CAPITOLO 19: Verso la Montagna Sacra – Una Serata di Festa

L’eclisse ha annunciato il tempo dell’Emersione. Gli Arcon credono che consegnando al Guardiano di Mountoor, la montagna sacra, gli oggetti sacri di Seidon, il vecchio mondo tornerà e Limbo smetterà di essere una terra cangiante ed instabile. Gli Elenty, maghi immortali primordi, sanno che la verità è un’altra. L’Eclisse è la campana che segna la fine del lungo tempo di attesa dentro Limbo, un mondo virtuale costruito per conservare l’eredità dell’umanità perduta.

Solamente gli Elenty e le loro copie conservate negli oggetti sacri saranno in grado di lasciare Limbo. Gli Arcon, essendo entità digitali fittizie, non potranno in alcun modo uscire dal loro mondo.

Intanto l’ Elenty Mila e il suo compagno Druge, che ha appena scoperto di essere un Arcon, insieme alla copia di Druge creata dal framemaker Ryo, sono attaccati da uno spettro di Limbo. La creatura riesce a possedere un guerriero gemello, ma viene distrutta dalla spada di uno dei due Druge. Mila si ritrova insieme al suo compagno, ignara se colui che è sopravvissuto allo scontro sia a tutti gli effetti l’originale Druge oppure la sua copia. Ma soprattutto si chiede se tutto ciò sia davvero importante.

