CAPITOLO 21: La spada nera – Il risveglio di Sawar

PREVIOUSLY ON LIMBO….

L’eclisse ha annunciato il tempo dell’Emersione. Gli Arcon credono che consegnando al Guardiano di Mountoor, la montagna sacra, gli oggetti sacri di Seidon, il vecchio mondo tornerà e Limbo smetterà di essere una terra cangiante ed instabile. Gli Elenty, maghi immortali primordi, sanno che la verità è un’altra. L’Eclisse è la campana che segna la fine del lungo tempo di attesa dentro Limbo, un mondo virtuale costruito per conservare l’eredità dell’umanità perduta. Solamente gli Elenty e le loro copie conservate negli oggetti sacri saranno in grado di lasciare Limbo. Gli Arcon, essendo entità digitali fittizie, non potranno in alcun modo uscire dal loro mondo.

Fiumane di Arcon provenienti da ogni angolo delle terre di Limbo convergono verso la Montagna Sacra. La maga Davinia è invece bloccata presso le grotte dei Sewolf, popolo del mare, e attende il risveglio del suo compagno Sawar, gravemente ferito durante la battaglia contro la Gilda di Nicon e i Testimoni di Seidon. Egli è un uomo molto pericoloso, potente mago e abile spadaccino, votato da tempo immemore alla distruzione di quel mondo fasullo.

In sogno un vampiro visita Davinia e le dice di essere uno dei programmatori di Limbo. Spiega alla donna che il gigante della montagna sacra è fuori controllo e impedirà la riuscita del progetto. Per questo motivo un eroe dovrà eliminare il guardiano. Egli ha forgiato una spada magica che Davinia dovrà consegnare all’uomo capace, a suo giudizio, di portare a termine tale missione.

