegazioni. Attraversò i corridoi di quella specie di città nella roccia fino a raggiungere il luogo in cui riposava il corpo di Sawar. I cristalli stavano ricomponendo la sua entità digitale. La mente dell’uomo era tornata ad essere attiva, ma il suo Avatar avrebbe avuto bisogno di ancora un po’ di tempo per completarsi. Ripensò alle sue carezze e ai suoi baci, dentro la stanza dei sogni. Lei non gli aveva detto niente della spada e dello strano incontro. Non riteneva opportuno turbare il suo risveglio, e comunque, prima di informarlo, lei doveva accertarsi che la storia della spada fosse vera.
Si fermò accanto al corpo del suo uomo. Gli vide muovere impercettibilmente le punta delle dita. Ancora un giorno e il risveglio si sarebbe compiuto, pensò. Poi allungò la mano per afferrare la sua, quando un suono la fece bloccare. “Non avrai bisogno di cercare, sarà lei che ti chiamerà…” le aveva detto il vampiro. Tornò sui suoi passi e cercò di capire da che parte proveniva quel suono, che assomigliava ad un canto sommesso. Il cunicolo dal quale era sopraggiunta continuava oltre la grotta in cui giaceva Sawar per un’altra decina di passi, poi si divideva in due identici corridoi, stretti e fiocamente illuminati dai cristalli di luce. Davinia raggiunse il bivio e senza esitare s’infilò nel cunicolo di sinistra. Era da lì che proveniva quel canto.
Il passaggio si restrinse e poi s’inclinò bruscamente verso il basso. La donna, appoggiandosi prontamente ad alcuni appigli di roccia ai lati del budello, rallentò la sua avanzata ed evitò di scivolare. Il corridoio si aprì improvvisamente nel mezzo di un’enorme parete rocciosa che dava su una caverna molto più ampia delle altre. Una stretta scalinata scavata nella parete conduceva verso il basso. Davinia si mosse sicura, conquistò la base della grotta e attraversò con ampie falcate il pavimento costellato di stalagmiti e cristalli di luce. Seguiva il suono che adesso era diventato costante, cadenzato, una sequenza intermittente di “Ooooh” che proveniva da un pertugio alla base della parete opposta. Celata dentro ombre quasi dense, la maga riuscì ad individuare la nicchia solo grazie al canto. Bisbigliò alcune parole in bit e una luce tenue si accese sul palmo della sua mano. Le servì per dipanare le tenebre e penetrare dentro il pertugio.
Il canto si trasformò in un boato che lei riusciva a malapena a sopportare. Al centro della piccola grotta poté scorgere la forma di una croce, l’elsa della spada. Vibrava vistosamente e la donna capì che era proprio quella vibrazione a produrre quel suono. Metà della lama scompariva nel pavimento di roccia. Mosse due passi con la mano tesa. La luce magica proiettata dal palmo della sua mano si riflesse sulle venature ramate dell’elsa, ma venne risucchiata dal nero metallo della lama. Davinia afferrò la spada che smise immediatamente di vibrare e cantare, poi con uno strappo sicuro la estrasse dalla roccia. Nell’uscir fuori non fece alcun rumore, come se fosse stato sfilato un coltello da un panetto di burro. Davinia rimase immobile con la spada alzata, nel silenzio assordante nel quale era sprofondata la nicchia. Si passò l’arma di mano e la osservò meglio puntandole addosso la luce del palmo. Non vi erano impressi né simboli né scritte, solo una solida elsa in ferro e rame e una lama di metallo scuro. Era leggera e maneggevole, come poteva esserlo una normale buona spada. Si chiese se avrebbe funzionato, se davvero il Gigante di Mountoor, la creatura più potente di Limbo, sarebbe caduto con un solo affondo di quell’arma. Stentò a crederci, ma sapeva che era più che probabile che ciò potesse avvenire. Se l’uomo che era venuto a trovarla in sogno era davvero uno dei programmatori di Limbo, di sicuro aveva tutte le risorse necessarie per forgiare una spada del genere.
Tornò sui suoi passi, risalì il cunicolo, gettò un solo e rapido sguardo nella grotta in cui giaceva il suo uomo e, ingannando nuovamente le guardie, conquistò l’uscita della città-caverna. Fece ritorno alla suo giaciglio proprio nel momento in cui il cielo venne squarciato dal sole del primo margine del giorno. Davinia nascose la spada sotto le coperte del letto e vi si distese accanto. Si addormentò subito, ma non cercò la stanza del piacere. Scese invece in un abisso tiepido, e laggiù si lasciò cullare per tutto il tempo che le fu concesso. Al suo risveglio avrebbe preso una decisione.

