Mylo contava le pause ed i margini che componevano la giornata. Le guardie Arenty non avevano più bisogno di tenerlo d’occhio. Solo nella tenda, attendeva il ritorno del maestro, dileguatosi al mattino insieme a Tawares, primo ministro dei Testimoni di Seidon. Aveva smesso di porsi domande. Gli avevano fatto rientrare il mal di testa e si era sentito uno sciocco. Uno strano senso di abbandono aveva preso il posto della frustrazione. Adesso non temeva più per la sua vita, per questo gli era più facile lasciarsi andare.
Si era invece concentrato sul crepitio, improvvisando parole e gesti legati a dei piccoli incantesimi di sua conoscenza. Aveva provato a smorzare il rumore, ad evocare il potere sottilmente, schermando, mutando, offuscando l’eco della magia, come aveva visto fare al suo maestro il giorno prima. Nella semi oscurità della tenda era stato cauto, ed era riuscito anche ad ottenere alcuni risultati positivi. Se qualcuno lo avesse sorpreso a manipolare la realtà si sarebbe cacciato nuovamente nei guai.
«Non passa giorno senza che tu riesca a sorprendermi.» La voce era quella di Rivier, ma il maestro fece il suo ingresso solo dopo aver terminato la frase. Mylo sobbalzò, nascose le mani impegnate in strani gesti e solo dopo essersi reso conto che la voce era quella del suo amico riuscì a riprendere fiato.
«Mi hai spaventato» ammise.
«Ti sei messo comodo, vedo…»
«Beh, ho pensato di esercitarmi un po’, visto come si sono messe le cose. Ho fatto attenzione.»
«Non ne dubito. Sei davvero bravo.»
Mylo distolse lo sguardo, imbarazzato dal complimento.
«Io riesco a sorprenderti? Invece tu!»
«Che vuoi dire?» La domanda di Rivier era divertita.
«Che cos’è questa storia con Tawares? Da quanto lo conosci?»
«Più o meno, da stamattina…» rispose il maestro strizzando l’occhio.
«Lo hai incantato? Come?»
«Ma quante domande, ragazzo. Mi stai facendo venir sete. È rimasta un po’ di quella birra?»
Rivier si riempì il boccale. La birra era ormai diventata un brodo insapore, ma la buttò giù con gusto, poi si pulì la bocca con la manica della tunica e riprese a parlare.
«Ieri notte gli ho mandato un sogno, un disegno abbastanza intricato e alquanto verosimile. Stamattina si è svegliato convinto di avere un grande amico di nome Rivier, compagno di avventure e uomo integerrimo, devoto naturalmente al divino Seidon. Quando ci è venuto incontro mi ha riconosciuto ed ha preteso che lo accompagnassi nella sua tenda. Forse sarebbe stata meglio la gogna. Non la finiva più di parlare… Perché non vai dalle guardie a chiedere di riempirti la brocca?»
Mylo scosse la testa e non rispose. Afferrò la caraffa ed uscì nel paesaggio vespertino del primo margine della notte. Le due guardie Arenty di sua conoscenza stavano in piedi davanti al fuoco. Li si avvicinò e chiese dell’altra birra. Quelli scattarono veloci per ubbidire all’ordine. Come potevano cambiare le cose con l’aiuto di un briciolo di magia, pensò Mylo mentre tornava verso la tenda con la brocca piena di birra schiumante. Per questo bisognava fare molta attenzione ad usarla. Era la prima regola del mago.
Rivier si era messo comodo. Aveva acceso la pipa e guardava fuori, attraverso uno spiraglio nella tenda. Seguiva la scia della cometa Clessidra che segnava il passaggio di quella ventottesima stagione. E stagione dopo stagione passavano i cicli di Limbo, tutti uguali eppure ognuno diverso dall’altro. Montagne, valli e fiumi nascevano dallo strappo del sole azzurro, e nello stesso tempo il sole rosso fagocitava le terre in abbondanza. Un cerchio perfetto, un meccanismo troppo preciso per non accreditarlo ad una divinità.
«Ecco la birra.» Mylo posò la caraffa sul tavolo accanto a Rivier. Il maestro se ne versò subito un boccale.
«Da non credersi, non ti pare?» domandò, bagnandosi le labbra.
«Che cosa?»
«La cometa. Precisa come un orologio.»
«Un orologio? E cosa sarebbe?»
«Lascia stare…» Rivier fece un gesto noncurante con la mano, poi proseguì.
«Il crepitio invece, di quello mi va di parlare. Sei stato bravo a smorzarlo con quella tecnica, ma potresti fare meglio…»
«Come?» Mylo si sporse in avanti, bramoso di conoscenza.
«Non devi pensarci. Devi lasciare che l´incantesimo ti scivoli via dalle mani e dalla bocca. È la tensione che provoca il crepitio. Quando l´incantesimo è complesso diventa pressoché impossibile farne a meno, ma con quelli più semplici ti puoi allenare.»
«Non devo pensarci? Ma se non ci penso non so più quello dico» obiettò Mylo.
«È come se cercassi di ingannare te stesso, come se ti mentissi. La migliore bugia è quella alla quale crede anche il bugiardo, non ti pare? Ricorda, usare la magia è un po’ come barare.»
Mylo rimase in silenzio, cercando di riordinare nella sua testa quelle nozioni. Il maestro si alzò dalla sedia nella quale era sprofondato e si sporse fuori dalla tenda, come per controllare che nessuno si trovasse nei paraggi. Quando rientrò il suo tono era cambiato e la sua voce era diventata poco più di un sussurro.
«Sembra che il nostro caro amico Tawares abbia voglia di mettere mano alle armi. Finalmente mi spiego questa adunanza nelle pianure.»
«Che cosa vuoi dire?» Anche Mylo aveva abbassato la voce.
«Sono diversi cicli che i Testimoni girano Limbo in lungo e in largo portando la parola di Seidon. In principio erano solo poche comunità, neanche armate, ma col tempo sono diventate delle vere e proprie guarnigioni. Si sono moltiplicate e organizzate, ma solo raramente si sono riunite come in questa occasione. Sembra che Tawares voglia sgominare una volta per tutte la Gilda di Nicon, e ha intenzione di usare ogni forza a sua disposizione per portare a termine l´impresa.»
«La Gilda di Nicon? Gli eretici?»
«Si. Conosco bene Nicon, e anche se non gli piaccio riconosco che è un uomo nobile. Ha le sue convinzioni ed io non desidero certo cambiargliele. Ma una cosa è certa; anche se Tawares potrà contare su un esercito molto più numeroso, non gli sarà facile sbaragliare la Gilda. Nicon è un ottimo mago, e con lui ce ne sono diversi capaci di manipolare la realtà.»
«E noi da che parte stiamo?» Mylo non fece niente per nascondere la sua confusione.
«Noi stiamo dalla nostra parte, Mylo. Tawares è un uomo pericoloso. I Testimoni di Seidon stanno espandendo troppo il loro credo e ciò non è un bene per l´equilibrio di Limbo. Ricorda, l´equilibrio è tutto. Se Nicon cadrà, le ideologie Arcon penderanno inesorabilmente verso la mitologia classica. Ogni forma di magia sarà bandita e chissà cosa succederà poi. Magari a Tawares gli verrà in mente di fare guerra allo stesso Guardiano di Mountoor…»
Il gigante della montagna sacra. Mylo ne aveva sentito parlare. La creatura più potente di Limbo, legata in qualche modo ai Misteri. Ma nella mitologia Arcon era visto come un demone dagli occhi di fuoco, per metà uomo e metà uccello. Il suo sguardo poteva pietrificarti e la sua voce portarti alla follia.
«Allora dobbiamo avvertire la Gilda» esordì il ragazzo, preda di un’improvvisa illuminazione.
«Esatto, ma temo che non riusciremo comunque ad evitare lo scontro. Gli uomini di Tawares tengono sotto controllo gli eretici. Sono accampati da qualche parte su queste piane, non ha voluto rivelarmi l’esatta posizione. Potrei usare un incantesimo per scoprire dove sono, ma farebbe troppo rumore. L’unica alternativa è quella di uscire dal campo, ma la cosa potrebbe insospettire lo stesso Tawares. D’altronde non credo ci resti altra possibilità. Se la Gilda viene attaccata di sorpresa, le sorti dello scontro potrebbero volgere a favore dei Testimoni.»
«Ma come facciamo ad allontanarci dal campo senza essere scoperti? I senza cuore non ci tengono più d’occhio, ma se ne stanno svegli tutta la notte, ed hanno sensi affilati, quelli!» A Mylo venne voglia d’imprecare, ma si trattenne.
«Non preoccuparti. Riuscirò a schermare le nostre immagini. Un trucchetto che non attirerà molta attenzione.» Rivier strizzò l’occhio al ragazzo. Era deciso. Quella notte sarebbero fuggiti.
«Muovi quelle gambe!» disse l’uomo senza capelli.
«Lo sto facendo, maledizione!» rispose il giovane, mentre cercava di evitare i fendenti del maestro.
«Solo quelle possono salvarti» aggiunse l’uomo disarmando alfine il suo allievo.
Tzadik si afferrò le ginocchia e provò a riprendere fiato. La sua spada di legno giaceva a qualche passo di distanza, sprofondata nell’alta erba delle piane. Riusciva a percepire lo sguardo di Nicon sopra di lui.
«Stai migliorando, ma non abbastanza…»
«Non è vero. Tre stagioni fa non riuscivo neanche ad impugnare una spada, mentre adesso…»
«Adesso la tieni in pugno, per pochi istanti» terminò per lui l’uomo calvo.
Il giovane avvertì la tentazione di abbandonarsi allo sconforto. Era una trappola del maestro, lo sapeva. L’addestramento non si limitava ad affinare le abilità fisiche dell’allievo, ma anche quelle psicologiche. Le lezioni finivano spesso con un litigio o con un pianto. Nicon era abilissimo a farti arrabbiare. Si stupì del fatto che nessuno aveva mai perso la testa al punto da volerlo uccidere, o forse qualcuno ci aveva anche provato, pagandone ovviamente le conseguenze.
Nicon era un uomo straordinario. Non solo un abile cavaliere e uomo di spada, ma anche uno studioso dotato di una vasta conoscenza magica. Il gruppo di uomini che aveva richiamato attorno a se, durante le sue pellegrinazioni attraverso Limbo, lo amava e rispettava. Solo gli allievi lo odiavano, e questo la diceva lunga sui suoi metodi d’insegnamento.
La Gilda contava in totale un centinaio d elementi, e al momento vi erano altri cinque allievi insieme a Tzadik, ragazzi che come lui avevano ascoltato per tutta l’infanzia le leggende di Nicon e avevano sognato da sempre di far parte della sua carovana.
Gli allievi vestivano ancora i loro normali indumenti. Una volta diventati a tutti gli effetti cavalieri della gilda, avrebbero finalmente indossato le vesti tipiche, sgargianti pantaloni giallo e rossi e il famoso “pojo”, la casacca colorata che altro non era se non una coperta di forma rotonda con un’apertura centrale dalla quale far passare la testa.
«Dai, torniamo all’accampamento. La lezione è terminata.»
Nicon gli voltò le spalle e s’incamminò in direzione delle tende e dei carri. Il suo pojo era diverso da quello degli altri, se possibile ancora più acceso e colorato. Tzadik alzò lo sguardo e sentì la rabbia sciogliersi come neve al sole. L’ammirazione per quell’uomo prese il posto della collera. Raccolse la spada di legno e lo seguì verso il campo dove li aspettavano i compagni.
Il settimo margine era appena iniziato e l’accampamento si stava preparando all’avvento della notte. Il grande cinghiale cacciato quella mattina sfrigolava sopra il fuoco, e gli uomini attendevano il manipolo che si era spinto fino alle fattorie dei contadini per acquistare una damigiana di vino . La festa sarebbe presto incominciata.
Non succedeva spesso, ma Nicon riteneva importante concedersi ogni tanto un banchetto. Era il suo modo per ringraziare Limbo della vita donata agli Arcon, una celebrazione della terra e del mutamento. Non credeva in Seidon e non percepiva il mutamento del mondo come una maledizione. L’idea che una ipotetica emersione riportasse indietro le antiche città non lo sfiorava neanche. Limbo era il mondo degli Arcon, ed ogni uomo avrebbe dovuto amarlo e rispettarlo come faceva lui.
Mentre camminava dietro al suo maestro Tzadik ripensò agli eventi che lo avevano condotto all’accampamento della Gilda, quel giorno di tre stagioni prima. Era cresciuto tra gli uomini delle montagne, non una vera e propria comunità ma un agglomerato di famiglie che abitavano gli altopiani centrali di Limbo, oggi ormai in procinto di scomparire oltre il Sole Rosso. Suo padre gli aveva insegnato come mettere le trappole nei boschi circostanti e quando e come tagliare la legna. Era un boscaiolo, una persona senza pretese. Ma con l’adolescenza la casa dei suoi genitori cominciò a stargli stretta.
