CAPITOLO 12: La notte improvvisa

PREVIOUSLY ON LIMBO…

Jade degli Arceri Rossi è un Keeper, protettore degli oggetti sacri di Seidon. Insiema a Misar e il gigante Yumo, si reca presso la Gilda di Nicon, dove conosce il giovane Tzadik…

…nel frattempo il mago Rivier e il suo apprendista Mylo vengono catturati dai Testimoni di Seidon, fanatici religiosi pronti a muovere battaglia contro gli eretici della Gilda di Nicon. Una volta che i due prigionieri sono condotti al cospetto del primo ministro Tawares, vengono misteriosamente rilasciati…

…segretamente i due maghi fuggono dall’accampamento per andare ad avvertire Nicon dell’imminente battaglia. Una volta giunti presso la gilda irrompono nella tenda nella quale  Nicon e il gruppo di Jade discutono animatamente. Pochi istanti più tardi la ragazza viene colta da un malore…

…Jade è caduta in sonno magico propiziato da Sawar, che la cerca disperatamente manovrando la sua Torre Galleggiante e seminando distruzione in tutte le terre di Limbo. L’elenty Rivier, con l’aiuto della magia, riesce a riportare l’anima della Keeper nel suo corpo. Poi la gilda si mette in movimento, preparandosi alla battaglia contro i Testimoni…

…lo scontro tra i Testimoni di Seidon e la Gilda di Nicon esplode inevitabilmente sulle pianure del vespro. Il risultato della battaglia e’ incerto quando la torre galleggiante di Sawar irrompe sul luogo dello scontro.