LIMBO CAPITOLO 21 – La spada nera – Il risveglio di Sawar

Davinia era rientrata nel suo corpo, o almeno quella era la sensazione che provava ogni volta che si lasciava alle spalle le stanze del Telaio. In realtà si era semplicemente riappropriata dell’Avatar che la rappresentava dentro Limbo, lasciandosi dietro la proiezione dell’uomo che amava. Lui le aveva chiesto di restare, di attendere insieme il suo risveglio, e perdersi ancora una volta nei perversi e lussuriosi giochi della mente. Ma la donna Elenty aveva altro a cui pensare; doveva seguire le indicazioni del vampiro e recuperare la spada che aveva forgiato per il campione di Limbo. Aveva bisogno di mettere in moto gli eventi di quell’assurdo piano, così da poterci credere un po’ anche lei.
I Sewolf le avevano riserbato un comodo giaciglio dentro uno dei numerosi anfratti che si affacciavano sul mare infinito. Due cristalli vermigli posti al centro della grotta riscaldavano e illuminavano l’ambiente. Fuori era ancora buio ma mancava poco alla fine del terzo margine della notte. Si avvolse nella sua tunica cremisi, diversa da quella degli altri maghi. L’aveva cucita lei, un taglio ardito che le lasciava scoperte le gambe. I ricami tipici fatti di sequenze più o meno lunghe di uni e di zeri risplendevano dorati sulle maniche e la cintura. In un mondo lontano, secoli prima, inventare abiti era stato il suo lavoro.
Davinia sgusciò fuori dalla sua nicchia come l’ombra di un animale selvaggio, schermò con un semplice incantesimo la sua immagine e varcò la soglia del complesso di caverne in cui dimoravano i Sewolf, eludendo così i due Arcon che montavano la guardia all’esterno. Non che ce ne fosse bisogno, perché ormai la conoscevano, ma non aveva voglia di dare spiegazioni. Attraversò i corridoi di quella specie di città nella roccia fino a raggiungere il luogo in cui riposava il corpo di Sawar. I cristalli stavano ricomponendo la sua entità digitale. La mente dell’uomo era tornata ad essere attiva, ma il suo Avatar avrebbe avuto bisogno di ancora un po’ di tempo per completarsi. Ripensò alle sue carezze e ai suoi baci, dentro la stanza dei sogni. Lei non gli aveva detto niente della spada e dello strano incontro. Non riteneva opportuno turbare il suo risveglio, e comunque, prima di informarlo, lei doveva accertarsi che la storia della spada fosse vera.
Si fermò accanto al corpo del suo uomo. Gli vide muovere impercettibilmente le punta delle dita. Ancora un giorno e il risveglio si sarebbe compiuto, pensò. Poi allungò la mano per afferrare la sua, quando un suono la fece bloccare. “Non avrai bisogno di cercare, sarà lei che ti chiamerà…” le aveva detto il vampiro. Tornò sui suoi passi e cercò di capire da che parte proveniva quel suono, che assomigliava ad un canto sommesso. Il cunicolo dal quale era sopraggiunta continuava oltre la grotta in cui giaceva Sawar per un’altra decina di passi, poi si divideva in due identici corridoi, stretti e fiocamente illuminati dai cristalli di luce. Davinia raggiunse il bivio e senza esitare s’infilò nel cunicolo di sinistra. Era da lì che proveniva quel canto.
Il passaggio si restrinse e poi s’inclinò bruscamente verso il basso. La donna, appoggiandosi prontamente ad alcuni appigli di roccia ai lati del budello, rallentò la sua avanzata ed evitò di scivolare. Il corridoio si aprì improvvisamente nel mezzo di un’enorme parete rocciosa che dava su una caverna molto più ampia delle altre. Una stretta scalinata scavata nella parete conduceva verso il basso. Davinia si mosse sicura, conquistò la base della grotta e attraversò con ampie falcate il pavimento costellato di stalagmiti e cristalli di luce. Seguiva il suono che adesso era diventato costante, cadenzato, una sequenza intermittente di “Ooooh” che proveniva da un pertugio alla base della parete opposta. Celata dentro ombre quasi dense, la maga riuscì ad individuare la nicchia solo grazie al canto. Bisbigliò alcune parole in bit e una luce tenue si accese sul palmo della sua mano. Le servì per dipanare le tenebre e penetrare dentro il pertugio.
Il canto si trasformò in un boato che lei riusciva a malapena a sopportare. Al centro della piccola grotta poté scorgere la forma di una croce, l’elsa della spada. Vibrava vistosamente e la donna capì che era proprio quella vibrazione a produrre quel suono. Metà della lama scompariva nel pavimento di roccia. Mosse due passi con la mano tesa. La luce magica proiettata dal palmo della sua mano si riflesse sulle venature ramate dell’elsa, ma venne risucchiata dal nero metallo della lama. Davinia afferrò la spada che smise immediatamente di vibrare e cantare, poi con uno strappo sicuro la estrasse dalla roccia. Nell’uscir fuori non fece alcun rumore, come se fosse stato sfilato un coltello da un panetto di burro. Davinia rimase immobile con la spada alzata, nel silenzio assordante nel quale era sprofondata la nicchia. Si passò l’arma di mano e la osservò meglio puntandole addosso la luce del palmo. Non vi erano impressi né simboli né scritte, solo una solida elsa in ferro e rame e una lama di metallo scuro. Era leggera e maneggevole, come poteva esserlo una normale buona spada. Si chiese se avrebbe funzionato, se davvero il Gigante di Mountoor, la creatura più potente di Limbo, sarebbe caduto con un solo affondo di quell’arma. Stentò a crederci, ma sapeva che era più che probabile che ciò potesse avvenire. Se l’uomo che era venuto a trovarla in sogno era davvero uno dei programmatori di Limbo, di sicuro aveva tutte le risorse necessarie per forgiare una spada del genere.
Tornò sui suoi passi, risalì il cunicolo, gettò un solo e rapido sguardo nella grotta in cui giaceva il suo uomo e, ingannando nuovamente le guardie, conquistò l’uscita della città-caverna. Fece ritorno alla suo giaciglio proprio nel momento in cui il cielo venne squarciato dal sole del primo margine del giorno. Davinia nascose la spada sotto le coperte del letto e vi si distese accanto. Si addormentò subito, ma non cercò la stanza del piacere. Scese invece in un abisso tiepido, e laggiù si lasciò cullare per tutto il tempo che le fu concesso. Al suo risveglio avrebbe preso una decisione.

