APPENDICI I

1. INTRODUZIONE

Alla fine del 21esimo secolo l’umanità entrò nell’era del caos, che in pochi decenni portò alla completa estinzione del genere umano. Teologi e scienziati concordarono nell’affermare che la fine dell’uomo combaciava con qualche misterioso piano, sia questo divino,  naturale o chimico. Non era certo importante determinare la vera entità di questa svolta (che chiamarono Curvatura di Involuzione), ma era fin troppo chiaro che gli eventi che si susseguirono in quegli anni avevano un unico fine: l’estinzione della razza umana.
Vi erano guerre, vi erano epidemie causate dalle guerre stesse (soprattutto quelle in cui venivano usate armi batteriologiche) e vi erano catastrofici eventi naturali dovuti agli sbalzi climatici avvenuti in tempi recenti. Vi erano insomma tutti i presupposti per il crollo della grande cultura egemone dell’uomo, ma a nessuno sarebbe saltato in mente di pensare ad una totale scomparsa del genere umano.
Questa avvenne a causa della perdita di fertilità. Nessuno riuscì mai a capire quale fu la causa di questo evento. Forse l’evoluzione di uno dei tanti virus sviluppati in laboratorio e fuoriusciti a causa dei bombardamenti delle guerre in corso, almeno secondo gli scienziati, mentre per i religiosi era fin troppo facile pensare a una punizione divina.
La presa di coscienza dell’impossibilità di riprodursi trascinò l’umanità in un profondo baratro di disperazione che portò a guerre ancora più cruente e a conseguenti carestie che decimarono la popolazione mondiale. In breve tempo rimasero solo sporadici gruppi che attesero inermi la fine di una razza.
In questo contesto si posiziona la Rete di Hope (Hiding Organization Program Evolution), una società segreta operante in un sottolivello della rete e composta da studiosi, scienziati e teologi. Lo scopo di questa organizzazione segreta era quello di preservare l’Esistenza Umana anche nel caso di una terribile estinzione totale. La visione lungimirante e nefasta dei fondatori della Rete di Hope mise in moto il complesso disegno che questi studiosi avevano da tempo programmato.
Con un lavoro intenso di programmazione e assembramento di processori, calcolatori e memorie, e dopo cinque anni di sperimentazioni, la Rete diede vita a LIMBO, il mondo virtuale dove sarebbe rimasta in salvo non solo la conoscenza dell’uomo ma la sua vera ed unica coscienza, attraverso la Trasmigrazione Esistenziale di centinaia di volontari. Limbo sarebbe stata la giara elettronica per la preservazione dell’uomo, fino a quando un’altra razza, terrestre o aliena, avrebbe saputo riportare fuori da quel mondo virtuale le coscienze scaricate al suo interno.

2. I MONDI VIRTUALI

Alla metà del 21esimo secolo l’uomo era capace di sondare mondi virtuali trasmigrando  al loro interno. Ogni caratteristica, alterazione e sfumatura di una persona veniva tradotta in codici binari creando così l’esatta copia elettronica di una coscienza, che poteva essere scaricata all’interno dei programmi struttura di questi mondi artificiali. Questi sdoppiamenti d’identità scaricati in mondi virtuali venivano chiamati Elenty (Elettronic Entity).
La grandezza di questo traguardo della tecnologia fu ridondante quanto il suo immediato fallimento. Ben presto infatti ci si accorse che l’entità scaricata dentro un mondo virtuale doveva combattere con la sua gemella del mondo reale per conquistare il diritto all’esistenza nell’universo. A questo concetto ci arrivarono i teologi che da allora lavorarono molto vicino ai programmatori e scienziati del campo.
I primi mondi virtuali, meravigliosi sotto l’aspetto sensoriale e liberi da ogni vincolo restrittivo come il tempo, le necessità e il pericolo, rafforzavano enormemente le entità sdoppiate al loro interno che potevano facilmente avere il sopravvento su quelle gemelle presenti nel mondo reale. Difficili da eliminare con programmi assassini, spesso per salvare l’entità umana si ricorreva a spengere il processore. Infatti un Elenty, a differenza dei programmi artificiali, ha bisogno di energia elettrica per sopravvivere (come il nostro cervello).
La persona la cui entità veniva sdoppiata cadeva in depressione e se non si interveniva in tempo a sopprimere l’Elenty relativa, l’uomo avrebbe prima o poi tentato il suicidio.
Data la pericolosità dell’operazione, queste sperimentazioni vennero subito proclamate illegali. Ciononostante i ricercatori continuarono a lavorarci segretamente, spesso finanziati da uomini di potere desiderosi di costruirsi il proprio bel mondo virtuale dove poter scaricare il loro doppio come alternativa alla morte. Una sorta di personale paradiso elettronico.
Attraverso gli anni e le sperimentazioni si conobbero molti aspetti di questa pratica che non poteva essere presa troppo alla leggera. Vi erano fattori quali il rigetto dell’identità, la percezione del tempo e il baratro dell’appagamento che aprivano le porte a incredibili scoperte filosofiche.