CAPITOLO 12
La notte improvvisa

La Torre Galleggiante sovrastava il campo di battaglia, con le sue rocce appuntite, i bassi torrioni merlati e il grande bastione centrale. Dalla finestra più alta un uomo guardava estasiato le scene di violenza che prendevano luogo più sotto. Esseri deformi fatti di pietra e gesso azzannavano e stritolavano gli Arcon dei due schieramenti, che nella peggiore delle ipotesi si erano uniti per combattere il nemico comune. I Testimoni cadevano di fianco ai cavalieri della Gilda, fratelli di spada davanti alla follia omicida dell’Elenty corrotto.
Davinia si stringeva al suo amante e guardava oltre il mare di corpi maciullati. Avvertì l’eccitazione del suo compagno e avrebbe voluto approfittarne, ma in quei momenti Sawar non voleva essere assolutamente disturbato. Rimase vicino a lui, stringendosi ancora più addosso, accarezzandolo nelle parti intime. L’avrebbe avuto più tardi, quando tutto si sarebbe concluso e le urla sarebbero cessate.
Ma qualcosa colse la sua attenzione. Un gruppetto distaccato, un gigante Arenty, quattro cavalieri ed un mago impegnato in un complicato incantesimo. Indicò la scena al suo compagno, lo sentì irrigidirsi, maledire Limbo per l’ennesima volta.
«Fai atterrare subito la torre!» ordinò ad Ekaron, che aveva il compito di guidare l’assurda magione volante.
La struttura cominciò a muoversi verso il basso. Era un’operazione non facile ma necessaria, perché Sawar aveva intuito la natura dell’incantesimo di quel mago. Rivier, maledetto lui, pensò. Evocò una sfera di fuoco e la scagliò verso il basso. Tre cavalieri vennero arsi vivi. L’Elenty riuscì a sentirsi un po’ meglio. Poi le pareti del bastione incominciarono a tremare.
«Che succede?» domandò Davinia. Vide i suoi occhi riempirsi di collera.
«Ci sa fare con la roccia quel dannato Elenty! Dobbiamo uscire di qui. Tra poco crollerà tutto quanto!» le rispose.
«Ekaron?» chiese.
«Se riuscirà a farla atterrare prima che crolli tutto forse avrà una possibilità di salvezza… Andiamo!»
Le due figure si proiettarono fuori dalla finestra, un volo in caduta libera rallentato da alcune parole in lingua Bit. Un attimo dopo, proprio nel momento in cui la struttura volante toccava terra, il bastione centrale si sbriciolò.
La battaglia continuava ad infuriare poco distante dal luogo in cui la torre era atterrata. Nicon sapeva che le spade non erano di grande aiuto contro golem e gargoyle, almeno che non si ricoprissero di uno strato magico, poche parole per alterare la struttura della lama e far si che penetrasse nella roccia come il burro. Per questo motivo il terreno attorno al capo della Gilda era ricoperto di arti mutilati e pezzi di gesso.
Ma non tutti i cavalieri potevano avvalersi di un simile vantaggio. Le belve erano centinaia e avevano già apportato  enormi perdite nelle file dei Testimoni. Lo stesso Tawares era stato gravemente ferito ed un piccolo distaccamento dell’esercito aveva ripiegato verso le montagne, cercando di portare in salvo il proprio capo. I Testimoni di Seidon combattevano con onore, ma non avevano molte speranze.
Sawar e Davinia avevano intanto raggiunto la terra ferma. Gli scontri continuavano sempre più cruenti a pochi passi da loro, ma all’Elenty corrotto non interessavano. Era la ragazza che voleva e per raggiungerla avrebbe dovuto aggirare l’intero campo di battaglia, e affrontare quel dannato Rivier. Richiamò una decina delle sue belve. Lui e Davinia montarono in groppa a due di queste e si lanciarono al galoppo aggirando il luogo dello scontro. Presto si ritrovarono davanti al gigante.
La scena che seguì ebbe il sapore di un deja-vu per Jade; erano i frammenti dei suoi più recenti incubi. Yumo ingaggiò un feroce combattimento con le Belve che gli si gettarono contro. Spaccò zampe e teste di pietra, coprendo ogni breccia, parandosi di fronte ai suoi compagni come un muro insormontabile. Mylo e Tzadik erano pronti a dargli manforte, ma entrambi si rendevano conto che non sarebbero durati molto contro quelle creature. Più dietro Rivier doveva ancora riprendersi dal tremendo incantesimo che aveva proferito. Il potere al quale aveva attinto lo aveva prosciugato, e adesso riusciva a stento a stare in piedi.
Yumo lottò come una macchia da guerra. L’ascia perdette il filo ma continuò a spaccare, perché la forza impressa dall’Arenty era a dir poco devastante. Ma le belve erano troppe. Sawar aspettava che cadesse. Fermo sulla sua cavalcatura, Davinia al suo fianco, si compiaceva di quello scontro impari. I muscoli del gigante erano ormai ricoperti di tagli, il volto deformato da contusioni. Il sangue scorreva copioso da molte ferite. Eppure continuava a lottare, perché era nato per quello. Proteggere l’oggetto di famiglia, ad ogni costo.
Cadde in ginocchio, ma continuò a ruotare l’ascia. Recise un’altra testa di gesso, poi bocche zannute afferrarono e strapparono le carni del braccio che teneva l’arma. Cadde questa volta senza speranza, e non riuscì più a muoversi. Forse udì l’urlo di disperazione di Jade, prima di chiudere definitivamente gli occhi su Limbo.
Con Yumo fuori gioco resistere diventava inutile. La ragazza Keeper afferrò il medaglione. Forse poteva ancora salvare gli altri. Che senso aveva continuare a lottare. Il suo sguardo si perse nella distanza, dove gli uomini continuavano a combattere e a morire, per ragioni che forse non significavano niente. I Misteri, le leggende, Seidon, la montagna sacra…. Che senso aveva tutto ciò.
«È solo questo che vuoi!» urlò la ragazza rivolta all’uomo dei suoi incubi. Lo aveva riconosciuto subito. Il volto scarno, gli occhi ricolmi di follia. Sawar… «Prendilo allora, e lasciaci in pace!»
In risposta udì una risata agghiacciante. Misar le appoggiò una mano sulla spalla. Quel gesto significava che gli era vicino, che avrebbe combattuto per lei, che avrebbe assecondato le sue scelte. Anche Mylo e Tzadik, i due ragazzi che conosceva solo da un paio di giorni, le si fecero appresso.
«E dovrei rinunciare a vederti dilaniare dalle mie care bestiole?» replicò l’Elenty sogghignando.
Poi la luce cambiò.
Le variazioni di luminosità erano comuni nelle pianure del vespro, ma tutti si accorsero che c’era qualcosa di diverso in quello strano abbassamento di luce. I colori divennero smorti, le ombre sbiadirono. Jade volse lo sguardo al cielo. Istintivamente lo fecero anche gli altri, i compagni che le stavano accanto, Rivier qualche passo più indietro, stanco a tal punto da non riuscire neanche a camminare, i cavalieri che non erano impegnati a lottare. Gli stessi Sawar e Davinia non riuscirono a resistere a una strana sensazione. Guardarono in su e il loro cuore si fermò per un attimo.
Il sole si stava oscurando. Era finalmente giunto il tempo dell’Emersione, l’eclisse che segnava l’avvento del grande cambiamento, come dicevano le leggende degli Arcon e confermavano i Misteri. Il Guardiano della montagna sacra era pronto ad accettare i sacri oggetti, dopo di che una nuova era sarebbe incominciata.
«Non posso crederci…» mormorò Sawar, forse il piú meravigliato di tutti. Il volto di Davinia era bianco come la luna. Quasi perdette il controllo della sua cavalcatura. E poi Rivier, l’altro Elenty presente sul campo da battaglia. Adesso stava in piedi, con lo sguardo puntato sul sole che lentamente veniva oscurato. Gli erano ritornate le forze. Incredulo ripeté. «É arrivata…».
Mentre per i tre Elenty, che tanto avevano atteso quel momento, il tempo sembrava essersi fermato, un uomo spronò il suo cavallo oltre le belve che lo braccavano. Nicon era il suo nome. Non credeva alle leggende Arcon e ripudiava gli affari degli Elenty. Per questo motivo si mosse veloce verso il nemico. Nei suoi occhi brillava il desiderio di vendetta. Molti dei suoi compagni giacevano riversi al suolo, dilaniati da quelle assurde statue animate.
Sawar guardava ancora l’astro oscurarsi quando la lama di Nicon gli trapassò il petto. Un colpo alle spalle, forse non onorevole, ma poteva considerarsi decoroso il modo in cui l’Elenty corrotto mieteva le sue vittime?
Davinia urlò ancora prima del suo compagno. Un fiotto di sangue fuoriuscì dalla bocca di Sawar. Ruotò gli occhi, si accasciò sulla cavalcatura, l’elsa della spada gli spuntava da sotto la scapola. Allora Davinia fu rapida ad afferrare le sue redini e a lanciarsi al galoppo attraverso le praterie. Cavalcò spedita attingendo alla magia che conosceva. Nicon la inseguì per finire il lavoro, ma presto venne distanziato.
Davinia pianse mentre cavalcava, perché il suo era comunque amore, anche se distorto, come distorta era tutta quella storia, fatta di impulsi elettrici e prigioni dorate. Sawar giaceva riverso sul dorso del gargoyle, trafitto dalla spada dell’Arcon. Lei lo teneva aggrappato con un semplice incantesimo. Pregò che fosse ancora vivo, anche se non sapeva chi stava pregando. Non aveva mai creduto in Dio, né prima né dopo Limbo, ma si ritrovò a pregarlo. Per la prima volta da quando era diventata una mera sequenza di codici binari dubitò della sua non esistenza.
«Ti prego, fai che viva!» urlò alle praterie del vespro. Nel cielo il sole era diventato un disco nero.

