CAPITOLO 7: La Gilda di Nicon

«Muovi quelle gambe!» disse l’uomo senza capelli.
«Lo sto facendo, maledizione!» rispose il giovane, mentre cercava di evitare i fendenti del maestro.
«Solo quelle possono salvarti» aggiunse l’uomo disarmando alfine il suo allievo.
Tzadik si afferrò le ginocchia e provò a riprendere fiato. La sua spada di legno giaceva a qualche passo di distanza, sprofondata nell’alta erba delle piane. Riusciva a percepire lo sguardo di Nicon sopra di lui.
«Stai migliorando, ma non abbastanza…»
«Non è vero. Tre stagioni fa non riuscivo neanche ad impugnare una spada, mentre adesso…»
«Adesso la tieni in pugno, per pochi istanti» terminò per lui l’uomo calvo.
Il giovane avvertì la tentazione di abbandonarsi allo sconforto. Era una trappola del maestro, lo sapeva. L’addestramento non si limitava ad affinare le abilità fisiche dell’allievo, ma anche quelle psicologiche. Le lezioni finivano spesso con un litigio o con un pianto. Nicon era abilissimo a farti arrabbiare. Si stupì del fatto che nessuno aveva mai perso la testa al punto da volerlo uccidere, o forse qualcuno ci aveva anche provato, pagandone ovviamente le conseguenze.
Nicon era un uomo straordinario. Non solo un abile cavaliere e uomo di spada, ma anche uno studioso dotato di una vasta conoscenza magica. Il gruppo di uomini che aveva richiamato attorno a se, durante le sue pellegrinazioni attraverso Limbo, lo amava e rispettava. Solo gli allievi lo odiavano, e questo la diceva lunga sui suoi metodi d’insegnamento.
La Gilda contava in totale un centinaio d elementi, e al momento vi erano altri cinque allievi insieme a Tzadik, ragazzi che come lui avevano ascoltato per tutta l’infanzia le leggende di Nicon e avevano sognato da sempre di far parte della sua carovana.
Gli allievi vestivano ancora i loro normali indumenti. Una volta  diventati a tutti gli effetti cavalieri della gilda, avrebbero finalmente indossato le vesti tipiche, sgargianti pantaloni giallo e rossi e il famoso “pojo”, la casacca colorata che altro non era se non una coperta di forma rotonda con un’apertura centrale dalla quale far passare la testa.
«Dai, torniamo all’accampamento. La lezione è terminata.»
Nicon gli voltò le spalle e s’incamminò in direzione delle tende e dei carri. Il suo pojo era diverso da quello degli altri, se possibile ancora più acceso e colorato. Tzadik alzò lo sguardo e sentì la rabbia sciogliersi come neve al sole. L’ammirazione per quell’uomo prese il posto della collera. Raccolse la spada di legno e lo seguì verso il campo dove li aspettavano i compagni.
Il settimo margine era appena iniziato e l’accampamento si stava preparando all’avvento della notte. Il grande cinghiale cacciato quella mattina sfrigolava sopra il fuoco, e gli uomini attendevano il manipolo che si era spinto fino alle fattorie dei contadini per acquistare una damigiana di vino . La festa sarebbe presto incominciata.
Non succedeva spesso, ma Nicon riteneva importante concedersi ogni tanto un banchetto. Era il suo modo per ringraziare Limbo della vita donata agli Arcon, una celebrazione della terra e del mutamento. Non credeva in Seidon e non percepiva il mutamento del mondo come una maledizione. L’idea che una ipotetica emersione riportasse indietro le antiche città non lo sfiorava neanche. Limbo era il mondo degli Arcon, ed ogni uomo avrebbe dovuto amarlo e rispettarlo come faceva lui.
Mentre camminava dietro al suo maestro Tzadik ripensò agli eventi che lo avevano condotto all’accampamento della Gilda, quel giorno di tre stagioni prima. Era cresciuto tra gli uomini delle montagne, non una vera e propria comunità ma un agglomerato di famiglie che abitavano gli altopiani centrali di Limbo, oggi ormai in procinto di scomparire oltre il Sole Rosso. Suo padre gli aveva insegnato come mettere le trappole nei boschi circostanti e quando e come tagliare la legna. Era un boscaiolo, una persona senza pretese. Ma con l’adolescenza la casa dei suoi genitori cominciò a stargli stretta.