IL RIGETTO DELL’IDENTITA’: l’Elenty rifiuta di tornare indietro e combatte per non essere soppresso e darla vinta all’entità del mondo reale. I programmatori sono costretti a distruggere l’Elenty per salvare l’uomo, ma la sua identità rigetta il mondo reale e si toglie la vita.

LA PERCEZIONE DEL TEMPO: è data dalla frenesia dei programmi all’interno del mondo virtuale. Trovare l’equilibrio temporale all’interno di un mondo virtuale non è facile. Alcuni Elenty vivono dieci vite in un giorno terreno, rimanendo vittime del Baratro dell’Appagamento.

IL BARATRO DELL’APPAGAMENTO: si raggiunge quando in un mondo virtuale si ha un overdose di esperienza. L’Elenty che raggiunge questo apice di appagamento tenterà il suicidio.

3. I PROGRAMMI DI LIMBO

Limbo è composto essenzialmente da quattro tipi di programmi, oltre ad altri svariati programmi come Necessità, Sopravvivenza ecc.

Limbo’s Artificial Structure – LAS, programmi struttura del mondo. Riguardano i 4 elementi e tutti i programmi che interagiscono con la percezione dei Programmi Viventi. Anche la maggior parte dei vegetali sono riprodotti in struttura, un po’ come se si trattasse di alberi dipinti, insensibili ad agenti esterni.

Limbo’s Artificial Entity – LAE, chiamati anche ARENTY, programmi viventi fini a loro stessi. Creature come gli animali di bassa intelligenza sono sempre Arenty, così come alcuni esemplari del mondo vegetale e anche una buona parte dei Programmi Viventi Intelligenti. Un Arenty ha uno scopo ed è legato a questo. Anche quelli più complessi non possiedono la libertà di scelta tipica delle entità coscienziose.

Limbo’s Artifitial Conciouness – LAC, chiamati anche ARCON, programmi senzienti con la possibilità di evolversi. Sono programmi che hanno la medesima complessità degli Elenty ed infatti sono creati a loro immagine. I programmatori sdoppiano un Elenty e lo manipolano creando una nuova entità, non più in conflitto con la sua gemella, e con l’opzione di libera scelta. Esistono Arcon che si credono Elenty.

Limbo’s Human Electronic Entity – Ovvero gli ELENTY.

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Published in: on novembre 27, 2009 at 8:31 am  Comments (3)  
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CAPITOLO 8: Chiacchiere e un sorso di birra