Scarica l’illustrazione in alta definizione

Published in: on gennaio 29, 2010 at 9:46 am  Comments (2)  
Tags: , , , ,

I GIOCHI ERORICI DI DAVINIA (101 Parole)

I suoi baci incominciavano ad annoiarlo. Tutto lo annoiava, ormai.
Lei gli si avvicinò con addosso solamente due veli. C’era qualcosa di diverso nei suoi occhi.
Lui rimase immobile, in attesa del solito rituale. Invece si sentì afferrare le tempie.
«Vieni con me!» sussurrò Davinia.
Sawar avvertì una vibrazione intensa. Poi accettò l’invito.
Insieme viaggiarono attraverso gli specchi di Limbo, oltre la struttura ossea dell’universo. Nuvole d’ombra e tempeste di luce. Lei divenne liquida e calda come cera che cola. Si spalmò addosso a lui, penetrandolo, percorrendo le sue vene. Diventò lui.
“Dopotutto valeva ancora la pena di vivere” pensò Sawar.

http://101parole.blogspot.com/

Venerdi’ prossimo il 12esimo capitolo della saga.

Published in: on gennaio 22, 2010 at 9:49 am  Comments (1)  
Tags: ,

CAPITOLO 11: La Battaglia

PREVIOUSLY ON LIMBO…

Jade degli Arceri Rossi è un Keeper, protettore degli oggetti sacri di Seidon. Insiema a Misar e il gigante Yumo, si reca presso la Gilda di Nicon, dove conosce il giovane Tzadik…

…nel frattempo il mago Rivier e il suo apprendista Mylo vengono catturati dai Testimoni di Seidon, fanatici religiosi pronti a muovere battaglia contro gli eretici della Gilda di Nicon. Una volta che i due prigionieri sono condotti al cospetto del primo ministro Tawares, vengono misteriosamente rilasciati…

…segretamente i due maghi fuggono dall’accampamento per andare ad avvertire Nicon dell’imminente battaglia. Una volta giunti presso la gilda irrompono nella tenda nella quale  Nicon e il gruppo di Jade discutono animatamente. Pochi istanti più tardi la ragazza viene colta da un malore…

…Jade è caduta in sonno magico propiziato da Sawar, che la cerca disperatamente manovrando la sua Torre Galleggiante e seminando distruzione in tutte le terre di Limbo. L’elenty Rivier, con l’aiuto della magia, riesce a riportare l’anima della Keeper nel suo corpo. Poi la gilda si mette in movimento, preparandosi alla battaglia contro i Testimoni.