Immagine di Willoclick

CAPITOLO 19: Verso la Montagna Sacra – Una Serata di Festa

Uscirono dalla foresta di abeti nel momento in cui la luce del cielo cambiava repentinamente colore. Due lune apparvero all’orizzonte, grande e rossa la prima e poco più di una falce la seconda, bianca e striata di venature bluastre. La notte di Limbo nascondeva sempre qualche sorpresa. Le stelle avevano disegni complicati, privi di senso. A volte degli ampi agglomerati di luci e scie fumogene si stagliavano sul cielo nero, affascinanti rappresentazioni di galassie e nebulose lontane, appartenenti ad un altro mondo. Solo un oggetto rimaneva invariato e tornava puntualmente ogni notte; la cometa clessidra. Per undici cicli aveva attraversato la volta di Limbo. Forse questo dodicesimo passaggio sarebbe stato l’ultimo, pensò Mila abbassando lo sguardo.
Si accamparono su un basso promontorio erboso, sotto una grande quercia che spiccava solitaria sulla bassa vegetazione. Druge accese un fuoco con alcuni fuscelli trovati lungo il sentiero poi si assentò qualche minuto per trovare della legna più consistente. Tornò con alcuni rami secchi e un paio di grossi ciocchi di ulivo.
«Dovrebbero bastare per scaldare un po’ d’acqua…» disse il guerriero.
«Potevo accendere un fuoco magico» ribatté la maga, che nel frattempo si era seduta sotto l’albero con le spalle appoggiate al tronco.
«L’incantesimo della teca ti ha consumato. Devi riposare…» spiegò l’Arcon, soffiando sul fuoco per dare ossigeno alla fiamma. Mila rimase in silenzio. Pensò nuovamente a quello che era appena successo, allo spettro che si era impossessato di uno dei due gemelli e al successivo scontro al quale Druge era scampato. Non si domandava più quale dei due guerrieri fosse sopravvissuto, si chiedeva se fosse importante saperlo. Se quell’uomo che le stava davanti fosse stato Ryo, il framemaker che solo il giorno prima si era trasformato in Druge, che differenza poteva fare? I framemaker copiavano esattamente l’entità digitale, dal primo impulso del programma struttura fino all’ultima informazione mnemonica. Quell’uomo aveva il medesimo sguardo, lo stesso odore e sapore dell’uomo che amava. Poteva essere davvero lui o la sua copia, ma nessuno, neanche lei che lo conosceva da centinaia di stagioni, avrebbe potuto riconoscerlo.
«Forse era questo il destino di Ryo…» Il pensiero di Mila si trasformò in parole senza che lei se ne accorgesse. Druge alzò la testa discostandosi dal fuoco e la guardò.
«Che vuoi dire?»
«Diventare te per salvarti dal Draugur…»
Il guerriero rifletté sulle parole della donna, poi rispose: «Oppure per salvare te. In fondo che importanza potrebbe mai avere la vita di un Arcon…»
Ammise di non averci ancora pensato. Lei? Per quale motivo? Si passò una mano sugli occhi, cercò di ignorare l’inganno della stanchezza che le faceva sentire il corpo pesante e dolere le gambe. Gli Elenty  sapevano aggirare molti programmi che influenzavano i sensi. Potevano alterare i codici vita e diventare immortali, deformare i LAS, programmi struttura, viaggiare con la mente nel telaio di Limbo, ma esistevano due cose che nessun Elenty era in grado di fare: ripristinare un entità cancellata ed ignorare il programma stanchezza, specialmente dopo aver sprecato tutte le proprie energie nelle pratiche magiche.
Druge scaldò dell’acqua e preparò un infuso di erbe. Il calore della tisana la confortò, facendole dimenticare la gelida carezza dello spettro. Secondo i loro calcoli avrebbero dovuto continuare nella direzione prestabilita per almeno altri dieci giorni. Era difficile orientarsi dentro a quel mondo instabile, ma i due si erano ormai abituati ai repentini cambiamenti di Limbo e conoscevano quel territorio come le loro tasche. La foresta di abeti era stata una scorciatoia, un imprevisto che poteva costare loro molto caro. Druge aveva deciso di non rischiare oltre e di percorrere il sentiero a loro conosciuto. Non potevano permettersi altre spiacevoli sorprese.
Mila dormì buona parte della notte e recuperò le forze. Druge, dopo aver fatto la guardia per oltre due margini, si appisolò quel tanto che gli bastava per continuare la marcia. La donna nel frattempo riattizzò il fuoco e preparò un po’ di colazione. Quando la notte finì il cielo assunse uno spiacevole colore verdemare, striato qua e là di lembi grigi. L’aria era pesante, elettrica. Nessuno dei due aveva voglia di parlare. Mangiarono in silenzio e a metà del primo margine del giorno si rimisero in cammino.
I giorni trascorsero monotoni. Incontrarono alcuni pellegrini, fedeli alla parola di Seidon, che come loro si stavano recando verso la montagna sacra. Qualcuno si lasciò scappare un mormorio di disappunto al loro passaggio. Erano fin troppo evidenti i legami della donna con la magia, una pratica considerata blasfema da chi venerava Seidon. Alcuni maghi evitavano di dare nell’occhio per non trovarsi a fronteggiare uno squadrone di Testimoni di Seidon, i cavalieri fanatici devoti al dio Arcon. Mila invece sfoggiava con disinvoltura la sua tunica ricamata di simboli bit, catene più o meno lunghe di zeri e di uni. Ma a Druge bastò uno sguardo per mettere a tacere le malelingue.
L’ottavo giorno dopo l’incontro con lo spettro i due incontrarono un’intera comunità nomade che si stava spostando in direzione di Mountoor. Gli Arcon si erano accampati vicino al sentiero, un piccola tribù di un centinaio di anime. Il campo sorgeva attorno ad un enorme falò sul quale erano state messe ad arrostire alcune bestie, presumibilmente capretti. C’era aria di festa. I nomadi si riempivano le tazze da due grosse botti, un arpista suonava con euforia invitando i compagni alla danza. Qualcuno andò incontro a due viaggiatori invitandoli a prender parte ai festeggiamenti.
«Che cosa celebrate?» domandò Druge sospettoso.
«Niente in particolare. È dal giorno dell’eclisse che ogni sera facciamo festa» rispose l’uomo che doveva essere già un po’ brillo.
