CAPITOLO 10: Ritorno dall’abisso – Prepararsi alla battaglia

PREVIOUSLY ON LIMBO…

Jade degli Arceri Rossi è un Keeper, protettore degli oggetti sacri di Seidon. Insiema a Misar e il gigante Yumo, si reca presso la Gilda di Nicon, dove conosce il giovane Tzadik…

…nel frattempo il mago Rivier e il suo apprendista Mylo vengono catturati dai Testimoni di Seidon, fanatici religiosi pronti a muovere battaglia contro gli eretici della Gilda di Nicon. Una volta che i due prigionieri sono condotti al cospetto del primo ministro Tawares, vengono misteriosamente rilasciati…

…segretamente i due maghi fuggono dall’accampamento per andare ad avvertire Nicon dell’imminente battaglia. Una volta giunti presso la gilda irrompono nella tenda nella quale  Nicon e il gruppo di Jade discutono animatamente. Pochi istanti più tardi la ragazza viene colta da un malore…

…intanto la torre galleggiante di Sawar  avanza portando con se distruzione e morte. Lo stregone corrotto è ossessionato dalla ragazza e dal suo oggetto.

CAPITOLO 10: Ritorno dall’abisso – Prepararsi alla battaglia

Nella tenda che era stata del padre di Jade, il respiro della ragazza era lieve ma regolare. Misar le teneva la mano, mormorandole parole rassicuranti. Si augurava che se fosse riuscita ad agguantare anche una singola sillaba di quel turpiloquio, sarebbe stata capace di risalire dall’abisso in cui era sprofondata.  Yumo stava in piedi a due passi da loro. Non si muoveva e teneva l’ascia pronta. Nella tenda c’era anche Nicon, ma il gigante non gli permetteva di avvicinarsi. Stava per concludersi il quinto margine, e presto la notte improvvisa di Limbo sarebbe calata accendendo nel cielo la cometa. Il capo della gilda era combattuto. L’Elenty gli aveva parlato di un possibile attacco a sorpresa da parte dei Testimoni di Seidon. Lui avrebbe volentieri ignorato quel segnale, ma qualcosa gli diceva che il Primigenio non stava mentendo. D’altra parte però non potevano muoversi, se non volevano mettere in pericolo la ragazza, e per quanto a lui non interessasse il destino di un Keeper, rimaneva un uomo d’onore. L’ospitalità era sacra, e se fosse capitato qualcosa alla ragazza non se lo sarebbe mai perdonato.
Pensava a tutto ciò mentre osservava il gigante Arenty ed il vecchio, in ginocchio accanto al gracile corpo di Jade. Aveva offerto il suo aiuto, aveva provato ad attingere alle sue conoscenze magiche per riportare indietro la ragazza, ma non ci era riuscito. Qualcosa di oscuro e potente l’aveva colpita. In principio credeva fosse opera di quel Rivier, per questo motivo gli aveva intimato di allontanarsi dalla ragazza. Adesso invece credeva che dietro al sortilegio ci fosse qualcun altro, un nome che era ben conosciuto in tutta Limbo, ma che nessuno osava pronunciare.
«L’Elenty dice che forse potrebbe aiutarla» disse Nicon, rivolto al vecchio. Misar interruppe la litania e aprì gli occhi.
«Hai detto che non c’è da fidarsi di lui.»
«Beh, vorrei non essere costretto a fidarmi, ma se avesse ragione e i Testimoni ci sorprendessero davvero in queste pianure, non avremo scampo, né i miei uomini né tanto meno voi tre. »
Misar annuì, accarezzando la fronte della ragazza.
«Perché ce l’hai con lui?»
«Vecchio, non ho nulla contro di lui in particolare, ma ce l’ho con gli Elenty, e se tu avessi a cuore il destino di ogni Arcon come ne ho io, anche tu faresti fatica a fidarti di uno come lui.»
«Ancora i Misteri? E se ti sbagliassi?» La domanda di Misar rimase sospesa. Nicon gli regalò un sorriso amichevole, che nascondeva un pizzico di arroganza.
«Va bene, digli di venire» concluse il vecchio, tornando a guardare la ragazza.
Nicon uscì dalla tenda e si avviò verso il limitare dell’accampamento, oltre una duna ricoperta di sterpaglie rivolta verso le lontane montagne. Laggiù c’erano i due stranieri, e insieme a loro il giovane Tzadik. C’era qualcosa che lo affascinava in quel ragazzo. Gli ricordava la sua adolescenza. La curiosità, la caparbietà e la purezza, qualità essenziali per chi voleva conoscere i Misteri e difendere Limbo dall’ignoranza dei religiosi e dagl’infimi progetti dei Primigeni.
Decise che avrebbe assecondato la sua indiscrezione, ignorandolo di proposito, lasciando il guinzaglio il più lungo possibile.
«Se le tue non sono fandonie, non ci rimane molto tempo per organizzare una controffensiva» esordì Nicon, appressandosi ai tre. Si alzò un vento caldo che portava il profumo del mare infinito. Ma il mare distava molti giorni di marcia dalle pianure del vespro.
«Bene, finalmente possiamo muoverci…» borbottò Rivier sottovoce. Mylo soffocò un sorriso. L’Elenty s’incamminò speditamente verso la tenda di Jade. Non degnò Nicon neanche di uno sguardo. Il capo della gilda rimase immobile, scrutando l’orizzonte.
«Sono laggiù?» domandò.
Mylo si schiarì la voce.
«Si…» fu tutto quello che disse.
Tzadik, in attesa di una ramanzina, si tenne a qualche passo di distanza, ma Nicon continuò ad ignorarlo. Presto sarebbero giunte le tenebre, e di notte i Testimoni non avrebbero di sicuro attaccato la carovana. Manipolando la realtà, gli uomini di Nicon potevano vedere molto meglio al buio.
La battaglia, se ci sarebbe stata, li aspettava il giorno dopo.