CAPITOLO 11 – La battaglia

Si accese un’alba fredda, striata di viola, in un cielo in cui si rincorrevano strati sottili di nubi accompagnati da un vento gelido. Gli uomini di Nicon avevano già smontato l’accampamento. Si sarebbero divisi in tre gruppi, procedendo parallelamente verso le montagne. In caso di attacco, avrebbero cercato di evitare l’accerchiamento, puntando sulle loro qualità di cavalieri. Ma la magia poteva fare la differenza. Nicon si avvaleva di un’ampia conoscenza magica e sperava che l’Elenty potesse apportare il suo contributo. Insieme forse sarebbe riusciti a spaventare i Testimoni inducendoli ad un ritirata.
Rivier e Mylo restarono nel gruppo di Nicon, quello che procedeva centralmente. Cavalcavano vicino a Jade, ai suoi due compagni, e al giovane Tzadik. Tutti però facevano fatica a parlare. Gli occhi dei cavalieri erano puntati in avanti, alla ricerca del nemico.
«Li avremo di fronte alla fine del terzo margine» dichiarò Rivier. Aveva proiettato la sua vista verso l’orizzonte, calcolando lo spazio che separava le due armate. Alcuni cavalieri si girarono a guardare lo stregone, incerti se credere alle sue parole oppure no. Poco importava in fondo. Lo scontro era ormai inevitabile. I Testimoni di Seidon procedevano attraverso le pianure in formazione allargata, per evitare di venire aggirati dal loro obbiettivo. Ma adesso la gilda poteva avvalersi del fattore sorpresa, o per meglio dire, del fatto che i testimoni credevano di poter portare il primo attacco inaspettatamente, causando paura e scompiglio. Invece la sorpresa sarebbe stata solo loro, quando li avessero visti in formazione pronti allo scontro.
«Come ti senti?» Domandò Tzadik rivolgendosi alla ragazza Keeper.  Lei si voltò di scatto, cercando una risposta soddisfacente a quell’inaspettata domanda.
«Meglio…» riuscì a dire. La sua mente era distante. Pensava all’uomo dei suoi incubi; Sawar. Le sfuggì un sorriso, ma era forzato e tutti lo capirono, anche Mylo che cavalcava poco più dietro. Jade cercò con lo sguardo l’Elenty, sperando in una parola d’incoraggiamento. Il consiglio di un Elenty immortale era tutto ciò che le rimaneva. Ma Rivier non la notò, o fece finta di niente. Continuava a cavalcare scrutando l’orizzonte.
«Dovrei lasciarvi. Forse sarebbe meglio per tutti…» provò a dire. Ma la paura tradì la sua voce.
«Non lo pensare neanche» ribatté l’allievo della gilda, stupendosi dell’impeto con cui era intervenuto.
«Invece forse è la soluzione migliore. Potrei andare avanti, dai Testimoni. Loro forse potrebbero proteggermi dall’uomo che vuole il mio medaglione…»
«In questo modo riveleresti la nostra posizione e perderemo il fattore sorpresa.» Era stato Nicon a parlare, dalla prima fila dello schieramento. Nonostante la distanza era riuscito a sentire le parole della ragazza.
«Non dirò niente…»
«È troppo tardi ormai. E poi ti ritroveresti comunque dentro la battaglia, ma dalla loro parte. È davvero laggiù che vuoi stare?» La domanda di Nicon rimase sospesa. Jade non sapeva cosa rispondere. Quelle persone l’avevano aiutata, malgrado non fossero minimamente interessate al compito che perseguiva. Se si fosse attenuta alle regole di un Keeper, avrebbe dovuto lasciare immediatamente la gilda, anzi non avrebbe dovuto neanche cercarla. Ma adesso che era a conoscenza dei Misteri, le cose stavano diversamente. Non era più sicura di niente, e tutto ciò che riusciva a fare era lasciarsi andare al flusso degli eventi, come una zattera in preda alle correnti del fiume. Guardò il gigante Arenty, impassibile accanto a lei, e poi l’amico di suo padre, il vecchio Misar. Anche lui era confuso, ma le rivolse uno sguardo carico di amore. Sentì che quell’uomo era davvero speciale.
«Può darsi che Sawar si trasformi nella nostra salvezza. Chissà…» Era stato Rivier a parlare. Si, anche questa era una possibilità. Se la contingenza dei due eventi fosse avvenuta,  non era detto che la gilda si sarebbe ritrovata tra l’incudine e il martello. Per il ministro Tawares, Sawar era un nemico ancora più pericoloso di Nicon. In tal caso le parti dello scontro sarebbero state stravolte, e gli uomini della gilda potevano ritrovarsi a combattere a fianco dei religiosi.
«Non auguriamoci niente» ammonì Nicon. «Noi combatteremo solo per i nostri ideali, per ciò in cui crediamo. Chiunque alzerà la spada contro di noi sarà nostro nemico, e chi l’alzerà accanto a noi sarà nostro amico. Questo si vedrà.»
Nessuno disse altro. Solo il rumore degli zoccoli continuò ad accompagnare i sibili di un vento sempre più gelido. Sulle pianure del vespro, tre manipoli di cavalieri divergevano gradualmente verso il loro destino. La battaglia era vicina.
Tzadik cavalcava a testa alta, respirando l’aria fredda satura di un sapore che lo faceva sentire vivo. Non aveva paura, ed era strano, pensò. Quello sarebbe stato il suo primo vero scontro. Non gli aspettavano i lividi delle spade di legno, ma il freddo e letale filo del metallo sulla nuda pelle. Eppure sentiva che la sua vita si stava intrecciando con quella di altri; la ragazza, il vecchio Elenty, e naturalmente Nicon. Si avvicinavano gli eventi da lui sognati, i messaggi che lo avevano indotto ad abbandonare la sua famiglia e ad abbracciare il ruolo di cavaliere della gilda.
I corni suonarono molto prima della fine del terzo margine. Erano distanti, ma facilmente distinguibili nel vento che li trasportava. Gli esploratori dei testimoni avvertirono il reggimento. Nessuna sorpresa, dunque, pensò Nicon, né da una parte né dall’altra. Solo uno scontro aperto, schieramento contro schieramento, sulle pianure sconfinate del vespro. Ordinò agli uomini di muoversi al trotto. Adesso era importante intuire le mosse del nemico, ascoltare il cuore del guerriero e la mente del mago,  voci interiori che attraverso le stagioni ogni cavaliere della gilda aveva imparato a codificare. Potevano farcela, ma lo scopo non era quello di sbaragliare l’esercito nemico. L’essenziale era sopravvivere, per il bene di ogni Arcon e per il futuro di Limbo.
Nei riflessi rosati nei quali si perdeva l’orizzonte, apparvero i Testimoni di Seidon. Uno schieramento ordinato di lance e vessilli, una formazione allargata in semicerchio che poteva contare almeno un migliaio di elementi. Nicon si chiese se fossero solo quelli. Il rapporto era di dieci a uno, ma gli uomini della gilda avevano la magia dalla loro parte, e questo non era un vantaggio da poco. Le due falangi laterali dello schieramento di Nicon si erano perse nella distanza, ma l’accerchiamento poteva essere evitato solamente se i suoi uomini avessero agito con tempismo. Le armate stavano ancora studiandosi.
Un vessillo bianco svettò sopra gli altri, e un corno intimò ai Testimoni di fermarsi. Nicon rallentò l’avanzata ma non si fermò. Sentiva i cavalli dei suoi uomini scalpitare alle sue spalle, consci di ciò che li aspettava. Bisbigliò poche parole in lingua Bit, e la sua vista, amplificata dalla magia, riuscì a vedere chiaramente quello che stava succedendo nei pressi del vessillo appena issato. Un uomo afferrò un rotolo di pergamena dalle mani di un cavaliere più anziano, probabilmente lo stesso primo ministro Tawares. Poi il messaggero spronò il suo cavallo allontanandosi dal reggimento.  Si arrestò a una cinquantina di passi dal gruppo di Nicon, che nel frattempo si era fermato.
«Ho una consegna per il vostro capo» disse il messaggero, alzando la mano e mostrando la pergamena.
Nicon ordinò ad uno dei suoi uomini di andare a prendere l’ambasciata. Tutto si svolse nel silenzio rotto dai fischi del vento e dallo scalpiccio dei cavalli. Il messaggero e il cavaliere della gilda tornarono alle rispettive guarnigioni.
Nicon lesse il messaggio. Lo lesse a tutti quanti, perché non aveva segreti per i suoi uomini, e le decisioni che lui prendeva erano sempre condizionate dall’umore di tutto il gruppo. La gilda agiva come un’entità unica, la cui coscienza era la somma delle coscienze di tutti gli uomini.