Un giorno il capo villaggio tornò con le notizie della Colonna che si trovava a valle. La Gilda di Nicon voleva attraversare le montagne ed era probabile che sarebbe passata dai loro insediamenti. Ci fu subito un gran parlare e l’eccitazione contagiò tutti quanti. Molti fomentarono uno sgomento che poi si rilevò assolutamente immotivato. La carovana passò gli altopiani ma si accampò lontano dal villaggio, e gli uomini delle montagne potevano appena distinguere il fumo del bivacco sulla cresta opposta.
Quella notte Tzadik dormì un sonno poco tranquillo. I sogni lo condussero in strani luoghi, e vide due uomini che combattevano una battaglia all’ultimo sangue. Il cielo era nero sopra di loro e sullo sfondo vi era un’alta montagna. Poteva essere la montagna sacra.
Ad un tratto uno dei due uomini gli ordinò di andarlo ad aiutare. Lui si accorse di impugnare una spada, e di saperla usare. Poi il sogno si dissolse, lasciandolo ansimante tra le coperte del letto. A quel tormentato risveglio Tzadik seppe che l’uomo che lo aveva invitato alla battaglia era Nicon.
I suoi genitori dormivano ancora nella stanza accanto alla sua. La notte era alla fine del suo secondo margine. Lasciò un messaggio vergato di fretta, e qualche lacrima cadde sull’inchiostro, poi uscì di casa e seguì i sentieri che conosceva a memoria, tra boschi di bassi abeti e strette mulattiere. Il paesaggio diurno irruppe sulle montagne quando lui entrò nell’accampamento della Gilda.
Disse: «Un sogno mi ha detto che appartengo qui.»
Così gli uomini lo condussero da Nicon.
Il resto erano storie di addestramento, litigi e fatiche, momenti di sconforto in cui pensava ai suoi genitori e alle sue due sorelle. Più di una volta avrebbe voluto tornare su suoi passi, sgattaiolare di nascosto come fece quella notte, ma questa volta per tornare da dove era fuggito.
Raggiunsero il campo nel quale era evidente una certa frenesia per la festa in preparazione. Ognuno aveva un compito ben preciso e lo assolveva con la massima dedizione. Non c’era posto per gente pigra nella Gilda di Nicon.
Due uomini si avvicinarono a Nicon prima che scomparisse dentro la sua tenda. Gli parlarono sottovoce e brevemente. Tzadik non riuscì a capire cosa stessero dicendo, ma vide il volto del suo maestro corrugarsi leggermente, mentre congedava i due uomini con nuovi ordini. I due cavalieri si allontanarono frettolosamente in direzione dei cavalli. Tzadik li seguì con lo sguardo, li vide raggrupparsi insieme ad altri quattro compagni e spronare le cavalcature attraverso le piane. In pochi istanti le sei figure divennero dei punti confusi sopra l’erba alta, poi scomparvero del tutto alla vista del ragazzo.
L’evento lo aveva molto incuriosito. Continuò ad aggirarsi per l’accampamento facendo finta di essere impegnato in qualche faccenda, ma tenne d’occhio l’orizzonte nel caso i cavalieri facessero ritorno. Nel frattempo arrivò il vino e l’atmosfera cambiò. Nicon uscì dalla tenda e dedicò un primo brindisi molto particolare alla terra. Parlò brevemente, nel silenzio che era improvvisamente calato sopra il campo, e alzò la coppa di liquido ambrato in segno di ringraziamento. Tutti i cavalieri ripeterono il gesto e così la festa ebbe inizio.
Il settimo margine era finito ed il cielo incominciò velocemente ad imbrunirsi. La cometa si accese nel cielo come una lanterna e le stelle brillarono formando disegni sconosciuti. Tzadik perse di vista l’orizzonte e dopo il terzo bicchiere di vino smise di pensare al misterioso compito dei sei cavalieri.
Trumad, uno degli uomini più anziani della compagnia, conosceva molti Canti di Limbo ed aveva una bella voce. Intonò la storia del “vecchio sotto il tiglio”, mentre le fiamme gli illuminavano il viso e le corde del suo strumento, una mandola a otto corde, vibravano note dolci e tristi. Tutta la comunità era raccolta attorno al fuoco. La carne del cinghiale era tenera e saporita, il vino leggero ed insidioso. Tzadik si accorse che non tutti però si lasciavano andare alla bevuta. Lo stesso Nicon evitava di riempire il bicchiere e sembrava riporre una parte della sua attenzione altrove.
Mentre le note della canzone si spegnevano nel silenzio delle piane, si udì distintamente il rumore di alcune cavalcature in avvicinamento. Nonostante la festa ed il vino, gli uomini di Nicon scattarono in piedi con estrema prontezza. Ma fu lo stesso Nicon a intervenire tranquillizzando i compagni. I cavalieri che lui aveva mandato in ricognizione stavano tornando.
Tzadik se ne stava appoggiato contro la ruota di un carro, il bicchiere in una mano e un grosso pezzo di carne nell’altra. Aveva una visuale ampia della scena, e nel silenzio pressoché totale del campo, riusciva a sentire ogni singola parola. Ma le visioni di quella sera, riportate faticosamente alla memoria il giorno dopo, erano una confusa accozzaglia di immagini annegate nel vino.
Ricordava il piccolo drappello di cavalieri che scortava i tre stranieri, un vecchio, un gigante e una ragazza. Erano davanti a Nicon e gli chiedevano ospitalità. Si erano seduti accanto al maestro, e la serata era continuata all’insegna della festa. Poco dopo i tre si erano ritirati nella tenda di Nicon, e lui non ci aveva più pensato.
Nella pungente aria mattutina delle piane, Tzadik sporse il naso fuori dalla sua tenda. L’accampamento era ancora immerso nel sonno. Si sentivano solo i sussurri dei tre uomini di guardia, nei pressi del fuoco del campo ormai diventato un letto di braci. Stavano preparando il tè.
Il ragazzo si trascinò all’esterno della tenda e si avviò fuori dall’accampamento, in direzione di alcuni alberi di basso fusto che formavano una piccola macchia. La testa gli pulsava ed aveva un bisogno disperato di svuotare la vescica. Mentre entrava nel boschetto, maledisse il vino dei contadini, così leggero e traditore. Non si accorse di niente fino a quando non si ritrovò disteso su un letto di foglie bagnate.
«Perché non guardi dove metti i piedi!»
Tzadik alzò lo sguardo e cercò di capire quello che era successo. Di chi era quella voce? Chi lo aveva fatto inciampare? Si afferrò la testa che adesso sembrava sul punto di esplodere.
«Ehi, mi ascolti?»
Era la voce di una ragazza. Mise a fuoco quel volto che si trovava proprio sopra di lui. Minuta, capelli castani, due occhi in cui annegare. Non sapeva proprio cosa rispondere, ma non gli importava. Voleva solo continuare a guardarla.
«Ragazzo? Che ti succede?»
«Scusami… Non ti ho vista arrivare.»
Lei gli offrì la mano per aiutarlo a rimettersi in piedi. In principio si sentì imbarazzato ad accettare l’aiuto di una ragazza, ma nello stesso tempo non voleva mostrarsi scortese. Afferrò la sua mano e si tirò su.
«Grazie, e scusami ancora.»
«Non ci pensare. Sei giovane per essere un cavaliere.»
«Non lo sono ancora. Mi stanno addestrando. Ti ho vista arrivare ieri sera insieme ai tuoi amici. Da dove venite?»
«Dalle terre dei laghi.»
Per un momento gli occhi di Tzadik andarono verso il medaglione che la ragazza portava al collo. Lei sembrò notare quello sguardo e istintivamente fece un passo all’indietro.
«Adesso devo tornare» disse lei.
«Si, certo. Ci vediamo al campo.»
In un attimo sparì alla sua vista. Lui rimase per un po’ immobile, cercando di metabolizzare quello strano ed improvviso incontro. L’insolito oggetto che portava al collo, le terre dei laghi, il gigante ed il vecchio che erano i suoi compagni di viaggio. Pensò distrattamente a tutto questo, ma scoprì che la cosa che lo aveva più colpito di quella misteriosa ragazza erano stati i suoi occhi.
La trovò che piangeva con lo sguardo rivolto al mare infinito.
«Mila, che cosa c’é?»
«Non ce la faccio più!» singhiozzò lei.
Lui le circondò le spalle, la strinse a se.
«Non ne posso di questa assurda prigione, questo mondo fasullo!» continuò la donna Elenty.
«Guardami!» le disse lui. «Ti prometto che usciremo di qui. Arriverà il tempo dell’Emersione ed insieme lasceremo Limbo»
Mila guardò negli occhi il suo uomo e si sentì ancora più triste. “Druge, amor mio, tu sei solo un Arcon. Non ti è permesso di uscire da questo mondo” pensò.
Ma non ebbe il coraggio di dirglielo.
La realizzazione di questo videoracconto é stata possibile grazie al movimento creative commons, che permette di utilizzare a piacimento immagini e musica per trasformarli in nuove creazioni. Ho estratto uno dei miei tanti racconti di 101 Parole inerente al progetto Limbo e vi ho costruito sopra un piccolo video con la musica dei SoLaRis e alcune foto in CC elaborate in photoshop.
Questo scambio e riutilizzo di informazioni é sempre accaduto, e solo nell’ultimo secolo, con l’invenzione dei diritti d’autore, ci é stato proibito di trasformare liberamente, come hanno sempre fatto tutti i piú grandi artisti della storia.
Musica: SoLaRis The SoLaRiS Archives Vol 1 – Treasure On The Mountain
Gli specchi d’acqua riflettevano il magenta del cielo, fin dove l’occhio arrivava. L’orizzonte si perdeva tra le nebbie, insieme al riverbero di quella moltitudine di laghi, tra la bassa vegetazione e le canne di bambù che affioravano un po’ ovunque. L’aria odorava di orchidee.
Jade osservava quel nuovo paesaggio mentre discendeva l’altura insieme ai suoi due compagni. Misar le camminava accanto aiutandosi con il suo bastone, mentre Yumo li seguiva qualche passo più indietro. Guidava i due muli attraverso il sentiero, guardandosi intorno di tanto in tanto. Il senso del pericolo del Protettore, affinato come in nessun altro, era costantemente all’erta.
Erano trascorsi una quindicina giorni da quando avevano lasciato il deserto. Misar sperava di poter avere qualche informazione sulla posizione della gilda attraverso la consultazione di una Colonna delle Voci. Per questo si erano diretti verso i laghi. Il vecchio era convinto che da qualche parte laggiù doveva essercene una. Il padre di Jade gliene aveva parlato una volta.
La posizione di questi luoghi di sapere e di scambio di informazioni, che secondo la mitologia Arcon furono messi dallo stesso Seidon per aiutare gli uomini a rintracciarsi in quel mondo così mutevole, cambiava insieme a tutto il resto, ma gli erranti divulgavano con impegno la conoscenza delle loro ubicazioni. Si diceva che venivano addirittura disegnate delle mappe speciali chiamate Carte a Proiezione, in cui venivano tracciate le possibili traiettorie di spostamento delle colonne. Jade non ne aveva mai viste, ma ne intuiva il loro funzionamento.
Molti studiosi avevano cercato di trovare un senso allo spostamento delle terre di Limbo. In realtà la deriva del mondo verso il Sole Rosso, lo strappo all’orizzonte che risucchia le terre in eccesso, avviene in modo abbastanza casuale. Ma alcune proiezioni rinvenute attraverso attente osservazioni di questi mutamenti sono risultate esatte. Per questo i Cartografi, rari personaggi che errano Limbo studiandone la sua mutevolezza, hanno una grande reputazione tra le comunità Arcon.
In quel momento un Cartografo sarebbe stato per loro di grande aiuto. Anche se la Colonna doveva trovarsi in quel luogo, potevano impiegarci un’intera stagione prima di riuscire trovarla, e solamente dopo aver setacciato quelle terre in lungo e in largo.
Misar si fermò d’un tratto, scrutando l’orizzonte in direzione degli specchi d’acqua. Cercava di attutirne il riflesso con l’aiuto della mano. Gli occhi divennero due fessure e le folte sopracciglia si incurvarono.
«Laggiù!» disse.
Jade si era fermata accanto al vecchio e anche lei sondava il paesaggio alla ricerca di qualche traccia che indicasse loro una direzione da prendere. Seguì l’indicazione di Misar, che puntava il dito verso una larga distesa d’acqua sul lato sinistro del bacino verso cui discendevano, ma non vide niente.
«Cosa?»
«Un pescatore. Deve essersi insediata una comunità. Forse sapranno dirci qualcosa…»
Finalmente la ragazza riuscì a vedere quella striscia galleggiante che era la barca di un pescatore. Si rimisero in marcia puntando verso quella direzione, tenendo gli occhi ben aperti nella speranza di trovare altre tracce di una comunità presente nel luogo.