«Per quale motivo?» chiese Mila.
«Non lo so… Il vecchio ha deciso così…» e detto ciò tornò alle botti a riempirsi il bicchiere.
Il vecchio era probabilmente il capo della comunità. Mila era stanca di camminare e la musica che proveniva dal campo le aveva messo allegria. Sapeva che Druge non avrebbe accettato così alla leggera quell’invito, così decise di non farne una questione e camminò con sicurezza verso il falò. Il guerriero rimase per un attimo interdetto. La sua relazione con la donna Elenty era un’altalena di slanci ribelli. Entrambi erano anime libere e forti, convergenti nel momento del bisogno e solitarie quando la loro individualità veniva messa in dubbio. L’Arcon scrollò le spalle e seguì la compagna che si faceva largo tra i nomadi. Qualcuno prestò loro attenzione ma sempre col sorriso ben stampato in faccia. Malgrado la situazione inusuale Druge riconobbe che neanche il suo sesto senso di guerriero riusciva a percepire un qualche pericolo. Mila si servì da bere e porse una tazza al compagno che bevve di gusto, ma solo dopo aver annusato perbene il vino.
«Voglio conoscere questo vecchio» dichiarò la donna Elenty. Le sue guance avevano preso subito colore.
«Credo si trovi in quella tenda laggiù. È la più grande dell’accampamento…» spiegò Druge, riempiendosi un’altra coppa.
Insieme si diressero verso la tenda indicata dal guerriero. La gente formicolava per il campo lavorando e ridendo. Qualcuno rivolse loro un cenno di cortesia e questa volta anche il sospettoso Druge ricambiò il saluto. Raggiunta la tenda scoprirono che in realtà non era affatto l’abitazione del vecchio ma la dispensa. Domandarono ad un uomo che stava affettando del formaggio dove si trovasse il capo della comunità perché volevano ringraziarlo di persona dell’ospitalità. L’uomo offrì loro una fetta di cacio, peraltro ottimo, poi li guidò fuori dalla tenda e indicò una piccola tenda ai margini dell’accampamento, a ridosso di un enorme faggio.
«Laggiù, ma assicuratevi che non stia dormendo…» spiegò il nomade. «Sapete, è molto vecchio…»
Di nuovo i due attraversarono il campo, tra i sorrisi e gli schiamazzi della gente. L’arpista continuava a suonare con trasporto il suo strumento e tre giovani coppie ballavano attorno al fuoco. Giunti nei pressi della piccola tenda Mila si voltò a guardare Druge. «E adesso?» sussurrò.
«Entrate pure, non sto dormendo.» La voce veniva da dentro. I due si scambiarono un’occhiata, poi Mila scostò il telo e precedette il compagno in un luogo angusto, poco illuminato e saturo di un aroma pungente ma piacevole. Un uomo era disteso su un letto di cuscini colorati, ricamati pregevolmente da abili mani. Un braciere ardeva poco distante, probabile causa di quello strano profumo. L’uomo era molto vecchio, aveva barba e capelli lanuginosi e lunghi, del colore dell’argento, ma i suoi occhi sembravano ancora più vecchi. Per un attimo Mila pensò di trovarsi davanti ad un Elenty come lei, ma il suo istinto di maga le diceva che non era così. Si chiese come poteva continuare a fidarsi di quell’istinto, dato che era stata ingannata dal momento in cui aveva conosciuto Druge. Eppure sapeva che quel vecchio era un Arcon, come Arcon erano i membri della comunità e il suo compagno di vita.
«Salve, non volevamo disturbarla. Desideravamo soltanto ringraziarla per l’ospitalità. Il vostro vino è molto buono» disse la donna.
«L’abbiamo vendemmiato prima di partire per la montagna sacra. È un vino nuovo, state attenti, inganna…» sorrise il vecchio. La sua voce era calda e musicale.
«Ci chiedevamo il motivo della vostra euforia. È dovuta all’Emersione, immagino…»
«Si, in un certo senso…»
«Però non venerate Seidon, o sbaglio?» La donna sapeva che se i nomadi avessero adorato il dio degli Arcon non l’avrebbero mai accolta a braccia aperte. I marchi sulla sua tunica erano chiari.
«Oh cielo, no… Non crediamo nel dio Arcon…»
Druge non riuscì a nascondere la sua meraviglia. Sapeva che esistevano migliaia di comunità di Arcon in giro per le terre cangianti di Limbo, diverse tra loro anche nell’aspetto. Esistevano gli uomini gatto del deserto, i Sewolf che abitavano le caverne sulle coste del mare infinito, dalla pelle color cobalto,  i Dowa incantati, che abitavano le Cascate dell’Eternità. Ognuna di queste tribù aveva le sue particolarità, ma negli ultimi tempi i Testimoni di Seidon erano riusciti a riunire tutte queste realtà distinte sotto un’unica fede. Era raro trovare qualcuno così apertamente schierato contro il dogmatismo religioso dei Testimoni.
«Beh, la Montagna Sacra non è di sicuro il posto più sicuro per un ateo, soprattutto di questi tempi» constatò il guerriero.
«Il mio compagno ha ragione. Mountoor pullulerà di Testimoni di Seidon e altri fedeli. Perché vi state dirigendo laggiù?» domandò Mila.
«Curiosità, immagino…» rispose allegramente il vecchio. «Ma non dovete preoccuparvi per noi. Sappiamo fingere molto bene quando ci conviene…»
Mila e Druge non riuscirono a trattenersi e risero apertamente a quella battuta. Rimasero a parlare per un altro po’ con quello strano vecchio, poi si unirono agli altri nomadi, mangiarono di gusto la carne degli arrosti e si unirono alle danze. Mila aveva altre domande da chiedere al vecchio, ma potevano attendere. Il giorno dopo avrebbe soddisfatto le sue curiosità.
Risero, bevvero e danzarono, e i misteri di Limbo diventarono un sogno, la mente vagò libera a metà strada tra il reale e la finzione, la carne tornò ad essere carne, l’amore riacquistò il significato perduto. Mila e Druge si amarono ancora, per la prima volta da quando avevano incontrato lo spettro. Mila non si chiese chi era quell’uomo. Lo accolse dentro di se, sentì il calore dentro al suo corpo e la leggerezza nella sua mente. Tornò a vivere il momento, dimenticandosi di quegli assurdi progetti e quelle vane speranze di cui si era sentita per troppo tempo prigioniera.