Mylo contava le pause ed i margini che componevano la giornata. Le guardie Arenty non avevano più bisogno di tenerlo d’occhio. Solo nella tenda, attendeva il ritorno del maestro, dileguatosi al mattino insieme a Tawares, primo ministro dei Testimoni di Seidon. Aveva smesso di porsi domande. Gli avevano fatto rientrare il mal di testa e si era sentito uno sciocco. Uno strano senso di abbandono aveva preso il posto della frustrazione. Adesso non temeva più per la sua vita, per questo gli era più facile lasciarsi andare.
Si era invece concentrato sul crepitio, improvvisando parole e gesti legati a dei piccoli incantesimi di sua conoscenza. Aveva provato a smorzare il rumore, ad evocare il potere sottilmente, schermando, mutando, offuscando l’eco della magia, come aveva visto fare al suo maestro il giorno prima. Nella semi oscurità della tenda era stato cauto, ed era riuscito anche ad ottenere alcuni risultati positivi. Se qualcuno lo avesse sorpreso a manipolare la realtà si sarebbe cacciato nuovamente nei guai.
«Non passa giorno senza che tu riesca a sorprendermi.» La voce era quella di Rivier, ma il maestro fece il suo ingresso solo dopo aver terminato la frase. Mylo sobbalzò, nascose le mani impegnate in strani gesti e solo dopo essersi reso conto che la voce era quella del suo amico riuscì a riprendere fiato.
«Mi hai spaventato» ammise.
«Ti sei messo comodo, vedo…»
«Beh, ho pensato di esercitarmi un po’, visto come si sono messe le cose. Ho fatto attenzione.»
«Non ne dubito. Sei davvero bravo.»
Mylo distolse lo sguardo, imbarazzato dal complimento.
«Io riesco a sorprenderti? Invece tu!»
«Che vuoi dire?» La domanda di Rivier era divertita.
«Che cos’è questa storia con Tawares? Da quanto lo conosci?»
«Più o meno, da stamattina…» rispose il maestro strizzando l’occhio.
«Lo hai incantato? Come?»
«Ma quante domande, ragazzo. Mi stai facendo venir sete. È rimasta un po’ di quella birra?»
Rivier si riempì il boccale. La birra era ormai diventata un brodo insapore, ma la buttò giù con gusto, poi si pulì la bocca con la manica della tunica e riprese a parlare.
«Ieri notte gli ho mandato un sogno, un disegno abbastanza intricato e alquanto verosimile. Stamattina si è svegliato convinto di avere un grande amico di nome Rivier, compagno di avventure e uomo integerrimo, devoto naturalmente al divino Seidon.  Quando ci è venuto incontro mi ha riconosciuto ed ha preteso che lo accompagnassi nella sua tenda. Forse sarebbe stata meglio la gogna. Non la finiva più di parlare… Perché non vai dalle guardie a chiedere di riempirti la brocca?»
Mylo scosse la testa e non rispose. Afferrò la caraffa ed uscì nel paesaggio vespertino del primo margine della notte. Le due guardie Arenty di sua conoscenza stavano in piedi davanti al fuoco. Li si avvicinò e chiese dell’altra birra. Quelli scattarono veloci per ubbidire all’ordine. Come potevano cambiare le cose con l’aiuto di un briciolo di magia, pensò Mylo mentre tornava verso la tenda con la brocca piena di birra schiumante. Per questo bisognava fare molta attenzione ad usarla. Era la prima regola del mago.
Rivier si era messo comodo. Aveva acceso la pipa e guardava fuori, attraverso uno spiraglio nella tenda. Seguiva la scia della cometa Clessidra che segnava il passaggio di quella ventottesima stagione. E stagione dopo stagione passavano i cicli di Limbo, tutti uguali eppure ognuno diverso dall’altro. Montagne, valli e fiumi nascevano dallo strappo del sole azzurro, e nello stesso tempo il sole rosso fagocitava le terre in abbondanza. Un cerchio perfetto, un meccanismo troppo preciso per non accreditarlo ad una divinità.