L’uomo stentava a ricordare tutto. Percepì il dolore della ferita come un rumore sommesso, lontano. Sentì il freddo pungente dei cristalli che gli puntellavano il corpo nudo. Lentamente attinse ai brandelli d’informazione più freschi; una grande battaglia, il sole che si oscurava, la profezia dell’eclisse e l’ombra di un cavaliere che gli si avvicinava alle spalle. Poi il buio…
Ricordò un sogno, uno dei tanti trascorsi insieme alla sua amata Davinia, ma ne confuse il tempo. Era stato prima o dopo la battaglia? Prima o dopo la ferita che lo aveva quasi ucciso? C’era qualcosa di strano in tutte quelle sensazioni, in tutti quei primi pensieri che si affacciavano in quella mente ricomposta. Sawar sentiva il dolore e il turbamento che lo avevano reso quello che era, il delirante demolitore di Limbo, ma queste sensazioni non erano più confuse, ingarbugliate come lo erano state per innumerevoli stagioni. Era come se fossero state relegate in un posto ben preciso, e lui potesse finalmente decidere di recluderle, di ignorarle.
Si alzò a sedere su quel letto di cristalli. Ebbe la bizzarra idea di trovarsi al centro di un esperimento di rinascita. Si guardò intorno e intuì la natura di quel luogo. Davinia lo aveva portato dai Sewolf, gli abitatori delle grotte sul mare infinito. I cristalli incantati avevano ricomposto la sua entità digitale, deframmentandola. I pensieri cominciarono a scorrere liberi, fluidi come non lo erano stati da parecchio tempo.
Un essere umanoide, grosso e ricoperto di peli, fece il suo ingresso nella grotta. Malgrado la sua mole e uno strano riflesso bluastro della pelle e del pelo, la creatura aveva occhi gentili e un portamento fiero.
«Bentornato tra noi. Il mio nome è Gur-Nath. Sei nella città dei Sewolf…» disse l’Arcon, porgendo all’uomo dei vestiti. «Hai dormito per molti giorni. I cristalli ti hanno curato… »
«Dov’è Davinia?» lo interruppe Sawar, afferrando bruscamente i suoi abiti. La creatura sembrò non far caso a quella sgarbata reazione. Rimase immobile a fronteggiare l’Elenty, conscio del suo potere e della sua follia.
«La donna è partita» disse, senza perdere d’occhio l’uomo.
«Cosa dici?» chiese lui, ancora nudo e coi vestiti in mano.
«Se n’è andata ieri sera. Ha detto che ti avrebbe aspettato alla montagna sacra.»
Sawar cercò la rabbia, quella che gli faceva compiere le gesta più impensabili, quella che nel corso dei cicli lo aveva trasformato nell’uomo più temuto di Limbo. La rabbia era là, in un punto preciso della sua mente. Poteva afferrarla e usarla a suo piacimento, uccidere per sfogo quell’essere che aveva davanti richiamando magicamente il fuoco, oppure decidere di lasciarla dov’era, vestirsi e partire. Era tornato padrone delle sue decisioni.
«Dove sono le mie armi?» chiese.
«Le troverai fuori dalla grotta» rispose Gur-Nath, indicando il corridoio da dov’era sopraggiunto.
Sawar si vestì velocemente e con un semplice cenno del capo salutò l’Arcon. Tutto era ordinato, complicato ma finalmente ordinato. Forse la montagna sacra era la risposta, pensò. Uscì dalla città-caverna e gettò uno sguardo verso le onde dell’oceano che s’infrangevano sugli scogli. Respirò profondamente, riconobbe il senso di finzione del mondo che lo circondava ma non gli dette peso. Riuscì addirittura a sorridere, prima di incamminarsi verso l’entroterra, in direzione di Mountoor.

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Published in: on maggio 28, 2010 at 10:51 am  Comments (2)  
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2 commenti

  1. […] Davinia era rientrata nel suo corpo, o almeno quella era la sensazione che provava ogni volta che si lasciava alle spalle le stanze del Telaio. In realtà si era semplicemente riappropriata dell’Avatar che la rappresentava dentro Limbo, lasciandosi dietro la proiezione dell’uomo che amava. Lui le aveva chiesto di restare, di attendere insieme il suo risveglio, e perdersi ancora una volta nei perversi e lussuriosi giochi della mente. Ma la donna Elenty aveva altro a cui pensare; doveva seguire le indicazioni del vampiro e recuperare la spada che aveva forgiato per il campione di Limbo. Aveva bisogno di mettere in moto gli eventi di quell’assurdo piano, così da poterci credere un po’ anche lei. I Sewolf le avevano riserbato un comodo giaciglio dentro uno dei numerosi anfratti che si affacciavano sul mare infinito. Due cristalli vermigli posti al centro della grotta riscaldavano e illuminavano l’ambiente. Fuori era ancora buio ma mancava poco alla fine del terzo margine della notte. Si avvolse nella sua tunica cremisi, diversa da quella degli altri maghi. L’aveva cucita lei, un taglio ardito che le lasciava scoperte le gambe. I ricami tipici fatti di sequenze più o meno lunghe di uni e di zeri risplendevano dorati sulle maniche e la cintura. In un mondo lontano, secoli prima, inventare abiti era stato il suo lavoro… continua… […]

  2. […] Davinia era rientrata nel suo corpo, o almeno quella era la sensazione che provava ogni volta che si lasciava alle spalle le stanze del Telaio. In realtà si era semplicemente riappropriata dell’Avatar che la rappresentava dentro Limbo, lasciandosi dietro la proiezione dell’uomo che amava. Lui le aveva chiesto di restare, di attendere insieme il suo risveglio, e perdersi ancora una volta nei perversi e lussuriosi giochi della mente. Ma la donna Elenty aveva altro a cui pensare; doveva seguire le indicazioni del vampiro e recuperare la spada che aveva forgiato per il campione di Limbo. Aveva bisogno di mettere in moto gli eventi di quell’assurdo piano, così da poterci credere un po’ anche lei. I Sewolf le avevano riserbato un comodo giaciglio dentro uno dei numerosi anfratti che si affacciavano sul mare infinito. Due cristalli vermigli posti al centro della grotta riscaldavano e illuminavano l’ambiente. Fuori era ancora buio ma mancava poco alla fine del terzo margine della notte. Si avvolse nella sua tunica cremisi, diversa da quella degli altri maghi. L’aveva cucita lei, un taglio ardito che le lasciava scoperte le gambe. I ricami tipici fatti di sequenze più o meno lunghe di uni e di zeri risplendevano dorati sulle maniche e la cintura. In un mondo lontano, secoli prima, inventare abiti era stato il suo lavoro… continua… […]


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