“Anime perdute, uomini senza più fede, io mi rivolgo a voi come il pastore si rivolge alle sue pecore, che in preda alla follia si gettano in una corsa sfrenata verso le oscurità del bosco, dove le aspetta un branco di lupi affamati. Io sono il primo ministro dei testimoni che portano la parola del grande Seidon, e il mio nome è Tawares. Siete ancora in tempo per redimervi, per abbracciare la parola del sommo padre. Deponete le spade e allargate le vostre braccia in modo che noi possiamo abbracciarvi, e condurvi alla conoscenza. Altrimenti saremo costretti a fermarvi, e fermare così la diffusione delle vostre assurde dicerie, che corrompono le anime di ogni Arcon di Limbo. Alzate il vessillo bianco ed arrendetevi, perché l’unica altra vostra alternativa è la morte.”

Attese alcuni istanti prima di chiedere ai suoi uomini cosa avrebbe dovuto rispondere. Gli occhi gli caddero sul volto dell’Elenty, deformato da un bizzarro sorriso. C’era poco da ridere, pensò.
«Cosa rispondete, uomini?» chiese.
E i suoi uomini risposero con un grido di battaglia. I cavalli si mossero irrequieti, ma un attimo dopo vennero spronati al galoppo. Due urli identici si alzarono oltre le file dei Testimoni di Seidon. Le falangi li avevano superati e adesso si trovavano alle loro spalle. La battaglia ebbe inizio.
Gli incantesimi vennero lanciati, e subito incominciarono le allucinazioni. I Testimoni urlarono davanti alle apparizioni di creature deformi e abominevoli. Nicon sperava di infliggere subito un colpo vincente, per potersi ritirare verso le montagne ed attendere le conseguenze di una piccola vittoria. Forse Tawares li avrebbe lasciati stare per un po’. In fondo la sua idea non era mai stata quella di sbaragliare l’esercito nemico, ma di prendere tempo. I Testimoni erano Arcon come lui, ignari della verità su Limbo e accecati da stupide menzogne.
Le urla si mischiarono, quelle di orrore da una parte e quelle di grinta e determinazione da un’altra. Le tre falangi piombarono sulle linee dei religiosi con una forza distruttiva. Una buona parte dei Testimoni stava combattendo contro i propri incubi, suscitati dalla magia dei loro nemici. Chi riusciva a vedere oltre le creazioni spettrali, ingaggiò il corpo a corpo. In quella situazione l’equilibrio numerico era stato ripristinato, ma presto l’effetto delle visioni sarebbe terminato e i Testimoni avrebbero riconquistato il vantaggio.
Tzadik roteò la spada cercando l’elmo di un avversario. Una mossa azzardata che portò i suoi frutti. Il cavaliere venne disarcionato dal proprio cavallo, e crollò al suolo con un tonfo sordo. Più tardi il giovane avrebbe ricordato solo quell’evento nei minimi particolari. Il resto era una confusa accozzaglia di immagini di violenza ed assordanti cozzi di metalli.
Yumo fece quello per cui era nato e presto creò un vuoto attorno a Jade e al vecchio Misar. L’Arenty era privo di cavalcatura, ma superava in altezza la testa di qualsiasi cavaliere. Piantato saldamente sulle sue gambe, roteava l’ascia in micidiali fendenti. Caddero tre teste prima che i Testimoni si rendessero conto che non conveniva farglisi vicino.
Rivier si tenne defilato, con Mylo sempre accanto. Innalzò una protezione attorno a loro e attese. I Testimoni sembravano ignorare i due, o forse non riuscivano a vederli. Mylo si tenne vicino al maestro cercando di ricordare le parole che controllavano gli elementi. Scoprì presto che la battaglia e le esercitazioni erano due cose completamente diverse.
Nonostante la forza d’urto di quel primo impatto, le file dei Testimoni si ricomposero velocemente, e fu inevitabile l’accerchiamento. Nicon teneva impegnati tre cavalieri, ma riuscì a scorgere con la coda dell’occhio un paio di compagni cadere sotto i colpi dei nemici. Dovevano uscire da quella situazione, altrimenti non ci sarebbe stato scampo. Evocò uno strappo di luce che accecò temporaneamente i suoi contendenti. Ordinò di sfondare l’accerchiamento, ma il caos era pressoché totale. Fu in quel momento di scompiglio che Rivier spaccò la terra sotto i piedi dei cavalieri. Nessuno aveva mai assistito ad un portento simile. La terra smossa formò uno sbarramento. I cavalieri della gilda si mossero rapidi, salirono sul terrapieno e si prodigarono in una veloce ritirata. Poi ripresero formazione fuori dall’accerchiamento. I due schieramenti erano di nuovo faccia a faccia.
Lontano i corni strillarono nel vento delle praterie. Nicon si voltò e vide ciò aveva temuto di più. Una seconda armata, almeno cinquecento elementi, stava sopraggiungendo alle loro spalle. Era la fine. Dovevano fuggire, adesso, in qualsiasi modo. Dovevano spaccare le linee, oppure dividersi, perdersi nelle pianure. Forse si sarebbero riuniti un giorno. Forse la Gilda sarebbe tornata ad esistere, forse…
Era pronto a dare il segnale di ripiegamento ma qualcosa lo fece fermare. Il suono dei corni non era quello di una carica ma di una ritirata. E allora apparve, magnifica e terribile, un’isola galleggiante nel cielo rosato delle pianure, tutta a rocce e a guglie, nera come l’ebano, scintillante come la pirite. Sawar stava arrivando.
La battaglia s’interruppe. Gli uomini abbassarono le armi. Davanti a quella visione apocalittica nessuno riuscì a muoversi. I Testimoni videro i loro compagni cadere uno a uno, afferrati sadicamente da quelle creature di pietra che le leggende chiamavano Belve. In realtà Gargoyle oppure Golem sarebbero stati termini più appropriati, dato che Sawar era capace di animare ciò che era inanimato, e trasformare statue di roccia in micidiali macchine da guerra.
La ritirata dei Testimoni si stava trasformando in un’autentica carneficina.  Nicon ordinò di serrare le file, volgendo le spalle si loro contendenti. Lentamente anche i Testimoni presero posizione. Era avvenuto ciò che si era aspettato. Sawar era il nemico comune e lo avrebbero combattuto insieme; il diritto alla vita degli Arcon contro la follia dell’Elenty corrotto.
«Seguitemi!» disse Rivier rivolto ai due ragazzi che gli erano  vicino, l’apprendista Mylo e  il giovane Tzadik. I tre si diressero dietro le formazioni dei cavalieri. Incontrarono anche la ragazza Keeper e i suoi compagni, i quali si unirono a loro ed insieme uscirono dai manipoli. La torre si avvicinava velocemente. Ancora qualche istante e le belve avrebbero attaccato le prime file occupate dagli uomini di Nicon.
«Ho bisogno di tutto il tempo che riuscirete a darmi. Se vogliamo fermare quel pazzo, dovrò usare ogni stratagemma di mia conoscenza, ma avrò bisogno di concentrazione. Per questo vi ho portato qua…» Rivier era sceso da cavallo. Stava già componendo dei disegni con le mani, e il crepitio aleggiava nell’aria.
Jade spiegò all’Arenty cosa doveva fare, e il gigante si posizionò davanti al gruppo. Mylo e Tzadik si appostarono con i cavalli poco più dietro. Anche Misar e la ragazza erano pronti a combattere. L’evocazione dell’Elenty ebbe inizio, e il crepitio divenne un suono così sgradevole che ritornò sovente negli incubi di coloro che lo udirono.