Rivier si avvicinò alla ragazza protendendo entrambe le mani. L’Arenty non lo perdeva d’occhio. Misar si era spostato ed osservava la scena da un angolo della tenda.
L’Elenty appoggiò i palmi sul petto che si alzava ed abbassava dolcemente, ma evitò di toccare il medaglione legato al collo. Iniziò a deformare la realtà con parole sottili, muovendo impercettibilmente i polpastrelli. Era un lavoro alquanto delicato, comparabile ad un’operazione chirurgica. Recuperare l’entità e riportarla nel corpo senza danneggiarne la struttura. Un compito non facile ma fattibile. Eppure c’era qualcosa che ostacolava il ritorno.
«Misar, ho bisogno del tuo aiuto…» sussurrò l’Elenty rimanendo con le mani sopra il torace della ragazza. Il vecchio gli si fece accanto.
«Dimmi…» domandò.
«Devi fidarti di me. Dimentica per un momento le regole e le leggende. Non aver paura…» Rivier si fermò, per dare la possibilità al vecchio Arcon di comprendere bene quello che gli aveva appena chiesto. Poi riprese a parlare.
«Devi rimuovere il medaglione» disse.
Misar non nascose la meraviglia. Gli oggetti di famiglia erano sacri. Solamente gli ereditari potevano rimuoverli dai Keeper, e le leggende Arcon parlavano chiaro riguardo alle maledizioni che cadevano su coloro che si permettevano di fare una cosa del genere senza il consenso dello stesso Keeper. Adesso quell’Elenty, vera e propria leggenda vivente al suo cospetto, gli chiedeva di rimuovere l’oggetto da Jade.
«Arcon, se vuoi che lei si risvegli, fai quello che ti dico» incalzò Rivier. Erano le parole di cui Misar aveva bisogno. Avrebbe fatto qualsiasi cosa per quella ragazza che sentiva come sua figlia. Aveva promesso al suo amico Ethan che l’avrebbe protetta, e la paura di una maledizione non l’avrebbe certo fermato.
Avvicinò le dita alla catena del medaglione, aspettandosi di rimanere fulminato. Invece non successe niente. Fece passare l’oggetto oltre la testa della ragazza dormiente, e lo depose accanto, felice di liberarsene il più velocemente possibile.
Rivier tornò a blaterare in quella lingua complicata che era il Bit, l’idioma dei maghi. Trascorsero attimi che parvero a Misar interi cicli. La fronte dell’Elenty s’imperlò di sudore, ma alla fine un sorriso gli si disegnò sul volto. Disse «Ci siamo…», e un attimo dopo la ragazza riaprì gli occhi.
«Chi sei?» sussurrò. Poi la mano le andò di scatto al collo. Sbarrò gli occhi quando si accorse che il medaglione non era più lì, ma Misar fu svelto a rimetterglielo al collo. Il volto di Jade si rilassò, ma aspettava una risposta.
«Mi chiamo Rivier. Qualcuno ha estirpato la tua entità. Eri davvero lontana, ma sono riuscito a riportarti da noi…»
La ragazza cercò di tirarsi su, ma capì che non era una buona idea. Rimase supina e cercò con gli occhi i suoi due amici, che non si erano mai mossi dal suo cospetto.
«È vero, ero molto lontana. È stato lui…» la frase le morì in gola.
«Ancora quell’uomo?» domandò Misar, prendendole la mano.
«Sawar è il suo nome. Il Delirante Demolitore di Limbo.» Quelle poche parole, pronunciate a voce alta dall’Elenty, rimbombarono nella testa di Jade. Sawar era una leggenda, un brutta storia da raccontare ai bambini cattivi, un nome che metteva i brividi e che pochi avevano il coraggio di pronunciare.
«Ma come è possibile…» Misar non riuscì a terminare la frase.
«Cosa sapete di Sawar?» domandò Rivier, alzandosi in piedi. Jade lo guardò dal basso, leggenda tra le leggende, Elenty immortale, mago e divinità al tempo stesso. O forse solamente un uomo.
«Ho sempre creduto che fosse una favola, come quella degli orchi…»
«Sawar è tutt’altro che una favola. Egli è molto più reale di quello che immagini. Naviga Limbo su una Torre Galleggiante, distruggendo tutto quello che incontra. Anche lui è un Elenty come me, ma al pari dei suoi amici, Davinia la perfida ed Ekaron il matto, desidera solo una cosa: distruggere Limbo e tutti gli Arcon che lo abitano.» Poi la voce dell’immortale si affievolì. Tornò a guardare negli occhi la ragazza.
«Il tuo medaglione. Lui lo vuole, e farà tutto ciò che è in suo potere per averlo. Per interi cicli lo ha cercato in lungo e in largo, e adesso è riuscito finalmente a localizzarlo. Sarà qui presto, temo. Voleva rallentarti e ci è riuscito, ma se non ti avessi risvegliato per te non ci sarebbe stato scampo.»
«Perché io? Perché il medaglione?» La voce di Jade era strozzata da un senso di disperazione.
«Il medaglione contiene il doppione di Sawar, la sua entità duplicata. Crede che gli appartenga, ma non è così. Ma è inutile che provi a spiegarvi oltre. Sappiate soltanto che Sawar farà di tutto per averlo.»
«Ma come potrei fronteggiare un mostro come Sawar?» Non sembrava esserci una risposta a quella domanda. Rivier rimase in silenzio, osservando l’Arenty. Il gigante non sarebbe durato molto contro le belve al servizio dell’Elenty corrotto.
«È solo il medaglione che vuole. Dopotutto non vale un granché, se non credi alle leggende Arcon» affermò Rivier con leggerezza. Jade gli rivolse uno sguardo carico d’odio. Come poteva chiedergli una cosa simile? Abbandonare l’oggetto di famiglia era il gesto più disonorevole che si potesse compiere. Nessuna comunità l’avrebbe più accettata, tranne forse la Gilda di Nicon, per non parlare dei Testimoni che l’avrebbero accusata di alta eresia, e condannata al rogo. E poi, malgrado le cose che aveva sentito, lei credeva ancora nella sua missione.
«Non posso decidere per te, ragazza. Comprendo benissimo come ti senti, ma io ti ho solo detto come la penso. Spero di esservi stato d’aiuto. Se desiderate altre risposte, potete trovarmi nella mia tenda.» E dettò ciò Rivier uscì, nelle ombre del primo margine della notte.
Jade lo guardò allontanarsi, quasi incapace di pensare. In meno di un giorno l’intera sua percezione del mondo era cambiata, la lotta interiore per accettare il suo destino di Keeper si era trasformata nel disappunto di essere un inutile pedina di un gioco troppo grande. Verità, mezze verità, verità incomprese ed incomprensibili. Forse la notte avrebbe portato consiglio, almeno che l’uomo dei suoi incubi non l’avesse sorpresa nel sonno.