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Published in: on aprile 30, 2010 at 7:19 pm  Comments (2)  
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CAPITOLO 18: Draugur

L’eclisse ha annunciato il tempo dell’Emersione. Gli Arcon credono che consegnando al Guardiano di Mountoor, la montagna sacra, gli oggetti sacri di Seidon, il vecchio mondo tornerà e Limbo smetterà di essere una terra cangiante ed instabile. Gli Elenty, maghi immortali primordi, sanno che la verità è un’altra. L’Eclisse è la campana che segna la fine del lungo tempo di attesa dentro Limbo, un mondo virtuale costruito per conservare l’eredità dell’umanità perduta.

Solamente gli Elenty e le loro copie conservate negli oggetti sacri saranno in grado di lasciare Limbo. Gli Arcon, essendo entità digitali fittizie, non potranno in alcun modo uscire dal loro mondo.

La maga Elenty Mila e il suo compagno Druge che ha appena scoperto di essere un Arcon, si ritrovano a pensare a loro strano destino, al significato del framemaker Ryo e alla possibilità che uno dei programmatori di Limbo controlli ancora il mondo dall’esterno. Il suo nome è Wirlock, il vampiro di Limbo.

Questa illustrazione è di Willoclick. Speriamo che Charles Huxley torni presto ad omaggiarci dei suoi capolavori in photoshop.