Jade aveva avuto altri sogni. La maggior parte di questi l’avevano confusa, altri invece l’avevano terrorizzata. Poco prima, mentre discendevano il sentiero, si era sentita come toccare da qualcosa. Una parte di lei aveva riconosciuto in quel tocco interiore la presenza dell’uomo dei sogni. Si era fermata ascoltando, mentre i suoi compagni la guardavano chiedendosi il motivo di quella strana sosta. Era stata questione di un momento. Un tocco lieve ma profondo, che l’aveva trapassata dalla testa ai piedi. E proprio attraverso le dita dei suoi piedi aveva avvertito quella presenza andarsene. Qualcosa le diceva che l’uomo dal volto scarno e gli occhi di ghiaccio era molto vicino.
Il sentiero, una volta raggiunta la piana più sotto, si perdeva nella bassa vegetazione che circondava i laghi. Il terreno era più morbido e l’aria più pesante. L’odore delle orchidee si era fatto quasi insopportabile, e Jade si augurò che trovassero in fretta ciò che stavano cercando. Non credeva di poter abituarsi a quell’odore.
Aggirarono alcuni stagni percorrendone le rive. Il terreno diventava sempre più melmoso e i loro stivali affondavano abbondantemente nel terreno. I muli si lamentavano di quel cammino, ma Yumo sapeva come tranquillizzarli. Si diceva che gli Arenty avessero una speciale empatia con gli animali, e che riuscissero a comunicare con loro in una forma sconosciuta di linguaggio.
Raggiunsero il luogo dove avevano avvistato il pescatore. La barca galleggiava solitaria in mezzo a quello specchio d’acqua, e un uomo molto alto e sottile se ne stava in piedi al centro di questa. Jade ne riusciva a scorgere solo la sagoma, nel riflesso abbagliante della superficie del lago. L’uomo era immobile e teneva una lancia da pesca alta sopra la testa, pronta per trafiggere la preda appena questa si fosse avvicinata alla barca. Portava un ampio cappello di forma conica, indumento che lo identificava come appartenente alla comunità degli Ittici. I tre rimasero in silenzio osservando la scena che stava per compiersi. Qualsiasi rumore avrebbe spaventato il pesce e deconcentrato il cacciatore pronto al colpo.
La lancia saettò dalle mani dell’uomo immergendosi quasi totalmente. L’acqua ribollì accanto alla barca, segno che preda si stava dimenando. Quindi il pescatore caricò sulla barca il pesce infilzato, un esemplare grande quanto un bambino. Poi, come se si fosse accorto in anticipo della presenza dei tre, guidò la barca verso di loro.
Gli Ittici erano i pescatori di Limbo, un comunità antica e pacifica che aveva pochi contatti con gli altri Arcon. Non pescavano mai più di quello che serviva a loro e quindi non commerciavano il loro prodotto come facevano invece la maggior parte delle comunità, ma a volte davano delle grandi feste in riva ai laghi o ai fiumi. Arrostivano grossi pesci e suonavano i loro flauti di bambù per la gente che voleva partecipare. Tutti erano invitati e le feste potevano durare anche due o tre giorni consecutivi.
Pescavano su imbarcazioni leggere, facili da trasportare nel momento in cui cambiavano insediamento. Spesso risalivano i fiumi cercando nuove zone di pesca, ma rimanevano sempre nell’entroterra di Limbo. Come altre comunità, temevano il mare e lo evitavano di proposito.
La barca scivolò dolcemente lungo la riva, fermandosi a pochi passi da loro. Il pescatore rimase in piedi dov’era e salutò i tre con un cenno della mano. Sembrava restio a scendere sulla terra ferma. Il cappello proiettava un’ampia ombra sul suo volto nascondendone i lineamenti.
«Salve pescatore» salutò di rimando Misar. «Ci hai fatto assistere ad un grande spettacolo di caccia.»
L’uomo chinò la testa in risposta al complimento del vecchio. Gli Ittici erano famosi per la loro parsimonia comunicativa. Parlavano solo quando era necessario, e a volte neanche allora. Misar conosceva bene la loro reputazione, così non perse tempo in altri convenevoli ed arrivò subito al punto.
«Ci è stato detto che in questo luogo si trova una Colonna. Vorremmo aggiornarci sul tempo e su altre questioni del mondo. È molto importante per noi consultarla. La tua gente sa dove si trova?»
Immobile e silenzioso, l’Ittico sembrava non aver udito una parola di quello che il vecchio gli aveva appena detto. Jade era sul punto di spazientirsi, ma si accorse che l’uomo la stava osservando. Anzi, osservava il medaglione che portava intorno al collo. Con un gesto istintivo si portò una mano al petto, cercando con lo sguardo il suo Protettore. Yumo si era già accorto dell’occhiata che il pescatore aveva dato all’oggetto, e Jade poteva quasi udire il rumore della tensione dei muscoli del gigante muto.
Ma il pescatore non sembrò fare caso a tutto ciò. D’un tratto parlò, e la sua voce era sottile e armoniosa.
«Kawen sa dove si trova. Dovete seguirmi.»
E detto ciò smontò dall’imbarcazione e si caricò il grosso pesce sulle spalle. Poi si incamminò lungo la riva del lago, in direzione di un insenatura oltre la quale la bassa vegetazione lasciava il posto ad alte canne di bambù. I tre lo seguirono non senza qualche difficoltà. L’uomo si muoveva rapido nonostante il fardello che si portava sulle spalle. Aggirarono l’insenatura e attraversarono quella che sembrava un’apertura attraverso il canneto. Il terreno del sentiero diventò più solido a mano a mano che si allontanavano dal lago. Erano completamente circondati da alte e svettanti piante di bambù.
D’un tratto l’uomo si fermò voltandosi verso di loro.
«Avete bisogno di ristoro?»
La domanda suonava forzata. Misar declinò l’invito.
«No, ma avete la nostra gratitudine.»
«Va bene. Aspettatemi qui.»
Poi proseguì lungo il sentiero scomparendo velocemente alla loro vista.
«Che succede?» domandò Jade con un leggero nervosismo. Ricordava lo sguardo che l’uomo aveva dato all’amuleto. Ne era forse stato incantato? Si diceva che gli oggetti di famiglia facessero questo effetto su alcuni uomini. La sola vista poteva indurre al delitto…
«Non preoccuparti…» cercò di tranquillizzarla Misar. Ma anche lui sembrava teso. Intanto Yumo aveva estratto lo spadone. Per il gigante non si poteva essere mai troppo cauti.
Attesero oltre il tempo di una pausa, avvertendo la tensione salire. Jade era sul punto di chiedere al compagno di tornare indietro. Nel silenzio irreale di quel canneto, in cui le foglie dei flessuosi bambù si muovevano appena, la giovane Keeper si sentiva come un topolino in gabbia.
Poi udì dei passi che venivano dal lato in cui si era allontanata la loro guida. Apparve il pescatore ed insieme a lui c’era un altro uomo, di aspetto simile e con un identico cappello. Doveva trattarsi di Kawen.
L’uomo che li aveva guidati nel canneto parlò.
«Lui può aiutarvi. Io ho compiuto il dovuto. Adesso devo lasciarvi» e con un gesto del capo salutò i tre, poi ritornò sui suoi passi e scomparve tra il fitto bambù.
Anche Kawen aveva gli stessi modi distaccati del suo compagno. Disse loro solo una parola: “seguitemi”. Poi partì di gran lena in direzione del lago in cui avevano visto il pescatore. Aggirarono la distesa d’acqua ed entrarono in una zona molto più paludosa. I muli facevano fatica a proseguire anche a causa del pesante carico. Ma l’Ittico assicurò loro che il tratto sarebbe stato breve.
Al profumo nauseante delle orchidee si erano aggiunti gli insetti della palude. Ci fu un momento in cui Jade pensò di non riuscire più ad andare avanti. La testa incominciò a girarle e le si annebbiò la vista. Si sentì afferrare per un braccio, una stretta tempestiva ma gentile. Si accorse che Yumo la stava sorreggendo, mostrandole un sorriso piatto che le fece comunque piacere.
Kawen aveva detto la verità. Il terreno tornò ad essere meno paludoso e gli insetti diminuirono. Entrarono in un boschetto di felci e proseguirono per uno stretto sentiero. Il percorso non era dei più facili, ma almeno l’odore delle orchidee si era attenuato e Jade ritrovò la lucidità necessaria per proseguire da sola. Ringraziò il gigante muto che le rispose con uno sguardo di adorazione.
Uscirono dalla bassa vegetazione e si ritrovarono davanti ad un ampia distesa d’erba alta. In mezzo alla pianura, come uno specchio incorniciato, vi era una distesa d’acqua argentata di forma quasi perfettamente rotonda. Si era alzato un vento leggero che accarezzava il prato e increspava lievemente la superficie del lago. Vi era un salice dalla gigantesca chioma che cresceva sulla riva. Il vento lo faceva danzare dolcemente al ritmo di una musica inudibile.
«Laggiù!» disse l’Ittico indicando l’albero danzante. «Proprio sotto quel salice si nasconde la colonna.»
«Vi siamo molto grati pescatore» rispose Misar. «Possiamo ripagarvi della vostra gentilezza in qualche modo?»
Kawen guardò il vecchio da sotto l’ampio cappello conico. Jade non riusciva ad indovinare la sua espressione, ma per un attimo ebbe la sensazione che lo sguardo dell’uomo si fosse posato sul suo amuleto. La Keeper pregò che non chiedesse l’oggetto come pegno del suo servizio.
Anche Misar sembrò accorgersi di quello sguardo. Allungò la mano in direzione dell’uomo porgendogli un piccolo sacchetto di pelle.
«Ecco qua. Non è molto, ma credo che possano piacere alla tua compagna.»
Kawen afferrò il sacchetto e lo aprì. Una manciata di piccole perle di fiume scivolarono nella sua mano. L’Ittico le osservò di sfuggita, poi tornò a guardare in direzione di Misar, e forse anche di Jade. Sembrava sul punto di voler fare un’altra proposta, ma cambiò idea. Rimise le perle nel sacchetto e se lo infilò nella tasca dei sui larghi pantaloni da pescatore.
«Avete bisogno di ristoro?»
Era il codice del pescatore. Ogni Ittico era obbligato ad offrire il ristoro agli erranti, malgrado quello che pensasse di loro. Jade si domandò se non fosse proprio a causa dell’amuleto che i due pescatori si erano dimostrati così distaccati nei loro confronti.
«Grazie, ma non possiamo» rispose Misar. «Ma portate i nostri saluti e ringraziamenti a tutta la vostra comunità. Possa Seidon abbracciarvi col suo amore.»
Kawen ringraziò con un cenno con il capo, poi tornò sui suoi passi in direzione della palude. In un attimo i tre non furono più in grado di vederlo.
Misar guidò il gruppo lungo la riva dello specchio d’acqua. Il salice si trovava sulla sponda opposta, un esemplare gigantesco le cui fronde ricadevano sulla superficie del lago creando una zona d’ombra imperscrutabile. Le colonne erano sempre legate ad un luogo particolare che molti Arcon avrebbero definito magico. In realtà la magia risiedeva unicamente nella colonna, e non nel paesaggio circostante. Jade però non poté fare a meno di pensare che quel luogo fosse in qualche modo incantato, uscito da una terra di sogno o da una favola per bambini. L’argento del lago era abbagliante, il prato sfumava dal giallo oro al verde più intenso, mentre le carezze del vento giocavano insieme alle sfumature creando strani effetti ottici. E poi c’era l’albero, il sovrano assoluto di quel luogo circoscritto, apparso d’improvviso all’interno di un bosco di felci. Per un attimo si sentì parte di una rappresentazione, protagonista o pedina di una storia narrata intorno al fuoco.
Si fermarono a una decina di passi dal grande salice. Non riuscivano a vederne il tronco a causa delle abbondanti fronde che lo ricoprivano formando una specie di tenda naturale. La colonna doveva trovarsi al suo interno, nascosta nell’ombra di quello strano antro.
Yumo si avvicinò alle fronde e ne scostò un drappo, sbirciando all’interno alla ricerca di qualche pericolo. Dalle ombre sotto il salice provenne un odore pungente di sottobosco e di funghi insieme ad un riverbero rosato di natura indefinita. Jade sporse la testa verso l’apertura cercando di vedere meglio. Vi era un basso piedistallo di forma cilindrica che spuntava da un tappeto di foglie umide. La colonna era levigata come madreperla e trasparente come il quarzo. Emanava una strana luminescenza che variava dal rosa all’arancio, in una pulsazione regolare che poteva ricordare il battito di un cuore.
Misar fece strada all’interno dell’antro, seguito dappresso dalla ragazza. Yumo assicurò i muli legandoli ad un ramo e poi entrò insieme ai suoi compagni. Nonostante la sua mole, la cupola di fronde poteva accoglierlo tranquillamente.