Scarica l’immagine in alta definizione

Published in: on gennaio 15, 2010 at 8:25 am  Comments (2)  
Tags: , , , , ,

CAPITOLO 10: Ritorno dall’abisso – Prepararsi alla battaglia

PREVIOUSLY ON LIMBO…

Jade degli Arceri Rossi è un Keeper, protettore degli oggetti sacri di Seidon. Insiema a Misar e il gigante Yumo, si reca presso la Gilda di Nicon, dove conosce il giovane Tzadik…

…nel frattempo il mago Rivier e il suo apprendista Mylo vengono catturati dai Testimoni di Seidon, fanatici religiosi pronti a muovere battaglia contro gli eretici della Gilda di Nicon. Una volta che i due prigionieri sono condotti al cospetto del primo ministro Tawares, vengono misteriosamente rilasciati…

…segretamente i due maghi fuggono dall’accampamento per andare ad avvertire Nicon dell’imminente battaglia. Una volta giunti presso la gilda irrompono nella tenda nella quale  Nicon e il gruppo di Jade discutono animatamente. Pochi istanti più tardi la ragazza viene colta da un malore…

…intanto la torre galleggiante di Sawar  avanza portando con se distruzione e morte. Lo stregone corrotto è ossessionato dalla ragazza e dal suo oggetto.

CAPITOLO 10: Ritorno dall’abisso – Prepararsi alla battaglia

Nella tenda che era stata del padre di Jade, il respiro della ragazza era lieve ma regolare. Misar le teneva la mano, mormorandole parole rassicuranti. Si augurava che se fosse riuscita ad agguantare anche una singola sillaba di quel turpiloquio, sarebbe stata capace di risalire dall’abisso in cui era sprofondata.  Yumo stava in piedi a due passi da loro. Non si muoveva e teneva l’ascia pronta. Nella tenda c’era anche Nicon, ma il gigante non gli permetteva di avvicinarsi. Stava per concludersi il quinto margine, e presto la notte improvvisa di Limbo sarebbe calata accendendo nel cielo la cometa. Il capo della gilda era combattuto. L’Elenty gli aveva parlato di un possibile attacco a sorpresa da parte dei Testimoni di Seidon. Lui avrebbe volentieri ignorato quel segnale, ma qualcosa gli diceva che il Primigenio non stava mentendo. D’altra parte però non potevano muoversi, se non volevano mettere in pericolo la ragazza, e per quanto a lui non interessasse il destino di un Keeper, rimaneva un uomo d’onore. L’ospitalità era sacra, e se fosse capitato qualcosa alla ragazza non se lo sarebbe mai perdonato.
Pensava a tutto ciò mentre osservava il gigante Arenty ed il vecchio, in ginocchio accanto al gracile corpo di Jade. Aveva offerto il suo aiuto, aveva provato ad attingere alle sue conoscenze magiche per riportare indietro la ragazza, ma non ci era riuscito. Qualcosa di oscuro e potente l’aveva colpita. In principio credeva fosse opera di quel Rivier, per questo motivo gli aveva intimato di allontanarsi dalla ragazza. Adesso invece credeva che dietro al sortilegio ci fosse qualcun altro, un nome che era ben conosciuto in tutta Limbo, ma che nessuno osava pronunciare.
«L’Elenty dice che forse potrebbe aiutarla» disse Nicon, rivolto al vecchio. Misar interruppe la litania e aprì gli occhi.
«Hai detto che non c’è da fidarsi di lui.»
«Beh, vorrei non essere costretto a fidarmi, ma se avesse ragione e i Testimoni ci sorprendessero davvero in queste pianure, non avremo scampo, né i miei uomini né tanto meno voi tre. »
Misar annuì, accarezzando la fronte della ragazza.
«Perché ce l’hai con lui?»
«Vecchio, non ho nulla contro di lui in particolare, ma ce l’ho con gli Elenty, e se tu avessi a cuore il destino di ogni Arcon come ne ho io, anche tu faresti fatica a fidarti di uno come lui.»
«Ancora i Misteri? E se ti sbagliassi?» La domanda di Misar rimase sospesa. Nicon gli regalò un sorriso amichevole, che nascondeva un pizzico di arroganza.
«Va bene, digli di venire» concluse il vecchio, tornando a guardare la ragazza.
Nicon uscì dalla tenda e si avviò verso il limitare dell’accampamento, oltre una duna ricoperta di sterpaglie rivolta verso le lontane montagne. Laggiù c’erano i due stranieri, e insieme a loro il giovane Tzadik. C’era qualcosa che lo affascinava in quel ragazzo. Gli ricordava la sua adolescenza. La curiosità, la caparbietà e la purezza, qualità essenziali per chi voleva conoscere i Misteri e difendere Limbo dall’ignoranza dei religiosi e dagl’infimi progetti dei Primigeni.
Decise che avrebbe assecondato la sua indiscrezione, ignorandolo di proposito, lasciando il guinzaglio il più lungo possibile.
«Se le tue non sono fandonie, non ci rimane molto tempo per organizzare una controffensiva» esordì Nicon, appressandosi ai tre. Si alzò un vento caldo che portava il profumo del mare infinito. Ma il mare distava molti giorni di marcia dalle pianure del vespro.
«Bene, finalmente possiamo muoverci…» borbottò Rivier sottovoce. Mylo soffocò un sorriso. L’Elenty s’incamminò speditamente verso la tenda di Jade. Non degnò Nicon neanche di uno sguardo. Il capo della gilda rimase immobile, scrutando l’orizzonte.
«Sono laggiù?» domandò.
Mylo si schiarì la voce.
«Si…» fu tutto quello che disse.
Tzadik, in attesa di una ramanzina, si tenne a qualche passo di distanza, ma Nicon continuò ad ignorarlo. Presto sarebbero giunte le tenebre, e di notte i Testimoni non avrebbero di sicuro attaccato la carovana. Manipolando la realtà, gli uomini di Nicon potevano vedere molto meglio al buio.
La battaglia, se ci sarebbe stata, li aspettava il giorno dopo.