L’uomo stentava a ricordare tutto. Percepì il dolore della ferita come un rumore sommesso, lontano. Sentì il freddo pungente dei cristalli che gli puntellavano il corpo nudo. Lentamente attinse ai brandelli d’informazione più freschi; una grande battaglia, il sole che si oscurava, la profezia dell’eclisse e l’ombra di un cavaliere che gli si avvicinava alle spalle. Poi il buio…
Ricordò un sogno, uno dei tanti trascorsi insieme alla sua amata Davinia, ma ne confuse il tempo. Era stato prima o dopo la battaglia? Prima o dopo la ferita che lo aveva quasi ucciso? C’era qualcosa di strano in tutte quelle sensazioni, in tutti quei primi pensieri che si affacciavano in quella mente ricomposta. Sawar sentiva il dolore e il turbamento che lo avevano reso quello che era, il delirante demolitore di Limbo, ma queste sensazioni non erano più confuse, ingarbugliate come lo erano state per innumerevoli stagioni. Era come se fossero state relegate in un posto ben preciso, e lui potesse finalmente decidere di recluderle, di ignorarle.
Si alzò a sedere su quel letto di cristalli. Ebbe la bizzarra idea di trovarsi al centro di un esperimento di rinascita. Si guardò intorno e intuì la natura di quel luogo. Davinia lo aveva portato dai Sewolf, gli abitatori delle grotte sul mare infinito. I cristalli incantati avevano ricomposto la sua entità digitale, deframmentandola. I pensieri cominciarono a scorrere liberi, fluidi come non lo erano stati da parecchio tempo.
Un essere umanoide, grosso e ricoperto di peli, fece il suo ingresso nella grotta. Malgrado la sua mole e uno strano riflesso bluastro della pelle e del pelo, la creatura aveva occhi gentili e un portamento fiero.
«Bentornato tra noi. Il mio nome è Gur-Nath. Sei nella città dei Sewolf…» disse l’Arcon, porgendo all’uomo dei vestiti. «Hai dormito per molti giorni. I cristalli ti hanno curato… »
«Dov’è Davinia?» lo interruppe Sawar, afferrando bruscamente i suoi abiti. La creatura sembrò non far caso a quella sgarbata reazione. Rimase immobile a fronteggiare l’Elenty, conscio del suo potere e della sua follia.
«La donna è partita» disse, senza perdere d’occhio l’uomo.
«Cosa dici?» chiese lui, ancora nudo e coi vestiti in mano.
«Se n’è andata ieri sera. Ha detto che ti avrebbe aspettato alla montagna sacra.»
Sawar cercò la rabbia, quella che gli faceva compiere le gesta più impensabili, quella che nel corso dei cicli lo aveva trasformato nell’uomo più temuto di Limbo. La rabbia era là, in un punto preciso della sua mente. Poteva afferrarla e usarla a suo piacimento, uccidere per sfogo quell’essere che aveva davanti richiamando magicamente il fuoco, oppure decidere di lasciarla dov’era, vestirsi e partire. Era tornato padrone delle sue decisioni.
«Dove sono le mie armi?» chiese.
«Le troverai fuori dalla grotta» rispose Gur-Nath, indicando il corridoio da dov’era sopraggiunto.
Sawar si vestì velocemente e con un semplice cenno del capo salutò l’Arcon. Tutto era ordinato, complicato ma finalmente ordinato. Forse la montagna sacra era la risposta, pensò. Uscì dalla città-caverna e gettò uno sguardo verso le onde dell’oceano che s’infrangevano sugli scogli. Respirò profondamente, riconobbe il senso di finzione del mondo che lo circondava ma non gli dette peso. Riuscì addirittura a sorridere, prima di incamminarsi verso l’entroterra, in direzione di Mountoor.

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Published in: on maggio 28, 2010 at 10:51 am  Comments (2)  
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CAPITOLO 20: INCONTRO NEL TELAIO DI LIMBO

L’eclisse ha annunciato il tempo dell’Emersione. Gli Arcon credono che consegnando al Guardiano di Mountoor, la montagna sacra, gli oggetti sacri di Seidon, il vecchio mondo tornerà e Limbo smetterà di essere una terra cangiante ed instabile. Gli Elenty, maghi immortali primordi, sanno che la verità è un’altra. L’Eclisse è la campana che segna la fine del lungo tempo di attesa dentro Limbo, un mondo virtuale costruito per conservare l’eredità dell’umanità perduta. Solamente gli Elenty e le loro copie conservate negli oggetti sacri saranno in grado di lasciare Limbo. Gli Arcon, essendo entità digitali fittizie, non potranno in alcun modo uscire dal loro mondo.