Una volta sotto il salice Jade si sentì come trasportare in un luogo diverso. Il lago rotondo ed il prato d’erba alta non erano scomparsi solo alla sua vista, ma qualsiasi altra sensazione le diceva che non esistevano più. Avvertiva che oltre quel drappo di fronde che li circondava non ci fosse più niente. Il vuoto assoluto.
La sensazione durò un istante, poi tornò a concentrarsi sull’oggetto che aveva davanti, la Colonna delle Voci. Non ne aveva mai vista una prima di allora. Nella sua comunità solo i primi cacciatori si recavano a volte a consultarle, quando fortuitamente s’imbattevano in una di queste. Misar invece sembrava conoscerle. Posò entrambe le mani sull’estremità di quel cilindro rosato che spuntava dal terreno in maniera così innaturale, e chiuse gli occhi invitando i suoi compagni a non far rumore. La lettura avveniva in silenzio e poteva durare anche la metà di un margine, a seconda delle informazioni che si cercava.
Nessuno sapeva quante colonne ci fossero su Limbo. Anche queste si spostavano insieme alle terre, ma erano disseminate in maniera uniforme, così da poter raggiungere tutte le comunità erranti e stabili del mondo. Chiunque poteva utilizzarle, lasciandovi notizie oppure consultandole. Bisognava fare attenzione a non venire ingannati dalle false indicazioni. Vi erano insidie nei messaggi lasciati, e qualcuno parlava dei Corruttori di Menti, gente astuta che manipolava le persone attraverso insidiosi messaggi.
Misar rimase attaccato alla colonna per il tempo di due pause. Yumo e Jade restarono accanto al vecchio per tutta la durata della consultazione. La ragazza notò che all’interno della cupola di fronde anche tutti i suoni esterni erano attutiti. Il vento, che soffiava leggero sul lago e l’erba alta, sembrava scomparso. La sensazione di trovarsi in un luogo distante non l’abbandonò per tutto il tempo in cui rimasero là dentro. Quando finalmente Misar staccò le mani dalla colonna, chiese agli altri di uscire. Anche per lui quel luogo era diventato fatto soffocante.
Una volta fuori dalla cupola il vecchio parlò.
«Ho letto solo parte delle notizie più recenti. È un periodo di fermento, sembrerebbe. Stanno accadendo molte cose, la maggior parte delle quali sono per me indecifrabili.»
«Che genere di cose?» domandò la ragazza.
«I Testimoni di Seidon si stanno allargando, perseguitando i maghi e gli eretici. La Torre Galleggiante è in movimento, portando con se distruzione e follia. Erano molte stagioni che non se ne sentiva parlare. I Dowa dedicano molti canti al cielo, segno che la paura accarezza il mondo. Qualcuno dice anche che il tempo dell’Emersione è vicino, ma non darei molta importanza a questa notizia. C’è sempre qualcuno che profetizza un imminente avvento dell’eclisse.»
Mentre parlava, cercando di ricordare quello che aveva decifrato durante la consultazione, Misar osservava assorto la superficie argentea del lago. Jade ebbe un brivido quando sentì nominare la Torre Galleggiante. Il delirante demolitore di Limbo, lo stregone Sawar. Più volte aveva pensato e temuto e che l’uomo dei sogni fosse proprio lui. No, non era una storia per bambini. La Torre esisteva per davvero.
«E la gilda?» chiese lei.
«Siamo fortunati ragazza. La gilda è passata di qua non molto tempo fa. Era diretta verso le piane oltre i laghi. Forse riusciremo a raggiungerla se la comunità ha deciso di accamparsi.»
Jade non poté fare a meno di notare l’ansia che era scesa sull’espressione del vecchio. Continuava ad osservare il lago, perso in pensieri insondabili.
«Cosa c’è che non va?»
«Niente, probabilmente. Vi era un messaggio strano nella colonna. Non sono riuscito a capirlo, ma nascondeva qualcosa.»
«Che diceva?»
«Una frase senza senso, ma che non riesco a togliermi dalla testa. La frase occupava ogni spazio della colonna, come un libro scarabocchiato con un inchiostro rosso.»
Il vecchio voltò lo sguardo verso la ragazza, due fessure cespugliose.
«Diceva: nella verità muore la speranza!»
Questa settimana il progetto “Limbo” presenta un racconto breve scritto nel 2006 che gira intorno ai misteri e al significato degli oggetti di famiglia. L’immagine di Charles Huxley legata al racconto sarà pubblicata la prossima settimana. Nel frattempo ho allegato un suo vecchio lavoro.
Il romanzo “Limbo” tornerà venerdì prossimo con il sesto capitolo.
Buona lettura.
Il cielo era plumbeo e gravido di pioggia, ma c’erano riverberi rosati che lampeggiavano dietro le nubi, segno che il paesaggio sarebbe cambiato e che una notte priva di astri si prospettava, ospite la solitaria cometa che scandisce il tempo di Limbo. Clessidra la chiamavano, la luce che naviga il cielo scandendo le stagioni.
Neve procedeva lentamente in sella al suo cavallo, discendendo la montagna appena valicata. Il sentiero lo stava accompagnando verso le terre del sole rosso, oltre Mountoor, la montagna che segnava i cicli del mondo.
Desiderava da tempo rivedere le terre in cui era nato, le praterie all’ombra delle Montagne del Vespro, un paesaggio incantevole in cui le luci del cielo si rincorrevano in sfumature calde tra il giallo, il rosso e il blu più profondo. Un tramonto eterno, alternato a delle notti di luna bianca, dava il nome a quelle montagne che come un drappo nascondevano il Mare Infinito di Limbo. Oltre la distesa azzurra increspata di onde continue, il riflesso in due specchi paralleli del solito paesaggio dava il nome a quel mare; Infinito.
Mentre discendeva l’altura, Neve giocherellava col bracciale di famiglia, un drago dorato attorcigliato su se stesso con due rubini per occhi. Era un oggetto alquanto vistoso, complice il suo evidente valore. Ma in realtà un oggetto di famiglia non ha mai un valore perché venderlo è inammissibile, il gesto più degradante che un uomo possa compiere.
Suo padre glielo aveva cinto intorno al polso molte stagioni prima, quando i suoi occhi grigi lentamente si spegnevano su questo mondo per riaprirsi da qualche altra parte. Da allora Neve non se l’era mai tolto, e mai lo avrebbe rimosso se non in punto di morte, consegnandolo nelle mani di Jill, la figlia di sua sorella Violet, prima discendente della sua famiglia. Ma se fosse giunto il tempo dell’Emersione, come gli aveva spiegato il padre, avrebbe dovuto esaudire il suo ultimo desiderio, una missione piena di mistero della quale Neve non desiderava conoscere più di quel poco che sapeva. Nel momento in cui il sole e la luna si fossero congiunti dando vita ad un nero astro che risucchia la luce, il tempo dell’Emersione sarebbe giunto, ed allora quel bracciale doveva essere consegnato nelle mani del guardiano di Mountoor.
Era totalmente assorto in questi pensieri quando il cavallo nitrì improvvisamente, scartando di lato in un movimento che per poco non disarcionò il suo cavaliere. Neve riprese subito il controllo del suo destriero, ma quando rialzò lo sguardo venne colto dalle vertigini. Il mondo intorno a lui si oscurò per un istante mentre un suono lancinante, come metallo e vetri in frantumi, attraversò la sua testa lasciandolo senza fiato.
Quando riprese coscienza dei suoi sensi si ritrovò con la faccia nella polvere ed i muscoli inerti. Poteva solo avvertire le presenze sopra di lui, due uomini le cui auree erano così potenti da distorcere l’etere intorno a loro.
Neve, capace appena di respirare, poté soltanto ascoltare le parole dei due uomini che stavano disegnando il suo destino.
«Allontanati da lui!»
«Chi credi di essere tu per dirmi cosa devo o non devo fare?»
«Io sono la cosa giusta.»
Le due voci erano completamente diverse. La prima era priva di emozioni, l’altra fin troppo appassionata.
«Tu sei solo un disegno, niente più. Quel bracciale mi appartiene, è mio. Anzi, quel bracciale sono Io!»
«No. Quel bracciale eri Tu prima che questo mondo ti corrompesse, prima che tutto questo avesse inizio.»
«Misero Arenty, credi di potermi fermare? Tu non puoi neanche immaginare la forza che mi spinge verso quell’oggetto.»
«Quella forza di cui parli è fittizia. Tu puoi continuare a vivere la tua vita anche senza quel bracciale. Non c’è niente che ti leghi a lui. Non più!»
Adesso le voci erano molto vicine, sovrastavano il corpo e la mente di Neve che immobile cercava di afferrare il senso di tutto ciò.
«Come potrei vivere ignorando la presenza di quel bracciale? È la testimonianza dell’inganno che noi Elenty abbiamo subito. Non capisci? Già, ma come potresti mai capire tu…»
«Io non capisco. Io so! So qual’è la cosa giusta da fare, ed è proteggere il portatore del bracciale per il bene di tutti.»
Ci fu un momento di silenzio, mentre le due figure parevano studiarsi. Si muovevano in cerchio, sollevando nuvole di polvere attorno al corpo inerte di Neve.
«La cosa giusta? Non esiste nessuna cosa giusta. Questo dannato mondo finirà prima o poi, e tutto sarà stato inutile. Quindi facciamola finita e incrocia la tua spada, tanto so già che non ti farai mai da parte.»
«E come potrei. La mia esistenza è volta a questo momento. Lasciami però un ultima parola prima di combattere. Un giorno la vita contenuta in quel bracciale aprirà gli occhi su un mondo nuovo, un mondo vero, e quando questo accadrà tu ti risveglierai e Limbo non ti sembrerà altro che un brutto sogno. Sei sicuro di non volerci credere più?»
Ci fu un’altra pausa di silenzio in cui Neve poté distinguere i respiri degli uomini che si fronteggiavano. oi un sussurro pronunciò le ultime parole prima dello scontro.
«No, non ci credo più!»
Due urli profondi e disperati precedettero lo schianto delle lame lanciate in due potenti fendenti. Lo scontro di quelle spade, sicuramente di origini magiche, portò il definitivo oblio nella mente di Neve.
Vagò in un sogno leggero, fatto di filamenti luminosi e visioni di sistemi binari, immagini che non riusciva pienamente a capire ma che seguivano i bizzarri ragionamenti dei due uomini che combattevano sopra di lui.
Poi sentì il suo corpo cadere per un tempo indefinibile, per atterrare infine dentro una scura pozza d’acqua che si andava allargandosi a causa della pioggia battente che vi cadeva. Per un momento temette di affogare, ma come succede sempre nei sogni, l’attimo prima di morire riaprì gli occhi sul mondo.
Neve era ancora riverso a terra nello stesso punto in cui era caduto da cavallo, sotto una pioggia torrenziale che lasciava distinguere appena il paesaggio.
A fatica riuscì a rialzarsi in piedi, e subito si accorse dell’uomo che giaceva a pochi metri da lui. Riverso al suolo, il corpo senza vita di uno dei due guerrieri era privo di testa.
Quando Neve si avvide di non indossare più il bracciale seppe a quale voce apparteneva quel corpo.
Il giorno era uguale alla notte, i sapori erano stupide percezioni neurali diventate insipide, il sesso riusciva ancora ad appagarlo solo grazie alle stregonerie di Davinia. Se la sua vita era destinata a spegnersi, probabilmente questo sarebbe accaduto insieme alla sua amante, mentre scalavano vette di piacere mai concepite da alcuna esistenza, Elenty, Arcon o altro.
Dalla finestra della sua stanza vedeva scorrere le terre di Limbo. La Torre Galleggiante si muoveva lentamente sopra il paesaggio, insieme alle Belve che nel procedere vi giravano intorno, saltellando coi loro corpi gibbosi, fatti di pietra e di gesso, meravigliose creature prive di anima al suo servizio. Non era stato facile intuire il segreto della vita e manipolarlo, uno degli enigmi meglio custoditi di quell’assurdo mondo. Lui era il solo in grado di farlo.
La noia era la sua più grande nemica. Per dodici cicli era vissuto in attesa, contando i giorni e dimenticandosi il modo in cui usava calcolare il tempo prima dell’avvento di Limbo. Di quel mondo remoto dove lui era nato ricordava poco o nulla. Ma vi era una cosa che era impressa indelebilmente nella sua memoria e che si affacciava regolarmente ogni giorno: il volto di suo figlio Thomas.
Lasciarlo fu il dolore più grande. Il ricordo continuava a tormentarlo, corrodendo la sua mente in quell’assurda vita di attesa chiamata Limbo. Piccolo Thomas dagli occhi celesti e il sorriso di sole. A volte sussurrava quel nome richiamando alla memoria il suo volto. E pensare che non riusciva neanche a ricordare il suo vero nome. Adesso si faceva chiamare semplicemente Sawar, e quella parola metteva i brividi a molti Arcon.
Osservò il sole assurdamente immobile sullo sfondo di un cielo violaceo. La cometa sfrecciava poco più sotto, stupido espediente che segnava il trascorrere del tempo. Nessun segno di un imminente eclisse. L’Emersione era un miraggio.