Rivier si avvicinò alla ragazza protendendo entrambe le mani. L’Arenty non lo perdeva d’occhio. Misar si era spostato ed osservava la scena da un angolo della tenda.
L’Elenty appoggiò i palmi sul petto che si alzava ed abbassava dolcemente, ma evitò di toccare il medaglione legato al collo. Iniziò a deformare la realtà con parole sottili, muovendo impercettibilmente i polpastrelli. Era un lavoro alquanto delicato, comparabile ad un’operazione chirurgica. Recuperare l’entità e riportarla nel corpo senza danneggiarne la struttura. Un compito non facile ma fattibile. Eppure c’era qualcosa che ostacolava il ritorno.
«Misar, ho bisogno del tuo aiuto…» sussurrò l’Elenty rimanendo con le mani sopra il torace della ragazza. Il vecchio gli si fece accanto.
«Dimmi…» domandò.
«Devi fidarti di me. Dimentica per un momento le regole e le leggende. Non aver paura…» Rivier si fermò, per dare la possibilità al vecchio Arcon di comprendere bene quello che gli aveva appena chiesto. Poi riprese a parlare.
«Devi rimuovere il medaglione» disse.
Misar non nascose la meraviglia. Gli oggetti di famiglia erano sacri. Solamente gli ereditari potevano rimuoverli dai Keeper, e le leggende Arcon parlavano chiaro riguardo alle maledizioni che cadevano su coloro che si permettevano di fare una cosa del genere senza il consenso dello stesso Keeper. Adesso quell’Elenty, vera e propria leggenda vivente al suo cospetto, gli chiedeva di rimuovere l’oggetto da Jade.
«Arcon, se vuoi che lei si risvegli, fai quello che ti dico» incalzò Rivier. Erano le parole di cui Misar aveva bisogno. Avrebbe fatto qualsiasi cosa per quella ragazza che sentiva come sua figlia. Aveva promesso al suo amico Ethan che l’avrebbe protetta, e la paura di una maledizione non l’avrebbe certo fermato.
Avvicinò le dita alla catena del medaglione, aspettandosi di rimanere fulminato. Invece non successe niente. Fece passare l’oggetto oltre la testa della ragazza dormiente, e lo depose accanto, felice di liberarsene il più velocemente possibile.
Rivier tornò a blaterare in quella lingua complicata che era il Bit, l’idioma dei maghi. Trascorsero attimi che parvero a Misar interi cicli. La fronte dell’Elenty s’imperlò di sudore, ma alla fine un sorriso gli si disegnò sul volto. Disse «Ci siamo…», e un attimo dopo la ragazza riaprì gli occhi.
«Chi sei?» sussurrò. Poi la mano le andò di scatto al collo. Sbarrò gli occhi quando si accorse che il medaglione non era più lì, ma Misar fu svelto a rimetterglielo al collo. Il volto di Jade si rilassò, ma aspettava una risposta.
«Mi chiamo Rivier. Qualcuno ha estirpato la tua entità. Eri davvero lontana, ma sono riuscito a riportarti da noi…»
La ragazza cercò di tirarsi su, ma capì che non era una buona idea. Rimase supina e cercò con gli occhi i suoi due amici, che non si erano mai mossi dal suo cospetto.
«È vero, ero molto lontana. È stato lui…» la frase le morì in gola.
«Ancora quell’uomo?» domandò Misar, prendendole la mano.
«Sawar è il suo nome. Il Delirante Demolitore di Limbo.» Quelle poche parole, pronunciate a voce alta dall’Elenty, rimbombarono nella testa di Jade. Sawar era una leggenda, un brutta storia da raccontare ai bambini cattivi, un nome che metteva i brividi e che pochi avevano il coraggio di pronunciare.
«Ma come è possibile…» Misar non riuscì a terminare la frase.
«Cosa sapete di Sawar?» domandò Rivier, alzandosi in piedi. Jade lo guardò dal basso, leggenda tra le leggende, Elenty immortale, mago e divinità al tempo stesso. O forse solamente un uomo.
«Ho sempre creduto che fosse una favola, come quella degli orchi…»
«Sawar è tutt’altro che una favola. Egli è molto più reale di quello che immagini. Naviga Limbo su una Torre Galleggiante, distruggendo tutto quello che incontra. Anche lui è un Elenty come me, ma al pari dei suoi amici, Davinia la perfida ed Ekaron il matto, desidera solo una cosa: distruggere Limbo e tutti gli Arcon che lo abitano.» Poi la voce dell’immortale si affievolì. Tornò a guardare negli occhi la ragazza.
«Il tuo medaglione. Lui lo vuole, e farà tutto ciò che è in suo potere per averlo. Per interi cicli lo ha cercato in lungo e in largo, e adesso è riuscito finalmente a localizzarlo. Sarà qui presto, temo. Voleva rallentarti e ci è riuscito, ma se non ti avessi risvegliato per te non ci sarebbe stato scampo.»
«Perché io? Perché il medaglione?» La voce di Jade era strozzata da un senso di disperazione.
«Il medaglione contiene il doppione di Sawar, la sua entità duplicata. Crede che gli appartenga, ma non è così. Ma è inutile che provi a spiegarvi oltre. Sappiate soltanto che Sawar farà di tutto per averlo.»
«Ma come potrei fronteggiare un mostro come Sawar?» Non sembrava esserci una risposta a quella domanda. Rivier rimase in silenzio, osservando l’Arenty. Il gigante non sarebbe durato molto contro le belve al servizio dell’Elenty corrotto.
«È solo il medaglione che vuole. Dopotutto non vale un granché, se non credi alle leggende Arcon» affermò Rivier con leggerezza. Jade gli rivolse uno sguardo carico d’odio. Come poteva chiedergli una cosa simile? Abbandonare l’oggetto di famiglia era il gesto più disonorevole che si potesse compiere. Nessuna comunità l’avrebbe più accettata, tranne forse la Gilda di Nicon, per non parlare dei Testimoni che l’avrebbero accusata di alta eresia, e condannata al rogo. E poi, malgrado le cose che aveva sentito, lei credeva ancora nella sua missione.
«Non posso decidere per te, ragazza. Comprendo benissimo come ti senti, ma io ti ho solo detto come la penso. Spero di esservi stato d’aiuto. Se desiderate altre risposte, potete trovarmi nella mia tenda.» E dettò ciò Rivier uscì, nelle ombre del primo margine della notte.
Jade lo guardò allontanarsi, quasi incapace di pensare. In meno di un giorno l’intera sua percezione del mondo era cambiata, la lotta interiore per accettare il suo destino di Keeper si era trasformata nel disappunto di essere un inutile pedina di un gioco troppo grande. Verità, mezze verità, verità incomprese ed incomprensibili. Forse la notte avrebbe portato consiglio, almeno che l’uomo dei suoi incubi non l’avesse sorpresa nel sonno.