«Ecco la birra.» Mylo posò la caraffa sul tavolo accanto a Rivier. Il maestro se ne versò subito un boccale.
«Da non credersi, non ti pare?» domandò, bagnandosi le labbra.
«Che cosa?»
«La cometa. Precisa come un orologio.»
«Un orologio? E cosa sarebbe?»
«Lascia stare…» Rivier fece un gesto noncurante con la mano, poi proseguì.
«Il crepitio invece, di quello mi va di parlare. Sei stato bravo a smorzarlo con quella tecnica, ma potresti fare meglio…»
«Come?» Mylo si sporse in avanti, bramoso di conoscenza.
«Non devi pensarci. Devi lasciare che l´incantesimo ti scivoli via dalle mani e dalla bocca. È la tensione che provoca il crepitio. Quando l´incantesimo è complesso diventa pressoché impossibile farne a meno, ma con quelli più semplici ti puoi allenare.»
«Non devo pensarci? Ma se non ci penso non so più quello dico» obiettò Mylo.
«È come se cercassi di ingannare te stesso, come se ti mentissi. La migliore bugia è quella alla quale crede anche il bugiardo, non ti pare? Ricorda, usare la magia è un po’ come barare.»
Mylo rimase in silenzio, cercando di riordinare nella sua testa quelle nozioni. Il maestro si alzò dalla sedia nella quale era sprofondato e si sporse fuori dalla tenda, come per controllare che nessuno si trovasse nei paraggi. Quando rientrò il suo tono era cambiato e la sua voce  era diventata poco più di un sussurro.
«Sembra che il nostro caro amico Tawares abbia voglia di mettere mano alle armi. Finalmente mi spiego questa adunanza nelle pianure.»
«Che cosa vuoi dire?» Anche Mylo aveva abbassato la voce.
«Sono diversi cicli che i Testimoni girano Limbo in lungo e in largo portando la parola di Seidon. In principio erano solo poche comunità, neanche armate, ma col tempo sono diventate delle vere e proprie guarnigioni. Si sono moltiplicate e organizzate, ma solo raramente si sono riunite come in questa occasione. Sembra che Tawares voglia sgominare una volta per tutte la Gilda di Nicon, e ha intenzione di usare ogni forza a sua disposizione per portare a termine l´impresa.»
«La Gilda di Nicon? Gli eretici?»
«Si. Conosco bene Nicon, e anche se non gli piaccio riconosco che è un uomo nobile. Ha le sue convinzioni ed io non desidero certo cambiargliele. Ma una cosa è certa; anche se Tawares potrà contare su un esercito molto più numeroso, non gli sarà facile sbaragliare la Gilda. Nicon è un ottimo mago, e con lui ce ne sono diversi capaci di manipolare la realtà.»
«E noi da che parte stiamo?» Mylo non fece niente per nascondere la sua confusione.
«Noi stiamo dalla nostra parte, Mylo. Tawares è un uomo pericoloso. I Testimoni di Seidon stanno espandendo troppo  il loro credo e ciò non è un bene per l´equilibrio di Limbo. Ricorda, l´equilibrio è tutto. Se Nicon cadrà, le ideologie Arcon penderanno inesorabilmente verso la mitologia classica. Ogni forma di magia sarà bandita e chissà cosa succederà poi. Magari a Tawares gli verrà in mente di fare guerra allo stesso Guardiano di Mountoor…»
Il gigante della montagna sacra. Mylo ne aveva sentito parlare. La creatura più potente di Limbo, legata in qualche modo ai Misteri. Ma nella mitologia Arcon era visto come un demone dagli occhi di fuoco, per metà uomo e metà uccello. Il suo sguardo poteva pietrificarti e la sua voce portarti alla follia.
«Allora dobbiamo avvertire la Gilda» esordì il ragazzo, preda di un’improvvisa illuminazione.
«Esatto, ma temo che non riusciremo comunque ad evitare lo scontro. Gli uomini di Tawares tengono sotto controllo gli eretici. Sono accampati da qualche parte su queste piane, non ha voluto rivelarmi l’esatta posizione. Potrei usare un incantesimo per scoprire dove sono, ma farebbe troppo rumore. L’unica alternativa è quella di uscire dal campo, ma la cosa potrebbe insospettire lo stesso Tawares. D’altronde non credo ci resti altra possibilità. Se la Gilda viene attaccata di sorpresa, le sorti dello scontro potrebbero volgere a favore dei Testimoni.»
«Ma come facciamo ad allontanarci dal campo senza essere scoperti? I senza cuore non ci tengono più d’occhio, ma se ne stanno svegli tutta la notte, ed hanno sensi affilati, quelli!» A Mylo venne voglia d’imprecare, ma si trattenne.
«Non preoccuparti. Riuscirò a schermare le nostre immagini. Un trucchetto che non attirerà molta attenzione.» Rivier strizzò l’occhio al ragazzo. Era deciso. Quella notte sarebbero fuggiti.