Più di una volta aveva pensato di raggiungere la montagna sacra, Mountoor come la chiamavano gli Elenty, ed affrontare il Guardiano. Probabilmente non sarebbe riuscito ad avere la meglio su quel demone, ma tutto considerato, cosa aveva da perdere? Altri dodici cicli di attesa? No, grazie.
Ma una volta giunto alle porte del mondo, cosa avrebbe potuto fare? Uscire? Per andare dove? Forse in un’altra prigione come quella dalla quale proveniva, come quella in cui viveva da tempi immemorabili. Un’altra prigione come Limbo.
Osservava le pieghe della sua veste di seta, un milione di sfumature dorate. Dalle ampie maniche fuoriuscivano le sue mani nodose, lunghe dita affusolate capaci di deformare la struttura del mondo, ricrearla a suo piacimento e vincolarla al suo volere. Niente era più un segreto per lui.
Pensò alla mitologia Arcon ed al fratello di Seidon, il dio che condannò il suo popolo ad un continuo pellegrinare. Kyos si chiamava, lo squartatore del mondo. Sawar si sentiva esattamente come lui. Imprigionato in una terra confinata, pronto a reciderne gli orizzonti per farci vomitare dentro nuove terre, nuove vite, nuove possibilità. Niente era più corrosivo della condanna a vivere in un mondo chiuso.
Ma Kyos era una stupida rappresentazione di Loke, la forza imponderabile del sistema. Una leggenda che serviva a tenere buoni gli Arcon, niente più.
Vi era una cosa che lo tormentava ancor più del mondo in cui era condannato a vivere. Erano passati cicli e stagioni dall’avvento di Limbo e dalla scoperta del significato dei Frame, ovvero gli oggetti di famiglia. Gli Arcon credevano che servissero a riportare indietro il vecchio mondo e le antiche città, ma la verità era un’altra. Ogni Frame apparteneva ad un Elenty, era il suo oggetto, anzi l’oggetto era lui. Sawar ne avvertiva la presenza, anche se vaga e distante. L’oggetto era stato passato recentemente ad un nuovo Keeper, una ragazza. Ne aveva visto il volto, mentre manipolava la struttura. Insieme a lei vi erano anche un vecchio e ad un gigante Arenty.
Per dodici cicli aveva cercato quell’oggetto. A volte lo aveva percepito, ma mai come adesso. Questo fatto lo incuriosiva. Non sapeva di preciso dove si trovasse la ragazza, ma poteva proiettare la sua mente nei suoi sogni, esplorarli e farsi rivelare la sua posizione.
Durante l’ultimo contatto aveva intuito la presenza del deserto. Era laggiù che la Torre Galleggiante era diretta. Ekaron la pilotava attraverso dune e boschetti, un lento ma costante avanzare che terrorizzava gli animali e teneva lontano gli Arcon. Era diventato abile a guidarla, forse addirittura più di lui.
Davinia invece dormiva, o più probabilmente sognava. Erano immersioni di luce le sue, estremizzazioni della ricerca del piacere. La donna dai lunghi capelli di platino si abbandonava a volte a lunghi sonni dai quali non voleva assolutamente essere svegliata. Erano ricerche le sue. Si definiva una pioniera del godimento.
Erano solo tre, ormai da innumerevoli stagioni. Gli altri Elenty erano morti, o votati ad altre cause, ingenue pedine di uno stupido disegno. Avrebbero comunque fatto bene a rimanere alla larga da loro. Se volevano credere ancora alla bugia dell’Emersione, che facessero pure. A lui non importava. Ma non dovevano intromettersi nei suoi affari e in quelli dei suoi compagni.
La noia era un brutta malattia, ed era possibile combatterla solo attraverso la ricerca di nuovi stimoli. La sofferenza Arcon deliziava Ekaron il torturatore, la violenza mentale affascinava la splendida Davinia, mentre ciò di cui lui godeva di più era distruggere la struttura di quel mondo fittizio. Non a caso qualcuno gli aveva dato il soprannome di Delirante Demolitore.
Allungò il braccio in direzione di un piccolo bosco di faggi che scorreva davanti alla finestra sul paesaggio. Si concentrò pochi attimi mentre il rumore dello sfrigolio riempiva la stanza. Il bosco incominciò a bruciare e poi si nascose alla sua visuale. Velocemente ritornò dentro il suo corpo, soddisfatto di quella piccola opera. Ma il vuoto lo colse di nuovo, e si scoprì a desiderare qualcos’altro da distruggere.
Pensò alla ragazza che possedeva il suo Frame. L’avrebbe volentieri data in pasto ai suoi amici, dopo averla privata dell’oggetto. La cercò proiettando l’immagine del suo volto dentro la struttura, un tentativo che, come molti altri, aveva già sperimentato. La natura mutevole di quel mondo rendeva difficile l’individuazione delle creature che lo percorrevano. Era riuscito a scovare decine di Keeper nella sua lunga esistenza, nella speranza di recuperare il suo oggetto, un compito tutt’altro che semplice. Ma questa volta rimase molto sorpreso della facilità con cui riuscì a raggiungere la mente della ragazza. Prese possesso del suo corpo per qualche attimo, mentre lei camminava lungo un sentiero sconosciuto. Penetrò il terreno sotto i suoi piedi e ne sondò la posizione.
Tornato dentro al corpo seppe che la ragazza era fuori dal deserto e si stava dirigendo verso le terre dei laghi. Ma la sua direzione poteva cambiare, come poteva cambiare la posizione dei laghi. Maledisse Limbo e la sua instabilità.
Cercò con la mente il compagno Ekaron e gli riferì la nuova direzione. La Torre deviò leggermente nel suo incessante procedere. Un rumore sordo accompagnava il movimento dell’isola volante.
Perché era riuscito a individuare subito la ragazza? A volte erano necessarie intere stagioni di pratiche magiche per trovare solo una traccia della presenza di un Keeper. Questa volta invece sembrava addirittura che fosse il Keeper stesso a cercare lui. Ovviamente questo era assurdo. La cosa lo intrigava, lo divertiva, ma soprattutto lo eccitava. Voleva quella ragazza. Voleva l’oggetto. Ma voleva anche sapere perché.
Gli Arcon parlavano ancora dei Misteri. Per Sawar non esistevano misteri, e se ce n’erano di nuovi lui li avrebbe svelati. Una ragione in più per accelerare quella corsa, quel lento ma incostante incedere di distruzione che la Torre Galleggiante portava dappresso.
Sawar si alzò dallo scranno e gettò un ultimo sguardo dalla finestra della torre. Poi scese verso le camere di Davinia. Avrebbe dormito un po’ insieme al lei, cullato dal suo abbraccio mentre le loro menti galleggiavano insieme in un tenero bagno di luce. Voleva gustare i suoi fluidi, entrare nella sua testa. Voleva intrattenersi, perché l’intrattenimento ormai era il solo motivo di esistere.
Giunto davanti alla porta che si apriva sulle stanze di Davinia, appoggiò un mano sul battente percependo il sogno della donna. Era lontano, in qualche diramazione del sistema, ai limiti della sua estensione virtuale. Sawar sorrise. Voleva raggiungerla.
Entrò e ne osservò il corpo nudo adagiato sulle sete del letto, una visione perfetta di curve e colori e insenature e levigate superfici rosa. I capelli ricadevano sulla schiena, sparsi sopra le scapole, sopra il letto, giù fino a sfiorare i glutei. Il volto sprofondato nel cuscino faceva solo intuire i lineamenti dolci di quella donna attraente e pericolosa. Un viso fanciullesco pieno di efelidi e uno sguardo di ghiaccio.
Sawar le scivolò accanto e rimase per un po’ ad osservarla. Ne annusò la fragranza, come con un fiore appena colto. Cercò di afferrare completamente il godimento di quella visione perfetta, immortalarla dentro di se così da poterla richiamare a suo piacimento. Registrò ogni sfumatura della sua pelle, ogni frequenza del suo respiro. Ne avrebbe divorata una copia una volta fatto ritorno nelle sue stanze.
Poggiò la testa sul cuscino accanto a quello di lei e chiuse gli occhi. Non sarebbe servito cercarla. Lo avrebbe trovato lei.
Scarica l’illustrazione in alta definizione.
L’immagine di questa settimana è stata realizzata utilizzando un lavoro di Ashaya – http://ashayaa.deviantart.com/
Il capitano della guarnigione si chiamava Terion. La mattina dopo disse ai due prigionieri che l’accampamento centrale dei Testimoni si trovava a circa mezza giornata di viaggio, ai margini delle pianure del vespro, oltre i rilievi dove si trovavano. Avrebbero viaggiato sui loro cavalli, ma questi sarebbero stati legati a quelli delle loro guardie, per evitare spiacevoli sorprese.
Mylo si era svegliato con la testa pesante. La notte di riposo non era bastata ad allontanare la stanchezza degli esercizi del giorno prima e la tensione causata dagli eventi che si erano succeduti. Si sentiva rallentato e aveva un brutto sapore in bocca.
Tutt’altra cosa invece sembrava essere l’umore del suo maestro. Rivier si era svegliato con la sua solita placida espressione e con un notevole appetito. Si era gettato sul porridge preparato dai cavalieri per colazione, e con una scodella piena se ne era rimasto seduto in silenzio nei pressi del fuoco del campo appena ravvivato. Era ancora buio, ma il paesaggio stava per cambiare. La cometa sfrecciava nel cielo scandendo gli ultimi giorni della stagione.
Mylo si avvicinò al maestro con una scarsa razione di avena. L’appetito era l’ultima delle sue preoccupazioni. Intanto le guardie continuavano a girare intorno a loro a pochi passi di distanza. Il ragazzo si era accorto che si trattava di due Arenty.
«Ci hanno messo addosso i senza cuore» esclamò riferendosi alle due guardie.
«Meravigliosi» commentò Rivier con la bocca piena. «Sono perfetti nei loro compiti, e di sicuro più affidabili. Un Arcon potrebbe sempre perdere la pazienza, o perdere la testa…» Sorrise al ragazzo e raccolse un altro cucchiaio dalla ciotola.
«A me fanno uno strano effetto.»
«Non ci pensare. Mangia.»
Mylo provò a seguire i consigli del maestro, ma si accorse di non avere per niente fame. Osservava i cavalieri muoversi per il campo e prepararsi alla partenza. Se volevano tentare la fuga era meglio provarci prima di arrivare a destinazione. Una volta dentro il grande accampamento, circondati da centinaia di soldati, sarebbe stato impossibile provare a fuggire. Ma qualcosa gli diceva che il suo maestro non aveva nessuna intenzione di scappare.
Il paesaggio si colorò di indaco ed alte nubi stratiformi velarono il cielo e la cometa. L’aria era ferma e si avvertiva un pungente profumo di fiori, troppo dolce per risultare piacevole. Mylo storse il naso e montò a cavallo. I cavalieri si disposero a coppie lungo il sentiero, mentre un carro trainato da due cavalli trasportava le provvigioni. Loro si trovarono nel mezzo di quella colonna, le guardie Arenty subito dietro li tenevano diligentemente sotto controllo.
Lasciarono la radura a passo d’uomo, proseguendo lungo lo stretto percorso che scendeva più a valle. Presto il sentiero rincominciò a salire e a inerpicarsi lungo un altro dorsale. Sarebbe proseguito così, in un continuo sali e scendi fino alle pianure del vespro, un’ampia striscia di terra tagliata in due dal grande fiume Serpe.
I nomi nascevano e morivano con le nuove generazioni, perché tutto era in continuo mutamento su Limbo. Il grande fiume lo chiamavano Serpe per via della sua tortuosità, le piane si coloravano spesso dei colori del crepuscolo e per questo gli era stato assegnato quel nome. Ma la geografia non era mai stabile e le mappe potevano ingannare il viaggiatore, se queste non erano bene aggiornate. Molti erranti ne facevano anche a meno, fidandosi solo della propria memoria e della posizione della cometa.
Le notizie si diffondevano attraverso le colonne delle voci, e in questo modo le comunità potevano conoscere la posizione della montagna sacra che indicava il passaggio del ciclo. Al momento doveva trovarsi vicino all’ultimo quarto di percorso. Sarebbero passate altre cento stagioni prima che il sole rosso che indicava il tramonto di Limbo la ingoiasse, per risputarla subito presso l’alba del sole azzurro all’altra estremità del mondo, il luogo dove nascevano le nuove terre.
Mentre pensava distrattamente alle leggi fisiche del mondo, Mylo osservava l’imperscrutabile volto del suo maestro che gli cavalcava accanto. Provò per l’ennesima volta a stabilirne l’età. Duecento stagioni forse, oppure di più. Glielo aveva chiesto una volta, ma Rivier non gli aveva dato una risposta precisa. “Ho visto la cometa passare nel cielo fino ad annoiarmi, ragazzo!” gli aveva detto. Poteva significare qualsiasi cosa.