Rivier si recò da Nicon. Questa volta l’Arcon lo ricevette senza mostrare reticenza. Sentiva che qualcosa di brutto stava per succedere. A suggerirglielo erano i suoi sensi di mago, e di loro si era sempre fidato.
«Come sta la ragazza?» domandò secco il capo della gilda.
«Adesso bene, ma le cose potrebbero mettersi ancora peggio di come sono.»
«Cosa vuoi dire?»
«Lo stregone che ha giocato con la sua anima sta venendo qua. Vuole il medaglione che ha al collo, l’oggetto sacro…»
Nicon scrutò le espressioni indefinibili dell’immorale. Cercava un appiglio per rifiutare quello che aveva appena intuito.
«Sawar…» sussurrò l’Arcon.
«Proprio lui» annuì Rivier.
Trovarsi tra l’incudine e il martello era una situazione che lasciava solo una possibilità. Bisognava trasformare quella terribile contingenza in un’arma a proprio favore. Nicon riunì i suoi uomini davanti al fuoco. Rivelò loro ciò che sarebbe successo il giorno dopo, la morsa letale nella quale si trovavano. Disse di dormire un buon sonno, perché poteva essere l’ultimo. Non servivano vere e proprie strategie, perché nessuno poteva davvero prevedere cosa sarebbe successo. Ma Nicon parlò molto quella sera, e tutti lo ascoltarono, anche la ragazza e il vecchio, con l’Arenty muto che non li perdeva d’occhio. Rivier, insieme al suo allievo, riconobbe il valore di quell’uomo, la risolutezza nella sua voce e nel suo volto, rischiarato dalle fiamme del campo. Forse poteva esserci una speranza per la gilda. Forse.
Ed infine Tzadik, che credeva di aver trovato dei nuovi amici. Aveva parlato molto insieme a quel ragazzo, apprendista stregone e compagno dell’Elenty. Mylo era il suo nome, e in qualche modo lo sentiva vicino. Le strade si erano incrociate. Succede sempre così, quando la storia si avvicina ad una svolta. Qualcosa di grande stava per succedere, e tutti, chi più chi meno, riuscivano a sentirlo.
Eppure nessuno poté immaginare quello che accadde il giorno che seguì.