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Published in: on novembre 20, 2009 at 8:23 am  Comments (2)  
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CAPITOLO 7: La Gilda di Nicon

«Muovi quelle gambe!» disse l’uomo senza capelli.
«Lo sto facendo, maledizione!» rispose il giovane, mentre cercava di evitare i fendenti del maestro.
«Solo quelle possono salvarti» aggiunse l’uomo disarmando alfine il suo allievo.
Tzadik si afferrò le ginocchia e provò a riprendere fiato. La sua spada di legno giaceva a qualche passo di distanza, sprofondata nell’alta erba delle piane. Riusciva a percepire lo sguardo di Nicon sopra di lui.
«Stai migliorando, ma non abbastanza…»
«Non è vero. Tre stagioni fa non riuscivo neanche ad impugnare una spada, mentre adesso…»
«Adesso la tieni in pugno, per pochi istanti» terminò per lui l’uomo calvo.
Il giovane avvertì la tentazione di abbandonarsi allo sconforto. Era una trappola del maestro, lo sapeva. L’addestramento non si limitava ad affinare le abilità fisiche dell’allievo, ma anche quelle psicologiche. Le lezioni finivano spesso con un litigio o con un pianto. Nicon era abilissimo a farti arrabbiare. Si stupì del fatto che nessuno aveva mai perso la testa al punto da volerlo uccidere, o forse qualcuno ci aveva anche provato, pagandone ovviamente le conseguenze.
Nicon era un uomo straordinario. Non solo un abile cavaliere e uomo di spada, ma anche uno studioso dotato di una vasta conoscenza magica. Il gruppo di uomini che aveva richiamato attorno a se, durante le sue pellegrinazioni attraverso Limbo, lo amava e rispettava. Solo gli allievi lo odiavano, e questo la diceva lunga sui suoi metodi d’insegnamento.
La Gilda contava in totale un centinaio d elementi, e al momento vi erano altri cinque allievi insieme a Tzadik, ragazzi che come lui avevano ascoltato per tutta l’infanzia le leggende di Nicon e avevano sognato da sempre di far parte della sua carovana.
Gli allievi vestivano ancora i loro normali indumenti. Una volta  diventati a tutti gli effetti cavalieri della gilda, avrebbero finalmente indossato le vesti tipiche, sgargianti pantaloni giallo e rossi e il famoso “pojo”, la casacca colorata che altro non era se non una coperta di forma rotonda con un’apertura centrale dalla quale far passare la testa.
«Dai, torniamo all’accampamento. La lezione è terminata.»
Nicon gli voltò le spalle e s’incamminò in direzione delle tende e dei carri. Il suo pojo era diverso da quello degli altri, se possibile ancora più acceso e colorato. Tzadik alzò lo sguardo e sentì la rabbia sciogliersi come neve al sole. L’ammirazione per quell’uomo prese il posto della collera. Raccolse la spada di legno e lo seguì verso il campo dove li aspettavano i compagni.
Il settimo margine era appena iniziato e l’accampamento si stava preparando all’avvento della notte. Il grande cinghiale cacciato quella mattina sfrigolava sopra il fuoco, e gli uomini attendevano il manipolo che si era spinto fino alle fattorie dei contadini per acquistare una damigiana di vino . La festa sarebbe presto incominciata.
Non succedeva spesso, ma Nicon riteneva importante concedersi ogni tanto un banchetto. Era il suo modo per ringraziare Limbo della vita donata agli Arcon, una celebrazione della terra e del mutamento. Non credeva in Seidon e non percepiva il mutamento del mondo come una maledizione. L’idea che una ipotetica emersione riportasse indietro le antiche città non lo sfiorava neanche. Limbo era il mondo degli Arcon, ed ogni uomo avrebbe dovuto amarlo e rispettarlo come faceva lui.
Mentre camminava dietro al suo maestro Tzadik ripensò agli eventi che lo avevano condotto all’accampamento della Gilda, quel giorno di tre stagioni prima. Era cresciuto tra gli uomini delle montagne, non una vera e propria comunità ma un agglomerato di famiglie che abitavano gli altopiani centrali di Limbo, oggi ormai in procinto di scomparire oltre il Sole Rosso. Suo padre gli aveva insegnato come mettere le trappole nei boschi circostanti e quando e come tagliare la legna. Era un boscaiolo, una persona senza pretese. Ma con l’adolescenza la casa dei suoi genitori cominciò a stargli stretta.
Un giorno il capo villaggio tornò con le notizie della Colonna che si trovava a valle. La Gilda di Nicon voleva attraversare le montagne ed era probabile che sarebbe passata dai loro insediamenti. Ci fu subito un gran parlare e l’eccitazione contagiò tutti quanti. Molti fomentarono uno sgomento che poi si rilevò assolutamente immotivato. La carovana passò gli altopiani ma si accampò lontano dal villaggio, e gli uomini delle montagne potevano appena distinguere il fumo del bivacco sulla cresta opposta.