«A cosa pensi?» disse ad un tratto lo stregone senza voltarsi.
Mylo si guardò attorno per assicurarsi che nessuno li sentisse, ma le guardie erano molto vicine e la guarnigione procedeva silenziosamente.
«Non ti preoccupare ragazzo, non possono ne sentirci ne vedere le nostre labbra muoversi. Ho alterato le nostre immagini, così possiamo parlare un po’»
«Hai usato la magia?» Mylo non nascondeva la sua sorpresa. «Perché non ho udito il crepitio?»
«Ci sono modi per smorzarlo, se l’incantesimo non è molto complicato. Comunque non abbiamo molto tempo. Volevi dirmi qualcosa? La tua testa sembra dover esplodere da un momento all’altro»
«Si. Ci sono tante cose che non capisco e che non mi piacciono» ammise Mylo.
«Si ha sempre paura di quello che non si conosce. E’ la prima debolezza dell’uomo…»
«Cosa ci facciamo qui? Una volta dentro l’accampamento centrale sarà impossibile fuggire, e sicuramente verremo condannati. Hanno trovato i libri e ci accuseranno di stregoneria. Maestro, senza dubbio ci aspettano la tortura e la morte…»
«Non essere così negativo ragazzo. Ho invece la sensazione che il Primo Ministro di Seidon sarà ragionevole e ci lascerà in pace.»
«Si dice che Tawares sia spietato con gli eretici. Anche i Lupi avevano cominciato a tenersi alla larga dai Testimon. Da quando si è insediato il nuovo ministro la comunità si è allargata, reclutando sempre più cavalieri.»
Rivier si voltò verso il ragazzo. Negli occhi aveva la solita tranquilla espressione di sempre.
«Il Primo Ministro Tawares è duro, ma ti assicuro che si mostrerà giudizioso nel nostro caso.» Il volto dello stregone era velato da uno strano sorriso.
«E’ tutta colpa dei Misteri» sentenziò Mylo.
«Che vuoi dire ragazzo?»
«La ragione per cui i Testimoni si sono raddoppiati e controllano tutti quanti. La ragione per cui siamo in questa situazione.»
«I Misteri sono quello che sono. Ognuno dovrebbe essere libero di crederci o non crederci, al di là della loro attendibilità. Il problema non sono i Misteri, ragazzo, ma le persone che temono di essere nell’errore. Anche questa è un’altra delle tristi verità dell’uomo.»
Adesso il maestro lo guardava con un espressione corrucciata, gli occhi perduti in remote dimensioni. Mylo ebbe la sensazione che fossero duemila e non duecento le stagioni vissute dallo stregone, che esistesse sin dall’inizio del tempo e che fosse lui stesso uno dei Misteri di Limbo. Un brivido percorse la schiena del giovane mago.
«La mitologia Arcon è una leggenda. Se a qualcuno piace crederci, se gli fa bene crederci, allora che ci creda pure. È la sua verità, ed è questo quello che conta. Ma imporla a chi non ha le stesse sue percezioni è una violenza mentale.»
Era la prima volta che Rivier confermava le sue sensazioni riguardo alla falsità della mitologia Arcon. Poteva essere l’inizio della rivelazione, così Mylo provò ad incalzare il maestro.
«Se è vero che la mitologia è solamente una leggenda, qual è la vera storia di Limbo?»
Rivier ritrovò il sorriso e rispose.
«Non ti arrendi ragazzo. Va bene, ti dirò qualcosa, ma non aspettarti grandi rivelazioni. Come ti ho detto centinaia di volte, non sei ancora pronto.»
Mylo pendeva letteralmente dalla bocca del maestro. Si sporse in avanti verso il cavallo dello stregone come per afferrare meglio quello che gli stava per confidare.
«Ti dirò dei Misteri nella maniera in cui vengono divulgati dagli Stregoni Arcon. La verità degli Elenty è ben diversa, e non ti è consentito conoscerla. Sappi solo che comunque non riusciresti neanche a capirla. Ma tu sei un Arcon, e l’unica spiegazione che possa soddisfarti è quella Arcon.»
Cosa voleva dire il maestro? Che lui non era un Arcon? E allora cosa era? Avrebbe voluto chiederglielo, ma preferì tacere, temendo che lo stregone interrompesse il discorso.
«Limbo è un luogo di attesa, un mondo di passaggio. Fu creato dagli Elenty dodici cicli fa per sfuggire alla morte del loro vecchio mondo. Essi erano in grado di manipolare la struttura di questo piccolo universo che avevano creato, una pratica che fu poi chiamata magia. Gli Elenty attendono in Limbo l’avvento del loro nuovo mondo, nel momento dell’Emersione.»
A Mylo sembravano enunciati estratti da un libro. Non era riuscito a capire molto di quello che Rivier gli aveva detto.
«Che vuol dire che fu creato dagli Elenty?»
Lo stregone guardò divertito l’espressione confusa del ragazzo.
«Gli Elenty non sono una leggenda. Sono esistiti e continuano ad esistere, poiché alcuni di loro sono diventati immortali. Essi provengono da un altro mondo, un’altra dimensione, se così si può dire.»
«La dimensione della magia, quella in cui è possibile perdersi dopo aver usato il potere?» domandò il ragazzo, credendo di averci capito qualcosa.
«Si, qualcosa del genere» confermò il mago.
«E noi Arcon chi siamo?»
«Gli Arcon sono i figli degli Elenty. Furono creati insieme a Limbo per vivere in Limbo.»
«E cosa succederà quando arriverà il momento dell’Emersione?»
«Ragazzo, non è detto che questo evento accadrà mai. Gli Elenty continuano ad attenderlo, ma è passato così tanto tempo ormai che molti di loro non ci credono più. Immagino però che se arriverà, gli Elenty se ne andranno via e lasceranno Limbo agli Arcon. Sicuramente non riaffioreranno antiche città e non sarà l’avvento di un nuovo mondo per gli Arcon. Quella è solo una leggenda.»
«E gli oggetti di famiglia?»
«Appartengono agli Elenty e scompariranno insieme a loro. Ma non ti devi preoccupare dell’Emersione, ragazzo. E’ molto probabile che passeranno altri dodici cicli senza nessun oscuramento del sole o altri segni profetici.»
«Allora Seidon non esiste?»
«In realtà si. Seidon e Kyos furono creati anch’essi dagli Elenty come forze interne di Limbo. Ti stupirà sapere che Seidon è una creatura Arenty mentre invece Kyos è un Arcon. Ma qui ci perdiamo in particolari un po’ troppo difficili da comprendere. Ti basti sapere che Seidon è in effetti un entità molto potente appartenente alla struttura di Limbo.»
Mylo cercò di riordinare i pensieri, ma c’era qualcosa che non gli tornava.
«Hai detto che la verità Elenty non avrebbe senso per un Arcon, ma tu sembri conoscerla. Allora non sei un Arcon…»
Rivier si voltò verso il giovane apprendista mago e gli sorrise.
«Hai un buon intuito ragazzo. Davvero buono.» Ma non disse niente altro, e Mylo sentiva che non sarebbe servito incalzarlo con nuove domande. Il suo maestro poteva essere un Elenty, i leggendari figli di Seidon e primogeniti di Limbo, secondo la mitologia Arcon. Ma ormai quella era diventata una favola per bambini.
Cos’altro nascondevano i Misteri di Limbo? Quali altri segreti poteva rivelargli il suo maestro, e quanti di questi sarebbe riuscito ad afferrare? La conversazione era stata breve, ma aveva un bel po’ di materiale su cui riflettere adesso, mentre i cavalli procedevano in fila con passo costante verso l’accampamento dei Testimoni di Seidon.
Mentre discendevano l’altopiano verso le pianure del vespro, che si perdevano all’orizzonte nei loro gialli, ori e aranci, avvistarono l’accampamento. Mylo contò almeno una settantina di tende disposte attorno ad una più grande centrale, che era di sicuro la residenza del Primo Ministro Tawares. Decine di cavalieri si aggiravano per il campo. Oltre le tende in direzione del fiume Serpe, del quale era possibile distinguere in lontananza il riflesso dorato della sua superficie, vi era un grande recinto per i cavalli. Ve ne erano più di un centinaio.
Il suo senso del tempo gli diceva che il quinto margine del giorno stava per terminare. Si augurò che avessero a disposizione un’altra notte prima del processo e della probabile condanna. Una notte per riflettere sulle cose che Rivier gli aveva detto e per capire quali erano le sue intenzioni.
Poco più tardi la colonna di cavalieri che accompagnava i due prigionieri entrò adagio nel campo, movendosi direttamente verso la tenda centrale. Alcuni uomini salutarono i compagni appena giunti. Mylo si accorse che vi erano altri Arenty tra i Testimoni. Non era difficile riconoscerli. Avevano la tipica espressione assente, lo sguardo vacuo perso in strani pensieri. Si muovevano più lentamente degli Arcon, ma sembravano nello stesso tempo molto più all’erta. Il loro comportamento poteva apparire ottuso, ma in realtà era semplicemente distaccato. Non a caso alcuni li chiamavano i senza cuore.
La colonna si fermò a un cinquantina di passi dalla tenda di Tawares. Vi erano quattro guardie ferme davanti all’entrata. Una di queste si avvicinò al capitano Terion che nel frattempo era smontato da cavallo. I due si scambiarono qualche parola che Mylo non riuscì a sentire, dopo di che si avviarono entrambi verso la tenda. Il maestro sedeva sul cavallo accanto a lui, e guardava il cielo cercando di prevedere, come era suo solito fare, l’imminente paesaggio notturno.
Dopo poco il capitano uscì fuori e si diresse direttamente verso i due prigionieri. Sembrava leggermente turbato, come se la conversazione con il Primo Ministro non lo avesse soddisfatto. Si rivolse alle due guardie che tenevano legati i cavalli.
«Portateli nelle nostre tende. Il Primo Ministro non ha tempo stasera per esaminare questa faccenda. Lo farà domani mattina. Nel frattempo, non perdeteli d’occhio. Non vorrei che combinassero qualche scherzo. La responsabilità è nostra, intesi?»
«Si capitano» risposero all’unisono i due Arenty.
«Rompete le righe. Tornate al nostro accampamento e innalzate le altre tende» ordinò poi ai suoi uomini.
La guarnigione si diresse verso l’esterno del campo, nei pressi dei recinti per i cavalli. Laggiù vi erano tre grandi tende scure che dovevano rappresentare l’accampamento stabile della guarnigione. Mylo e Rivier vennero accompagnati in uno di queste tre alloggi, sempre sotto la scorta dei due cavalieri Arenty. Gli altri uomini prepararono diligentemente l’accampamento come aveva ordinato il capitano.
«Un’altra notte di attesa. Avrei voluto che ci dicessero subito quello che ci aspetta» confessò Mylo al maestro, una volta che si furono sistemati entrambi sui loro nuovi giacigli.
«La notte porta sempre consiglio, ragazzo. Meglio così, credimi» rispose Rivier sempre sorridendo.
Più tardi venne data loro una generosa razione di cibo, della carne sugosa accompagnata da del riso, e un paio di boccali di birra. Gli Arenty mangiarono insieme a loro nella tenda ma non dissero una parola. Non era tardi ma non c’era ragione per rimanere svegli, così dopo cena i due se ne andarono a dormire. Mylo era meno preoccupato della sera precedente, ma non riuscì a non pensare che quella poteva davvero essere la sua ultima notte. Lo stregone già stava russando quando quella paura gli entrò in testa. Maledisse l’irritante atteggiamento del mago e quasi per capriccio scacciò dalla mente i cattivi pensieri. Poco dopo si addormentò.
Fece sogni inafferrabili. Quando si svegliò il mattino dopo provò a riordinarli ma non ci riuscì. Sapeva di aver sognato a lungo e profondamente, ma non era capace di ricordare neanche una piccola parte di quelle visioni notturne.
Accanto a lui il maestro continuava beatamente a dormire, mentre le due guardie erano sempre lì, nella medesima posizione in cui le aveva viste prima di addormentarsi. Un piccolo brivido gli solleticò la schiena. “Strana gente i senza cuore” pensò, e si voltò dall’altra parte. Avrebbe aspettato il risveglio dello stregone. Non aveva nessuna intenzione di muoversi da solo, e non sapeva neanche se i cavalieri glielo avessero permesso.
Senza volerlo si riaddormentò, e questa volta i sogni vennero da lui imprimendosi nella sua mente. Sognò il volto di una ragazza e quello si un uomo dagli occhi di ghiaccio. Luci ed ombre che scuotevano il cielo e una battaglia magica che impegnava il maestro fino allo stremo delle sue forze. Vide un fulmine esplodere nel petto di Rivier ed il sorriso del vecchio che si spengeva, mentre il sole si oscurava come nella famosa profezia. Infine vide la montagna sacra, ergersi in tutta la sua grandezza.