CAPITOLO 18: Draugur

Proseguivano in silenzio verso l’unico luogo plausibile, perché era impossibile ignorare il segnale che preannunciava l’Emersione. Nonostante le ultime rivelazioni e l’incertezza di quel destino ambiguo che penzolava inesorabilmente sulle loro teste, la donna Elenty e il guerriero Arcon procedevano lungo il sentiero in direzione di Mountdoor, due pedine di un gioco troppo complesso per poter essere compreso a pieno. Era così che si sentivano entrambi, eppure erano esseri immortali, capaci di grandi cose. Qualsiasi Arcon, nel percepire il potere che emanavano, avrebbe chinato la testa in segno di rispetto al loro passaggio. Malgrado ciò, Mila e Druge si sentivano piccoli ed incapaci di riprendere in mano le redini delle loro vite. Seguivano il richiamo della Montagna Sacra covando la falsa speranza che una volta raggiunta tutto si sarebbe chiarito. Un inganno, niente più. Entrambi sapevano che oltre velo dei misteri di Limbo ne esisteva un altro, e poi un altro ancora…
L’Arcon che era stato Ryo e che adesso aveva assunto le sembianze dell’amico Druge, li seguiva a qualche metro di distanza. I due amanti si domandavano cosa pensasse, quale fosse il suo compito e se fosse giusto portarselo dietro come una specie di animale domestico. Quell’uomo era tale e quale a Druge, e solo nel momento della sua creazione, avvenuta il giorno prima a bordo della nave dei Veggenti, aveva incominciato a distinguersi dal suo gemello. Perché la scissione di un’esistenza divide il corso di un solo destino in due distinte direzioni.
Il sentiero procedeva dentro un folto boschetto di abeti di basso fusto. Si udivano i rumori degli animali che si tenevano ben nascosti nella fitta selva, ma a Mila venne l’idea bizzarra che quei leggeri scalpiccii e quei trillanti richiami d’uccello non fossero altro che la colonna sonora di quel paesaggio, e che in realtà non appartenessero ad alcun animale. Poi si sentì stupida a cercare di discernere il reale dentro un mondo come Limbo.
Sentiva il bisogno di distrarsi, di non pesare. Cercò un pretesto per cogliere l’attenzione di Druge, che procedeva sicuro a qualche metro davanti a lei, ma inciampò nel solito argomento, quello che il guerriero Arcon voleva in tutti i modi evitare.
«Che senso ha ormai?» La domanda era un pensiero ad alta voce. Druge la ignorò e continuò a camminare. La donna pensò che non l’avesse sentita e lasciò perdere.
«Voglio uscire da questo bosco prima dell’inizio del prossimo margine» disse lui, chiudendo ogni spiraglio. Mila ritrasse le lacrime che le salivano agli occhi, si volse verso il gemello che camminava dietro di lei, la testa china e il passo sicuro, identico in tutto e per tutto a quello del suo amore, poi tornò a guardare avanti. Un vento tiepido, profumato di sale, le accarezzò la faccia. Chiuse gli occhi, inspirò profondamente ricordando il mare, quello vero, ma una lieve crepa nel programma che le faceva odorare il salmastro la fece arrestare. Spalancò gli occhi, i nervi tesi come quelli di un animale braccato. Mila aveva fiutato un pericolo antico e vicinissimo.
«Fermati!» disse. Druge avvertì la tensione nella voce della sua donna. Restò immobile e sfoderò la spada. Per risposta ebbe il medesimo gesto dal parte del gemello. Il rumore del sottobosco era cessato. Si sentiva adesso solo il vento che muoveva dolcemente le punte dei sempreverdi. Uno spicchio di luce illuminava a giorno il sentiero, ma nella foresta che li circondava dimoravano le ombre più cupe. La temperatura calò d’improvviso. La luce cambiò, assumendo una tonalità azzurrina. Mila e Druge si guardarono negli occhi cercando la conferma delle reciproche intuizioni. Entrambi sapevano che cosa li stava braccando.
Mila disegnò con la bocca il labiale di una parola che metteva i brividi nel cuore di ogni Arcon: Draugur, gli spettri di Limbo. Quando il sistema non riusciva a cancellare del tutto un’entità digitale, restava una scia distorta, una creatura rarefatta capace di alterare pericolosamente la struttura di Limbo e di prendere possesso delle altre entità digitali. Di solito questa scia rimaneva vincolata ad un luogo ben preciso, in questo caso la foresta. Mila sapeva bene di cosa si trattava. Ne aveva visti di luoghi assurdi nella sua immortale esistenza. Solamente il Sole Rosso era capace di cancellare definitivamente questi programmi difettosi.
Attinse velocemente alle sue conoscenze di maga, mentre i due guerrieri gemelli le si stringevano attorno. Lo spettro era veloce, impalpabile. Poteva colpirli da un momento all’altro, gettarsi come un’ombra dalle chiome degli abeti vicini, emergere da sotto i loro piedi come una pianta assassina, oppure apparire d’improvviso alle loro spalle e colpirli nel profondo, appropriandosi dei loro impulsi vitali.
Mila bisbigliò velocemente una frase in bit, si udì distintamente il crepitio nell’aria, mentre attorno ai tre incominciò a consolidarsi una parete di luce. L’istante dopo i due guerrieri e la donna si trovavano dentro una teca di energia protettiva. La temperatura continuava a calare, unico segnale della presenza dello spettro.
«Riesci a vederlo?» domandò allora Druge.
«No, ma credo sia molto vicino…» rispose la donna, la cui concentrazione era in parte destinata a tenere insieme l’incantesimo della teca protettiva.
«Dobbiamo uscire da questa foresta…» concluse il guerriero.
«Posso muovere la protezione, ma devo rimanere immobile e concentrata» spiegò Mila.
«Ti porteremo noi. Forza!»
Così i tre si rimisero in marcia, lentamente. Druge teneva la sua donna tra le braccia, mentre l’Arcon che era stato Ryo faceva da apri strada, la spada in pugno. La teca magica si muoveva con loro, lasciando fuori per il momento la creatura invisibile che li braccava.
Percorsero un centinaio di metri. Nessuno di tre aveva idea di quanto fosse grande quel bosco, e soprattutto nessuno poteva sapere fino a dove lo spettro poteva spingersi. Il freddo non aumentava ma rimaneva costante. Druge pensò che la creatura dovesse trovarsi da qualche parte sopra di loro, in attesa di trovare una breccia per poterli colpire. Continuarono ad avanzare un po’ più lentamente, perché il potere di Mila si stava pian piano esaurendo. Il Draugur non li mollava, invisibile, impercepibile se non  per quello strano sbalzo di temperatura.
«Mila, quanto tempo abbiamo?» domandò il guerriero Arcon che la teneva stretta tra le braccia. Lei aprì gli occhi ma rimase concentrata. Riuscì a sussurrare un paio di parole soltanto: «Non molto…»
Druge guardò il gemello. Nono c’erano bisogno di frasi per capirsi. I due uomini erano come due gocce d’acqua.
«Adesso ti metto a terra» disse, sempre rivolto alla donna. «Riduci la protezione alla tua persona, mi hai capito?»
«No!» provò a dire lei, ma l’uomo le avvicinò dolcemente l’indice alle labbra.
«È la nostra unica possibilità…» spiegò lui.
«Non è vero. Posso tenere la protezione ancora per un po’. Forse lo spettro ci lascerà andare…» replicò lei con un filo di voce.
«Adesso!» ordinò Druge, implorandola con lo sguardo.
Allora Mila, incapace di resistere a quella supplica d’amore, chiuse nuovamente gli occhi. Le pareti della teca si restrinsero, lasciando fuori i due guerrieri Arcon, spalle contro spalle, in attesa del gelido tocco del loro avversario.
«Sai quello che devi fare, vero?» domandò Druge al gemello.
«Certo. Dopotutto io sono te» rispose lui.
Un urlo di dolore o forse di disperazione si alzò sopra la foresta. La maga Elenty rimase immobile, sforzandosi di tenere gli occhi chiusi. Non doveva guardare, lo sapeva bene. A volte gli inganni sono solo nella nostra mente…
Udì altri rumori, gli schianti del metallo sul metallo, gli stridii delle lame delle spade, gli aliti d’aria dei fendenti, lo scalpiccio degli stivali sul terreno, ed infine un grido e un rantolo di morte. Il silenzio. L’attesa…
«Mila?» Una voce la chiamava. Di chi era quella voce? Di sicuro non era quella dello spettro che si era impossessato di uno dei due gemelli. Era la voce di Druge, quello ancora vivo. Ma quale dei due?
«Mila, apri gli occhi…»
La donna interruppe l’incantesimo, la teca s’infranse come una bolla di sapone. Poi guardò. Davanti a lei c’era Druge, il suo amore. A pochi metri di distanza, riverso in una pozza di sangue, c’era Druge, il suo amore.
«Chi sei?» domandò la donna.
«Che importanza ha…» rispose lui. Poi la tirò a se e la baciò.