Quella notte Tzadik dormì un sonno poco tranquillo. I sogni lo condussero in strani luoghi, e vide due uomini che combattevano una battaglia all’ultimo sangue. Il cielo era nero sopra di loro e sullo sfondo vi era un’alta montagna. Poteva essere la montagna sacra.
Ad un tratto uno dei due uomini gli ordinò di andarlo ad aiutare. Lui si accorse di impugnare una spada, e di saperla usare. Poi il sogno si dissolse, lasciandolo ansimante tra le coperte del letto. A quel tormentato risveglio Tzadik seppe che l’uomo che lo aveva invitato alla battaglia era Nicon.
I suoi genitori dormivano ancora nella stanza accanto alla sua. La notte era alla fine del suo secondo margine. Lasciò un messaggio vergato di fretta, e qualche lacrima cadde sull’inchiostro, poi uscì di casa e seguì i sentieri che conosceva a memoria, tra boschi di bassi abeti e strette mulattiere. Il paesaggio diurno irruppe sulle montagne quando lui entrò nell’accampamento della Gilda.
Disse: «Un sogno mi ha detto che appartengo qui.»
Così gli uomini lo condussero da Nicon.
Il resto erano storie di addestramento, litigi e fatiche, momenti di sconforto in cui pensava ai suoi genitori e alle sue due sorelle. Più di una volta avrebbe voluto tornare su suoi passi, sgattaiolare di nascosto come fece quella notte, ma questa volta per tornare da dove era fuggito.
Raggiunsero il campo nel quale era evidente una certa frenesia per la festa in preparazione. Ognuno aveva un compito ben preciso e lo assolveva con la massima dedizione.  Non c’era posto per gente pigra nella Gilda di Nicon.
Due uomini si avvicinarono a Nicon prima che scomparisse dentro la sua tenda. Gli parlarono sottovoce e brevemente. Tzadik non riuscì a capire cosa stessero dicendo, ma vide il volto del suo maestro corrugarsi leggermente, mentre congedava i due uomini con nuovi ordini. I due cavalieri si allontanarono frettolosamente in direzione dei cavalli. Tzadik li seguì con lo sguardo, li vide raggrupparsi insieme ad altri quattro compagni e spronare le cavalcature attraverso le piane. In pochi istanti le sei figure divennero dei punti confusi sopra l’erba alta, poi scomparvero del tutto alla vista del ragazzo.
L’evento lo aveva molto incuriosito. Continuò ad aggirarsi per l’accampamento facendo finta di essere impegnato in qualche faccenda, ma tenne d’occhio l’orizzonte nel caso i cavalieri facessero ritorno. Nel frattempo arrivò il vino e l’atmosfera cambiò. Nicon uscì dalla tenda e dedicò un primo brindisi molto particolare alla terra. Parlò brevemente, nel silenzio che era improvvisamente calato sopra il campo, e alzò la coppa di liquido ambrato in segno di ringraziamento. Tutti i cavalieri ripeterono il gesto e così la festa ebbe inizio.
Il settimo margine era finito ed il cielo incominciò velocemente ad imbrunirsi. La cometa si accese nel cielo come una lanterna e le stelle brillarono formando disegni sconosciuti. Tzadik perse di vista l’orizzonte e dopo il terzo bicchiere di vino smise di pensare al misterioso compito dei sei cavalieri.
Trumad, uno degli uomini più anziani della compagnia,  conosceva molti Canti di Limbo ed aveva una bella voce. Intonò la storia del “vecchio sotto il tiglio”, mentre le fiamme gli illuminavano il viso e le corde del suo strumento, una mandola a otto corde, vibravano note dolci e tristi. Tutta la comunità era raccolta attorno al fuoco. La carne del cinghiale era tenera e saporita, il vino leggero ed insidioso. Tzadik si accorse che non tutti però si lasciavano andare alla bevuta. Lo stesso Nicon evitava di riempire il bicchiere e sembrava riporre una parte della sua attenzione altrove.
Mentre le note della canzone si spegnevano nel silenzio delle piane, si udì distintamente il rumore di alcune cavalcature in avvicinamento. Nonostante la festa ed il vino, gli uomini di Nicon scattarono in piedi con estrema prontezza. Ma fu lo stesso Nicon a intervenire tranquillizzando i compagni. I cavalieri che lui aveva mandato in ricognizione stavano tornando.
Tzadik se ne stava appoggiato contro la ruota di un carro, il bicchiere in una mano e un grosso pezzo di carne nell’altra. Aveva una visuale ampia della scena, e nel silenzio pressoché totale del campo, riusciva a sentire ogni singola parola. Ma le visioni di quella sera, riportate faticosamente alla memoria il giorno dopo, erano una confusa accozzaglia di immagini annegate nel vino.
Ricordava il piccolo drappello di cavalieri che scortava i tre stranieri, un vecchio, un gigante e una ragazza. Erano davanti a Nicon e gli chiedevano ospitalità. Si erano seduti accanto al maestro, e la serata era continuata all’insegna della festa. Poco dopo i tre si erano ritirati nella tenda di Nicon, e lui non ci aveva più pensato.