«Ragazzo! Sveglia ragazzo!» la voce del maestro lo riportò indietro. Respirò a fondo chiedendosi se non era rimasto in apnea per tutta la durata di quello strano sogno. Sentire nuovamente l’aria nei polmoni gli fece riacquistare lucidità.
«Maestro!» chiamò. Poi guardò le guardie. Pareva che non avessero fatto caso al titolo con cui aveva chiamato lo stregone.
«Sembrava che stessi per annegare!»
«Solamente un brutto sogno, tutti qui.» Ma gli occhi del ragazzo dicevano tutt’altro. Rivier gli rispose con un cenno, intuendo quello che il ragazzo gli aveva comunicato con uno sguardo.
Uscirono dalla tenda con le due guardie sempre dappresso, e si avviarono verso il fuoco che ardeva allegramente in mezzo all’accampamento della guarnigione. Il cielo era rosso e arancio, e il sole era una palla di fuoco ferma all’orizzonte. La temperatura era pungente, l’aria umida profumata di erba fresca. Sui rilievi dietro l’accampamento si intravedevano grosse nubi plumbee che con tutta probabilità sarebbero rimaste lì per tutto il giorno. Il paesaggio era stato creato, da Seidon o da chi per lui. Poco importava chi ne fosse l’artefice. Questo era Limbo.
Si sedettero vicino al fuoco e venne loro offerta una generosa porzione di avena e latte. Vi erano altri cinque cavalieri vicino, gente dal volto sereno che parlava del paesaggio, dei cambiamenti, delle comunità che avevano incontrato. Prima di mangiare la loro colazione ringraziarono Seidon. Mylo non riusciva a pensare niente di male di quelle semplici persone, a parte forse per la spada di bronzo che portavano al fianco.
Da una tenda uscì il capitano Terion e si avviò verso di loro. Aveva l’aria di uno che aveva dormito male, perseguitato da sogni bizzarri come quello che Mylo aveva appena fatto.
«Oggi è il vostro giorno» esordì il capitano schernendoli.
«Sembra proprio così» rispose masticando lo stregone. Rivier girò lo sguardo verso il capitano e sfoderò uno dei suoi sorrisi. Terion evitò il suo sguardo e passò oltre.
In quel mentre Mylo si accorse che un piccolo drappello di cavalieri provenienti dal centro del grande accampamento si stava avvicinando. Un uomo precedeva il gruppo con uno stendardo rosso. I cavalieri radunati attorno al fuoco si alzarono in piedi e lui e lo stregone li imitarono. Il capitano Terion era davanti a loro e accennò un saluto. .
Il gruppetto si fermò a una ventina di passi dal fuoco. Solo un uomo continuò a camminare verso di loro. Era anziano e vestiva il rosso dei Testimoni ma anche il bianco che ne definiva il titolo. Una spessa catena d’argento gli pendeva dal collo e portava una spada di bronzo finemente lavorata, diversa da quella degli altri cavalieri. Per Mylo non fu difficile capire che si trattava del Primo Ministro Tawares.
«Capitano Terion» chiamò avvicinandosi al capo della guarnigione.
«Mio signore. Benvenuto nel nostro campo. Ecco qui i prigionieri accusati di stregoneria che…»
«Liberate subito questi due uomini» ordinò il ministro interrompendo bruscamente le parole del capitano.
Terion strabuzzò gli occhi. Annaspando cercò di rispondere.
«Ma mio signore, non capisco…»
«Hai capito bene Capitano!» lo interruppe nuovamente. Poi il Primo Ministro si mosse in direzione di Rivier. Un sorriso gli affiorò sul volto mentre tendeva le braccia verso lo stregone.
Rivier gli si avvicinò tendendo a sua volta le braccia. I due si incontrarono abbracciandosi in mezzo all’accampamento. I cavalieri erano meravigliati, il capitano Terion osservava incredulo la scena, ma il più sbalordito di tutti era sicuramente il giovane Mylo.
«Mio vecchio amico. Benvenuto!» disse Tawares.
La donna Arcon risalì la duna di sabbia, volgendo le spalle al mare infinito. Suo figlio la teneva per mano.
«Dove andiamo mamma?» chiese.
«A conoscere tuo padre» rispose lei decisa.
Le falde della tenda sbattevano al vento. Un cavallo pezzato annusò l’aria e nitrì. Un uomo dagli occhi smeraldo e la pelle bruna si alzò e andò incontro alla donna col bambino. Si fermò a due passi da loro.
«Allora questo è mio figlio?» domandò, mentre gli smeraldi gli si riempivano di lacrime.
«Si» sussurrò lei.
L’Elenty abbracciò il piccolo Arcon.
«Non avrei mai creduto di poter amare un’illusione…» disse.
La realizzazione di questo videoracconto é stata possibile grazie al movimento creative commons, che permette di utilizzare a piacimento immagini e musica per trasformarli in nuove creazioni. Ho estratto uno dei miei tanti racconti di 101 Parole, inerente al progetto Limbo, e vi ho costruito sopra un piccolo video con la musica dei Frozen Silence e alcune foto in CC elaborate in photoshop.
Questo scambio e riutilizzo di informazioni é sempre accaduto, e solo nell’ultimo secolo, con l’invenzione dei diritti d’autore, ci é stato proibito di trasformare liberamente, come hanno sempre fatto tutti i piú grandi artisti della storia.
Nei bui corridoi della base sotterranea Antartica, si odono solo i brusii dei processori più potenti del mondo. Nessuno sa che cosa accade là sotto.
Il vecchio col camice siede davanti a un gigantesco schermo. L’uomo alto col sigaro se ne sta in piedi accanto al vecchio.
«Ci sei riuscito?»
«La struttura del programma è stata alterata. Non rilevo intolleranze. Si, abbiamo un Entità Artificiale.»
L’uomo alto sputò del fumo verso un intreccio di luci al neon.
«La chiameremo Arenty. Ora, caricala nel soggetto.»
«Sissignore!»
Per la razza umana quello fu l’ultimo tentativo di emulare Dio. Poi iniziarono le grandi guerre…
Limbo é un blog dedicato a un intero universo di storie, personaggi ed immagini, che verranno presentati regolarmente ogni settimana. Non é semplicemente un romanzo a capitoli illustrato ma un fenomeno versatile della rete.
Questo primo videoracconto é un piccolo assaggio dei Misteri di Limbo. La realizzazione del clip é stata possibile grazie al movimento creative commons, che permette di utilizzare a piacimento immagini e musica per trasformarli in nuove creazioni. Il racconto era giá stato pubblicato nel blog di 101 Parole, altro progetto di Willoworld. La musica che accompagna le immagini elaborate in photoshop é dei Dreamerion http://www.jamendo.com/it/album/19243
Il romanzo “Limbo” tornerá venerdí prossimo con il quarto capitolo e una nuova illustrazione di Charles Huxley.
Il fuoco ardeva a pochi metri dal lago. Il lago era il cratere di un vulcano spento. Le brezze montane ne increspavano la superficie.
Quello era il luogo ideale per giocare con gli elementi, per provare nuove formule, sondare i limiti del proprio potere e riversarlo nel paesaggio circostante. C’era acqua, fuoco, vento e terra. C’era il silenzio, interrotto a volte da un tuono lontano, oppure dall’urlo di un falco. C’erano i boschi di faggi e querce che circondavano il cratere, e gli animali che si nascondevano per timore del crepitio. Era il crepitio della magia, come se l’aria attorno al mago cominciasse a sfrigolare, perdendo consistenza. Gli animali non lo sopportavano, e ne fuggivano con la coda tra le gambe.
Mylo provò a concentrarsi di nuovo sulle fiamme danzanti che aveva dinanzi. Sentiva il calore sulla sua faccia ed il vento che gli accarezzava i capelli tagliati corti. Era un giovane robusto, dal volto pallido e la bocca rossa come petali di rosa. Aveva il portamento tipico dei Lupi Cacciatori; nobile e fiero.
Il suo maestro gli aveva suggerito di prendere prima possesso del vento e poi di concentrarsi sul fuoco. Questo era l’unico modo per portare a termine quel complicato incantesimo. Ma Mylo era testardo e voleva provare qualcosa di diverso. Voleva fondere i due elementi, incanalarli assieme ed evocare così un globo di pura energia, vincolato al suo volere.
Entrò nei due elementi e ne piegò le volontà. Per un attimo una sfera di fuoco si librò sopra la sua mano tesa, e un sorriso apparve come una taglio nella faccia del ragazzo. Ma la sfera crebbe d’intensità, e lui ne perse il controllo. Sarebbe esplosa causandogli ustioni mortali se nel frattempo l’acqua del lago non avesse preso vita, riversandosi sulla riva e spegnendo così il fuoco e la sfera di energia. Il giovane mago si ritrovò completamente bagnato, mentre un’esplosione di rabbia gli montava dentro.
«Ce l’avevo sotto controllo!» esclamò.
Girò lo sguardo verso la figura che stava alle sue spalle. Era un uomo minuto, dalle ampie vesti bianche ed il volto amichevole. I suoi occhi nascondevano un sorriso senza tempo. Si chiamava Rivier.
«No Mylo! Ce l’avevi quasi sotto controllo. È diverso…»
«Guarda cosa hai fatto ai miei vestiti…» continuò ad imprecare il ragazzo.
Rivier compose due simboli nell’aria con la mano destra ed un vento caldo proveniente dal lago incominciò a soffiare verso riva. In pochi istanti le vesti dell’apprendista mago erano asciutte.
«Mi piace il tuo spirito ribelle, ma un giorno potrebbe non esserci qualcuno a salvarti la pelle. Il controllo è importante.» Lo stregone si avvicinò al ragazzo.
«Ma come posso controllare gli elementi se non ne conosco il senso?»
Il ragazzo si riferiva ai Misteri. Rivier li conosceva, forse meglio di chiunque altro, ma non ne aveva mai voluto parlare. Ogni volta che l’argomento si presentava lo stregone lo liquidava con la scusa del “non sei ancora pronto”. Mylo detestava quella frase.
«Ragazzo, il senso al quale ti riferisci non avrebbe alcun senso per te, credimi. E ti assicuro che non ti aiuterebbe a piegare alla tua volontà gli elementi.»
«Facile per te che conosci tutti i trucchi…»
«La tua è solo curiosità. Ed è questa curiosità che ti impedisce di eseguire l’incantesimo. Smetti di pensare ai Misteri e controlla gli elementi. Riprova!»
Mylo folgorò il maestro con uno sguardo, ma si rimise in posizione per effettuare la magia. Prima evocò il fuoco che incominciò a bruciare i resti ormai asciutti del precedente falò. Poi si concentrò sul vento. Il crepitio del sortilegio che stava per compiersi fece urlare una bestia nel bosco vicino.
Questa volta, prima di pensare al fuoco, aveva soggiogato al suo volere il vento. Lo direzionò come voleva e poi ordinò alle fiamme di unirsi a lui. Dal fuoco fuoriuscì una lingua gialla che andò a colpire una grossa pietra ricoperta di muschio a una decina di passi di distanza. La pietra si annerì e incominciò a fumare.
«Bravo!» esclamò entusiasta lo stregone.
Mylo sbuffò e gli voltò le spalle.
«Niente di speciale» commentò. E si avviò lungo la riva, respirando regolarmente per riacquistare il controllo. Era una normale procedura dei maghi dopo che avevano usato i loro poteri. Ogni volta che veniva usata la magia, il mago perdeva contatto con il mondo elevandosi verso altre dimensioni. La respirazione lo aiutava a riprendere possesso del proprio spirito e a riportarlo in Limbo.
Questo gli aveva insegnato Rivier. Ma non era tutto, lo sapeva. Maledisse per l’ennesima volta i Misteri. Quale era la ragione per cui il maestro si dimostrava così reticente a parlare dei segreti di Limbo? In fondo cosa potevano essere mai. Che la mitologia Arcon fosse una grossa frottola lo aveva intuito da solo molte stagioni prima. Qualsiasi altra storia non avrebbe fatto certo differenza per lui. Probabilmente non ci avrebbe nemmeno creduto. Però lo intrigava, e soprattutto lo infastidiva tutta quella segretezza.
Ricordò l’incontro con Rivier, molte stagioni prima. I Lupi Cacciatori l’avevano allontanato dalla comunità a causa della sua debolezza. Trovava assurdo che una banale fobia, quella per i serpenti, decidesse le sorti di un uomo. I Lupi erano dei bastardi. Grandi combattenti ed abili cacciatori, ma stavano perdendo la loro parte umana. Presto sarebbero diventati come i loro stupidi amici a quattro zampe.
A lui importava poco. Aveva perduto i genitori quando era ancora un bambino, e la comunità non era mai diventata una seconda famiglia. Una parte di se era quasi contenta di essere stato allontanato.
Non aveva problemi ad ammettere che se non fosse stato per Rivier sarebbe morto quel giorno. Non era colpa sua. Quel maledetto serpente era uscito fuori da dietro una roccia senza nessun motivo. Lui non poteva fare altro che rimanere immobile, conscio del pericolo ma completamente paralizzato da quella paura inesplicabile, talmente profonda e radicata dentro la sua natura da non poter essere minimamente controllata. Aspettava il morso, la morte, il lieto finale di quel momento di terrore.