Published in: on aprile 23, 2010 at 10:58 am  Comments (2)  
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LA PROMESSA DI SAWAR

«Perché non può venire con me?»
«Mi spiace ma lo screen di suo figlio non mostra i requisiti necessari per prendere parte al progetto Limbo.»
L’uomo guardò con odio la programmatrice. Lei rimase impassibile.
«Che ne sarà di lui?»
«Parteciperà ad un programma alternativo. Limbo non è l’unica arca della salvezza, questo lo sa anche lei.»
«Si ma… potrò rivederlo?»
«Chissà, forse un giorno…» ma la voce della donna era gelida, priva di emozioni.
L’uomo abbracciò il ragazzo.
«Thomas, ti prometto che ci rivedremo» disse. Poi si addormentò, e sognò di chiamarsi Sawar.
Fu quella promessa non mantenuta a trasfigurargli l’anima.

http://101parole.blogspot.com/

Published in: on aprile 16, 2010 at 7:02 am  Lascia un commento  
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CAPITOLO 17: Il Vampiro di Limbo

PREVIOUSLY ON LIMBO

L’eclisse ha annunciato il tempo dell’Emersione. Gli Arcon credono che consegnando al Guardiano di Mountoor, la montagna sacra, gli oggetti sacri di Seidon, il vecchio mondo tornerà e Limbo smetterà di essere una terra cangiante ed instabile. Gli Elenty, maghi immortali primordi, sanno che la verità è un’altra. L’Eclisse è la campana che segna la fine del lungo tempo di attesa dentro Limbo, un mondo virtuale costruito per conservare l’eredità dell’umanità perduta.

Solamente gli Elenty e le loro copie conservate negli oggetti sacri saranno in grado di lasciare Limbo. Gli Arcon, essendo entità digitali fittizie, non potranno in alcun modo uscire dal loro mondo.

Accanto a Misar e a Jade, la ragazza Keeper protettrice di un oggetto sacro, si sono uniti nuovi compagni di viaggio; Nicon e il giovane Tzadik, più due superstiti della Gilda, e poi Mylo e il mago Elenty Rivier. Insieme dovranno attraversare le Lande del Disordine per raggiungere la montagna sacra.

Sawar, il delirante demolitore di Limbo, ferito dalla spada di Nicon, è vegliato dalla compagna Davinia, nelle grotte rigeneratrici dei Sewolf. La sua vita è appesa a un filo, ed il tempo è l’unica medicina che potrà salvarlo.

Presto la nuova illustrazione di Charles Huxley.