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Nella pungente aria mattutina delle piane, Tzadik sporse il naso fuori dalla sua tenda. L’accampamento era ancora immerso nel sonno. Si sentivano solo i sussurri dei tre uomini di guardia, nei pressi del fuoco del campo ormai diventato un letto di braci. Stavano preparando il tè.
Il ragazzo si trascinò all’esterno della tenda e si avviò fuori dall’accampamento, in direzione di alcuni alberi di basso fusto che formavano una piccola macchia. La testa gli pulsava ed aveva un bisogno disperato di svuotare la vescica. Mentre entrava nel boschetto, maledisse il vino dei contadini, così leggero e traditore. Non si accorse di niente fino a quando non si ritrovò disteso su un letto di foglie bagnate.
«Perché non guardi dove metti i piedi!»
Tzadik alzò lo sguardo e cercò di capire quello che era successo. Di chi era quella voce? Chi lo aveva fatto inciampare? Si afferrò la testa che adesso sembrava sul punto di esplodere.
«Ehi, mi ascolti?»
Era la voce di una ragazza. Mise a fuoco quel volto che si trovava proprio sopra di lui. Minuta, capelli castani, due occhi in cui annegare. Non sapeva proprio cosa rispondere, ma non gli importava. Voleva solo continuare a guardarla.
«Ragazzo? Che ti succede?»
«Scusami… Non ti ho vista arrivare.»
Lei gli offrì la mano per aiutarlo a rimettersi in piedi. In principio si sentì imbarazzato ad accettare l’aiuto di una ragazza, ma nello stesso tempo non voleva mostrarsi scortese. Afferrò la sua mano e si tirò su.
«Grazie, e scusami ancora.»
«Non ci pensare. Sei giovane per essere un cavaliere.»
«Non lo sono ancora. Mi stanno addestrando. Ti ho vista arrivare ieri sera insieme ai tuoi amici. Da dove venite?»
«Dalle terre dei laghi.»
Per un momento gli occhi di Tzadik andarono verso il medaglione che la ragazza portava al collo. Lei sembrò notare quello sguardo e istintivamente fece un passo all’indietro.
«Adesso devo tornare» disse lei.
«Si, certo. Ci vediamo al campo.»
In un attimo sparì alla sua vista. Lui rimase per un po’ immobile, cercando di metabolizzare quello strano ed improvviso incontro. L’insolito oggetto che portava al collo, le terre dei laghi, il gigante ed il vecchio che erano i suoi compagni di viaggio. Pensò distrattamente a tutto questo, ma scoprì che la cosa che lo aveva più colpito di quella misteriosa ragazza erano stati i suoi occhi.

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Published in: on novembre 6, 2009 at 9:06 am  Comments (2)  
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