Rivier si recò da Nicon. Questa volta l’Arcon lo ricevette senza mostrare reticenza. Sentiva che qualcosa di brutto stava per succedere. A suggerirglielo erano i suoi sensi di mago, e di loro si era sempre fidato.
«Come sta la ragazza?» domandò secco il capo della gilda.
«Adesso bene, ma le cose potrebbero mettersi ancora peggio di come sono.»
«Cosa vuoi dire?»
«Lo stregone che ha giocato con la sua anima sta venendo qua. Vuole il medaglione che ha al collo, l’oggetto sacro…»
Nicon scrutò le espressioni indefinibili dell’immorale. Cercava un appiglio per rifiutare quello che aveva appena intuito.
«Sawar…» sussurrò l’Arcon.
«Proprio lui» annuì Rivier.
Trovarsi tra l’incudine e il martello era una situazione che lasciava solo una possibilità. Bisognava trasformare quella terribile contingenza in un’arma a proprio favore. Nicon riunì i suoi uomini davanti al fuoco. Rivelò loro ciò che sarebbe successo il giorno dopo, la morsa letale nella quale si trovavano. Disse di dormire un buon sonno, perché poteva essere l’ultimo. Non servivano vere e proprie strategie, perché nessuno poteva davvero prevedere cosa sarebbe successo. Ma Nicon parlò molto quella sera, e tutti lo ascoltarono, anche la ragazza e il vecchio, con l’Arenty muto che non li perdeva d’occhio. Rivier, insieme al suo allievo, riconobbe il valore di quell’uomo, la risolutezza nella sua voce e nel suo volto, rischiarato dalle fiamme del campo. Forse poteva esserci una speranza per la gilda. Forse.
Ed infine Tzadik, che credeva di aver trovato dei nuovi amici. Aveva parlato molto insieme a quel ragazzo, apprendista stregone e compagno dell’Elenty. Mylo era il suo nome, e in qualche modo lo sentiva vicino. Le strade si erano incrociate. Succede sempre così, quando la storia si avvicina ad una svolta. Qualcosa di grande stava per succedere, e tutti, chi più chi meno, riuscivano a sentirlo.
Eppure nessuno poté immaginare quello che accadde il giorno che seguì.

Scarica l’illustrazione in alta definizione


Published in: on gennaio 8, 2010 at 8:35 am  Comments (2)  
Tags: , , , , , ,

IL RITORNO DI LIMBO

Dopo due settimane di vacanze Limbo e’ pronto a tornare. Venerdi’ prossimo un nuovo avvincente capitolo della saga cyberfantasy di GM Willo illustrata da Charles Huxley.

A presto!

Published in: on gennaio 2, 2010 at 10:17 am  Lascia un commento