CAPITOLO 17 : Il Vampiro di Limbo

L’unità di controllo aveva fatto partire il programma di deframmentazione, anche se il tempo non era quello giusto. Solo un evento eccezionale era in grado di rompere il ciclo. Wirlock sentì ricomporsi la sua anima, ancora una volta… No, non era un comune Elenty. Era un inganno, un’ombra, o come amava raffigurarsi anche attraverso l’avatar che indossava… un vampiro. Il vampiro di Limbo.
Aprì gli occhi, li mosse lentamente verso una delle quattro finestre di vetro spesso che davano sui fondali del mare infinito. La luce nella Guglia era soffusa, un riverbero turchese che proveniva dalla plancia di controllo. Fuori le ombre degli enormi squali a guardia della torre passavano con intermittenza davanti alle vetrate.
Il corpo di Wirlock era adagiato in un cofano. L’aveva disegnato lui, perché la letteratura vampiresca era stata una delle sue passioni adolescenziali. Ricacciò per l’ennesima volta il senso di colpa che lo ghermiva. Aveva ingannato i suoi compagni che come lui credevano nel progetto Limbo. Gli altri sette della Guglia si erano lasciati morire, come da patto, dopo la fine del primo ciclo. Limbo sembrava procedere nel migliore dei modi, nonostante gli Elenty ribelli. Gli altri programmatori confidavano nel grande disegno e nell’equilibrio delle molteplici parti. Era una teoria affascinante, ma Wirlock sentiva un irrefrenabile bisogno di avere tutto sotto controllo. In gioco vi era la razza umana, dopotutto…
Le informazioni incominciarono a riversarsi nella sua coscienza digitale ancor prima che il suo corpo riuscisse ad alzarsi da quel giaciglio di vampiro. Non poteva crederci. Il tempo era giunto. L’eclisse aveva annunciato l’avvento dell’Emersione… Provò a muovere un dito, ci riuscì appena… Cercò di contenere il tumulto che lo invadeva. Doveva dare al programma il tempo di fare il suo lavoro, dopo di che avrebbe preso in mano la situazione e guidato il grande progetto Limbo verso il suo trionfale successo.
Qualcuno era fuori. Qualcuno era sopravvissuto, o si era evoluto, o forse una nuova forma di intelligenza aveva scoperto il segreto della Rete di Hope. L’uomo poteva ancora salvarsi…
Sbatté violentemente le palpebre, riuscì a sollevare di qualche centimetro la testa. Le fauci spalancate di uno squalo gli sorrisero da oltre una vetrata. C’era qualcosa che non andava. Il suo avatar era immobile ma la sua mente poteva già viaggiare dentro il telaio di quel mondo virtuale che lui, forse più di ogni altro, conosceva come le sue tasche. Proiettò la sua vista sopra Mountoor. La gente si stava già radunando attorno alla montagna sacra. Arcon, Arenty e qualche Elenty immortale, provenienti da ogni angolo di Limbo, si erano accampati non molto lontano dall’entrata delle grotte che portavano alla dimora del Guardiano della montagna. Nessuno ovviamente accennava ad avvicinarsi, perché tutti temevano il gigante. Gli avrebbe invitati lui ad entrare, forse… Wirlock poteva intuire la perplessità che aleggiava tra la gente. Vi erano alcuni Arcon che auspicavano l’inizio di un nuovo mondo, altri che invece erano scettici e si trovavano lì solo per curiosità. I pochi Elenty rimanevano appartati e non si facevano riconoscere. Un gruppo di Testimoni di Seidon profetizzava l’arrivo del loro dio. Vi erano anche dei Keeper con i loro oggetti sacri. Vagavano confusi alla ricerca di consigli, seguiti a vista dai loro protettori. Quasi tutti auspicavano che il Guardiano sarebbe apparso una volta che tutti gli oggetti sacri avessero raggiunto il luogo.
Ancora una volta Wirlock si mosse nel reticolato di quel mondo digitale. Vide il guardiano dormire il grande sonno, nella sua caverna dentro al cuore della montagna, e la cosa lo disturbò alquanto. L’eclisse avrebbe dovuto svegliarlo, invece… E poi il disegno presentava una serie di zone d’ombra. Impossibile capirne i dettagli, era solo una sensazione. C’era qualcosa che non andava, tutto qui…
Doveva muoversi. Doveva raggiungere Mnemonia al più presto, ma la mente non poteva bastare.  Aveva bisogno di riappropriarsi del suo avatar, uscire dalla Guglia e addentrarsi nel mondo dei ricordi, per capire il corso degli eventi e dipanare il velo da ogni mistero. Quel bisogno lo tormentava, lo divorava.
Una mano, quella destra… Adesso poteva muoverla. Un altro giorno e finalmente il programma avrebbe ripristinato totalmente la sua entità digitale. Laggiù, nei fondali del mare infinito, dove una torre di giada svettava solitaria circondata da dodici squali, l’ultimo programmatore del progetto Limbo attendeva il suo risveglio.