Un giorno il capo villaggio tornò con le notizie della Colonna che si trovava a valle. La Gilda di Nicon voleva attraversare le montagne ed era probabile che sarebbe passata dai loro insediamenti. Ci fu subito un gran parlare e l’eccitazione contagiò tutti quanti. Molti fomentarono uno sgomento che poi si rilevò assolutamente immotivato. La carovana passò gli altopiani ma si accampò lontano dal villaggio, e gli uomini delle montagne potevano appena distinguere il fumo del bivacco sulla cresta opposta.
Quella notte Tzadik dormì un sonno poco tranquillo. I sogni lo condussero in strani luoghi, e vide due uomini che combattevano una battaglia all’ultimo sangue. Il cielo era nero sopra di loro e sullo sfondo vi era un’alta montagna. Poteva essere la montagna sacra.
Ad un tratto uno dei due uomini gli ordinò di andarlo ad aiutare. Lui si accorse di impugnare una spada, e di saperla usare. Poi il sogno si dissolse, lasciandolo ansimante tra le coperte del letto. A quel tormentato risveglio Tzadik seppe che l’uomo che lo aveva invitato alla battaglia era Nicon.
I suoi genitori dormivano ancora nella stanza accanto alla sua. La notte era alla fine del suo secondo margine. Lasciò un messaggio vergato di fretta, e qualche lacrima cadde sull’inchiostro, poi uscì di casa e seguì i sentieri che conosceva a memoria, tra boschi di bassi abeti e strette mulattiere. Il paesaggio diurno irruppe sulle montagne quando lui entrò nell’accampamento della Gilda.
Disse: «Un sogno mi ha detto che appartengo qui.»
Così gli uomini lo condussero da Nicon.
Il resto erano storie di addestramento, litigi e fatiche, momenti di sconforto in cui pensava ai suoi genitori e alle sue due sorelle. Più di una volta avrebbe voluto tornare su suoi passi, sgattaiolare di nascosto come fece quella notte, ma questa volta per tornare da dove era fuggito.
Raggiunsero il campo nel quale era evidente una certa frenesia per la festa in preparazione. Ognuno aveva un compito ben preciso e lo assolveva con la massima dedizione.  Non c’era posto per gente pigra nella Gilda di Nicon.
Due uomini si avvicinarono a Nicon prima che scomparisse dentro la sua tenda. Gli parlarono sottovoce e brevemente. Tzadik non riuscì a capire cosa stessero dicendo, ma vide il volto del suo maestro corrugarsi leggermente, mentre congedava i due uomini con nuovi ordini. I due cavalieri si allontanarono frettolosamente in direzione dei cavalli. Tzadik li seguì con lo sguardo, li vide raggrupparsi insieme ad altri quattro compagni e spronare le cavalcature attraverso le piane. In pochi istanti le sei figure divennero dei punti confusi sopra l’erba alta, poi scomparvero del tutto alla vista del ragazzo.
L’evento lo aveva molto incuriosito. Continuò ad aggirarsi per l’accampamento facendo finta di essere impegnato in qualche faccenda, ma tenne d’occhio l’orizzonte nel caso i cavalieri facessero ritorno. Nel frattempo arrivò il vino e l’atmosfera cambiò. Nicon uscì dalla tenda e dedicò un primo brindisi molto particolare alla terra. Parlò brevemente, nel silenzio che era improvvisamente calato sopra il campo, e alzò la coppa di liquido ambrato in segno di ringraziamento. Tutti i cavalieri ripeterono il gesto e così la festa ebbe inizio.
Il settimo margine era finito ed il cielo incominciò velocemente ad imbrunirsi. La cometa si accese nel cielo come una lanterna e le stelle brillarono formando disegni sconosciuti. Tzadik perse di vista l’orizzonte e dopo il terzo bicchiere di vino smise di pensare al misterioso compito dei sei cavalieri.