Fiumane di Arcon provenienti da ogni angolo delle terre di Limbo convergono verso la Montagna Sacra. La maga Davinia è invece bloccata presso le grotte dei Sewolf, popolo del mare, e attende il risveglio del suo compagno Sawar, gravemente ferito durante la battaglia contro la Gilda di Nicon e i Testimoni di Seidon. Egli è un uomo molto pericoloso, potente mago e abile spadaccino, votato da tempo immemore alla distruzione di quel mondo fasullo.

CAPITOLO 20 – INCONTRO NEL TELAIO DI LIMBO

Lo scheletro di Limbo è un palazzo con infinite stanze. Molte di queste sono prive di finestre, altre invece danno sul mondo in costante cambiamento, e mutano insieme al resto. Pochi possiedono la chiave d’accesso al palazzo. Pochi riescono a entrarvici senza perdersi nei suoi labirinti.
Davinia raggiunse la porta di quella stanza, la loro stanza. L’avevano creata insieme, per intrattenersi e consolarsi a vicenda. La donna sapeva che appena lui si fosse destato da quello strano coma privo si sogni, l’avrebbe raggiunta laggiù. Il suo corpo giaceva ancora nella grotta dei Sewolf. I cristalli ricomponevano lentamente la sua entità digitale, ma ormai erano passati diversi giorni da quando la lama di Nicon lo aveva trafitto, facendolo sprofondare nell’oblio. “Sawar, dove sei?” pensò Davinia, poggiando la mano sulla liscia parete di quella porta. Avvertì qualcosa, un cambiamento. Qualcuno l’aveva lasciata socchiusa, invitandola ad entrare…
Lei la spalancò chiamando col pensiero il suo nome. Accecata dal desiderio di vederlo vivo, anche se solo in una rappresentazione della sua mente, si precipitò in direzione di quel letto che era stato da tempo immemore il palcoscenico delle loro notti d’amore. Corse verso quella figura, un uomo seduto sul bordo del materasso, il capo chino, il mantello scuro che, come un’ombra liquida, gli ricadeva sulle spalle, sulle lenzuola di seta del letto e sul pavimento. Quando quell’uomo, che non era Sawar, alzò lo sguardo verso Davinia, lei continuò ad ingannarsi, tanto era forte la sua convinzione. Lui allora alzò la mano, un’appendice lunga e cadaverica, e lei rimase immobile, pietrificata da una forza di cui non conosceva l’origine. Davinia mise a fuoco la figura, un uomo dal volto cereo, i capelli neri e gli occhi cremisi. I canini sporgevano dalle sue labbra in maniera innaturale, e a lei le vennero in mente le storie di vampiri, quelle dell’altro mondo, il mondo prima di Limbo.
«Chi diavolo sei?» Le parole le uscirono dalle labbra da sole. Appena sputate fuori se ne pentì, perché una paura nuova e aliena le si era posata sul cuore.
«Priscilla Mills, mi ricordo bene di te… Non eri adatta al progetto, ma gli altri erano di un’opinione diversa…» Quel nome le arrivò addosso come un pungo. Quanto tempo era passato dall’ultima volta che lo aveva udito? Stagioni, cicli, anni, secoli…
«Beh, il tempo mi ha dato ragione. Ribelle durante il primo stadio, vittima di una serie di stati depressivi che ti hanno portato più volte vicino al baratro d’appagamento, compagna e complice dell’Elenty più deleterio del progetto… insomma, non proprio il soggetto ideale per qualcosa di grandioso come Limbo.»
Davinia si sentì ribollire di rabbia. «Proprio tu mi parli di correttezza?» Ignorava l’identità di quell’avatar, ma aveva intuito chi c’era dietro; la Rete di Hope, i programmatori di Limbo.
«Se ti riferisci all’inganno dei Frame, sappi che anche quella non era una mia idea, altrimenti non sarei qui, non pensi? Comunque, credo che neanche io col mio carattere sarei riuscito a reggere una vita immortale senza fare qualche danno, per questo dormo la maggior parte del tempo…»
La donna chinò il capo, cercando di riacquistare la calma. «Ci ho provato anch’io, ma ogni volta tornavo qui. Che luogo è questo?»
«È il Telaio, una sorta di virtuale nel virtuale. I miei sonni sono schermati, perciò non vi accedo quando dormo. Molto meglio, se vuoi mantenerti puro…»
Davinia continuava a rimanere immobile, anche se non era più bloccata dal volere di quell’uomo. Si accorse di aver ripreso possesso della sua proiezione, ma rimase dov’era, con altre mille domande in testa.
«Che cosa vuoi?»
«Dritta al punto, bene… Ciò che ti sto per rivelare è di importanza cruciale per tutto il progetto, perciò mi devi convincere di crederci ancora un po’.»
«Mi chiedi già molto…» ribatté la donna. Non ricordava quand’era stata l’ultima volta che aveva covato una speranza del genere. Limbo era un gioco, solamente un brutto gioco… altro che salvezza!