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Published in: on gennaio 8, 2010 at 8:35 am  Comments (2)  
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  1. […] era sacra, e se fosse capitato qualcosa alla ragazza non se lo sarebbe mai perdonato… continua… « Prima CERCHI DI FUMO Gennaio 6, […]

  2. […] Nella tenda che era stata del padre di Jade, il respiro della ragazza era lieve ma regolare. Misar le teneva la mano, mormorandole parole rassicuranti. Si augurava che se fosse riuscita ad agguantare anche una singola sillaba di quel turpiloquio, sarebbe stata capace di risalire dall’abisso in cui era sprofondata. Yumo stava in piedi a due passi da loro. Non si muoveva e teneva l’ascia pronta. Nella tenda c’era anche Nicon, ma il gigante non gli permetteva di avvicinarsi. Stava per concludersi il quinto margine, e presto la notte improvvisa di Limbo sarebbe calata accendendo nel cielo la cometa. Il capo della gilda era combattuto. L’Elenty gli aveva parlato di un possibile attacco a sorpresa da parte dei Testimoni di Seidon. Lui avrebbe volentieri ignorato quel segnale, ma qualcosa gli diceva che il Primigenio non stava mentendo. D’altra parte però non potevano muoversi, se non volevano mettere in pericolo la ragazza, e per quanto a lui non interessasse il destino di un Keeper, rimaneva un uomo d’onore. L’ospitalità era sacra, e se fosse capitato qualcosa alla ragazza non se lo sarebbe mai perdonato… continua… […]


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