Trumad, uno degli uomini più anziani della compagnia,  conosceva molti Canti di Limbo ed aveva una bella voce. Intonò la storia del “vecchio sotto il tiglio”, mentre le fiamme gli illuminavano il viso e le corde del suo strumento, una mandola a otto corde, vibravano note dolci e tristi. Tutta la comunità era raccolta attorno al fuoco. La carne del cinghiale era tenera e saporita, il vino leggero ed insidioso. Tzadik si accorse che non tutti però si lasciavano andare alla bevuta. Lo stesso Nicon evitava di riempire il bicchiere e sembrava riporre una parte della sua attenzione altrove.
Mentre le note della canzone si spegnevano nel silenzio delle piane, si udì distintamente il rumore di alcune cavalcature in avvicinamento. Nonostante la festa ed il vino, gli uomini di Nicon scattarono in piedi con estrema prontezza. Ma fu lo stesso Nicon a intervenire tranquillizzando i compagni. I cavalieri che lui aveva mandato in ricognizione stavano tornando.
Tzadik se ne stava appoggiato contro la ruota di un carro, il bicchiere in una mano e un grosso pezzo di carne nell’altra. Aveva una visuale ampia della scena, e nel silenzio pressoché totale del campo, riusciva a sentire ogni singola parola. Ma le visioni di quella sera, riportate faticosamente alla memoria il giorno dopo, erano una confusa accozzaglia di immagini annegate nel vino.
Ricordava il piccolo drappello di cavalieri che scortava i tre stranieri, un vecchio, un gigante e una ragazza. Erano davanti a Nicon e gli chiedevano ospitalità. Si erano seduti accanto al maestro, e la serata era continuata all’insegna della festa. Poco dopo i tre si erano ritirati nella tenda di Nicon, e lui non ci aveva più pensato.

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Nella pungente aria mattutina delle piane, Tzadik sporse il naso fuori dalla sua tenda. L’accampamento era ancora immerso nel sonno. Si sentivano solo i sussurri dei tre uomini di guardia, nei pressi del fuoco del campo ormai diventato un letto di braci. Stavano preparando il tè.
Il ragazzo si trascinò all’esterno della tenda e si avviò fuori dall’accampamento, in direzione di alcuni alberi di basso fusto che formavano una piccola macchia. La testa gli pulsava ed aveva un bisogno disperato di svuotare la vescica. Mentre entrava nel boschetto, maledisse il vino dei contadini, così leggero e traditore. Non si accorse di niente fino a quando non si ritrovò disteso su un letto di foglie bagnate.
«Perché non guardi dove metti i piedi!»
Tzadik alzò lo sguardo e cercò di capire quello che era successo. Di chi era quella voce? Chi lo aveva fatto inciampare? Si afferrò la testa che adesso sembrava sul punto di esplodere.
«Ehi, mi ascolti?»
Era la voce di una ragazza. Mise a fuoco quel volto che si trovava proprio sopra di lui. Minuta, capelli castani, due occhi in cui annegare. Non sapeva proprio cosa rispondere, ma non gli importava. Voleva solo continuare a guardarla.
«Ragazzo? Che ti succede?»
«Scusami… Non ti ho vista arrivare.»
Lei gli offrì la mano per aiutarlo a rimettersi in piedi. In principio si sentì imbarazzato ad accettare l’aiuto di una ragazza, ma nello stesso tempo non voleva mostrarsi scortese. Afferrò la sua mano e si tirò su.
«Grazie, e scusami ancora.»
«Non ci pensare. Sei giovane per essere un cavaliere.»
«Non lo sono ancora. Mi stanno addestrando. Ti ho vista arrivare ieri sera insieme ai tuoi amici. Da dove venite?»
«Dalle terre dei laghi.»
Per un momento gli occhi di Tzadik andarono verso il medaglione che la ragazza portava al collo. Lei sembrò notare quello sguardo e istintivamente fece un passo all’indietro.
«Adesso devo tornare» disse lei.
«Si, certo. Ci vediamo al campo.»
In un attimo sparì alla sua vista. Lui rimase per un po’ immobile, cercando di metabolizzare quello strano ed improvviso incontro. L’insolito oggetto che portava al collo, le terre dei laghi, il gigante ed il vecchio che erano i suoi compagni di viaggio. Pensò distrattamente a tutto questo, ma scoprì che la cosa che lo aveva più colpito di quella misteriosa ragazza erano stati i suoi occhi.

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Published in: on novembre 6, 2009 at 9:06 am  Comments (2)  
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