Published in: on aprile 9, 2010 at 12:21 pm  Comments (2)  
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L’UOMO DELLE MONTAGNE

La foresta non era sempre stata laggiù.
Ai tempi in cui la comunità dei Falconieri decise di stabilizzarsi nella Valle dei Canti, una larga striscia di terra ricca di alberi da frutto e ruscelli, vi era solo un paesaggio piatto ed incolore oltre la collina più alta, all’orizzonte del quale brillava violentemente un enorme sole azzurro.
Il padre di Diamond raccontava spesso di come un giorno di molti anni prima, salendo sulla collina per far volare il suo falco, aveva scoperto la grande foresta. Giunto in alto aveva guardato oltre la cresta e si era meravigliato davanti a quel mare ombroso di vegetazione che si estendeva fino a una lunga striscia di montagne dai picchi ameni e tinteggiati di bianco. Il sole azzurro doveva trovarsi oltre quella nuova catena montuosa, e il cielo riverberava di argento sopra quel paesaggio appena coniato. Questo era Limbo, un mondo in continuo cambiamento, dove le terre scivolavano via sotto i piedi degli uomini come il tempo sulle loro pelli.
Diamond aveva investito la carica di Cacciatore del Villaggio da qualche giorno, ma ancora non era mai uscito oltre la valle per il suo nuovo incarico. La foresta però la conosceva bene, perché per molti anni era stata il suo rifugio ed il suo posto speciale. Vi si recava quando la solitudine lo attanagliava, mettendo a nudo la sua scomoda condizione di giovane erede al Guanto Dorato di capo del villaggio. Era la carica che suo padre aveva in serbo per lui e non poteva rifiutarla.
Ereditare le responsabilità di una comunità intera non era cosa da poco. I Falconieri contavano oltre duecento elementi, compresi donne e bambini, e organizzare la prossima migrazione sarebbe stato il suo più grande compito, il compito di ogni capo delle decine di comunità nomadi di Limbo.
Quando il sole rosso che determina la fine del mondo fosse apparso all’orizzonte, sarebbe giunto di nuovo il tempo di migrare verso il sole azzurro, alla ricerca di una nuova terra sulla quale fondare il villaggio. Il pensiero di quella grossa responsabilità lo faceva spesso sentire solo nell’insicurezza di non sentirsi all’altezza di quell’incarico.
Mentre quei pensieri turbinavano nella sua mente, si ricordò del suo amico falco che cacciava sopra le alte chiome della foresta. Scrutò lo squarcio di cielo dalla radura nella quale era giunto ma non vi era traccia dell’uccello. Vide però del fumo librarsi dal fianco della montagna più vicina, segno inconfondibile della presenza di un viaggiatore poco avveduto. Era infatti risaputo che la catena montuosa oltre la Valle dei Canti era azzardata e priva di sentieri facili, e una leggenda parlava anche di uomo solitario e pericoloso che si aggirava con misteriosi intenti tra i boschi e le nevi perenni di quei rilievi. I Falconieri evitavano accuratamente le montagne, e i viaggiatori saggi sapevano che vi erano strade migliori per attraversare quel territorio.
Diamond chiamò il suo falco con tre acuti suoni del fischietto che teneva appeso al collo, una sequenza di note che era il tipico richiamo dei Falconieri. Attese qualche istante, mentre il silenzio della foresta lo sovrastava, e si guardò attorno, aspettandosi di veder sopraggiungere da un momento all’altro il suo amico alato. Ma non accadde niente.
Con l’agilità di uno scoiattolo il ragazzo incominciò ad arrampicarsi su un albero che sporgeva la chioma oltre il tetto della foresta, e giunto abbastanza in alto da poter gettare lo sguardo in ogni direzione, soffiò tutto il fiato che aveva nei polmoni dentro l’imboccatura del fischietto. Il falco però continuava a non rispondere al richiamo. Scrutando il cielo giallo sopra la foresta, Diamond si accorse che nessun uccello vi volteggiava, nessuna nuvola lo attraversava, e il sole era scomparso, fuso insieme al cielo stesso per dare vita a quell’intensa luminosità dorata.
Significava che si stava facendo tardi e che il quinto margine del giorno era passato da tempo. A casa i suoi genitori lo stavano già aspettando, ma non poteva tornarsene al villaggio senza il suo amico alato. Sarebbe stato un grande disonore per qualsiasi falconiere, figuriamoci per l’ereditario del Guanto Dorato.
Continuò a fischiare seduto sul ramo del gigantesco albero, sperando di scorgere un movimento, un segno della presenza del suo amico. Un grido squarciò il silenzio della foresta. Diamond sussultò e per poco non perse la presa che lo teneva aggrappato al ramo. Era sicuramente il richiamo del suo falco, e sembrava provenire dalla montagna, dove continuavano a librarsi nell’aria le nuvolette di fumo del bivacco del viandante. Con due agili salti Diamond atterrò sul sentiero e senza perdere tempo si diresse verso la montagna, verso il richiamo dell’uccello che presagiva un pericolo.
Giunto ai piedi dell’altura si accorse che la foresta continuava a ricoprire il terreno per quasi l’intero fianco della montagna, ma appena il sentiero incominciò a inerpicarsi tra le rocce e la vegetazione, questi si perse in una piccola radura priva di sbocco. Alzò gli occhi al cielo che perdeva lentamente il suo colore dorato per farsi scuro e buio. Adesso Diamond temeva di non riuscire a tornare a casa se l’imprevedibile notte di Limbo fosse sorta senza luna e senza stelle.
Usò nuovamente il fischietto nella speranza di un qualche risultato. Da quella radura poteva solo tornare indietro per il sentiero dal quale era giunto, oppure tentare la sorte verso una direzione casuale dentro la vegetazione, una decisione che poteva farlo smarrire nelle viscere della foresta. Ora non temeva solamente per la sorte del suo amico falco ma anche per la sua. Gli tornarono in mente le storie sull’uomo delle montagne, lo strano tizio che si aggirava da quelle parti senza una meta apparente, un mago secondo alcuni, un pazzo secondo altri. E se fosse stato il suo fuoco quello che aveva intravisto dalla cima dell’albero?
Ad un tratto la temperatura sembrò calare vertiginosamente, ma il fenomeno durò solo qualche secondo. Poi il paesaggio attorno al ragazzo crepitò di elettricità, un effetto ottico che fu subito accompagnato da una melodia inafferrabile, uno di quei rari fenomeni chiamati Canti di Limbo, musiche provenienti da remote dimensioni che affioravano nell’aria nei momenti più strani. La melodia durò meno di un minuto, spegnendosi con una nota lunga e grave, poi tutto sprofondò nel silenzio. Un attimo dopo Diamond avvertì un movimento alle sue spalle tra i cespugli, ma era come pietrificato e per un istante non riuscì a muovere un dito. Poi, come scosso da una forza interiore sconosciuta, girò su stesso sfoderando il coltello che teneva appeso alla cintura, un regalo del padre per la sua nuova investitura.
Davanti ai suoi occhi lo sovrastava una figura imponente.  Aveva il volto come scolpito nella roccia, ed occhi che sprofondavano in un precipizio di assurde conoscenze. Quando lo sguardo del ragazzo incrociò quello dell’uomo, una baratro di follia si aprì sotto i suoi piedi. Diamond vide riflesso negli occhi dell’uomo una vita lontana milioni di ere. Sembrava che l’intera figura, alta una spanna più di lui, emanasse una strana fluorescenza. L’uomo delle montagne era muto, ma parlava con gli occhi.
«Ragazzo, che pena mi fa la tua vera natura, la tua sola bugia…»
Le parole dell’uomo non avevano suono, eppure la mente di Diamond riusciva a percepirle. Quale fosse il loro significato non avrebbe mai potuto intuirlo. Il ragazzo si voltò di scatto e si gettò nella foresta, alla ricerca di quel sentiero che lo avrebbe ricondotto a casa. Udì il suono di un ghigno rimbombare dentro la sua testa, come se lo straniero ridesse di lui e della sua vigliaccheria. Il sentiero si era fatto liquido sotto i suoi piedi, ed ignorava il dolore dei rami che gli sferzavano la faccia. Diamond era lanciato in una folle fuga lontano da quell’uomo, e di sicuro non si sarebbe neanche voltato un momento se i suoi pensieri non fossero andati all’amico falco. Non fu la paura di essere disonorato per la perdita dell’animale che lo fece fermare, ma la genuina preoccupazione per il suo fedele amico. Diamond frenò la sua corsa appigliandosi ad un ramo e voltò lo sguardo verso la radura appena lasciata. Lo straniero era ancora laggiù e stringeva qualcosa nella mano, qualcosa che si dimenava gridando; il suo falco.
«Lascia andare il mio falco!»
Diamond sentì gridare queste parole dalla sua bocca, una reazione che lo sorprese profondamente. Provò a pensare a come uscire da quella situazione, ma si accorse di non avere nessuna possibilità. L’uomo che aveva davanti era sicuramente un mago e la sua vita era ormai nelle sue mani. Poteva solo continuare a fidarsi di quell’istinto che lo aveva fatto fermare e urlare quelle parole. Lo straniero rise nella sua testa, ma il suo volto era sempre di roccia.
«Hai coraggio, piccolo Arcon. Chissà che strana derivazione sei? Potresti essere addirittura mio parente?»
Ancora una volta quelle parole attraversarono la mente di Diamond senza lasciare traccia. Il ragazzo non aveva la minima idea di cosa stesse dicendo lo straniero.
«Non so di cosa state parlando. Io sono solo un Falconiere della valle, e quello è il mio falco. Lasciateci andare!»
L’uomo avvicinò al suo volto l’uccello che si dimenava.
«Rivuoi il tuo amico?» Domandò l’uomo nella testa del ragazzo. «Ecco qua!»
Con un rapido movimento del braccio lo straniero scagliò l’animale verso Diamond che lo vide congelarsi nell’aria, paralizzato da qualche strana magia, e atterrare ai suoi piedi con un rumore di vetri spezzati. Incredulo il giovane Falconiere vide il suo falco andare in frantumi.
Se la follia non lo colse davanti a questa visione, per poco non ci riuscì quando la risata dell’uomo attraversò nuovamente la sua testa. In quel momento la foresta incominciò a girare e Diamond si ritrovò disteso sopra i pezzi di vetro sparsi sul sentiero. Due notti caddero in quel momento, quella di Limbo sul paesaggio e quella del ragazzo nella sua mente.
Quanto di tutto ciò fosse stato un sogno oppure no lui non riuscì mai a capirlo. Diamond venne svegliato la mattina dopo dal punzecchiante becco del suo amico. Ripercorse il sentiero fino alla Valle dei Canti, trascinando due gambe pesantissime e tenendosi una testa dolorante tra le mani.
Da allora si tenne molto distante dalle montagne, ma ogni volta che visitava la foresta gettava lo sguardo verso di quei rilievi, cercando il segno di un bivacco, una traccia di fumo nel cielo. E a volte succedeva che vi era davvero qualcuno lassù che alimentava un fuoco, probabilmente un viandante poco avveduto, un nomade sulla strada sbagliata, oppure…

Norg – agosto 2006

Published in: on aprile 2, 2010 at 8:36 am  Comments (2)  
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