«Come ho già detto, conosco bene i tuoi limiti, ma se sono venuto da te c’è un motivo…»
Davinia corrugò la fronte e alzò lo sguardo verso il vampiro «Quale?»
«Te lo dirò solo se accatterai l’incarico che ti darò» rispose la figura cinerea ed immobile sul bordo del letto.
«Beh, si vedrà…» la donna aveva riacquistato quella freddezza tipica di chi non ha niente da perdere. Un gioco in più o in meno che importanza poteva avere a quel punto, pensò.
«Hai visto l’eclisse, no?» domandò lui, per niente infastidito da quella reazione.
«Un altro dei vostri trucchi… chi mi assicura che non ci sia dietro un nuovo inganno? Ne avete fatte di promesse in passato… ci avete usato come cavie, ci avete replicato nei Frame e poi avete cercato di eliminarci. Avete creato migliaia di vite artificiali, illudendole con i soliti misticismi.»
«Parli degli Arcon? Pensavo che li odiassi…»
«Oh certo che li odio, come odio tutto il resto di questo stupido mondo fittizio…»
«E se ti dicessi che è quasi finita… che presto potrai lasciare questo mondo, e non solamente tu e gli altri Elenty, ma tutte le entità digitali di Limbo, compresi Arcon e Arenty…»
Davanti a quelle parole la donna non riuscì a nascondere il suo stupore. «Che vuoi dire? Il Gigante non permetterà alle entità artificiali di uscire.»
«Il Gigante di Mountoor ha il compito di non far entrare nessuno e di non far uscire nessuno, almeno fino a dopo il tempo dell’Emersione, annunciato giorni fa dall’eclisse. Qualcuno all’esterno deve per forza aver azionato i comandi per la fase finale del progetto Limbo, altrimenti non si spiegherebbe l’oscuramento improvviso del sole. L’altro importante segnale che preannuncia l’avvento dell’Emersione doveva essere il risveglio del Gigante, che però non è avvenuto. Questo significa che c’è qualcosa che non va nel programma del Guardiano. Come sai bene, il Gigante è a protezione della connessione che dà accesso all’esterno. Nessuno può avvicinarsi a quel portale senza risvegliare la sua ira…»
Davinia, che un tempo si chiamava Priscilla, si chiese se una volta uscita di lì avrebbe tenuto il suo nome. Scacciò quel pensiero sciocco ma allettante, e cercò di seguire il ragionamento del vampiro. Quelle cose le sapeva; il progetto, il Guardiano, il portale… la cosa che non sapeva ancora era perché quell’uomo aveva scelto di parlare a lei…
«Sono andato di persona dal Guardiano, gli ho parlato, ho cercato di convincerlo, ma è irremovibile.  D’altra parte è solo un programma…» ammise ironicamente lui. «Non crede affatto che il tempo dell’Emersione sia giunto, nessun segnale lo ha avvertito in merito, per questo continuerà a difendere la sua postazione, e come sai bene non esiste creatura più forte e pericolosa di lui. Per quanto abbia accesso alla struttura del mondo, non sono in grado di cancellare i programmi vita… L’unico modo per continuare il processo di Emersione è quello di eliminare il Gigante.»
«Ma lo hai detto tu stesso, non esiste nessuno in grado di sconfiggerlo…» replicò prontamente la donna.
«È vero, per questo ho programmato una spada…»
«Una spada?»
«È per il più grande guerriero di Limbo. Lui la brandirà, entrerà nella caverna sotto Mountoor ed infilzerà il guardiano. Gli basterà un colpo…» spiegò il vampiro.
«E chi sarà?»
«Secondo i miei calcoli il tuo compagno Sawar è quello che ha più possibilità. Entrambi però conosciamo il suo carattere e la rabbia che cova nei riguardi di tutto il progetto… Sarai capace di convincerlo?»
La donna rimase in silenzio, pensierosa. «Non lo so…»
«La spada si trova in una delle numerose caverne dei Sewolf. L’ho messa lì perché tu la potessi recuperare. Non avrai bisogno di cercare, sarà lei che ti chiamerà…» spiegò il vampiro.
«E se lui non volesse?» domandò lei.
«Allora dovrai darla a Nicon. È lui il più forte dopo Sawar.»
Quel nome la fece ribollire di rabbia. «Quel codardo di un Arcon!»
La mano dell’uomo scattò veloce afferrando il mento della donna. Il tocco fu gentile ma risoluto. Le girò il volto e la ancorò ai suoi occhi sanguigni.
«Priscilla, smettila. Smettila di pensare che questo sia solo un gioco. Non lo è. Non lo è più! Fai ciò che ti dico, e Limbo sarà presto solo un ricordo… per tutti noi…»
Poi il vampiro svanì, lasciandola sola in quella stanza della mente. Lei cercò conforto nell’odore di quelle sete che molte volte l’avevano avvolta insieme al suo amore. Si addormentò, nel sogno dentro il sogno, e al suo risveglio qualcuno le accarezzava le spalle ed i capelli.
«Davinia, amore… sono tornato…» sussurrò l’ombra di Sawar, il delirante demolitore di Limbo.