Il serpente era una Lingua di Kyos, piccolo e giallo, più velenoso di un cobra e cinicamente perverso. Poteva rimanere a fissarti per tutto il giorno prima di morderti, come se stesse assaporando il profumo della tua paura e ne gioisse. Non a caso aveva preso il nome dal fratello di Seidon, lo squartatore del mondo.
Mentre contava gli attimi che gli rimanevano da vivere, in piedi a un passo da quel velenoso rettile, una folgore esplose alle sue spalle ed una scia di intensa luce azzurra si riversò sulla roccia dove si trovava il serpente. Si voltò di scatto e vide quel piccolo uomo vestito di bianco. Un mago.
Non aveva mai capito il motivo per il quale Rivier lo avesse voluto iniziare alle arti divinatorie. Lui era un cacciatore, non uno studioso. L’opportunità era ghiotta e Mylo non era il tipo che si tirava indietro davanti alle sfide. Ma non gli ci volle molto prima di rendersi conto che il cammino del mago era tutt’altro che facile. E poi c’erano sempre quei dannati Misteri che lo tormentavano.
«Muoviamoci ragazzo! Sta iniziando il settimo margine e presto il cielo si oscurerà.»
Mylo aveva ripreso a respirare normalmente. Il potere era fluito attraverso e fuori da lui insieme a una parte del suo spirito, e adesso quella parte aveva fatto ritorno. Tornò indietro verso il fuoco che continua a consumarsi sulla riva sabbiosa del lago. L’uomo dalle vesti bianche guardava il cielo prevedendo la notte prossima a calare.
«Sarà una notte tranquilla, maestro» predisse Mylo.
«Si, forse. Per oggi basta così. Torniamo all’accampamento.»
Si allontanarono dallo specchio d’acqua che era il cratere spento di un vulcano ed entrarono nel bosco, scendendo verso valle attraverso uno stretto sentiero. Laggiù avrebbero trovato i due cavalli e la loro tenda ad aspettarli.
Mylo sentiva nella gambe la stanchezza della giornata di addestramento. Faceva fatica a star dietro allo stregone che, nonostante l’apparente età, peraltro indefinibile, e le ampie vesti che sembravano ingombranti ed inadatte a camminare nei boschi, procedeva spedito attraverso rovi e passaggi scoscesi. Lo vide fermarsi ad un tratto più sotto, nel punto in cui il sentiero usciva dall’intricata vegetazione consentendo un’ampia visuale della valle. Gli si avvicinò guardando verso la radura dove si trovava il loro accampamento.
«Chi sono?» esclamò.
La radura era occupata da una guarnigione di cavalieri, almeno quindici. Non si riusciva a distinguerne l’appartenenza da quella distanza. Si muovevano attorno alla tenda e stavano probabilmente aspettando il loro ritorno.
«Testimoni di Seidon» rispose lo stregone con voce tranquilla.
«Maledetti loro. Cosa vogliono?»
«Avranno visto sicuramente i lampi e udito il crepitio. Sono alla caccia di eretici, e noi siamo le loro prossime prede.»
Rivier appoggiò una mano sulla spalla del ragazzo e con un sorriso beffardo proseguì.
«Ragazzo, la vita del mago non è delle più facili. Il mondo è pieno di gente invidiosa e testarda. Tienilo sempre bene in mente.»
Mylo face una smorfia.
«Che facciamo adesso?»
«Beh, non possiamo abbandonare la nostra roba. Andiamo a sentire cosa hanno da dirci questi signorotti. Magari ci offrono un’occasione per esercitarci…»
Gli occhi di Rivier luccicavano maliziosamente, ma Mylo sapeva che lo stregone non sarebbe mai arrivato ad uccidere qualcuno senza un buon motivo. Non nascose inoltre il suo stupore per il fatto che il maestro potesse fronteggiare senza timore quindici cavalieri di Seidon.
«La fai sembrare una passeggiata ma si tratta di una bella guarnigione, armata fino ai denti da quanto posso vedere. E noi siamo solo due…»
«Si ragazzo, il conto è giusto.» E continuando a sorridere proseguì per il sentiero che tornava a infilarsi nella vegetazione. Mylo gli corse dietro, mentre uno strano brivido di eccitazione gli percorse tutto il corpo. Dopotutto era sempre un Lupo.
Giunti nei pressi della radura, Rivier smorzò con un semplice incantesimo il rumore del loro movimento. Quando i due fecero la loro apparizione davanti alla guarnigione sparpagliata attorno alla tenda, un paio di cavalieri ebbero un sussulto. Immediatamente due arcieri li presero di mira, e qualcuno intimò loro di fermarsi. La voce proveniva da dentro la tenda.
Rivier e Mylo si fermarono uno accanto all’altro, guardando nella direzione da dove giungeva quella voce. Dalla tenda uscì un uomo molto alto e quasi totalmente calvo. Indossava le tipiche vesti rosse che distinguevano i Testimoni di Seidon e portava una lucente spada di bronzo, anche questa simbolo della confraternita.
I Testimoni di Seidon erano una comunità errante che aveva come scopo principale quello di portare la verità di Seidon e screditare le ridicole congetture attorno ai Misteri. Durante l’ultimo ciclo, il dodicesimo dalla creazione di Limbo secondo il calendario Arcon, in molti avevano incominciato a parlare dei Misteri, senza neanche sapere che cosa fossero. Ma lo spargersi di queste voci fecero muovere con maggiore zelo i Testimoni. Adesso la comunità contava diversi distaccamenti, e i controlli erano raddoppiati. La magia era da sempre legata ai Misteri, perciò ogni mago era considerato un eretico agli occhi dei Testimoni. Spesso gli eretici venivano condannati a morte, ma veniva anche praticata la tortura per giungere alla loro conversione.
Mylo non credeva alla mitologia Arcon, ne tanto meno a Seidon il misericordioso, come lo chiamavano i Testimoni, ma di sicuro non potevano entrargli in testa e scoprire quello che stava pensando. In fondo non era difficile convincere la confraternita della propria fedeltà. Ma se avevano sentito il crepitio, le cose potevano davvero complicarsi. Si preparò al peggio, ma si rese conto che le carte le avrebbe giocate tutte il suo maestro. Era molto curioso di vedere come sarebbe andata a finire.
L’uomo calvo, presumibilmente il capitano della guarnigione, si fermò a pochi passi da loro e iniziò la sua predica. Rivier lo osservava con occhi divertiti.
«Due erranti solitari che amano strane letture e fanno lunghe passeggiate presso vulcani spenti. Soggetti curiosi, per non dire bizzarri.»
L’uomo teneva in mano uno dei libri di Rivier, un antico volume scritto dallo stesso stregone in una lingua sconosciuta. Era il Bit, la lingua dei maghi.
Il cavaliere calvo attese qualche istante prima di continuare, come se aspettasse le sue prede al varco. Rivier rimase immobile, il volto sereno e gli occhi miti. Sembrava guardasse oltre il Testimone, oltre la tenda e oltre la radura, come perduto in un qualche misterioso pensiero. Il cavaliere tornò a parlare.
«Alcuni miei compagni mi hanno riferito di aver udito uno strano rumore provenire da lassù» ed indicò la sommità del vulcano. «Una sorta di sfrigolio, un suono estremamente fastidioso, di quelli che si dice appartengano alle blasfeme pratiche delle streghe e dei fattucchieri. Avete una qualche idea di cosa possa aver causato quel rumore?»
Il volto dell’uomo si contorse in un ghigno mentre attendeva la replica dei due astanti. Nel frattempo la sua mano si era posata sull’elsa della spada che portava al fianco.
Rivier rispose con voce tranquilla. Non ebbe nessuna esitazione nel pronunciare quella curiosa menzogna.
«Abbiamo visto una volpe e un fagiano che si azzuffavano come se fossero impazziti. Forse era quello il rumore che i vostri uomini hanno sentito. La volpe ha avuto la meglio, ovviamente. C’era anche un gufo che assisteva alla scena. Davvero stupefacente.»
Per poco Mylo non esplose in una sonora risata. Fece fatica a trattenersi, e dovette voltarsi da una parte per evitare che il Testimone non si accorgesse della sua smorfia. Quando tornò a guardare verso il cavaliere calvo, vide che nei suoi occhi bruciava una fiamma di rabbia. Aveva intuito lo scherno, e sembrava che stesse sul punto di gettarsi addosso al maestro con la spada in pugno. Poi invece riuscì a riprendere il controllo di se. Intanto il volto di Rivier rimaneva placido ed immobile.
«Si, stupefacente! Eppure qualcosa mi dice che quel rumore era causato dalla magia, e che voi due c’entrate qualcosa. Dovremo fare degli accertamenti, ovviamente, perciò dovrete seguirci all’accampamento centrale. Se è vero che siete dei maghi, vi consiglio di collaborare e di smettere subito di raccontare fandonie. La voce di Seidon può ancora aprirvi il cuore ed accogliervi nel suo amorevole abbraccio.»
Rivier rispose con voce ancora più calma, lo sguardo perso in qualche dimensione lontana.
«Si, davvero una bella azzuffata…»
Il Testimone fece finta di non aver sentito e ordinò ai suoi uomini di preparare il campo per la notte. Sarebbero partiti il giorno dopo ormai, dato che il settimo margine era quasi terminato e che il buio li avrebbe sorpresi da un momento all’altro.
Due uomini si avvicinarono al ragazzo e allo stregone dietro l’ordine del capitano della guarnigione. Erano sotto la loro stretta sorveglianza adesso. Intimarono loro di non provare a ribellarsi o a fuggire, e soprattutto di non utilizzare alcuna pratica magica, pena l’assaggio della sacra spada di bronzo, immagine della lama di Seidon che salvò il mondo dalla catastrofe, nei tempi remoti della creazione.
Mentre li conducevano nella loro tenda, Mylo cercò di capire le intenzioni del maestro.
«Che facciamo?» sussurrò.
«Osserviamo, ragazzo. È il modo migliore per imparare.»
Ma la calma di Rivier non bastava a tranquillizzare il ragazzo. Ora che quelle due guardie li seguivano a due passi di distanza con le spade in pugno, si accorse che quel gioco incominciava ad innervosirlo. Molte domande gli affiorarono in testa. Quali erano davvero le loro possibilità? Era sicurezza o abbandono la calma mostrata dal maestro? E se durante la notte avessero tagliato la gola ad entrambi? Non voleva sentirsi intimorito, ma la situazione non gli piaceva affatto. Invidiava il maestro che se stava placido ad osservare gli eventi. A lui invece incominciavano a prudere le mani.
Si distesero sui loro giacigli ascoltando gli uomini che all’esterno si adoperavano a innalzare le tende e preparare il fuoco per la notte. Le due guardie sedevano a poca distanza da loro e parlavano sottovoce.
«Almeno stasera non dovremo cucinare» esordì Rivier ridacchiando.
Mylo gli rispose con un sorriso forzato. Si chiese per l’ennesima volta come facesse il suo maestro a divertirsi in una situazione simile, ma rinunciò subito a trovare una risposta. Avrebbe atteso ed osservato gli eventi. D’altronde non c’era niente altro da fare.
Più tardi venne portata loro la cena, due ciotole di stufato e due boccali di birra che Mylo annusò attentamente per paura che fosse avvelenata. Rivier invece la buttò giù tutta d’un fiato e ne chiese gentilmente un altro boccale. Poi ci fu il cambio di guardia e i due si prepararono per andare a dormire.
Lo stregone si abbandonò subito ad un sonno profondo, non privo del suo solito russare. Il ragazzo invece rimase sveglio per molto tempo, osservando le ombre dei cavalieri che sfilavano davanti al fuoco del campo e ascoltando lo sferragliare delle loro spade di bronzo. Teneva le orecchie tese nel timore che qualcuno si avvicinasse furtivamente per ucciderli nel sonno. Due eretici, due maghi infedeli che credevano ai Misteri. Maledetti segreti. E forse sarebbe morto proprio per colpa di loro, e senza nemmeno conoscerne il significato.
I pensieri vorticavano nella sua testa, una giga convulsa e rabbiosa, un susseguirsi di domande senza risposte, di ragioni senza logica, di cadute senza appigli. “Il senso al quale ti riferisci non avrebbe alcun senso per te”. Che cosa voleva dire? Ripeté quella frase nella sua testa, e la immaginò come un ramo proteso verso di lui, ma irraggiungibile. Provò al allungare il braccio, a distendere il corpo e cercare di afferrare il rosso frutto attaccato a quel ramo, ma le sue dita non riuscivano neanche a sfiorarlo.
Finalmente la stanchezza della giornata prese possesso di quei pensieri e li richiuse in una stanza vuota della sua mente, guidandolo poi verso un sonno profondo e privo di sogni.