Published in: on maggio 21, 2010 at 11:02 am  Comments (2)  
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TU NON ESISTI

«Tu non esisti» sussurrò il mago. Un rivolo di sangue gli fuoriuscì dalla bocca.
L’Arcon torse la lama nelle viscere della sua vittima. Il mago urlò, ma continuò a vivere. Ancora per qualche istante…
«Tu non esisti, Arcon!» ripeté.
«Piantala con le assurdità, stregone. Deciditi a morire!» La voce del guerriero era fredda, impietosa.
«Certo che morirò, e ti ringrazio… Tu però non sei mai esistito!» La voce del mago era ormai un rantolo.
«E allora muori!» Urlò l’Arcon estraendo la lama.
Ma nel morire il mago aveva innescato il codice.
L’Arcon svanì nell’aria, proprio come se non fosse mai esistito.

101 Parole

Venerdì prossimo torna il romanzo “Limbo” con un nuovo avvincente capitolo!

Published in: on maggio 14, 2010 at 8:35 am  Comments (1)  

APPENDICI V

5. LA MITOLOGIA ARCON

Esiste una storia che narra della creazione di Limbo secondo gli Arcon, una genesi che non ha nulla a che fare con mondi virtuali ed esperimenti. Gli Arcon sono a tutti gli effetti degli uomini che vivono (o cercano di vivere) un’esistenza normale dentro un mondo che a livello percettivo non ha nulla di sbagliato. La Mitologia Arcon, per quanto fantasiosa possa essere, serve a consolidare il senso di realtà per tutte le creature abitanti Limbo.
La storia narra dei due Dei di Limbo, Poseidon e Loke (nella lingua Bit), che nel comune Sint sono conosciuti coi rispettivi nomi di Seidon e Kyos. Essi erano fratelli, figli di un grande re chiamato Hope. All’epoca di Re Hope il mondo era piatto e delimitato dal mare che lo circondava. I due fratelli amavano molto quel mondo e ne conoscevano ogni collina, ogni fiume e ogni albero. Lo attraversavano in lungo e in largo a cavallo di due stalloni, uno bianco per Seidon ed uno nero per Kyos.  A quel tempo il sole saliva e scendeva nel cielo seguendo un corso preciso ed il tempo veniva spezzato dal suo spostamento. La Cometa Clessidra non esisteva e le stagioni erano segnate dai cambiamenti climatici.
Il mondo era ordinato e perfettamente congegnato, ma per il giovane Kyos divenne troppo prevedibile e scontato, così un giorno rivelò al fratello il suo disappunto. Seidon capiva le ragioni del fratello minore ma sapeva che l’ordine del mondo faceva si che tutte le creature che vi abitavano potessero vivere insieme felici e tranquille. Kyos però non riusciva più a tollerare quel continuo susseguirsi dei giorni tutti uguali. All’epoca gli uomini costruivano grandi edifici di pietra e splendide città. Essi erano i figli di Hope, di Seidon e di Kyos, discendenti della famiglia divina, ed erano chiamati Elenty.
Ma quando Re Hope morì lasciando il trono in eredità a suo figlio maggiore Seidon, Kyos divenne ancora più insoddisfatto. Un giorno fece costruire una grande nave e confessò al fratello di voler andare a vedere dove nascesse il sole. Così salpò verso oriente e non si vide più.
Ma dopo qualche tempo il clima cambiò repentinamente e ci furono tempeste, uragani e maremoti. Anche il terreno sembrava in tumulto, ed alcuni edifici crollarono a causa di improvvisi terremoti.  Seidon andò presso la tomba del padre per chiedere al suo spirito il motivo di quei disastri, ed il padre gli rispose che suo fratello aveva raggiunto l’orizzonte ad oriente ed aveva lacerato il drappo che conteneva il mondo, facendo entrare nuove terre. Ma il mondo non poteva contenerle tutte. C’era bisogno di un apertura per farle uscire.
Così Seidon fece anch’egli costruire una nave e salpò verso occidente, fino a raggiungere l’altro orizzonte. Con la sua spada dorata fendette il drappo su cui il sole moriva, facendo uscire il mare e le terre in eccesso. Fu così che Limbo venne creato, che le città scomparvero risucchiate nello strappo dell’orizzonte e che gli uomini Arcon figli degli Elenty furono condannati ad un esistenza errante in un mondo in continuo cambiamento.
Come si è detto, nella mitologia Arcon gli Elenty sono i figli di Seidon e di Kyos e molti di loro abitavano le grandi città che vennero inghiottite dallo strappo. Preferirono perire tra le mura dei loro imponenti edifici che essere condannati ad un vita nomade in un mondo sconosciuto. Alcuni invece accettarono quell’infausto destino e partirono all’esplorazione delle nuove terre. Questi furono chiamati Arcon, il popolo errante.
Un signore Elenty chiamato Fergus aveva molte greggi a cui badare, ma non abbastanza uomini per accudirle. Fergus era anche un grande mago, parente stretto dei due Dei (infatti era cugino di Seidon e di Kyos). Egli creò il popolo Arenty per servirlo.
Nella Mitologia Arcon Mountoor è un luogo infestato da demoni, un posto estremamente pericoloso dal quale è meglio stare alla larga. In tempi remoti strane creature provenienti da assurde dimensioni facevano la loro comparsa attraverso la montagna, quando riuscivano ad oltrepassare il Guardiano e le altre protezioni innalzate dalla Guglia.
Il Guardiano è in realtà un potente programma di protezione ed assume le forme più svariate. Nella mitologia Arcon egli è un demone dagli occhi di fuoco, per metà uomo e metà uccello. Il suo sguardo può pietrificarti e il suo urlo può portarti alla follia. La “Connessione” (Portale Dimensionale) si trova nel cuore della montagna ed assume la forma di un globo di luce azzurra. Questo globo galleggia a mezz’aria sopra un lago nero come la notte che occupa quasi l’intera superficie di un’ampia grotta. Nella grotta risiede anche il Guardiano.
Secondo la Mitologia Arcon solamente durante il tempo dell’Emersione gli uomini potranno recarsi presso Mountoor senza timore di essere aggrediti dal Gigante, perchè quello sarà il momento in cui gli oggetti sacri di Seidon verranno consegnati al Guardiano. Allora il dio degli Arcon metterà fine al moto perpetuo di Limbo e le antiche città risorgeranno.

Il romanzo Limbo torna venerdì prossimo con il capitolo 20.

Published in: on maggio 7, 2010 at 11:13 am  Comments (1)  
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